Capitolo XXXVII: La Corte di Pietra
"Non esiste protocollo scritto per presentarsi davanti a un re che vive dentro una montagna. Ma il protocollo non scritto è sempre lo stesso: tieni la bocca chiusa e le mani dove si vedono." — Derryl Duraksson, istruzioni al suo seguito umano

Il Protocollo della Montagna
La mattina dopo la risalita dalle Profondità, qualcuno bussò alla porta del Guest Village con la delicatezza di un martello da forgia.
Non era un martello da forgia. Era una nana — una delle Slayer della ciurma di Drong, con la cresta arancione piegata di lato dal sonno e un'espressione sul viso che suggeriva l'inutilità di qualsiasi resistenza. Afferrò Derryl per la collottola prima ancora che il nano finisse di infilarsi gli stivali, lo sollevò di mezzo palmo da terra e lo trascinò lungo il corridoio con la naturalezza di chi porta un sacco di farina al mulino.
Drong il Lungo lo aspettava seduto su un gradino di pietra, l'uncino di ferro appoggiato al ginocchio e il cappello da pirata posato accanto a lui con la cura di un amante. Lo Scudo Runico non era più al suo braccio — l'aveva già consegnato a qualcuno per la pulizia cerimoniale — e senza lo scudo Drong pareva più piccolo, più scarno, più simile a quello che era davvero: un nano di un metro e cinquantacinque che aveva visto morire metà della propria ciurma sotto la montagna e non aveva ancora avuto il tempo di piangerne nessuno.
"Ora andremo davanti al Re dei Nani," disse, e la voce gli uscì con quella serietà secca che riservava ai momenti in cui non stava recitando la parte del pirata. "Re dei Nani, Duraksson. Mi raccomando, visto che non mi sembri troppo avvezzo alle tradizioni — non so come si comportino a Zhufbar — cerchiamo di non fare scemezze. Deferenza. Inchinarsi. Parli solo quando ti è concesso."
Derryl annuì. Non era il momento di spiegare a Drong che a Zhufbar il protocollo di corte lo insegnavano ai bambini insieme all'alfabeto runico — e che lui l'aveva dimenticato quasi per intero dopo vent'anni di esilio. "Drong, guarda, faccio quello che fai te."
"In generale, per sicurezza, non parlare." Drong si rialzò e si rimise il cappello sulla testa con un gesto che valeva per sigillo. "E sei responsabile dei tuoi sottoposti. Vai a preparare il tuo seguito."
Derryl tornò alla stanza della compagnia con l'espressione di un caposquadra che ha appena ricevuto l'incarico più ingrato della sua carriera. Leonardo stava scrivendo appunti con la fretta di chi teme di dimenticare qualcosa prima ancora di averla imparata. Marcus si stava allacciando la giubba con la precisione di chi non ha bisogno di uno specchio. Oronzo stava valutando se fosse il caso di infilarsi un rubino in tasca per sicurezza.
"Allora," disse Derryl, e nella sua voce c'era il peso di un nano che deve controllare tre umani in una fortezza nanica. "Ora andiamo dal Re. Mi raccomando. Marcus, a te non dico niente perché tu sai come comportarti. Leonardo, tieni a freno la lingua. Oronzo, per favore, qualsiasi cosa ti passi per la testa, pensaci e poi non la fare."
"Ma anche noi siamo invitati?" chiese Leonardo, con la sorpresa di chi non si aspettava l'onore.
"Sì, ha convocato anche voi."
"Posso chiedere un chiarimento?" disse Oronzo. "Perché questo comando è molto generico."
Marcus si avvicinò a Oronzo e gli posò una mano sulla spalla con la fermezza del diplomatico. "Nel dubbio, quando ti viene in mente di dire o fare qualcosa, chiedi prima a me o a Derryl."
"Quello che ti ho detto è semplice," aggiunse Derryl. "Se pensi di fare qualcosa, conta fino a dieci e poi stai zitto."
