Martelli da Guerra

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Capitolo XLI: Il Sangue dei Giusti

"Si dice che la maga abile rubi al nemico la spada. La maga grande gli ruba il volto. La maga somma gli ruba il nome che gli amici scrivono nelle lettere a casa. Quando una maga arriva a quel punto, gli amici a casa non sanno più chi piangere — perché la lettera che ricevono è scritta dalla mano sbagliata."Trattato di Marcellinus su Maghi, Imitatori e Sostituti, citato a memoria da Leonardo Isacco

Il Cambiamutua nel santuario che si chiude


La Caduta del Santuario

Il laboratorio della maga del caos era stretto e basso. Tubi di vetro pendevano dal soffitto come un'arpa rovesciata, alimentando una pietra viola che pulsava lenta sopra un piedistallo nero. Sul tavolo da lavoro, fra alambicchi sporchi e pergamene mezzo-bruciate, il pugnale di Yul-Kachun era ancora chiuso nel proprio sacello di vetro, immerso in un liquido del colore del vino guasto. Sulle pareti, gli specchi del Changeling si erano già messi a tremolare — segno che il loro padrone si stava ritirando nei propri specchi, prima che il santuario crollasse dietro di lui.

Marcus Ghast era in piedi, ma non era Marcus.

Tre minuti prima, il Cambiamutua aveva aperto la maschera-volto e aveva lanciato il proprio raggio arcobaleno sull'agente postale dell'Impero. Marcus aveva fatto un passo indietro e poi un passo dentro la luce, come uno che si sporge dal margine di un pozzo. Aveva sentito una voce dirgli, in una lingua antica che non aveva mai studiato eppure capiva, "Uccidili. Uccidili." Poi il pavimento del laboratorio si era aperto sotto di lui, e la creatura lo aveva sollevato dal di dentro e lo aveva ingoiato, e Marcus era tornato in uno stato di buio in cui la propria volontà era una candela in fondo a un pozzo molto profondo.

Quando aveva riaperto gli occhi, avevano colore. Erano azzurri, glaciali, con dei puntini regolari attorno all'iride — anche se, sul taccuino dove Leonardo gli aveva fatto descrivere se stesso a Nuln, Marcus li aveva dichiarati grigi. La candela in fondo al pozzo era ancora accesa. Era piccolissima.

Si era mosso contro la compagnia con la lentezza paziente del messaggero che ha imparato a non sprecare i propri colpi. Aveva schivato la presa nuda di Oronzo. Aveva ignorato la voce di Padre Giuliano che gli urlava di tenere la linea. Era passato dietro Derryl — Derryl che zoppicava, le tre ferite gravi della stanza dell'evocazione ancora aperte sotto le bende — e aveva sollevato la propria spada per piantargliela fra le scapole.

La Spada di San Toswick gli aveva risposto da sola. Oronzo, che da molti mesi portava l'arma sacra a Morr al fianco senza averla mai capita davvero, aveva visto la lama sollevarglisi nel pugno destro come se la vecchia spada avesse riconosciuto il proprio padrone in pericolo e avesse preso il comando della mano tileana. Il colpo era partito di rovescio, in alto, di pomello — non di taglio: la spada di Morr non taglia un compagno, lo richiama — e aveva preso Marcus alla tempia. Marcus era caduto col proprio acciaio fra le ginocchia, da uomo che si era quasi tirato addosso una spadata in testa. Era svenuto.

"Cazzo," aveva mormorato Derryl, con una voce che non aveva più sangue per fare i bestemmioni grossi. "A me mi sta un po' stretto."

A quel punto Padre Giuliano dell'Aquila, miles di Myrmidia, aveva fatto la cosa che aveva fatto ogni notte da quando si era unito alla compagnia, quando il combattimento si stringeva: aveva alzato il libro di Myrmidia con la mano libera, aveva detto a voce piatta "si tiene la linea", e si era piantato fra Derryl ferito e la maga del caos.

Della maga del caos restavano, in quel momento, le vesti rosso-porpora a brandelli e il bastone-pastorale spezzato. La donna era pallida, una stria di sangue dalla narice destra, gli occhi lucidi, sfiniti come quelli di un fabbro che è stato troppo a lungo davanti alla forgia. Padre Giuliano l'aveva riconosciuta come avversario coerente — un nemico stanco è ancora un nemico — e le aveva piantato la spada nel ventre con la sobrietà liturgica di un sacerdote che svuota la coppa al vespro.

Ed era a quel punto che, alle sue spalle, lui aveva sentito la voce di Gabrielle Marsner.

"Ferma," aveva detto Gabrielle. "È finita."

Padre Giuliano si era voltato. Gabrielle Marsner era in piedi al margine del laboratorio, intera, illesa, le pergamene del laboratorio strette al petto, il mantello viola pulito, gli occhi verdi acquosi che il miles conosceva da Karak Norn. Era tutto coerente — era il volto giusto, il mantello giusto, persino il modo di portare il polso destro un po' più alto del sinistro per via di una vecchia lussazione. Era Gabrielle che era stata salvata dal mantello viola animato il giorno prima. Era la Gabrielle che lui aveva tenuto sulla spalla durante la fuga dal Changeling. Era la Gabrielle che aveva visto Morr respingere alla porta. Era esattamente lei.

Ed era esattamente per questo che il dardo di Shyish gli era arrivato in gola senza che lui alzasse la spada per pararlo.

Padre Giuliano cadde in ginocchio sul pavimento bagnato del laboratorio, una mano ancora sulla spada piantata nel ventre della maga sfinita, l'altra che stava cercando di fare, sulla propria gola squarciata, l'ultimo segno della scure rovesciata. Riuscì a portare il pollice e il medio fino alla clavicola. Lì la mano si fermò. Il libro di Myrmidia gli era già scivolato dalle dita.

"Si tiene la linea," mormorò di nuovo, perché era l'ultima cosa che la dottrina gli concedeva di dire con onore. "Non si abbandona la formazione."

Poi cadde lateralmente, e fu morto.

Leonardo Isacco da Ponzacco, in fondo al laboratorio, vide Gabrielle Marsner abbassare il braccio — il braccio che aveva appena lanciato il dardo — e vide negli occhi di Gabrielle Marsner una cosa che gli occhi di Gabrielle Marsner non avevano mai avuto: la pupilla a mandorla della maga di Shyish corrotta che, fino a un istante prima, era stata sfinita e quasi disarmata dall'altra parte della stanza.

E in fondo al laboratorio, accanto alla colonna di vetro dove pulsava la pietra viola, vide il mantello viola autentico. Quello che si era animato per fare scudo a Gabrielle. Quello che Padre Giuliano, il giorno prima, aveva chiamato segno di Morr. Era piegato in terra, sporco di sangue, vuoto. Sotto, mezzo coperto dal velluto, c'era un corpo molto piccolo, ridotto, la pelle troppo bianca, gli occhi verdi acquosi aperti e fermi. Gabrielle Marsner — la vera — era caduta a un certo punto degli ultimi turni di scontro, e nessuno se n'era accorto. La maga aveva cambiato pelle.

Leonardo non disse niente. Non aveva fiato per nominare la cosa.

Oronzo Cassano, però, non aveva bisogno di fiato per nominarla. Aveva bisogno di una catena di vetro pendente.

Saltò sul tavolo da lavoro, e da lì, in due passi, sull'orlo della colonna di tubi. Una catena di vetro brillante stava attaccata al soffitto del laboratorio, alla forcella che sosteneva uno degli alambicchi: Oronzo l'afferrò con la mano sinistra. Lo Sventratore gli era già nella destra. Si lasciò andare. La catena tenne, oscillò, gli portò il corpo a sette piedi sopra il pavimento, sopra la donna che indossava ancora la faccia di Gabrielle Marsner. La donna si voltò un istante tardi.

"Per Morr," disse Oronzo, perché era la prima e ultima preghiera che il tileano sapeva fare in queste circostanze, "questa volta non ti respinge nessuno alla porta."

Atterrò sopra di lei in silenzio. La lama del'Sventratore le entrò nel ventre, dall'alto verso il basso, e poi, quando lui fu a terra dietro le sue spalle e lei stava ancora cadendo, le passò orizzontale sotto le costole. Gabrielle Marsner — la maga, la pelle rubata, la voce rubata, il mantello rubato — si spaccò all'altezza del fianco. Esplose in una fiammata bassa di luce viola di Shyish, come se tutto il vento di magia che la teneva insieme fosse stato un mantello cucito troppo stretto e si fosse strappato. Il velluto rubato cadde a terra dalle spalle, vuoto.

