Martelli da Guerra

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De Lapide Perfida

Ovvero: Cronaca di una Trappola Sotterranea, di un Re Sepolto Due Volte, e di un Falco di Pietra che Sporge Ancora dal Bosco del Reikland

Estratto dalle "Notitiae Karaknornenses", di Leonardo Isacco da Ponzacco, Magister Manifestorum, raccolte durante la sosta della compagnia presso le Volte Lunghe di Karak Norn, in attesa del dirigibile che ci avrebbe condotti a Karak Hirn.

Karak Hirn, la Rocca del Corno


"Vi sono guerre che si vincono col ferro, vi sono guerre che si vincono coll'oro, e vi sono guerre che si vincono con la pazienza. Le ultime sono le più temibili, perché il vincitore non si vede mai sul campo: lavora di sotto, e quando emerge il nemico è già caduto."
— Frederich "Old Weirde" Weirde, Incunabulum sui Costruttori di Pietra dei Re Defunti di Khemri, parafrasato a memoria; il volume originale è custodito alla Biblioteca dell'Università di Altdorf, dove non sono mai entrato perché il bibliotecario di turno mi ricorda mio cognato.


Premessa: Sul Perché un Tileano Scriva di Nani

Ho passato sei settimane a Karak Norn, in attesa che la Vecchia Betsy — il dirigibile costruito dagli Ingegneri di Re Brock e battezzato con un nome che suonava già di destino — fosse pronta a salpare verso Karak Hirn. Sei settimane sono molte, anche per un magister abituato a lunghe attese in biblioteche umide. Le ho impiegate, in mancanza di meglio, scendendo nelle Volte Lunghe di Karak Norn, dove gli Ironbeard custodiscono il loro Libro dei Rancori in copia ufficiale e dove un loremaster particolarmente pesante di tabacco — un certo Thrund Doppia-Lente, che mi prese in simpatia perché gli citai a memoria una poesia di Grungni — mi permise di leggere quaranta pagine selezionate di un dossier che, secondo lui, "in altri Karak avrebbe già fatto incatenare un nano per averlo aperto a un umano."

Da quei quaranta fogli, e dalle conversazioni successive con il maestro di guerra Brakki Ferro-Pazzo — che parla raramente, e quando parla bestemmia in cinque dialetti khazalidiani — è nato il presente trattato. Esso ricostruisce un episodio che gli umani ignorano, che i nani non dimenticano, e che il professor Frederich Weirde dell'Università di Altdorf ha sfiorato due volte nei suoi Incunabula senza mai accorgersi del legame.

Il legame è un falco di pietra che sporge da una strada del Reikland.

Sotto quel falco c'è un titano addormentato. Sotto quel titano c'è un esercito sepolto. Sotto quell'esercito c'è la pazienza di Karak Hirn.

E sotto la pazienza di Karak Hirn c'è una domanda che nessuno fa mai: perché i nani, che predicano l'onore frontale, chiamano "Pietra Traditrice" un tradimento che è il loro?

A questa domanda dedicherò la fine del trattato. Le sezioni che precedono servono a meritarla.


Capitolo I: La Fonte e il Suo Errore — Frederich Weirde, gli "Incunabula", e la Confusione dei Nomi

Frederich

Devo cominciare dalla fonte, perché un magister che non dichiari le sue fonti è un cantastorie, e il cantastorie è la forma più antica del bugiardo.

Frederich "Old Weirde" Weirde è professore di storia militare all'Università di Altdorf, vive nel quartiere Schulergegend e — secondo voci che lui non smentisce mai — beve Estaliano d'annata al Crown and Two Chairmen della Strada delle Cento Taverne. È autore di due opere:

OperaFormaArgomentoStato
Old Weirde's TacticusTrattatoStrategia militare imperialeLettura obbligatoria nelle accademie. Lo lessi a Miragliano. È buono.
Old Weirde's IncunabulaPamphlets seriali, trent'anni di pubblicazioneLe razze e i popoli del mondo mortale: Re Tomba di Khemri, Pellverde, Uomini-Lucertola di Lustria, tribù del SettentrioneDisuguali. Brillanti quando l'autore parla di ciò che ha visto. Sconnessi quando ricostruisce di seconda mano.