Leonardo, che nel frattempo stava cercando negli scaffali della stanza qualcosa che non esisteva, alzò la testa. "La documentazione, il pamphlet su come ci si comporta a corte dei nani, dov'è? Avete un protocollo? Fatemi dare una letta."
Marcus lo guardò. "Lo devi sapere. È una conoscenza innata di tutti gli esseri viventi."
"Sono rimasto senza parole," disse Leonardo. "La conoscenza innata del protocollo nanico non la sappiamo. Quelli ruttano, quelli bevono la birra con la polvere da sparo..."
Prima di uscire, Marcus si avvicinò a Leonardo e gli parlò all'orecchio, con il tono che usava quando l'agente del Servizio parlava attraverso il mercante. "Una cosa molto apprezzata dall'ufficio postale, oltre alla mappa, sarebbero degli appunti sulle difese della fortezza. Cose più pratiche."
Leonardo annuì. "Prendo appunti sulle usanze del trono. Le includo nella mappa."
Marcus annuì di rimando e non corresse la riformulazione, perché con Leonardo le correzioni erano tempo perso e perché, in fondo, gli appunti sulle usanze del trono erano comunque materiale utile.
Il Ponte e la Sala
La discesa dal Guest Village alla parte nobile della fortezza era una lezione di architettura per sottrazione. Prima una scalinata larga come una strada di Nuln, con gradini scavati per piedi più corti e più larghi di quelli umani. Poi una piazza sotterranea, con colonne di granito scolpite e statue alte tre volte un uomo — nani di un'altra era, con barbe di pietra che arrivavano ai piedi delle nicchie. E infine, dopo un corridoio che girava a gomito, un ponte.
Il ponte era di pietra bianca, largo almeno otto metri, sospeso sopra un abisso di cui non si vedeva il fondo. Non aveva balaustra. Non aveva parapetto. Non aveva ringhiera. Non aveva nemmeno un corrimano. Era pietra nuda sopra il nulla, e ai lati il vuoto cadeva dritto nell'oscurità senza nemmeno la cortesia di un'eco.
Marcus si fermò al centro del ponte. Non per ammirare la vista — la vista era l'abisso — ma perché le gambe gli si erano bloccate con l'indipendenza di due arti che avevano deciso di non procedere senza il consenso esplicito del cervello.
"Ora mi spiego perché i nani non hanno colonizzato tutto il mondo," disse, con la voce di chi sta cercando di controllare qualcosa che non è la voce. "Essendo non molto agili, la maggior parte di loro ruzzola giù dalle scale e fa una brutta fine."
"È legato alla loro bassa demografia," osservò Leonardo, che camminava accanto a lui con la spensieratezza di chi non guarda mai in basso. "Sono troppo pochi per la conquista del mondo."
"Sono troppo pochi perché non essendo agili rotolano giù dalle scale. Non hanno balaustre, non hanno parapetti, non hanno corrimano. Il loro controllo demografico lo fanno per selezione naturale."
"Marcus," disse Derryl, che procedeva sul ponte con la sicurezza di chi è nato dentro una montagna, "noi non ne abbiamo bisogno. Sappiamo mettere un piede davanti all'altro."
"Io non ho paura di cadere, Mastro Nano," rispose Marcus, facendo un passo con la cautela di un funambolo. "Ho paura di sfracellarmi. È diverso. La caduta non mi fa paura. È l'atterraggio."
"Questa è una cosa saggia."
Lo spiazzo davanti alla sala del trono si aprì all'improvviso, come un sipario di pietra che si ritirasse. Due statue enormi — Grungni con la piccozza e la barba biforcuta, Valaya con l'ascia runica e lo sguardo materno — fiancheggiavano l'ingresso come sentinelle di un'altra era. Arazzi nanici pendevano dalle pareti, lunghi come vele di nave, ricamati con scene della fondazione di Karak Norn: nani che scavavano, nani che forgiavano, nani che combattevano pelleverde e creature senza nome. Uno degli arazzi, il più grande, mostrava un nano armato di martello che affrontava un drago.
Leonardo si fermò davanti a quell'arazzo come un pellegrino davanti a una reliquia. "Vedi?" sussurrò a Derryl. "Il drago. Non era solo una voce."