"Era la scrofa," disse Oronzo a se stesso, perché aveva bisogno di darle un nome non sacro. "L'ho infilzata come la scrofa che era. L'ho tagliata in due."

Si voltò, e vide il santuario crollarsi dietro di sé. Gli specchi del Changeling tremarono e si spensero uno a uno: l'Araldo si ritirava nel proprio Reame con la solennità di un funzionario che ha finito il proprio turno e chiude la cassa. La pietra viola sul piedistallo cessò di pulsare. Le pareti del laboratorio, che fino a un istante prima erano fatte di bolle illusorie iridescenti, si fecero pietra grigia, irregolare, normale. La porta sud — quella che la compagnia aveva attraversato per entrare al suono della pioggia di sangue — si riaprì da sola.

Leonardo si chinò sul corpo di Padre Giuliano e gli chiuse gli occhi col dorso del pollice. Poi si chinò sul corpo della vera Gabrielle, mezzo coperto dal velluto vuoto, e le chiuse gli occhi alla stessa maniera. Marcus, svenuto, gli pesava sulla spalla. Derryl, in piedi solo per la cocciutaggine nanica, si sosteneva alla parete con la mano libera. Oronzo recuperò il pugnale di Yul-Kachun dal sacello di vetro spaccato — non perché fosse certo che fosse il pugnale giusto della filastrocca, ma perché lasciarlo in un santuario crollato gli sembrava la peggiore delle alternative.

I quattro uscirono dalla porta sud, in quest'ordine: Leonardo che trascinava Marcus svenuto, Oronzo che sosteneva Derryl semicosciente sotto l'ascella destra. La porta si richiuse alle loro spalle. Quando Oronzo, dopo dieci passi, si voltò per controllare, la porta non c'era più. Al suo posto c'era una caverna normale nelle viscere della montagna, neanche tanto profonda. I corpi di Padre Giuliano e di Gabrielle Marsner restarono dentro, irraggiungibili, sigillati dietro la roccia che la maga del caos aveva chiamato santuario per cinque anni e che, ora che la maga era morta, era tornata a essere semplicemente roccia.

"Meno male, meno male ci si è portati via i vivi," mormorò Oronzo, con la voce che non gli usciva ancora intera. "Vabbè. Per quel posto dimenticato dagli dei — almeno i nostri, eh — meglio se rimane chiuso per sempre. Vai."

"Quindi i morti, i morti sono rimasti là," disse Leonardo, piano. Non era una domanda.

"Eh sì."

"Poveri disgraziati. Almeno la sepoltura la faremo in contumacia. Faremo senza corpi."

Oronzo si passò la mano sulla guancia destra, distratto, prima di accorgersi del gesto. Lo schiaffo di Gabrielle sul pavimento bagnato — quello rosso, il ricordo fisico delle tre giornate dentro il santuario — non c'era più. La pelle era tornata bianca. Oronzo restò un istante con la mano a mezz'aria, perché era il primo segno fisico che qualcosa, là dentro, era finito davvero.

Camminarono nella notte verso la riva est del fiume Tantar, dove la Vecchia Betsy era in riparazione.


La Cabina della Vecchia Betsy

La Vecchia Betsy era stata tirata mezza-secca su una piattaforma di tronchi che gli Slayer di Drong Skarsnikson avevano costruito nelle settantadue ore precedenti, mentre il resto della compagnia era in un labirinto fuori dalla geometria del Vecchio Mondo. Il gabbiano di latta del fronte di prua era stato saldato da capo. La camera del gas era stata svuotata, lavata, riarmata. Una nuova vela laterale, cucita con tela militare presa da Karak Hirn, sventolava ancora di troppi colori per essere nanica.

Drong era sui ponteggi con il martello pesante in pugno, un pezzo di trave fra le ginocchia, quando li vide arrivare. La sua faccia, sotto la barba rossa, fece tre cose in due secondi: contò i sopravvissuti, contò le ferite, contò i corpi mancanti. Si tolse il martello dal pugno e lo lasciò cadere sul ponteggio. Il rumore fu il più sobrio modo in cui un nano dell'Ironbreakers — anche uno Slayer in pensione informale — sapesse fare lutto a distanza.

La nana addetta alla cambusa, quella che giorni prima aveva pronunciato per la prima volta il nome di Thikad, vide Marcus svenuto sulla spalla di Leonardo e si fece il segno di Grungni con la mano farinosa. Poi si chiuse in cucina, sbattendo la portina. La conversazione del lutto, fra nani, si fa così.

Drong assegnò una cabina a poppa: la più asciutta, la più isolata. Tavolaccio di fortuna sul pavimento, due brande appoggiate alle pareti, una lanterna a olio appesa al soffitto basso. Marcus fu disteso sulla branda di sinistra, pallidissimo, una luce bluastra residua negli occhi anche da chiusi, come se la palpebra non bastasse a contenerla. Derryl fu disteso sul tavolaccio, perché di branda non ne avevano una abbastanza larga per il suo torace. Le sue vene erano estremamente evidenti su tutto il corpo: tratteggiate in inchiostro sotto la pelle, anche sulla fronte, anche sulle mani, anche sui polpacci — un disegno anatomico nero che fino al giorno prima non c'era.

Leonardo si lavò le mani in un bacile di acqua piovana. Poi posò sul tavolaccio gli ultimi strumenti del proprio armadietto da chirurgo: un bisturi ricurvo, una scodella di ottone, due forbici, un rotolo di garza pulita, un alambicco di tintura di iodio, un paio di sali ammoniacali in un'ampolla di vetro. Oronzo si mise in piedi dietro di lui, lo Sventratore appoggiato al muro a portata di mano, le braccia incrociate sul petto.

"Magari, eh," disse Leonardo, parlando a voce bassa per non svegliare Marcus, "se è una cosa magica ci posso far poco. Io cerco di curare i sintomi. Ma se è una cosa magica, lo schifo torna."

"Falla," disse Oronzo. "Falla comunque."

"Applico l'antichissima tecnica della chirurgia di un tempo. Incido. Purgo dallo schifo. Applico il poultice."

"E poi il poultice."

"E poi il poultice."

Era una formula. Se l'erano detti tempo prima a Wissendorf, davanti a un boscaiolo posseduto da un demone-cinghiale. Non aveva funzionato neanche allora, ma diceva alla coppia di mani che il chirurgo era ancora un chirurgo.

Leonardo fece la prima incisione sul braccio sinistro di Derryl, sotto il gomito, una linea pulita lunga due dita. Il sangue uscì, scuro come ferro, denso. Cominciò a scorrere lungo il braccio del nano con la lentezza affidabile del sangue ferito.

Poi, all'altezza del polso di Derryl, si fermò.

Si raccolse.

Si animò.

La pozzetta di sangue scuro sulla pelle del nano si compattò in un rilievo, e dal rilievo crebbe — in mezzo battito di palpebra di un chirurgo di trent'anni esperienza — una mano artigliata delle dimensioni di un pugno di bambino. Cinque dita, articolazioni nere, unghie sottili. La mano si girò verso Leonardo con la decisione di una cosa che non ha bisogno di pensare a cosa fare e gli scattò addosso.

Leonardo schivò di lato per un riflesso che sapeva di non avere. La mano-artiglio gli passò a tre dita dal viso. Mancò la presa, perse la propria coesione, ricadde sul tavolaccio come una cucchiaiata di marmellata di sangue. Poi rifluì, non si sa come, dentro la stessa incisione dalla quale era uscita, e tornò ad essere sangue di nano corrotto fino al prossimo richiamo.

Oronzo aveva già lo Sventratore in pugno. Non l'aveva usato. Non si sapeva contro cosa.

"Esce una mano artigliata fatta di sangue," disse Leonardo, a voce molto bassa, alla parete di fronte a sé, perché parlare alla parete è una tecnica accademica per non andare nel panico, "e cerca di farti del male. Ti aggredisce."

"Ti aggredisce," confermò Oronzo, come se fosse un dato climatico.

Leonardo si pulì le mani sul grembiule. Poi passò all'altra branda. Marcus dormiva con una smorfia. Leonardo gli aprì la palpebra destra col pollice e si avvicinò la lanterna agli occhi. Il bianco era pulito. L'iride era azzurra glaciale, con dei puntini regolari attorno alla pupilla, dieci puntini esatti, uno per ogni ora dell'orologio meno le due e le otto. Sulla pagina del taccuino che Marcus gli aveva dettato a Nuln il primo giorno della loro conoscenza, alla voce colore degli occhi, Leonardo aveva trascritto a propria mano: grigi.