Della terza opera che Weirde tentò di scrivere — sui Skaven, ratti che il volgo crede leggenda e l'Università nega per decreto — il manoscritto fu rubato. Rubato, dico, prima della pubblicazione: il che a un magister tileano basta a confermare l'esistenza dei ratti, perché solo ciò che esiste viene rubato con tanta diligenza.

L'errore di Weirde — l'errore in cui io stesso sono caduto inizialmente, e dal quale Thrund Doppia-Lente mi ha tratto fuori con una pazienza che presso i nani equivale a un atto d'amicizia — è stato confondere due re-sacerdoti del defunto regno di Nehekhara. Li elenco perché il lettore, se non li distingue, non capirà più nulla del seguito.

ReCittà-StatoVissutoMorteRisveglio
Rahmohtep, "Re Scarabeo"NumasMigliaia d'anni or sonoSepolto nella propria piramide insieme a seimila soldati della Legione dello Scarabeo, che si tolsero la vita per servirlo nell'oltretombaMai risorto secondo le fonti che ho potuto consultare. Riposa, per quanto la parola valga in quelle terre.
RahotepZandriMigliaia d'anni or sonoMorì come gli altri re di Nehekhara, dal rituale necromantico di Nagash che risuscitò tutti i morti della terra. Marciò a settentrione. Arrivò nel Reikland.

Weirde dedicò un Incunabulum a Rahmohtep — sulla base di reperti acquistati al Museo di Altdorf da mercanti Strigany — e ne ricostruì la figura con precisione apprezzabile: il broad-shouldered, dark-skinned, mascherato di scarabeo, la spada curva, il carro d'ebano e oro. Ma di Rahotep Weirde non scrisse mai il nome per esteso. Lo cita una volta, in una nota, come "un altro re-scarabeo i cui costrutti pare siano caduti in territorio del Reikland, in epoca imprecisata e per cagioni mal documentate."

Nota imprecisa. Cagioni perfettamente documentate — ma non ad Altdorf. A Karak Hirn.

E qui comincia la storia che Weirde non ha potuto raccontare, perché nessun nano vivente glielo avrebbe permesso.


Capitolo II: Rahotep di Zandri, ovvero Sul Risveglio di Nagash e sul Tedio dei Re Risorti

L'Antico Mondo all'epoca della marcia di Rahotep (c. -1500 CI, era della Guerra della Vendetta) — i Karak nani al loro apogeo, le città elfiche di Athel Toralien e Tor Lithanel ancora sulle coste settentrionali

Per chi non conosce Nehekhara — cioè per i quattro quinti dell'umanità — fornisco il minimo necessario, citando Weirde dove posso e correggendolo dove devo.

Nehekhara era, in ere remote, una civiltà fluviale del meridione, fondata sulle rive del Vitae (oggi Mortis, il fiume nero), specializzata in piramidi, mummificazione, e re-sacerdoti che si reputavano dèi. Aveva centinaia di città-stato, di cui le più grandi erano Khemri, Numas, Zandri, Lybaras, e altre. Ognuna aveva il suo re. Ogni re aveva il suo esercito. Ogni esercito veniva sepolto col proprio re alla morte, perché i Nehekhariani — che erano molte cose, ma mai modesti — non concepivano un signore senza scorta nemmeno nel sepolcro.

Rahotep di Zandri fu uno di questi re. La sua vita storica è poco interessante: lo dice perfino Weirde, che pure tendeva a romanzare i suoi soggetti. Morì in una data imprecisata, fu sepolto, e per molti secoli giacque tranquillo nella sua piramide-fortezza alla foce del Vitae.

Poi venne Nagash.

Nagash è il primo necromante della storia conosciuta, ed è il motivo per cui i preti di Morr sussultano quando sentono pronunciare la parola necromanzia in pubblico. Era egli stesso un re-sacerdote di Khemri, deposto, esiliato, e — quanto a rancore — pari a un nano dell'ottava generazione. Tornò, si scontrò con Nehekhara, perse, e nel perdere compì un rito che cambiò il continente: risuscitò ogni morto sepolto in terra di Nehekhara, dal soldato semplice al re-sacerdote, e li chiamò a sé.