Derryl guardò l'arazzo, guardò Leonardo, e non disse niente. Il che, per Derryl, era una forma di risposta.
La coda per l'udienza era lunga, e in una fortezza nanica una coda lunga significava decine di nani che aspettavano in silenzio con la pazienza geologica della loro razza. La compagnia si accodò e aspettò.
Fu durante quell'attesa che un nano erudito si voltò dalla fila e notò Leonardo. Era un nano di una certa età, con la barba grigia ordinata e gli occhi vivaci di chi ha passato una vita a studiare cose che nessuno voleva ascoltare.
"Se vuoi un po' di delucidazioni sulla nostra cultura," disse il nano, con l'entusiasmo dell'esperto che ha fiutato un orecchio vergine, "fa sempre piacere trovare dei giovani umani che nella loro stoltezza si avvicinano alla grandezza della cultura nanica."
Leonardo si illuminò come un candelabro runico. "Evviva, un erudito logorroico come me! Mi racconti, mi presento..."
Il nano si chiamava Togrik, ed era un cantore — uno studioso dell'antica religione nanica e delle canzoni sacre. Stava cercando finanziamenti dal re per un nuovo libro sulle antiche vie sotterranee delle montagne del nord, e nel frattempo non perdeva occasione di istruire chiunque gli prestasse ascolto.
"Grungni," cominciò Togrik, con la voce rotonda del conferenziere nato, "il suo festival è ogni cento giorni. Il suo simbolo è una piccozza da minatore stilizzata con un elmetto piantato sulla testa, che copre anche la sua faccia e la sua barba biforcuta. Grungni è stato il primo fondatore e dio antico a risvegliarsi, fratello di Grimnir e Gazul."
Leonardo prendeva appunti con la velocità di un copista sotto scadenza. "E la barba fino ai piedi non è un po' scomoda? Non ci inciampa?"
"Quella barba soffice e morbida fluttua nell'aria," rispose Togrik, con la gravità di chi enuncia una verità cosmica, "generando vortici e turbini che sconquassano anche i mari."
"Oddio," mormorò Leonardo, scribacchiando. "Drongrundum. Che nomi difficili. Mi devo ripromettere di imparare un po' di khazalid."
La lezione proseguì così a lungo — Grungni, Valaya, la Gromthi Rinn, l'ascia Kradskonti, i templi nelle montagne del nord — che persino Drong, alle spalle della compagnia, parve quasi addormentarsi in piedi. Derryl ascoltava con un mezzo sorriso sotto la barba nera, il sorriso di chi sente raccontare storie che conosceva da bambino ma che non aveva sentito pronunciare con quella reverenza da decenni.
La grande sala del trono, quando finalmente vi entrarono, li accolse con il silenzio solenne dell'oro.
Le pareti erano coperte di metallo — oro, argento, bronzo — lavorato a rilievo con scene di battaglia e di forgia. Le colonne erano incise con rune che pulsavano di una luce tenue. Ma ciò che fermò tutti — Leonardo, Oronzo, Marcus — furono i candelabri. Migliaia di candelabri di cristallo di quarzo, appesi alle volte come un cielo capovolto, incisi ciascuno con rune della luce che li facevano brillare senza fiamma. L'intera sala era illuminata da una luce calda e stabile che non veniva da nessun fuoco e che non produceva fumo, come se i nani avessero trovato il modo di imbottigliare il sole dentro la pietra.
Oronzo guardò i candelabri con gli occhi del ricettatore.
"Mi scusi," chiese al nano che li guidava, "ma come fate a lucidarli?"
"Abbiamo delle apposite attrezzature per pulirli."
"Quindi vi arrampicate fin lassù e poi pietra a pietra..."
"Oronzo," sibilò Derryl, "non ti far venire in mente strane idee."
Il nano guida, che aveva la volubilità di tutti i ciceroni del mondo, proseguì con l'entusiasmo del catalogo vivente. "Guardate le rune della luce che illuminano questi bellissimi candelabri fatti di cristalli di quarzo, del valore... ognuno di essi ha un valore inestimabile."