Niente quarto braccio. Niente occhio sulla fronte. Niente stella a otto punte. Niente mutazione visibile. Solo il colore degli occhi cambiato, e i puntini regolari, e la luce bluastra che restava sotto la palpebra anche quando l'occhio si chiudeva.

"C'è qualcosa che t'è rimasto addosso, Marcus," disse Leonardo, a se stesso, a voce molto bassa. "Qualcosa che la chirurgia non taglia fuori."

Oronzo aprì il sale ammoniacale, lo passò sotto il naso del messaggero, e cominciò a far rinvenire l'agente postale dell'Impero con la pazienza brusca con cui, anni prima a Pfeildorf, lo aveva tirato fuori da un magazzino vuoto.


Il Risveglio di Marcus

Gabrielle Marsner — in memoriam

Marcus rinvenne di soprassalto. Urlò. Si tirò su a sedere sulla branda così di scatto che la lanterna oscillò. Aveva ancora la mano sinistra al collo, come se cercasse di afferrare qualcosa che gli stava attorno alla gola e che non c'era più da almeno un'ora. Il primo dato sensoriale che il suo corpo ebbe disponibile non fu il dolore — anche se aveva ferite gravi al collo e alla coscia destra — ma il gelo nelle ossa. Un freddo sottile, regolare, distribuito uniformemente, come se le sue ossa fossero state tenute per qualche ora a mollo in acqua di neve.

Si guardò intorno. Cabina, brande, lanterna, Leonardo, Oronzo. Allungò la mano destra e toccò la lanterna — calda. Toccò la propria spalla — solida. Toccò la branda — sola.

"Tocco le cose," mormorò, a voce roca, alla soffitta della cabina, "per vedere se corrispondono a ciò che dovrebbero essere. O è un'altra illusione."

"Oh," disse Oronzo, che gli stava a un piede di distanza con la fiala dei sali, "meno male sei vivo."

Marcus chiuse gli occhi. Poi li riaprì. La candela in fondo al pozzo della propria volontà era ancora accesa. Aveva paura di dirlo a voce alta.

"Ne siamo usciti," disse Leonardo, con la voce piatta del chirurgo che dà il bilancio della propria sala operatoria, "ma a un prezzo altissimo. Gabrielle e Padre Giuliano sono morti."

Marcus chiuse gli occhi. Li tenne chiusi un secondo intero. Quando li riaprì, l'azzurro glaciale era leggermente più cupo. Stava facendo dei conti.

"Io non ricordo niente," disse, "dopo che ho provato a uccidere la strega. Credo che mi abbiano abbattuto. L'ultima cosa che ricordo è stato che colpivo la maga."

"Non solo," disse Leonardo. "Sei ritornato con degli strani occhi blu e hai cercato di picchiarci."

Marcus aprì la bocca, poi la chiuse. Poi la riaprì.

"Non ero in me."

"Ne siamo certi," disse Oronzo. "L'ultima cosa che ti abbiamo visto fare è stato cercare di sgozzare Derryl alle spalle. L'arma sacra di Morr ti ha respinto in faccia. Sei caduto come un sacco. È stata una cosa quasi liturgica."

Marcus si premette il pollice contro la tempia. Sentiva il bernoccolo. Era un bernoccolo che aveva senso.

"Ma purtroppo," riprese Leonardo, e qui dovette fare una pausa per scegliere le parole, perché era la frase che avrebbe dovuto raccontare a Marcus la cosa più sbagliata della loro intera storia insieme, "Gabrielle, a un certo punto, è caduta. E la maga è diventata Gabrielle."

Marcus si portò la mano destra alla bocca. La tenne lì per dieci secondi pieni. Quando la levò, parlò con la voce dell'agente postale che ha già ripreso a fare i conti del proprio carico.

"L'avete presa," disse, "la maga? La strega?"

"Sì, sì, sì," disse Oronzo. La voce non gli usciva ancora intera. "L'ho presa e l'ho infilzata come la scrofa che era."

"Hai controllato che fosse morta?"

"Abbastanza, era morta. L'ho tagliata in due."

"Ottimo lavoro."

"Abbiamo perso Gabrielle e Giuliano," disse Leonardo. "Giuliano ha combattuto valorosamente. Si è piantato fra Derryl e la maga. È morto in linea, come voleva la propria dottrina."

"Per la prima e ultima volta nella sua vita," disse Oronzo, e non era scherno: era affetto da tileano, era il modo con cui un uomo come Oronzo riconosce a un miles myrmidiano un coraggio che, fino a quel giorno, gli aveva sempre attribuito a parole. "Forse mi limiterò a mandargli un messaggio. Per la prossima vita."

Pausa lunga.

Padre Giuliano dell'Aquila — in memoriam

Marcus, dopo un tempo difficile da misurare, parlò di nuovo. La propria voce gli sembrava prestata da qualcun altro che, dentro di lui, parlava solo quando lui stava ancora pensando.

"Quando il Cambiamutua mi ha colpito," disse, "non sono caduto nel buio. Sono caduto in un odore di zucchero bruciato. E in una lingua antica, che non ho mai studiato, e che però ho capito. Il signore oscuro mi ha detto: Uccidili. Uccidili. Mi ha preso e mi ha letteralmente sollevato. Mi ha ingoiato. Sono tornato in uno stato di buio. Non controllavo le mani. Non controllavo la spada. Non controllavo niente."

Leonardo gli rovistava intanto nelle ferite con la brutalità diagnostica del chirurgo che non ha ancora capito se sta lavorando su un compagno o su un campione. Lo schizzo di tintura di iodio sulla coscia destra fu accolto con una bestemmia.

"Leonardo," disse Marcus, a denti stretti, "le dita. Fuori dalle ferite. Cortesemente."

"Sto cercando i puntini," rispose Leonardo, senza alzare la testa, "sull'iride. Per inciso, sono dieci. A Nuln, quando ti ho preso le misure la prima volta, avevi dichiarato gli occhi grigi. Ora sono azzurro glaciale. Il mio taccuino non si sbaglia mai sulla descrizione della prima visita. Quindi una delle due cose è cambiata. E non è il taccuino."

Marcus si zittì. Si guardò le mani sopra la branda.

"C'è qualcosa che t'è rimasto addosso, Marcus," disse Leonardo. "Te lo dico perché tu lo sappia. Non perché io sappia cosa farne."

Marcus rifletté un istante. Poi si voltò verso Oronzo.

"Tenetemi ammanettato," disse, con una calma che fece più male di un'urlata. "Finché non ne sapremo qualcosa di più. Se dovessi sgozzarvi nel sonno sarebbe parecchio peggio, no?"

"Devo essere sincero," disse Oronzo, dopo un istante, "dopo che ti abbiamo visto combattere contro di noi, non mi fai paura. Sei arrivato per uccidere Derryl alle spalle e ti sei praticamente dato la spadata in testa."

"Magari ero io," disse Marcus, "che resistevo al comando."

"O forse," disse Leonardo, senza alzare gli occhi, "fai schifo a tirare a segno."

Marcus rise. Fu una risata di mezzo secondo. Si interruppe da sola. Tese i polsi.

Oronzo, dopo un momento di esitazione, prese le manette.


La Decisione del Rogo

Leonardo trascorse la mezz'ora successiva a costruire uno strumento. Prese un manico di scopa dalla cambusa, ci legò all'estremità un ago da chirurgo con tre giri di spago bianco, controllò che la punta dell'ago oltrepassasse il legno di tre dita. Era uno strumento volgare. Ma gli permetteva di praticare un'incisione su un nano possibilmente posseduto a due metri di distanza dal nano possibilmente posseduto, e, come Leonardo aveva detto a voce bassa fra sé, "in chirurgia diagnostica, due metri sono già una specie di carriera."

Marcus, ammanettato alla colonna della cabina, guardava. Oronzo, accanto a Leonardo, teneva un bicchiere di vetro pulito in mano.

Leonardo si avvicinò di lato al tavolaccio di Derryl, allungò il bastone, e fece la seconda incisione del giorno sul fianco destro del nano, perpendicolare alle vene tratteggiate. Il sangue scuro uscì subito.

Stavolta, però, non si raccolse in una mano. Si raccolse in un dardo.

Partì come un proiettile di fionda. Schizzò orizzontale dal fianco di Derryl, attraversò la cabina, e prese Marcus al braccio destro, attraverso il giubbotto di cuoio, due dita sopra la manetta. Marcus scattò all'indietro, si premette contro la colonna. Lividura nera istantanea sulla pelle. Niente penetrazione: il giubbotto aveva tenuto.