Molti lo seguirono. Altri, risvegliati ma non comandati, si trovarono semplicemente vivi-non-vivi, in piedi nella propria piramide, con la propria armata fedele attorno, e — fatto cruciale — annoiati.

Questo è il dettaglio che Weirde sottolinea con la sua consueta sagacia: i re-sacerdoti tornati dalla morte non avevano fame, né freddo, né paura. Avevano solo tempo. E un re che ha tempo e seimila soldati a disposizione finisce sempre per fare due cose: costruire monumenti, e marciare.

Rahotep di Zandri fece entrambe.

Annoiato delle terre della propria nascita — ridotte, dopo Nagash, a sabbia muta e canne spettrali — Rahotep prese le sue legioni scheletriche e le sue statue di pietra ambulanti (i costrutti di cui gli artigiani di Zandri erano specialisti) e si mosse a nord, "alla ricerca di un avversario degno", come recita un'iscrizione recuperata dai mercanti Strigany e citata da Weirde in nota.

Avversario degno, nel lessico di un re-sacerdote nehekhariano, significava: chiunque avesse l'arroganza di non inginocchiarsi.


Capitolo III: La Marcia a Settentrione, e Sul Tedio di Trovare Solo Contadini

Statue da guerra di Rahotep — costrutti di pietra in marcia

La via di Rahotep dal sud al Reikland è stata ricostruita da Thrund Doppia-Lente sulla base di tre fonti:

FonteTipoAffidabilità
Il Libro dei Rancori di Karak Hirn (copia ufficiale a Karak Norn)Diario di guerra dei nani, scritto a posterioriMassima — i nani non inventano un rancore, perché un rancore inventato è un'offesa al rancore vero
Le Annotazioni di Brakki "Ferro-Pazzo" il Vecchio, ingegnere capo della spedizione, trasmesse in copia di copiaMemoria personale, in khazalid arcaicoBuona, salvo per il numero dei caduti, che ogni redazione successiva ha gonfiato di un terzo
Una mappa nehekhariana acquistata a Tilea dai Strigany e custodita a Karak Norn come repertoCartografia di Zandri, posteriore alla marcia di pochi decenniSospetta sui dettagli, attendibile sull'itinerario

Ricomponendo le tre fonti, la marcia procedette così:

L'esercito di Rahotep risalì la costa occidentale, passò attraverso le terre disabitate (o meglio: spopolate dal suo passaggio), traversò i Monti Apuccini per un valico oggi sigillato dalle frane, e penetrò nelle foreste dell'Empire primigenio — quello dell'epoca pre-imperiale, prima ancora di Sigismund il Conquistatore, prima ancora delle baronie. Vi trovò ciò che disprezzò.

Vi trovò villaggi. Vi trovò contadini. Vi trovò un'umanità "primitiva, sparsa, e priva di interesse strategico", come riferisce con disgusto la mummia che Weirde recuperò dalle casse del Museo di Altdorf in una sua tarda Incunabula.

Rahotep, deluso da una conquista che non sapeva di conquista, fece la cosa peggiore che un comandante possa fare in territorio nemico:

Si fermò.

Si accampò, dico, in una radura del Reikwald, e ordinò ai propri schiavi (perché i re-sacerdoti viaggiavano con schiavi vivi, oltre che con soldati morti) di costruirgli un obelisco. Un obelisco di sabbia-pietra di Zandri, alto cento piedi, da issare a celebrazione del proprio passaggio in quelle terre barbare.

L'obelisco, secondo Brakki, richiese diciotto giorni di costruzione.

Diciotto giorni.

In diciotto giorni un nano scava una galleria sotto un fiume, in diciotto giorni un nano erige una fonderia, in diciotto giorni — come si vedrà — un nano seppellisce un esercito.

Rahotep non sapeva di Karak Hirn. Karak Hirn, invece, sapeva benissimo di Rahotep.