"Inestimabile sarebbe quanto?" chiese Derryl, con la curiosità dell'ingegnere che non sa resistere alle stime.
"Ognuno di questi candelabri in oro sarà... almeno due chili d'oro ogni candelabro."
Leonardo dovette trattenere Oronzo per un gomito.
Il nano guida, incoraggiato dall'attenzione degli stranieri, proseguì con un dettaglio che Leonardo avrebbe annotato quella sera stessa nel suo diario. "Si dice che in tempi antichi, prima della fondazione," mormorò il nano, abbassando la voce come si fa con le vergogne di famiglia, "venivano usati degli speciali collari con una runa sopra. Nel caso il malcapitato schiavo avesse disobbedito agli ordini, il collare esplodeva."
"Questa storia della schiavitù ritorna ogni tanto," osservò Leonardo, con lo sguardo dello studioso che riconosce un pattern.
"Nell'Impero è stata bandita da secoli," disse Marcus, piano.
Leonardo si voltò verso Derryl. "Ma a Mastro Derryl non le dice niente la 'perfezione grezza' della pietra? Non le ricorda nessuna delle mie lezioni?"
"Certo. Ovviamente," rispose Derryl. "Ma come le ho sempre detto, lei lo sa, io lo so. È inutile che ce lo diciamo."
Lo Scudo Restituito

Il trono di Karak Norn era un blocco di granito scuro, intagliato a forma di montagna, con vene di mithril che correvano lungo i braccioli come fiumi di luce solida. Seduto sul trono, Re Brock Ironpick non assomigliava all'idea che Leonardo si era fatto di un re dei nani. Era relativamente giovane — centocinquant'anni, salito al trono nel 2467 dopo la morte del fratello Re Tholdaf nei livelli inferiori — e portava una barba ancora corta per gli standard della sua razza, il che in un re nanico era quasi un segno di imbarazzo generazionale. In mano reggeva una piccozza dalla cui testa sporgeva una pietra preziosa grande come un pugno.

Accanto a lui, sul trono minore, sedeva la Regina — cugina alla lontana di Drong, come Leonardo avrebbe scoperto poco dopo. Aveva un aspetto marziale, con stivali di ferro lucido e lo sguardo di una donna che sapeva usare la piccozza almeno quanto il marito. Non parlò. Non ne aveva bisogno.
Drong si avvicinò al trono per primo. Tutti i nani nella sala si inchinarono. Derryl li imitò con un gesto rapido e fece cenno ai compagni di fare altrettanto. Leonardo si inchinò con la curiosità dello studioso che prova un esercizio pratico. Oronzo si inchinò con la disinvoltura di chi si è inchinato davanti a gente peggiore. Marcus si inchinò con la precisione del diplomatico.
Lo scudo apparve portato da due Longbeards su un cuscino di velluto scuro. Lo avevano pulito: le rune brillavano di una luce tenue ma stabile, come se cent'anni di buio non fossero bastati a spegnerle. Drong lo prese dal cuscino con tutte e due le braccia — l'uncino si impigliò per un istante nel cinturino — e lo posò ai piedi del trono con un gesto che non era cerimoniale ma semplicemente vero.
"Oh, cugino," disse. "Ti ho portato quello che ti avevo promesso. Lo scudo di tuo padre."
Re Brock guardò lo scudo. Non lo toccò subito. Lo guardò come si guarda una cosa che si è persa da troppo tempo per riconoscerla e da troppo poco per averla dimenticata. "Oh, finalmente lo rivedo," disse, e nella sua voce c'era una nota che non era regale ma solo filiale. "Che ricordi."
Poi alzò lo sguardo su Drong, e il tono tornò quello del cugino. "Cugino, sembra che tu sia tornato vivo. Non sei riuscito a trovare la morte nei sotterranei. Ne sono quasi spiacente."
"Purtroppo no, nemmeno questa volta la morte mi ha preso," rispose Drong, con quel sorriso obliquo che era il suo modo di fare il funerale a se stesso. "Ma continuerò a provarci. Anzi, se vuoi, la prossima volta organizzo una bella spedizione lì sotto e finiamo di ripulire tutto."