"Ah," disse Marcus, a denti stretti, "benissimo. Allora siamo in due."

"Tirati su la giacca," disse Leonardo.

Marcus si tolse il giubbotto col braccio sinistro. Sotto, sul pavimento di tavole, il proiettile di sangue strisciava per terra come un verme. Movimento netto, intenzionale, senza lentezza. Si dirigeva verso il talloncino della porta.

Oronzo si chinò con il bicchiere. Lo capovolse sopra il verme con il gesto pratico con cui si intrappola un ragno. Il verme batté tre volte contro il vetro. Premette. Cercò di passare sotto il bordo. Non ci riuscì. Restò là sotto, una pozzetta scura che si muoveva in piccoli scatti.

"È una sanguisuga," disse Marcus, con una voce molto sobria, guardando il bicchiere, "che pensa."

Oronzo non rispose. La cosa nel bicchiere era abbastanza autoesplicativa.

I tre uomini si guardarono. Realizzarono, contemporaneamente, la stessa cosa. Non era una mutazione. Non era una corruzione del corpo. Era una possessione demoniaca, e l'ospite del demone era il sangue stesso di Derryl. Non c'era un quarto braccio da tagliare. C'era un'entità intelligente che usava il corpo del nano come una caraffa.

"Le fiamme," disse Oronzo, dopo un istante, "purificano l'anima. E uccidono gli esseri demoniaci."

Leonardo non rispose subito. Aveva passato due ore a curare quel nano nelle ultime trenta ore. Si chinò sul tavolaccio. Posò la mano sulla testa di Derryl, sulla fronte fra le vene tratteggiate. Sentiva il polso troppo veloce. Sentiva la febbre. Sentiva, anche, un compagno.

"Mi rimetto a voi," disse Leonardo, voce bassa. "Mi sono anche un po' affezionato. Non ce la faccio io a deciderlo."

Oronzo capì. Marcus capì. Marcus, ammanettato alla colonna, si tolse uno dei propri spilli da messaggero e lo passò di nascosto fra i denti — l'avrebbe usato dopo per scriverlo, se serviva, sulla carta da lettera.

Marcus si fece slegare la manetta destra. Andò sul ponte.

Drong era ancora in piedi sui ponteggi, anche se era notte fonda e avrebbe potuto dormire. Stava rifilando una trave con la pialla. Marcus salì, gli si avvicinò, gli scosse la testa una sola volta con la lentezza che i Sigmariti riservano alle cattive notizie ai parenti delle vittime.

"È il caso che tu venga giù a vedere," disse Marcus.

Drong lasciò la pialla sul ponteggio. Scese.

Quando vide il bicchiere — il proiettile di sangue scuro che batteva contro il vetro — la barba rossa di Drong fece la seconda cosa che le barbe rosse dei nani Skarsnikson fanno quando vedono un proprio amico violato: si alzò di rabbia. Drong si voltò verso il muro della cabina, alzò la sinistra — l'unica che gli restava — e diede una manata al mobile dei vasellami. Il mobile si spaccò in tre pezzi. Tre tazze rotolarono per terra.

"Cos'è questa stregoneria?!" urlò Drong. "Stregonerie maledette! Profanare il corpo di uno di noi!"

"Buono, buono," disse Leonardo, "già ti manca una mano. Non danneggiare anche quella che ti rimane."

Marcus prese parola con la calma del sigmarita di campo. Era la prima volta che la coscienza nuova del posseduto e la coscienza vecchia del messaggero coincidevano in una stessa frase.

"Il nostro popolo è convinto," disse Marcus a Drong, "che la fiamma purifichi la carne, e dia libertà all'anima corrotta. Se è quello che il vostro popolo richiede per Derryl, non vi metteremo nessun ostacolo."

"Costruiremo una pira," disse Drong. La voce non gli era più di rabbia. Era di lutto. "Per salutare il nostro amico." Pausa. "O — se voi mi date il tempo — io lo porto ai miei Forgiarune. I saggi del nostro popolo. Forse loro lo sapranno aprire prima di chiuderlo."

Marcus annuì.

"Però sappi questo, Drong," disse, "e voglio che lo sappia tutto il tuo equipaggio. Mi sono preso in carico personalmente di vendicarlo. Chi ha fatto questo ha pagato. A Derryl è successo perché era con noi. È un debito mio."

Drong fissò Marcus negli occhi azzurri glaciali. Capì. Non disse niente. Salì sul ponte, andò a cercare un secondo nano per costruire la gabbia.

Marcus, dopo Drong, andò da Thyssen.

Thyssen — il cacciatore di streghe sigmarita imbarcato a Karak Norn — era sul ponte di poppa, una pipa spenta fra le labbra, gli occhi abituati al buio. Aveva imbracciato la balestra leggera per tutta la sera. Marcus gli si sedette accanto su uno sgabello. Gli porse il viso, senza chiedere il permesso. Thyssen avvicinò la lanterna agli occhi del messaggero.

"Tu hai sempre avuto gli occhi azzurri," disse Thyssen, dopo dieci secondi, "così azzurri?"

"Non mi vedo i miei occhi, Thyssen," disse Marcus.

"Il problema attuale è questo," disse Thyssen, posando la lanterna. "Non possiamo permettere a quel nano di riprendere conoscenza. Se qui ci fossero dei cacciatori di streghe l'avrebbero già preso e messo al rogo." Pausa. "E tu — se ci fossero dei cacciatori di streghe ti avrebbero già preso e messo al rogo."

"Lo supponevo," disse Marcus, con la voce piatta.

"L'unica cosa che posso proporti è scoprire se questa cosa che ti è successa ancora alberga dentro di te. Se alberga, non ho idea di come risolverla. Dovremmo andare a un tempio di Shallya, probabilmente. O sperare che i nani abbiano conoscenze di queste cose."

"O un tempio di Taal," disse Marcus, perché si ricordava di un tempio nelle foreste a sud che Leonardo aveva nominato a passo lento durante la fuga dal santuario. "Drong ha detto che ne conosce uno fuori Kreutzhofen. Dice che lui stesso non si fida dei sacerdoti di Taal. Ma è il tempio più vicino."

"Allora andateci," disse Thyssen. "Io non scendo. La mia presenza, in un tempio di Taal con un nano corrotto e un messaggero posseduto, finirebbe a sciabolate molto prima del responso. Vi aspetterò sulla nave."

Più tardi, in cabina, Marcus si fece dare carta e calamaio.

"Mi servono due ore," disse, "perché devo scrivere agli ordini. Verena, Sigmar, l'Ordine del Corvo di Morr — quello che ha preso la Petacci a Nuln, vi ricordate. E alla maestra di Gabrielle dell'Ordine di Ametista, perché qualcuno deve dirle che la sua allieva è caduta. Le farò rileggere a te, Leonardo. Voglio essere sicuro che ciò che voglio scrivere sia ciò che viene scritto. Non vorrei che..."

"Ti rileggo io," disse Leonardo. "Anche tre volte se serve."

Marcus annuì. Cominciò la prima lettera. La mano, fortunatamente, gli ubbidiva ancora. Aveva paura del giorno in cui non gli avrebbe più ubbidito.

A un certo punto, fra una lettera e l'altra, alzò la testa e disse, parlando alla parete:

"Se devo andarmene, preferisco andarmene nelle mie terre. Ho dedicato la mia vita alla salvaguardia dell'Impero. Vorrei almeno morirci, se proprio devo."

Leonardo non rispose. Aveva aperto, fra una rilettura e l'altra, il taccuino. Stava facendo uno schizzo del pugnale di Yul-Kachun che Oronzo aveva messo sul tavolo: una pataccona a forma di pugnale, con ali storte impresse sull'impugnatura e mille piccoli occhi cesellati nella lama.

Schizzo del pugnale di Yul-Kachun (Leonardo, taccuino)

"Non so se si possa utilizzare questo pugnale," disse Leonardo, a voce bassa, "perché — la filastrocca dello Scorticatore Rosso fa una descrizione molto blanda. Probabilmente è un'arma rituale. Non è fatta per combattere. Anche perché se la impugni, ti fai male."

"Faccio presente," disse Oronzo, "di non maneggiarlo troppo, perché nella filastrocca c'è il demone imprigionato dentro. Anche lì."

"Anche lì," concesse Leonardo.

"Mah," disse Marcus, riprendendo la penna, "la filastrocca aveva preso qualcosa di vero, però. Anche se solo a grandi linee."