Capitolo IV: Gli Ingegneri di Karak Hirn, ovvero Sull'Arte di Aspettare che il Nemico si Distragga

Il Karaz Ankor ai giorni nostri (c. 2520 CI) — di tutti i Karak antichi, solo pochi restano in mano ai nani: Karak Hirn nelle Montagne Nere, Karak Norn a settentrione, sopravvissuti dove molti altri sono caduti agli skaven o ai pellverde

Karak Hirn — Hornhold, "Rocca del Corno", così detta per la grande conca acustica che amplifica i corni di guerra fino a farli sentire a Wissenland nei giorni limpidi — è uno dei Karak meno conosciuti dagli umani, e questo va a vantaggio dei nani. Specializzato in ingegneria mineraria offensiva (una disciplina che consiste nello scavare gallerie sotto il nemico, anziché affrontarlo davanti), Karak Hirn ha una tradizione che risale all'Era dei Tre Imperi e che mai è stata abbandonata.

Quando le pattuglie di esploratori di Karak Hirn riferirono al Re del Corno (di cui le fonti naniche, per ragioni misteriose, omettono il nome — Brakki si limita a scrivere "il Re Antico") che un esercito di morti di pietra si era piantato in radura nel Reikwald e stava costruendo una guglia, il Re Antico convocò il Consiglio degli Ingegneri.

La discussione, riportata in modo straordinariamente dettagliato nel Libro dei Rancori, durò tre ore e mezza, suddivisa così:

ArgomentoDurataDecisione
Se attaccare frontalmenteMezz'oraNo. Costrutti di pietra immuni alla maggior parte delle armi.
Se ignorare il nemicoQuaranta minutiNo. Un esercito sepolto in terra del Reikland è un rancore latente: oggi annoiato, domani al cancello di Karak Hirn.
Se richiedere alleati umaniCinque minutiNo. "Non hanno la pazienza." (Citazione testuale.)
Se scavareUn'oraSì.
Cosa scavare, con cosa, e con quale caricaCinquanta minutiGalleria a Y rovesciata, quattordici piedi sotto la radura, riempita di polvere nera, granato esplosivo, e sale alchemico di Karak Hirn.

La cifra dei nani inviati — quattrocento ingegneri, di cui trenta ufficiali — fu decisa in tre minuti. Brakki Ferro-Pazzo guidava la spedizione.

I nani non si avvicinarono mai alla radura. Iniziarono lo scavo a sei leghe di distanza, da una grotta laterale del fiume Aver, e procedettero sotto la foresta a velocità che le mie note non riportano correttamente — ma Thrund mi assicura che la galleria principale fu completata in diciotto giorni, lo stesso tempo in cui Rahotep faceva ergere il proprio obelisco. Quanto questa coincidenza sia casuale, e quanto sia stata calcolata dagli ingegneri sulla base dei rapporti d'intelligence, è una questione che Brakki nelle sue note evita.

I nani, va detto, evitano molte questioni. Quando le evitano, è perché la risposta è imbarazzante per qualcuno — di solito, per il nemico.

Il diciottesimo giorno, all'alba, *mentre l'obelisco di Rahotep veniva consacrato dal liche-prete Adebakh in cima al Devoto di Ualatp — l'enorme Hierotitan a testa di vulture, alto centoquaranta piedi, costruito a immagine di un dio nehekhariano della morte e portato in marcia a guisa di colosso da guerra — gli ingegneri di Karak Hirn detonarono sette cariche simultanee, disposte secondo un disegno geometrico che Brakki paragona a "una stella a sette punte capovolta nelle viscere della terra."

La radura si aprì come un'enorme bocca.

Il Devoto di Ualatp — centoquaranta piedi di pietra arenaria, oro e bronzo, con il sacerdote mummificato Adebakh sigillato nel petto a mo' di cuore vivente — si inclinò, si afflosciò, e affondò nel terreno sino al copricapo. L'obelisco crollò in decine di frammenti. Migliaia di costrutti di pietra sprofondarono. Dei legionari scheletrici di Rahotep — quelli che non sprofondarono — la maggior parte fu travolta dalla seconda esplosione, predisposta lateralmente per sigillare le vie di fuga.