"Shh," disse il re, abbassando la voce. "Non parlare ad alta voce di queste cose in queste sale. Altrimenti nani giovani potrebbero decidere di partire all'avventura."
Poi il re notò il seguito.
"Questo nano di Zhufbar, Duraksson, è venuto con il suo seguito per aiutarci," disse Drong, indicando Derryl con l'uncino. "Si sono dimostrati degli ottimi combattenti."
Re Brock studiò Derryl, poi studiò gli umani alle sue spalle. "Un nano di Zhufbar con un seguito umano. Voi siete molto eccentrici a prendere gli umani come servitori."
Marcus, che fino a quel momento era rimasto immobile con la disciplina del diplomatico in attesa, fece mezzo passo avanti. "Maestà, se mi è permesso dire alcune parole..."
Re Brock si voltò verso Derryl. "Fai parlare il tuo servitore, Mastro Duraksson?"
"Ser Marcus è una persona che ha dimostrato di essere molto abile in quello che fa e in quello che dice," rispose Derryl, con la solennità di chi sta recitando una parte che non ha provato.
"Altrimenti non lavorerebbe per te."
Marcus, sottovoce e senza muovere le labbra, mormorò: "È il contrario, ma va bene lo stesso."
Poi, con la voce del portavoce che sa dosare la deferenza, parlò. "Re Brock, è un grande onore per tutti noi essere stati ammessi al vostro cospetto, ed è stato un motivo di orgoglio poter aiutare Mastro Drong a recuperare lo scudo dei vostri padri."
"Questo uomo sa parlare bene e sa rivolgersi correttamente," osservò il re. "Bravo Mastro Duraksson, hai scelto bene."
"In realtà siamo compagni di viaggio di Mastro Duraksson," disse Marcus. "Non propriamente suoi servitori."
"Ah," disse il re. "Questo Drong non me l'aveva detto."
Marcus presentò la compagnia con la precisione di chi compila un rapporto ufficiale per il Servizio, ma con la grazia di chi sa che un re si annoia facilmente. "Abbiamo qui il maestro Leonardo Isacco, che si dà il caso sia un maestro del Collegio degli Ingegneri di Nuln."
Re Brock si drizzò sulla schiena. "Se avessi saputo che c'era una delegazione sarebbe stato diverso. Interessante. Lei rappresenta l'Accademia?"
"Sono un ingegnere del Collegio," rispose Leonardo, con quella modestia a metà fra il reale e il tattico che gli veniva bene quando non stava citando se stesso.
"Le solerti Poste Imperiali, Re Brock," disse Marcus, presentando se stesso con un inchino misurato. Poi, con un gesto verso Oronzo: "Oronzo Cassano della Casa, abile spadaccino tileano in viaggio di apprendimento."
Oronzo fece un passo avanti e, con la faccia di bronzo che solo un tileano dei bassifondi può avere davanti a un re, disse: "Nonché principe di Remas."
Il silenzio che seguì fu breve ma denso.
"Lei è il signore di Remas?" chiese Re Brock.
"La situazione è un pochino più complessa a Remas. Ci sono molti principi, ma mi pregio di essere uno di loro."
"Avete un padre molto prolifico."
Leonardo, che non poteva permettere un'imprecisione storica nemmeno davanti a un trono, intervenne. "A essere del tutto onesti, Remas è governata da un triumvirato. Tre persone scelte tra le famiglie più potenti in un concilio di cinquanta, estratti a sorte ogni anno come triumviri."
"È un po' come il nostro Concilio dei Re," osservò Brock, annuendo.
Il re parlò ancora di Togrik — "grande erudito e studioso della nostra antica religione, venuto per chiedere un finanziamento per il suo nuovo libro sulle antiche vie sotterranee" — e delle fortezze dimenticate sparse sotto le montagne del nord. "Ce ne sono tante, ormai dimenticate, che esistono solo nel nome. Ogni tanto mandiamo qualche spedizione a recuperarle. È sempre un lavoraccio."