"Va ristrutturato il gruppo," aggiunse Marcus dopo un momento, parlando più alla penna che ai compagni, "in qualche modo. Perché così, quattro pezzi e mezzo, è proprio al di sopra delle nostre misere capacità."

A nessuno degli altri due venne in mente come obiettare.

A Leonardo venne in mente un'altra cosa. Sollevò la testa dal disegno e disse: "A proposito. Quando voleremo sopra il mare, dovremmo prendere il Calice dell'Ira e gettarlo dal dirigibile. Nei flutti. Tutti i trattati di reliquiari concordano su una cosa sola: gli oggetti maledetti si chiamano fra loro, prima o poi si radunano nelle stesse mani, e a quel punto, di solito, non sono mani amiche."

Oronzo lo guardò di traverso. "E noi ne abbiamo già due in casa."

"Esatto. Per questo," disse Leonardo, "propongo di averne uno solo. E che sia il pugnale, non il Calice."

La proposta del Calice rimase in sospeso. Il dirigibile, intanto, si stava sollevando dalla riva est del Tantar con la nuova vela laterale che sventolava troppi colori. La rotta era stata tracciata a matita sulla mappa di Drong: a sud-ovest, oltre i contrafforti di Karak Hirn, fino alle foreste fluviali di Kreutzhofen. Il tempio di Taal più a sud dell'Impero li aspettava in una radura.


Il Tempio di Taal

Padre Runolf Ogmork del tempio di Taal

La Vecchia Betsy scese in una radura della foresta a sud di Kreutzhofen un'ora dopo il sorgere del sole. La radura era circondata da querce alte, vecchie almeno tre secoli, con i rami intrecciati a cattedrale sopra il terreno. Al centro della radura, un edificio di rovi, legno e alberi messi insieme — non costruito contro la foresta, ma con la foresta: le travi erano alberi vivi, le mura erano siepi cresciute fitte, il tetto era copertura di rami con muschio. A metà della radura, un cippo di pietra grigia con una accetta piantata verticale al centro, lama nel terreno, manico verso il cielo. Odore di frutti di bosco, muschio, vino aromatico. Era il tempio di Taal più a sud dell'Impero.

Dalla struttura arborea uscirono in fila tre uomini vestiti di foglie. Avevano l'aspetto di barboni gentili: capelli intrecciati con ramoscelli, barbe lunghe pulite, vesti di tela con foglie cucite addosso, niente armi visibili. Il più anziano dei tre — capelli bianchi, barba bianca, occhio destro un po' opaco di cataratta cominciata — si fece avanti con un sorriso piano. Aveva un bastone di nocciolo in mano, ma più per appoggio che per autorità.

"Benvenuti," disse, "nel tempio di Taal più a sud dell'Impero. Chi l'avrebbe mai detto che dei nani si sarebbero spinti fin qui. Chi siete?"

Marcus fece un passo avanti. Aveva ancora una manetta al polso sinistro, l'altra metà chiusa nella manica perché non si vedesse. Aveva preparato l'excursus durante il viaggio.

"Mi chiamo Marcus," disse. "Agente postale dell'Impero, con licenza viaggio. I miei compagni — Leonardo Isacco, studioso e chirurgo, Oronzo Cassano, mercante. Il quarto, Derryl, è gravemente ferito. Hanno avuto la gentilezza di accompagnarci dei nani della Vecchia Betsy. Purtroppo abbiamo bisogno del vostro aiuto. Sperando che possiate darcelo. O darmelo nello specifico."

Marcus tagliò i nomi dei caduti. Tagliò il nome della maga del caos. Tagliò il santuario dimensionale. Mise a posto le morti dietro la parola "abbiamo affrontato un nemico insidioso." Disse della possessione propria — perché era visibile negli occhi e Padre Runolf l'avrebbe vista comunque — e di quella di Derryl, che era ancora a bordo, in gabbia.

"Sono Padre Runolf Ogmork," disse l'anziano, dopo aver ascoltato in silenzio. "Sacerdote di Taal. Comprendo. Tutto ciò che è in nostro potere lo mettiamo a vostra disposizione." Pausa. "Per quel che riguarda il vostro caso particolare, abbiamo qualcuno che potrebbe aiutarvi. Ma vive all'interno della foresta. Dovremo muoverci cauti. Non ama molto le visite."

Padre Runolf si avvicinò a Leonardo, abbassò la voce a un sussurro che non includeva Marcus, e aggiunse:

"Sono certo," disse, "che portarsi tutti questi nani sia una buona idea? Si tratta di un elfo. Non vanno molto d'accordo."

Leonardo annuì senza far parola. Tornò alla nave. Drong, che aveva sentito il termine elfo attraverso il legno della Betsy come se fosse stato detto dentro la propria barba, scosse la testa pesante.

"I sacerdoti di Taal," disse Drong, "non li conosco. Non mi fido. Un elfo è anche peggio. Resto fuori. Vi do un carro, due asini, e una gabbia di ferro stretta. Andate voi tre. Io aspetto qui sulla nave. Se non tornate per il tramonto, vengo a prendervi col martello."

Brienne Rutenolf, la sacerdotessa con la cornina

Da dietro Padre Runolf — uscita dalla soglia della struttura arborea quasi senza far rumore — si avvicinò una giovane sacerdotessa. Capelli biondo cenere annodati con un nastro verde, vestito di tela grezza con foglie d'edera cucite sul colletto, una piccola cornina sulla fronte (un piccolo corno d'osso fra capelli scuri, segno della sua iniziazione a Taal — segno che era stata accolta dal bosco). Andatura silenziosa. Occhi grigi attenti.

"Brienne Rutenolf," disse la giovane. "Vi accompagno io. Conosco il sentiero. Padre Runolf può darvi la benedizione del bosco prima della partenza, se accettate."

Marcus accettò. Padre Runolf gli posò la mano sulla fronte, mormorò una piccola formula in cui tornavano le parole foglia, radice, ritorno, e poi tracciò sull'aria, sopra Marcus, un piccolo segno con due dita. Il fumo del braciere acceso a metà della radura si piegò verso Marcus per un istante, lo accolse, lo restituì.

I tre — Leonardo, Marcus, Oronzo — caricarono Derryl in gabbia di ferro su un carro tirato dagli asini. Le ruote del carro affondavano un poco nel terreno morbido di muschio. Dietro, il dirigibile della Betsy ondeggiava attaccato a una doppia corda. Davanti, Brienne. Dietro Brienne, il sentiero.

Camminarono in silenzio per la prima mezz'ora. Brienne non parlava: si fermava ogni cinquanta passi a salutare un albero col palmo della mano, oppure ad ascoltare il bosco. A un certo punto si voltò.

"Posso chiedere," disse, gentile, "cosa è successo al vostro amico nano? Troll? Qualche volta si spinge fino a qui anche qualche minotauro."

"Abbiamo affrontato un nemico insidioso," disse Marcus.

"Devono essere delle bestie incredibili," concesse Leonardo, perché bisognava dare a Brienne qualcosa per non offenderla con il silenzio. "Ne ho sentito parlare. Mai viste."

Brienne accettò la mezza-risposta. Riprese a camminare. Dopo un'altra mezz'ora, il sentiero si aprì in una piccola radura nel mezzo del bosco profondo. Al centro, un capanno di legno coperto di muschio fitto, quasi indistinguibile dagli alberi. Davanti al capanno, piantata nel terreno fino a metà manico, una seconda accetta uguale a quella del cippo del tempio, segno di dimora sotto Taal. Dalla porta del capanno usciva un buon odore fruttato — zucchero caramellato, more, vino aromatico, un pizzico di pepe.

Brienne si fermò a tre passi dalla porta. Si voltò verso i tre.

"Cercate," disse a voce molto bassa, "di non irritarlo. Ha poca pazienza."

Poi bussò.

"Leoden! Leoden! Sono stata mandata dal tempio. Abbiamo bisogno della tua assistenza. Leoden, ci sei?"


Leoden l'Eremita

Leoden, eremita elfo di Athel Loren

La porta del capanno si aprì lentamente. Uscì, prima della figura, una nube di fumo verdastro dolceaspro — fumo di erbe bruciate, con dentro il muschio, la genziana, l'incenso d'abete. Dentro la nube si delineò la silhouette. Poi la silhouette uscì alla luce.