Della sorte personale di Rahotep, le fonti tacciono. Brakki annota: "Il Re Risorto fu visto per l'ultima volta in piedi sul proprio carro, ma il carro non c'era più sotto di lui, perché la terra l'aveva inghiottito."

I nani non cercarono il corpo. Non cercavano corpi. Cercavano silenzio, e l'avevano ottenuto.


Capitolo V: Ciò che Sporge Ancora, ovvero Il Falco di Mackenstein

Il Falco di Mackenstein, decorato con un elmetto imperiale

Della catastrofe di Rahotep, una sola cosa rimase visibile sopra la terra.

Il Hierotitan Devoto di Ualatp portava sul copricapo un'effigie scolpita: un falco, di pietra arenaria, simbolo del dio Ualatp. Quando il Devoto sprofondò, il falco rimase a sporgere. Rimane a sporgere, mi dice Thrund, ancora oggi.

Sta a metà strada fra Oberwald e Mackenstein, lungo una vecchia strada di foresta. I locali — che non sospettano nulla — lo chiamano il Falco di Mackenstein. Lo credono un cippo confinario di epoca imperiale, eretto da Sigismund il Conquistatore quando ridisegnò i territori delle baronie. La famiglia von Mackensen lo ha incorporato nella propria araldica e, nei giorni di leva, ne ha fatto un punto di raduno della milizia.

I soldati che partono per la guerra gli si rivolgono come a un nume. Lo salutano in partenza, lo pregano in transito, lo ringraziano al ritorno. Ai reggimenti vittoriosi è permesso di infilare un elmetto nemico sulla testa del falco — pratica che dura da quattro secoli e a cui i nani, se sapessero, riderebbero per altri quattrocento anni.

Perché il falco non è un cippo. Il falco è la testa di un titano sepolto. E nel petto del titano dorme — o forse non dorme — il liche-sacerdote Adebakh, che non è morto del tutto e che, secondo i custodi dei manuali di Morr, "è dimly aware" di chi passa sulla strada.

I contadini che si fermano a toccare il becco del falco "per veder chiaro la propria via", dunque, senza saperlo, toccano la corona di un dio nehekhariano addormentato. Adebakh probabilmente li sente. Cosa pensi della cosa, è oggetto di pura speculazione, e a Weirde — se mai lo avesse saputo — avrebbe fornito materia per un terzo Incunabulum che non arriverà mai sulla mia scrivania.

"E se si svegliasse?" domandai a Thrund, quando finii di leggere la pagina settantadue del Libro dei Rancori.

"Si è svegliato."

"Quando?"

"Tre volte. Sempre per poco. Sempre rimesso a dormire da qualcuno. Di solito un mago. Una volta, da un cannone di Nuln."

"E adesso?"

Thrund si tolse gli occhiali, li pulì con la falda della tunica, se li rimise. Poi disse:

"Adesso è di nuovo nostro problema. Perché la quarta volta — se viene — Karak Hirn non avrà più la pazienza di scavare di nuovo. Karak Hirn non ha più la stessa popolazione di allora. Karak Hirn non ha più gli ingegneri di Brakki. Karak Hirn ha solo il rancore, e il rancore senza scavatori è solo rabbia."

Annotai la frase. La conservo per quando saprò scriverne degnamente.


Capitolo VI: La Faida della Pietra Traditrice, ovvero La Domanda Che Nessuno Pone

Vengo finalmente alla questione che ho promesso al lettore in apertura, e che differenzia questo trattato da una semplice crónaca di battaglia.

I nani, nel Libro dei Rancori, non chiamano l'episodio "La Vittoria della Pazienza". Non lo chiamano "L'Astuzia del Re del Corno." Non lo chiamano "L'Inganno Riuscito."

Lo chiamano la Faida della Pietra TraditriceGrudge of Treacherous Stone, nella resa imperiale.

Ora si pensi a questo nome.

In senso letterale, la pietra — il terreno della radura — tradì l'esercito di Rahotep, aprendosi sotto i suoi piedi. Letteralmente, dunque, è la pietra a essere perfida.