Infine, con un gesto della mano che teneva la piccozza, Re Brock chiuse l'udienza. "Vi ringrazio per i servigi resi a Drong il Lungo. Vi permetterò di partecipare al banchetto che si terrà tra una settimana per la festa di Grungni. Raramente invitiamo persone di altre razze."
"Volentieri," disse Leonardo. "Sarebbe un'occasione per studiare i vostri usi e costumi."
Derryl gli pestò un piede.
La Sfida dello Slayer
Usciti dalla sala del trono, la compagnia si ritrovò nel corridoio con la leggerezza di chi è sopravvissuto a un esame.
"Scusate," disse Oronzo, camminando, "ma che vogliamo noi dal Re dei Nani?"
"C'è la scelta tra mille monete d'oro o il solito foglio di Marcus di presentazione," rispose Leonardo. "Indovina cosa avremo."
"Il passaggio in dirigibile è una trattativa in separata sede con Drong," precisò Marcus. "È una cosa che abbiamo già ottenuto."
La questione era un'altra: Karak Hirn. La compagnia doveva arrivarci, e Karak Hirn era chiusa agli stranieri come un pugno nanico.
"Il problema," disse Leonardo, "è che a Karak Hirn sono tradizionalisti. Usano solo le balestre, le asce, gli scudi. Non ci sono gli ingegneri."
"Sono tipo i mormoni dei nani," osservò Marcus.
Fu allora che Marcus si avvicinò a Drong con un'idea che aveva la forma di un favore e la sostanza di una trappola. "Mastro Drong, ho io la sfida. Un'intera compagnia di mercenari che sta per andare a infestare le terre di Karak Hirn."
Drong sollevò il mento. Il suo unico occhio si accese. "Questa è una buona idea. Sono forti questi mercenari? Non voglio gentaglia piccolina."
"Sono talmente forti che si vocifera abbiano anche un potentissimo mago con loro. Il loro archibugiere ci ha quasi sgominati tutti quanti."
"Si accompagnano anche a un mago oscuro," aggiunse Oronzo. "Dalle arti malefiche."
"Anche voi c'avete una maga oscura," fece notare Drong.
"Quello che stiamo cercando di affrontare traffica con i morti," disse Marcus.
"Che cosa sconcia."
Oronzo, con un lampo di coscienza insolitamente altruista, aggiunse: "In realtà mi sento un po' in colpa a tirarvi dentro a questo brutto guaio, Mastro Drong. Sono molto pericolosi. Non vorremmo mettervi nei guai..."
La risposta di Drong fu il suono di uno Slayer che ha appena ricevuto il regalo più bello della sua vita. "Ma che stai dicendo? Sarà uno spasso! Praticamente li userò come stuzzicadenti."
Si chiarì il piano di viaggio. Drong avrebbe accompagnato la compagnia con la Vecchia Betsy fino a Kazid Grungnaz, la fortezza nanica più vicina a Karak Hirn. Da lì a piedi, perché i tradizionalisti di Karak Hirn non volevano i dirigibili. "Non è che se arrivo a piedi non mi fanno entrare," disse Drong. "La mia famiglia è famiglia. L'unico problema è la macchina volante."
Leonardo respirò. "Allora la considero la nostra lettera di presentazione, Mastro Drong, se non si offende."
Drong lo guardò con quell'espressione che riservava ai momenti rari in cui qualcuno gli diceva qualcosa di intelligente. "Ti devo ringraziare, da Ponzacco. C'è stato un momento laggiù dove mi hai permesso di finire quel tizio dandomi una buona sistemata alla spalla. Bravo."
"Mastro Drong, lei m'ha assunto come medico di bordo. Lo sa che io mi cago addosso, non combatto."
"Non ti preoccupare. Ti prometto che non ti butterò fuori bordo."
Leonardo non seppe mai se fosse una promessa o una battuta. Con Drong la differenza era irrilevante.
La Festa e la Partenza

La settimana passò con la lentezza delle settimane che precedono una partenza.