Leoden era alto, stretto, di età indeterminata fra i quattrocento e gli ottocento anni — un elfo di Athel Loren, ramo eremita, ramo misantropo. Capelli misti di verdastro e biondo: muschio fine cresciuto sui capelli antichi, come se fosse un tronco vecchio. Vesti eleganti — taglio di seta scura, ricami argentei sui polsini — ma con tracce pratiche: un pizzico di farina sull'avambraccio destro, una macchia di marmellata sul polsino sinistro, una foglia secca attaccata al colletto. Piedi nudi, callosi. Sguardo aspro, voce bassa, antica.

Non guardò i tre uomini. Guardò Brienne.

"Perché hai portato questa gente da me?" disse, voce piatta. "Gente che non appartiene alla foresta. Voi umani stolti."

Leonardo, che nei propri molti mesi di viaggio aveva imparato che la cosa peggiore davanti a un'autorità sostanzialmente più antica di lui era il silenzio, si fece avanti di mezzo passo e si presentò con la formula bassa che usava davanti ai bibliotecari di Nuln.

"Mi presento, signore," disse. "Sono Leonardo Isacco da Ponzacco. Studioso di storia imperiale, chirurgo. E ultimamente anche ingegnere."

Leoden alzò un sopracciglio sottile.

"E quante vite hai vissuto," disse, "per riuscire a fare tutto questo?"

"Oh," disse Leonardo, con la modestia accademica che era anche la sua difesa. "Nei primi diciotto anni della mia vita, una sola. Negli ultimi tre mesi, cinque o sei. Credo di essere almeno sfuggito cinque o sei volte alla morte. Una giusto poche ore fa. E però i miei amici sono rimasti gravemente feriti da un male che non riesco a curare. Che probabilmente non è del tutto naturale."

Leoden lo squadrò. Marcus avanzò di mezzo passo, sobrio.

"Anche il mio amico Derryl," disse Marcus, "ha subito la stessa sorte. È nella gabbia, sul carro."

Leoden voltò il capo. Vide la gabbia. Vide la sagoma del nano dentro le sbarre, semicosciente, fasciato.

"Lo tenete in gabbia?" disse, con un mezzo sorriso che non aveva calore. "Beh. È il posto giusto per un nano, una gabbia."

Leonardo si schiarì la voce.

"Signor Leoden," disse, con dolcezza ferma, "Derryl è sempre stato un valido compagno per noi. I suoi sforzi contro la maga, contro la maga del caos, sono stati eroici. Non lo definirei in quei termini."

Leoden lo guardò dieci secondi. Poi spostò lo sguardo su Marcus, su Oronzo, di nuovo su Leonardo.

"Voi umani," disse, "pervertite la magia. Ha dell'incredibile."

"Vabbè," disse Oronzo, alzando le mani in un piccolo gesto disarmato, "voi umani — io guardo, non c'ho nemmeno accesa una candela in vita mia. L'unica cosa che so fare è tenere lo Sventratore davanti a chi se lo merita. Voi umani — non so, signore."

"Non do la colpa a voi," disse Leoden, secco. "La do a Teclis, che ve l'ha insegnata."

"Non ne ho idea," concesse Leonardo, e nel proprio taccuino mentale aggiunse a margine: Teclis, signore della conoscenza degli elfi. "Non ci hanno mai presentato, mi dispiace."

"Non mi aspetto diversamente," disse Leoden.

Oronzo, vedendo che la conversazione stava prendendo la piega della lezione, abbassò il tono a quello della cortesia smussata del tileano davanti a un superiore arrabbiato. La voce gli usciva con la deferenza meticolosa di un mercante di Pavona davanti al podestà di Remas.

"Comunque, scusi," riprese Oronzo, "non vorremmo dare troppo disturbo, immagino lei sia molto, molto, molto impegnata. Se ci sono i nostri amici che avrebbero bisogno di una mano — se potesse per favore cortesemente darci una mano, saremmo molto, molto, molto, molto grati."

Leonardo, vedendo che la deferenza tileana ammorbidiva minimamente la postura dell'elfo, ci provò:

"Io non saprei," disse Leonardo, "come sdebitarmi. Le avevo chiesto a Brienne, lungo il sentiero, se lei apprezza dei gioielli. Perché nel caso..."

Leoden gli tagliò la parola con la frase che, in Athel Loren, separa gli adulti dai bambini.

"Non sono volgare," disse.

Leonardo si pulì la fronte.

"Mi scusi," disse, in fretta, "mi dispiace essere stato volgare. Ma è quello con cui mi hanno pagato negli ultimi tre mesi. Non è che..."

"Volgare!" sibilò Oronzo a mezza voce all'orecchio di Leonardo. "Non si parla di soldi! Non con un elfo! Cerca un dono diverso!"

Da dentro la gabbia, sul carro, Derryl — che era stato svenuto per quasi tutto il viaggio — riaprì un istante gli occhi. Aveva tenuto il fiato per quella frase da quando avevano caricato la gabbia sul carro a Karak Hirn, perché era l'unica frase che credeva di poter pronunciare prima di svenire di nuovo. La pronunciò con la voce più bassa che gli rimanesse, ma chiara, perché non avesse bisogno di ripetersi.

"Vedo," disse Derryl. "Credo che Gabrielle e Padre Giuliano abbiano già pagato qualsiasi prezzo le si possa chiedere."

Pausa.

Leoden si voltò verso la gabbia. Studiò il nano cinque secondi. Non rispose. Si voltò verso il proprio capanno e fece un piccolo cenno della mano: entrate.

"Esaminerò prima lui," disse, indicando Marcus.

L'interno del capanno era tiepido e profumato. Sui ripiani di legno, vasetti di marmellata fatti in casa, dolci alla mela su un tagliere di betulla, un pentolone fumante sopra il fuoco. Sulla parete di fondo, disegni a carboncino di animali del bosco, alcuni di cui Leonardo non sapeva il nome. Leoden fece sedere Marcus su uno sgabello di legno, gli mise una mano sulla testa, gli mise l'altra sulla spalla, chiuse gli occhi.

Cominciò a cantare.

Era una voce melodiosa, avvolgente, antica per certi versi. Forte ma anche gentile allo stesso tempo. Non era umana — non aveva il battito a respiri umani — ma non era neanche fredda. Era una voce di legno e di acqua. Il fumo verdastro dell'aria, durante il canto, si fermò sospeso nello spazio, come se anche lui avesse messo a riposo il proprio movimento per ascoltare.

Marcus chiuse gli occhi. Il gelo nelle ossa diminuì un poco. Solo un poco. La candela in fondo al pozzo della propria volontà tremò.

Leoden si interruppe. Aprì gli occhi. Guardò Marcus negli occhi azzurri glaciali per un tempo lungo.

"Sei stato posseduto," disse, "da qualche entità proveniente dagli altri mondi."

"Così mi hanno detto i miei compagni, sì."

"Lo sei ancora. È ancora dentro di te. È semplicemente indebolita. Probabilmente chiunque l'abbia fatto, l'ha fatto in maniera frettolosa. Forse non aveva tempo. Forse non aveva esperienza con un soggetto così."

Marcus non disse niente. Aspettò.

"C'è modo di toglierla?"

"Sì, il modo c'è. Ma è pericoloso. La tua vita potrebbe essere messa a repentaglio, molto di più."

Marcus guardò Leoden negli occhi. Erano occhi di una sfumatura di verde bosco che Marcus non aveva mai visto in un essere vivente.

"Non penso," disse Marcus, calmo, "che sia un problema. L'unica alternativa che concepisco è quella che viene fatta normalmente in questi casi nel mio popolo."

"Sì," disse Leoden. "Immagino. Uccidere senza remora."

"Ucciderne uno," rispose Marcus, "per salvarne mille. A volte è un conto che vi torna comodo."

"Non mi aspetto diversamente da voi umani."

Pausa breve. Poi Leoden si alzò e uscì dal capanno per il sangue del nano.

Oronzo aveva il bicchiere capovolto in tasca, col verme di sangue dentro. Lo passò a Leoden con due mani. L'elfo lo sollevò controluce, lo guardò un istante, lo capovolse, fece schizzare la pozza nera in una scodella di legno che aveva sotto al fuoco. Soffiò sulla scodella una polvere bianca che teneva in un sacchetto piccolo. La cosa nella scodella, che stava cercando di formare di nuovo l'artiglio, si placò. Tornò sangue.

Leoden la studiò un minuto pieno, in silenzio.

"Aborto della natura," disse. "Conoscenze interessanti."

Pausa.

"Questa magia," riprese, "appartiene a un gruppo deviato dei nostri consanguinei. Ma non avrebbero mai insegnato una cosa del genere a un'umana. Chissà come l'ha capita. O l'ha fatto solo sperimentando."