Ma chi aveva caricato quella pietra di esplosivi? Chi aveva scavato la galleria? Chi aveva premeditato il tradimento per diciotto giorni?

I nani. Furono i nani a tradire. La pietra fu il loro strumento.

E tuttavia, nel nominare il rancore, i nani proiettano la propria perfidia sulla pietra stessa. Come se il terreno avesse deciso di aprirsi, come se gli ingegneri fossero stati semplici osservatori. Il nome della faida assolve i suoi autori, attribuendo l'inganno a un agente impersonale.

Ho discusso questo punto con Brakki Ferro-Pazzo l'ultima sera prima della partenza. Brakki — che non ama le sottigliezze ma le ascolta quando un magister gli ha pagato due birre — mi rispose così:

"Il rancore deve avere un nome. Il nome deve poter essere pronunciato in tribunale. Se chiamiamo la faida 'L'Inganno Riuscito', allora il giorno in cui Adebakh si sveglia e ci viene addosso, il loro rancore è legittimo: noi abbiamo cominciato. Se la chiamiamo 'La Pietra Traditrice', allora il rancore è della pietra, e il loro rancore contro di noi è infondato. Capisci, tileano? È diritto."

"È sofistica."

"È diritto. La sofistica la fate voi a Miragliano. Noi nominiamo, e nel nominare regoliamo."

Annotai, perché Brakki aveva una sua ragione. La sua ragione era questa:

Il nome non descrive l'evento. Il nome stabilisce le condizioni del prossimo evento.

Se Adebakh si svegliasse e marciasse su Karak Hirn, troverebbe i nani con un rancore minore al proprio. Loro hanno "la pietra che ha tradito". Lui ha "i nani che mi hanno seppellito due volte." Davanti a un giudice degli Antenati — se mai un giudice del genere esistesse — Karak Hirn avrebbe la causa già preparata: non noi, la pietra; non un'azione, un caso; non una guerra, un incidente geologico.

I nani, dunque, non hanno tradito Rahotep. Hanno organizzato il tradimento della pietra.

È una distinzione che farebbe arrossire il più ipocrita dei magister tileani. È perciò una distinzione che ammiro.

Mi rendo conto, scrivendo, di stare elogiando ciò che dovrei criticare. Ma la verità — quando la incontro — non la incontro mai dalla parte che mi aspettavo. Karak Hirn ha vinto una guerra di pazienza contro un nemico immortale, e ha confezionato una legittimazione retroattiva della propria vittoria attraverso il nominalismo del Libro dei Rancori. È filosofia applicata alla geologia bellica. Non l'avrei creduto possibile finché non l'ho letto.

E non avrei potuto leggerlo se Thrund Doppia-Lente non mi avesse aperto le quaranta pagine giuste, in cambio di una poesia di Grungni recitata a memoria.

Una poesia, contro un titano sepolto. Tileani: prendete nota. L'erudizione paga.


Conclusione: Su Cosa Resta da Imparare

A Karak Hirn — dove sto andando, e da dove sto attendendo, in questo momento, che la Vecchia Betsy concluda il suo carico — non parlerò di Rahotep. Brakki me lo ha proibito. "Tileano, se cominci a chiedere ai nani di Karak Hirn della Pietra Traditrice, finisci per vedere il loro Re corrugare la fronte. E un nano del Corno corrugato è un cittadino del Corno arrabbiato. E un cittadino del Corno arrabbiato è un debito mio, perché sei mio ospite e ti ho parlato troppo. Capisci?"

Capisco.

Riferisco dunque qui, in lingua reikspiel e in casa lontana dai Karak, ciò che ho appreso. Riferisco con tre avvertenze:

Prima: la storia è raccontata dal vincitore. Il Libro dei Rancori è una fonte parzialissima, e l'unica disponibile. Della prospettiva nehekhariana — di ciò che pensò Rahotep nell'attimo prima che la terra si aprisse, di ciò che ha pensato Adebakh nei millenni successivi, di ciò che pensò il Devoto di Ualatp mentre la sua gola si riempiva di radici e di terra — non sappiamo nulla, e non sapremo mai nulla. La voce dei perdenti è sempre, in tutte le storiografie umane (e anche naniche, e nehekhariane, e probabilmente persino brètonniche), la prima a essere persa.