Il banchetto del Festival di Grungni fu una cosa che Leonardo avrebbe voluto descrivere nei minimi dettagli nei suoi trattati, e che invece si risolse in una serata di osservazione a distanza. La compagnia fu ammessa alla festa — un onore rarissimo per non-nani — ma relegata in fondo alla sala, dove la birra arrivava già tiepida e dove il re era un puntino d'oro in lontananza. Non riuscirono ad avvicinare Brock personalmente. Nessuno se ne stupì. I nani invitano gli stranieri a tavola con la stessa generosità con cui li invitano a sedere: verso il fondo, lontano dalle portate buone, e possibilmente senza farsi sentire.
Durante la settimana, ognuno si occupò di ciò che sapeva fare meglio. Leonardo passò le giornate nell'officina di Alrik Nunnelson — ufficialmente per consulenze ingegneristiche, ufficiosamente per quell'apprendistato segreto che non poteva menzionare a nessuno e che gli bruciava in petto come la fiammata della lacrima di salamandra. Derryl studiò geologia con i maestri nanici della Gilda, approfondendo quei trattati sulle vene minerali che a Zhufbar avrebbe letto da solo. Oronzo si addestrò nel combattimento con le armi naniche, e in particolare nella stima delle gemme.
Perché le gemme erano la questione.
"E l'oro?" chiese Oronzo una sera, al tavolo del Martello d'Argento.
"Tempo al tempo," rispose Marcus.
"Le gemme valgono quaranta corone l'una," disse Oronzo, che le aveva fatte stimare da un gioielliere del Guest Village con la discrezione di chi compra un regalo di compleanno. "Ottimo prezzo. Ma conviene non venderle qui. Si portano meglio di centosessanta monete d'oro, e qui sono abituati alle pietre. Le valuterebbero meno di quello che valgono altrove."
Nessuno obiettò. Quando Oronzo parlava di pietre e di valutazioni, la compagnia aveva imparato a fidarsi come ci si fida di un orologio.
Il giorno della partenza arrivò con la rapidità delle cose attese a lungo. La Vecchia Betsy — il dirigibile di Drong — stava ormeggiata alla piattaforma esterna di Karak Norn, ancorata con catene di ferro alla roccia viva. Leonardo la vide e dovette sedersi. Non perché fosse stanco, ma perché una nave volante richiedeva un momento di contemplazione ingegneristica che le gambe in piedi non potevano garantire.
Drong li accolse a bordo con la hospitalità spiccativa del capitano pirata. "Siete legati da una lunga corda, tranquilli," disse, e il contesto della frase — che riguardava la minaccia scherzosa di appenderli sotto la chiglia se avessero fatto troppo chiasso — non tranquillizzò nessuno.
"Ma fighissimo!" esclamò Oronzo, sporgendosi dal parapetto. "Appeso lì sotto vedi tutto il panorama!"
"Non il panorama, ragazzi!" lo interruppe Leonardo, con la voce dello studioso che ha appena trovato il senso della propria vita. "Qual è la cosa più importante? Le mappe! Le mappe!"
La Vecchia Betsy si staccò dalla montagna con un tremito di catene e un sospiro di legno vecchio. Sotto di loro, Karak Norn si allontanò — prima la piattaforma, poi i bastioni, poi la montagna intera — e davanti si aprì il cielo dei Monti Grigi, grigio come il suo nome, vasto come una promessa che nessuno ha ancora mantenuto.
Direzione Kazid Grungnaz. E poi, a piedi, verso Karak Hirn.
Stato della Compagnia
Nuovi alleati:
- Togrik — Nano erudito, cantore e studioso dell'antica religione nanica, esperto di canzoni sacre. Sta scrivendo un libro sulle antiche vie sotterranee delle montagne del nord, finanziato saltuariamente da Re Brock. Potenziale fonte di conoscenze sulle fortezze dimenticate.
Riconoscimenti:
- Lo Scudo Runico del padre di Re Brock è stato formalmente restituito da Drong al Re nella sala del trono.
- La compagnia è stata ammessa al banchetto del Festival di Grungni — onore rarissimo per non-nani.