Leonardo, che stava prendendo appunti mentali, si fermò un istante. Un gruppo di elfi deviati che pratica magia di possessione. Un'umana che imparava la loro arte da sola, sperimentando — sperimentando su umani, su nani, su tutto. Era un filo nuovo. Era una cosa che, in altro tempo, avrebbe annotato con eccitazione accademica nel taccuino. Quel pomeriggio non lo annotò. La cosa era troppo grande per una nota di margine.

"È una lunga storia," aggiunse Leoden, "di cui non è il momento di parlare."

"L'importante," disse Marcus, dal capanno, "è che si possa fare qualcosa."

"Forse anche nel caso del nano si può fare qualcosa. Se questa cosa è all'interno del suo sangue, bisogna tirarla fuori. Per tirarla fuori, ci vuole qualcosa di più appetitoso di un nano. Qualcosa di più interessante per essa."

"Nello specifico?" chiese Leonardo. "Un capretto?"

"No. Un altro ospite più gradito."

"Un umano?"

"Non credo che la strega facesse i suoi esperimenti sui nani," disse Leoden. "Forse la resistenza e la tempra del vostro nano l'hanno aiutato a non morire sul colpo, e a non essere completamente sopraffatto. Ma il sangue cerca un altro corpo. Cerca quello che gli è familiare. Un umano."

"Ma siccome," disse Oronzo, dopo un momento, parlando lentamente con l'attenzione di chi sta seguendo un filo, "tutte le volte che abbiamo provato a tirarlo fuori, il sangue sembrava gli piacesse — non è che si può tirare fuori e intrappolarlo? Come abbiamo fatto col bicchiere?"

"Sì," disse Leoden. "Si può. Si dovrebbe utilizzare uno di voi tre come esca. C'è il rischio di morire dissanguati — sia voi, sia il nano. La cosa è instabile. Se l'ospite muore prima del rito, l'entità si riconfonde nel sangue."

Pausa.

"E questo ospite," domandò Leonardo, "può essere un animale?"

"No," disse Leoden. "Deve essere un ospite umano."

Pausa lunga.

Oronzo Cassano fece, con se stesso, un piccolo conto silenzioso. Tre giornate dentro il santuario dimensionale al fianco di Gabrielle Marsner. Lo schiaffo perduto sulla guancia destra. Il volto rubato della maga del caos. La spada che era entrata nel ventre della scrofa. Due compagni morti. Un nano nella gabbia. Un agente postale ammanettato. Un chirurgo che si era tirato fuori dalla decisione del rogo. Le formule del redistribuire le risorse lasciate indietro almeno per oggi, perché il giorno del lutto non era il giorno delle formule.

"Piuttosto io," disse Oronzo, con una voce molto sobria, "lo farò io."

Leoden annuì brevemente.

"Sicuramente," disse, "è più facile che sia attirato dal sangue umano. Ci vorrà un po' di tempo per i preparativi. Sia per l'uno che per l'altro." Pausa. "Svegliatevi domani all'alba."

Brienne, che era rimasta in silenzio in fondo al capanno per quasi tutta la diagnosi, si avvicinò ai tre con la quiete di una sacerdotessa giovane che ha imparato a non interrompere.

"Vi accompagno," disse, "a una tenda. Ho fatto preparare il giaciglio mentre eravate dentro. C'è acqua. C'è del pane. Non è molto. Ma è asciutto."

I tre uscirono dal capanno. Caricarono Derryl di nuovo sul carro. Brienne li guidò un centinaio di passi nel bosco, fino a una tenda di lino verdastro tesa fra due quercie. Sotto, tre giacigli di paglia. Una piccola anfora d'acqua. Un pezzo di pane scuro.

La porta del capanno di Leoden, alle loro spalle, si era già richiusa. Il fumo verdastro continuava a uscire dal camino, lento, regolare.

Marcus si sedette sul giaciglio centrale. Tese di nuovo i polsi.

"Rimettetemi le manette," disse. "Stanotte voglio dormire ammanettato."

Leonardo gli rimise le manette senza dire niente. Oronzo sedette sul giaciglio vicino al carro di Derryl, lo Sventratore appoggiato al fianco.

Sopra di loro, attraverso le foglie delle quercie, la luce della prima sera era verde come il fumo del capanno e arancione come il fuoco dietro il fumo.


Stato della Compagnia

Caduti in questa giornata (in sequenza, durante la chiusura del santuario dimensionale):

  • Padre Giuliano dell'Aquila — miles di Myrmidia, caduto in linea fra Derryl ferito e la maga del caos. Squarciato in gola dal dardo di Shyish lanciato dalla maga sotto le sembianze rubate di Gabrielle Marsner. Ultime parole: "Si tiene la linea. Non si abbandona la formazione." Corpo rimasto nel santuario chiuso. Niente sepoltura. Sepoltura in contumacia da pianificare al ritorno a Karak Hirn.
  • Gabrielle Marsner — maga umana dell'Ordine di Ametista, caduta in un momento imprecisato delle ultime fasi del combattimento, nel laboratorio della maga, senza che la compagnia se ne accorgesse. Il proprio mantello viola si era animato il giorno prima per fare scudo a lei: dopo la sua morte è rimasto sul cadavere come secondo costato. La maga del caos ne ha rubato le sembianze per ingannare i compagni. Corpo rimasto nel santuario chiuso. Niente sepoltura.

Sopravvissuti — stato dei PG:

  • Leonardo Isacco da Ponzacco — fisicamente intatto. Mani sporche del sangue di Derryl e di Marcus. Si è rifiutato di prendere lui la decisione del rogo per il nano ("mi sono anche un po' affezionato"). Ha verificato sul taccuino il cambiamento di colore degli occhi di Marcus (da grigi ad azzurro glaciale, dieci puntini sull'iride). Ha disegnato il pugnale di Yul-Kachun e ne ha messo in dubbio l'identità rispetto alla filastrocca dello Scorticatore Rosso. Ha proposto di gettare il Calice dell'Ira nei flutti dal dirigibile per evitare il raggruppamento degli artefatti dello Scorticatore.
  • Oronzo Cassano — bende vecchie, mantello a brandelli, lo Sventratore al fianco. Ha ucciso la maga del caos con un salto acrobatico dalla catena di vetro pendente ("l'ho infilzata come la scrofa che era. L'ho tagliata in due"). Si è offerto come esca umana per il rituale di Leoden — il sangue cattivo di Derryl tirato fuori usando il suo come richiamo. Ha la pelle pulita sulla guancia destra: lo schiaffo di Gabrielle è scomparso al momento della morte della maga. Ha invocato Morr una volta sopra il cadavere della maga ("questa volta non ti respinge nessuno alla porta"). NB: nessun discorso di redistribuzione delle risorse in questa giornata.
  • Marcus Ghast — vivo ma ancora posseduto (diagnosi di Leoden: entità indebolita ma presente). Occhi azzurro glaciale con dieci puntini regolari sull'iride. Volontariamente ammanettato. Ferite gravi al collo e alla coscia destra. Sente il gelo nelle ossa e ricorda l'odore di zucchero bruciato del Cambiamutua. Sta scrivendo lettere ai propri ordini (Verena, Sigmar, Ordine del Corvo di Morr, alla maestra di Gabrielle dell'Ordine di Ametista) con la rilettura di Leonardo. Si è preso in carico personalmente di vendicare Derryl. Dichiara: "Se devo andarmene, preferisco andarmene nelle mie terre."
  • Derrylvivo ma profondamente corrotto. Sangue parassita demoniaco animato (mano artigliata, dardo proiettile, melma intelligente). Tenuto in gabbia di ferro sul carro, con le tre ferite gravi del giorno prima ancora aperte. Per quasi tutta la giornata svenuto. Pronuncia in tutto due battute: "Cazzo, a me mi sta un po' stretto" (uscendo dal santuario) e "Vedo, credo che Gabrielle e Padre Giuliano abbiano già pagato qualsiasi prezzo le si possa chiedere" (al capanno di Leoden, riaprendo gli occhi un istante prima del rito). Salvato in extremis dal pomello della Spada di San Toswick di Oronzo quando Marcus posseduto lo aveva preso alle spalle.

