Capitolo I: L’Incarico e l’Ombra di Eppiswald
L'Arrivo a Eppiswald
L'aria fredda di Eppiswald accolse la compagnia con un silenzio innaturale, rotto solo dal gracchiare lontano dei corvi. Il villaggio, un pugno di case in legno scuro aggrappate al limitare della foresta, sembrava trattenere il respiro. Il viaggio da Nuln era stato lungo e fangoso, ma la vera missione iniziava ora. L'incarico ricevuto dal Tempio di Verena, tramite il soldato Aldebrand Mössbauer, era chiaro nella forma ma inquietante nella sostanza: trovare il Professor Friedermann Lessing, un luminare che non aveva mai fatto ritorno da quel luogo dimenticato dagli dei.
Il gruppo varcò la soglia della locanda "King Toad", un edificio che puzzava di birra stantia e disperazione. La proprietaria, Hilda Böhme, una donna forte segnata dalla vita e madre di ben 19 figli (tra cui il giovane Gerard che serviva ai tavoli con occhi bassi), li accolse con una diffidenza che nascondeva un dolore antico. Suo marito era stato ucciso dai banditi tre anni prima, e da allora Hilda guardava ogni straniero come un potenziale portatore di sventura.
Voci nel Silenzio
Eppiswald nascondeva segreti sotto la superficie di una vita rurale apparentemente tranquilla. Parlando con gli abitanti, la compagnia iniziò a scrostare la patina di omertà.
- Renata, la sacerdotessa di Rhya ed erborista locale, parlò di ombre che si muovevano tra gli alberi quando la luna era assente.
- Fritz Leng, il fabbro, ammise a mezza voce di aver riparato attrezzi che non sembravano fatti per l'agricoltura.
- Valman, il carpentiere, si fece il segno del martello solo a sentire nominare la foresta.
Emerse un quadro inquietante: si parlava di sparizioni misteriose, come quella di "Scarlet" Martin, un brigante svanito anni prima mentre era inseguito dal Capitano Heinz Weill della guardia stradale. Un urlo agghiacciante proveniente dal folto degli alberi aveva segnato la sua fine, e da allora nessuno osava avvicinarsi troppo al confine verde che separava il villaggio dall'ignoto.
La Foresta Proibita
Nonostante gli avvertimenti sussurrati e l'antico editto imperiale che chiudeva la foresta da cinquecento anni (sin dai tempi oscuri della Regina Magritta), la compagnia decise di addentrarsi nel folto. Era l'unico luogo dove Lessing poteva essere andato, l'unico luogo che chiamava a sé chi cercava risposte proibite.
La foresta non era un luogo naturale. Gli alberi crescevano contorti, come se soffrissero, e il muschio copriva le pietre come un sudario. Il silenzio venne improvvisamente squarciato da ululati feroci e grida stridule: un branco di Goblin su lupo scattò dalle ombre della vegetazione, sperando di cogliere la compagnia impreparata. Lo scontro fu rapido e brutale, ma la disciplina del gruppo prevalse, lasciando i predatori senza vita sul terreno fangoso prima di proseguire verso il cuore del mistero.
Guidati dalle tracce e da un istinto che sapeva di pericolo, giunsero al centro di una radura nebbiosa dove sorgeva un circolo di pietre antiche.
Lì, immobile e minacciosa come una sentinella eterna, stava un'armatura completa. Sul petto, il simbolo di Sigmar era inciso al contrario, sormontato da una testa infuocata: un'eresia forgiata nel metallo che sfidava ogni dogma.
Sulle pietre, una scritta funesta recitava:
“Che la tua presenza allontani tutti da Friedhhill.”
Quando la targa rituale venne distrutta, l’armatura svanì nel nulla, lasciando al suo posto solo la cruda realtà: i resti mortali del Professor Lessing e due metà di pietra incise. La ricerca dell'uomo era finita; la caccia alla verità era appena iniziata.