- Re Brock ha mostrato interesse per il Collegio degli Ingegneri di Nuln.
Piano di viaggio:
- La compagnia viaggia sulla Vecchia Betsy (dirigibile di Drong) verso Kazid Grungnaz, fortezza nanica vicina a Karak Hirn.
- Da Kazid Grungnaz proseguiranno a piedi verso Karak Hirn — Drong non può atterrare lì (i tradizionalisti rifiutano i dirigibili) ma può entrare a piedi con il proprio nome.
- Drong e i 15 Slayer superstiti accompagnano la compagnia. Drong ha accettato la sfida di affrontare i mercenari di Seyss-Inquart/Valentini sulla via per Karak Hirn.
Scoperte:
- La Sala del Trono di Karak Norn: illuminata da migliaia di candelabri di cristallo di quarzo con rune luminose, pareti coperte d'oro e argento.
- Re Brock Ironpick: ~150 anni, salito al trono nel 2467, barba ancora corta per gli standard nanici. La Regina ha aspetto marziale, stivali di ferro, piccozza con gemma enorme.
- Drong è cugino alla lontana della Regina.
- Togrik e le fortezze dimenticate: esistono antiche fortezze naniche sparse sotto le montagne del nord, periodicamente oggetto di spedizioni di recupero.
- I collari runici esplosivi: antica pratica nanica per il controllo degli schiavi umani, antecedente alla fondazione di Karak Norn.
Oggetti:
- Gemme stimate: 4 rubini e 4 smeraldi a 40 corone l'una (320 corone totali), non vendute — Oronzo consiglia di venderle altrove.
- Tutti gli oggetti precedenti confermati (Occhiali del Morto, Pipa del Morto, Spada di San Toswick, Tagliagole, sacca-mina di Marcus, Ratling Gun catturato).
Fili narrativi aperti:
- La partenza verso Karak Hirn via Kazid Grungnaz, con Drong e la ciurma Slayer
- L'intercettazione dei mercenari di Seyss-Inquart/Valentini sulla via per Karak Hirn — Drong li vuole come sfida
- L'apprendistato segreto di Leonardo con Alrik Nunnelson (lacrima di salamandra) — proseguito durante la settimana
- Bartek Tengansson (Loremaster di Karak Hirn) — minaccia politica per la lacrima di salamandra, e ostacolo all'ingresso
- L'infezione di Padre Giuliano — assente dalla scena, in cura al Guest Village
- I polmoni di Derryl — in fase di guarigione
- Il dissidio Marcus/Padre Giuliano — ancora sospeso
- La missione di Yannick Blank per Pfeildorf — in corso
- La maledizione della lastra rituale skavena — Gabrielle in ascolto
- Padre Richard prigioniero a San Quintus a Pfeildorf
- La taglia di 500 corone
- Il drago sotto Karak Norn — l'arazzo nella sala del trono conferma la tradizione
- Togrik e le antiche vie sotterranee del nord — possibile aggancio futuro
Situazione attuale: La compagnia è a bordo della Vecchia Betsy, in volo sopra i Monti Grigi verso Kazid Grungnaz. Drong e i 15 Slayer sono a bordo. Padre Giuliano e Gabrielle viaggiano con loro ma restano in disparte — il primo per la ferita, la seconda per quella solitudine che le maghe dell'Ametista portano come un mantello aggiuntivo. Leonardo ha le mappe in mano e gli occhi fuori dalla bordata. Marcus calcola tempi e distanze. Oronzo conta le gemme. Derryl fuma la Pipa del Morto e aspetta di vedere che effetto fa.
"A bordo della Vecchia Betsy ho capito due cose. La prima: il volo è la forma più pura di ingegneria, perché non perdona gli errori. La seconda: Drong il Lungo, nonostante tutto, è l'unico capitano che io abbia mai incontrato capace di volare dentro una montagna e uscirne vivo. Se avesse studiato a Nuln, sarebbe stato il migliore di noi." — Leonardo Isacco da Ponzacco, Appunti di volo sopra i Monti Grigi