Nemici (esito):

  • La maga del caos / Shyish corrotta — UCCISA da Oronzo nel laboratorio del santuario dimensionale. Tagliata in due, dissolta in fiammata bassa di Shyish. Aveva impersonato Gabrielle nelle ultime fasi del combattimento, aveva messo Derryl in un macchinario di tubi per la mutazione, aveva fatto possedere Marcus dal Changeling per attaccare i compagni.
  • Il Changeling / Cambiamutua / Tessitore del Destino — Si è ritirato nei propri specchi quando il santuario è iniziato a crollare. Probabilmente rientrato nei Reami del Caos. Non confermato distrutto.
  • Pink Horror / Blue Horror / Flamer di Tzeentch — dissolti col santuario.

Nuovi alleati / contatti:

  • Padre Runolf Ogmork — sacerdote anziano di Taal, capo del tempio di Taal più a sud dell'Impero (radura nelle foreste fluviali a sud di Kreutzhofen). "Barbone gentile" vestito di foglie, capelli e barba bianchi, occhio destro con cataratta cominciata, bastone di nocciolo. Riluttante davanti ai nani. Ha indirizzato la compagnia all'eremita Leoden.
  • Brienne Rutenolf — giovane sacerdotessa di Taal, "quella con la cornina" (piccolo corno d'osso sulla fronte, segno di iniziazione al bosco). Capelli biondo cenere, occhi grigi attenti, andatura silenziosa. Guida i tre fino al capanno di Leoden. Discreta, professionale.
  • Leoden — eremita elfo di Athel Loren, "ramo eremita, ramo misantropo". Età indeterminata, capelli verdastri/biondi (muschio cresciuto), vesti eleganti tagliate per la macchia, voce melodiosa e antica, sguardo aspro. Conosce la magia dei "consanguinei deviati" elfici di possessione. Diagnostica Marcus posseduto da entità indebolita; identifica il sangue di Derryl come opera di aborto della natura sulla scia di magia elfica deviata. Propone un rituale all'alba con Oronzo come esca umana.

Scoperte:

  • La maga aveva il volto rubato di Gabrielle Marsner nelle ultime fasi del combattimento. La sostituzione è avvenuta nel laboratorio quando la vera Gabrielle è caduta (turno imprecisato). Padre Giuliano è morto credendo che fosse Gabrielle.
  • Possessione demoniaca del sangue — il sangue di Derryl si anima e attacca, formando artigli e dardi. Magia di un gruppo deviato di elfi, imparata dalla maga umana per sperimentazione su corpi umani e nani.
  • Marcus posseduto da entità indebolita — il Changeling ha lasciato un'eco negli occhi e nelle ossa. Diagnosi di Leoden: si può togliere, ma con rischio mortale.
  • Filastrocca dello Scorticatore Rosso e pugnale di Yul-Kachun: la compagnia recupera il pugnale dal santuario, ma comincia a dubitare che sia il pugnale autentico della filastrocca (descrizione blanda, arma rituale non da combattimento, il manico fa male se impugnato). Il dubbio rimane aperto.
  • Tempio di Taal più a sud dell'Impero: esistente, attivo, pacifico, in radura nelle foreste fluviali di Kreutzhofen.
  • Gli elfi "consanguinei deviati" di Athel Loren — un gruppo (eretico? espulso? clandestino?) pratica magia di possessione. Filo nuovo.

Combattimenti:

  • Boss combat finale del santuario dimensionale — VINTO. Caduti: Gabrielle, Padre Giuliano. Uccisa: la maga del caos. Marcus posseduto, Derryl col sangue corrotto. Il Changeling si è ritirato, il santuario è crollato.

Oggetti:

  • Pugnale di Yul-Kachun — recuperato dalla compagnia (Oronzo lo ha preso al volo dal sacello di vetro spaccato, mentre il santuario crollava). Conservato in cabina sulla Vecchia Betsy. Identità rispetto alla filastrocca: in dubbio.
  • Spada di San Toswick (Oronzo, dalla caverna della Wraith) — confermata efficace contro entità possedute: il pomello si è alzato da solo nella mano di Oronzo respingendo Marcus posseduto in mischia (colpo di richiamo, non di taglio). Conferma che è arma sacra a Morr.
  • Manette — Marcus le ha indosso volontariamente.
  • Bicchiere di vetro — ha intrappolato il "verme di sangue" di Derryl come si intrappola un ragno. Passato a Leoden in scodella di legno.
  • Mantello viola di Gabrielle — rimasto nel santuario, sul corpo della maga, sciolto dallo Sventratore. Niente reliquia da portare via.
  • Calice dell'Ira — proposta di Leonardo: gettarlo nei flutti dal dirigibile per evitare il raggruppamento degli artefatti dello Scorticatore. Decisione sospesa.
  • Lacrima di salamandra (Karak Norn), gemme 320 corone, tutti gli oggetti precedenti — confermati.

Fili narrativi aperti:

  • Il rituale di Leoden all'alba — Oronzo come esca umana per liberare Derryl dal sangue parassita. Rischio: morte per dissanguamento di entrambi. Tutto si gioca nella prossima alba.
  • La possessione di Marcus — entità indebolita ma presente. Trattamento separato da pianificare con Leoden o altri.
  • Le lettere di Marcus ai propri ordini — Verena, Sigmar, Ordine del Corvo di Morr, maestra di Gabrielle dell'Ordine di Ametista. Da spedire da Kreutzhofen.
  • Sepoltura in contumacia di Padre Giuliano e Gabrielle Marsner — da fare al ritorno a Karak Hirn (santuario chiuso, corpi irraggiungibili).
  • Identità del pugnale di Yul-Kachun — è il pugnale della filastrocca o no? Studio aperto.
  • Calice dell'Ira nei flutti — proposta di Leonardo, da decidere.
  • Gli elfi "consanguinei deviati" che praticano magia di possessione — filone nuovo, fonte: Leoden.
  • L'esercito Valentini + necromante ancora a nord — battaglia futura sospesa.
  • Vecchia Betsy riparata — finalmente di nuovo in volo, attaccata a doppia corda alla radura del tempio di Taal.
  • Drong Skarsnikson e gli Slayer — alla nave, fuori dal tempio. Si sono offerti di portare Derryl ai propri Forgiarune se il rituale di Leoden fallisse.
  • Thyssen, cacciatore di streghe sigmarita — sulla Vecchia Betsy, non scende al tempio. Ha accettato di osservare e non agire finché c'è dubbio sulla possessione di Marcus.
  • Vendetta di Marcus per Derryl — debito personale dichiarato a Drong ("Chi ha fatto questo ha pagato"). Già onorato in parte (la maga è morta), ma il filo della rete elfica deviata resta aperto.
  • Bartek Tengansson, Padre Richard a Pfeildorf, Yannick Blank, Skretch Mezzomorto, taglia 500 corone, drago sotto Karak Norn, apprendistato Leonardo / Alrik Nunnelson — sospesi.

Situazione attuale: La compagnia è in una tenda di lino verdastro tesa fra due quercie nel bosco profondo a sud di Kreutzhofen, a un centinaio di passi dal capanno dell'eremita elfo Leoden. Marcus è ammanettato sul giaciglio centrale, gli occhi azzurro glaciali chiusi ma con la luce bluastra ancora visibile sotto le palpebre. Oronzo è seduto sul giaciglio accanto al carro, lo Sventratore al fianco, il bicchiere coi resti del sangue parassita lasciato nel capanno di Leoden. Leonardo è sul giaciglio di sinistra, taccuino aperto sul ginocchio, pagina nuova. Derryl è in gabbia di ferro sul carro, semicosciente. Drong è alla nave con gli Slayer. Brienne ha preso una propria capanna piccola alla soglia del bosco, di guardia. Padre Runolf è al tempio. Domani all'alba, il rituale.


"Cap. XLI. La maga ha rubato il volto di Gabrielle, e Padre Giuliano è morto in linea credendo di salutare un'amica. La maga è stata tagliata in due da Oronzo che ha saltato sopra una catena di vetro come uno scimmiotto della Tilea che non sa di essere un eroe. Il Changeling si è ritirato. Il santuario si è chiuso sulle nostre due lapidi senza nome. Sulla Vecchia Betsy abbiamo scoperto che il sangue di Derryl è vivo e cattivo, e che gli occhi di Marcus sono cambiati colore. Domani all'alba un elfo che disprezza la mia specie cercherà di tirare fuori dal sangue di un nano un demone che non capisce, usando come esca il tileano che disprezza i preti. Se sopravviviamo, devo trovare un modo decente di scrivere quel che è successo nel santuario. Per ora ho solo un nome: il volto rubato." — Leonardo Isacco da Ponzacco, Appunti vergati in una tenda di lino verdastro nel bosco a sud di Kreutzhofen, sera del primo giorno dopo il santuario