Seconda: Frederich Weirde, che ho citato a sproposito tante volte, è un grande studioso e un onesto raccoglitore. Non sapeva di Rahotep perché non poteva saperlo: i nani non parlano agli uomini di queste cose, e le bibliografie del Reikland non sopperiscono a quel silenzio. Se mai dovessi incontrarlo al Crown and Two Chairmen, gli porterò una bottiglia di Estaliano d'annata e una copia del presente trattato. Probabilmente la rifiuterà — i grandi studiosi rifiutano tutto, fuorché il vino — ma la leggerà.

Terza: la faida non è chiusa. "Le faide naniche non si chiudono", mi disse Brakki. "Si trasferiscono." Se un giorno — fra cento, mille, diecimila anni — Adebakh si sveglierà davvero, la causa sarà ripresa dal punto in cui Brakki l'ha lasciata. E Karak Hirn dovrà rispondere non solo della prima sepoltura, ma anche di tutte le sepolture che un eventuale risveglio richiamerà in coscienza.

I nani vivono lunghi anni. I rancori vivono più lunghi.

E i tileani, che vivono pochi anni, scrivono dei rancori altrui per ricordare a se stessi che anche un esercito di pietra può essere fermato, se si ha la pazienza di lavorare di sotto invece che di sopra.

È, forse, il solo insegnamento militare che un magister di Miragliano possa onestamente trarre da Karak Hirn:

Non affrontare ciò che non puoi battere. Aspetta che si fermi. Poi scava.

Una lezione che — sospetto — Marcus Ghast ha già appreso da solo, in modi che non commenta. Una lezione che Oronzo applica, con minor rigore geologico ma uguale principio, ogni volta che vende un sacco di tessuti. Una lezione che Padre Giuliano, in qualità di prete di Myrmidia, riceve con freddo apprezzamento militare. Una lezione che Derryl, in qualità di nano, considera autoevidente e per la quale non comprende perché un magister tileano abbia dovuto scrivere undici pagine.

A Derryl rispondo, con la mia consueta arroganza scolastica: "Le ho scritte perché tu non le avresti mai scritte. E ciò che il nano sa, l'Impero non lo sa. E ciò che l'Impero non sa, prima o poi gli costa un'ambasciata."

Derryl mi guardò.

"Stai dicendo che hai scritto questo trattato per l'Impero, non per i nani?"

"Sì."

"Allora va bene. I nani non l'avrebbero letto comunque. L'Impero forse sì."

"Lo spero."

"Spera meno e scrivi meglio. È un consiglio nanico."

Lo annoto, perché un consiglio nanico — pagato in due birre, ottenuto in una sera — vale dieci trattati di Miragliano.


"Il falco di pietra sporge ancora dalla strada di Mackenstein. I cavalieri lo salutano. Gli scolari ci appoggiano la mano. Le contadine — non lo sapranno mai — hanno fatto figli sotto il suo sguardo per dieci generazioni. Il falco non si muove. Non ha bisogno di muoversi. Sotto di lui, c'è già tutto."
— Leonardo Isacco da Ponzacco,
Notitiae Karaknornenses, Annotazione di Margine n. 12


Fine del Trattato

Depositato in copia presso le Volte Lunghe di Karak Norn, dove Thrund Doppia-Lente ha promesso di archiviarlo nella sezione "Scritti Umani Meno Sbagliati di Quanto Ci Si Aspettasse." Una seconda copia è custodita nella bisaccia di Leonardo Isacco, ed è destinata — in futuro che spera prossimo — alla Biblioteca dell'Università di Altdorf, dove forse il professor Frederich Weirde, fra una bottiglia e l'altra al Crown and Two Chairmen, troverà il tempo di leggerla. Il trattato non gli darà ragione. Ma gli darà, almeno, un capitolo che non aveva.*