Capitolo XXXVIII: La Caduta della Vecchia Betsy
"L'aviotrasporto è la materia sperimentale dell'ingegneria nanica. Tutto il resto — armi da fuoco, cannoni, ponti, fortezze — è affidabile come la pietra. Ma il volo no. Il volo lo stanno ancora imparando, e a noi è toccato di imparare con loro." — Leonardo Isacco da Ponzacco, Appunti di volo sopra i Monti Grigi, secondo giorno

La Grande Figliola
Lo spiazzo esterno di Karak Norn era una piattaforma di pietra viva incastrata sulla parete della montagna come un balcone scolpito da una mano cieca. Vi si arrivava da una scalinata laterale che scendeva di dieci rampe dal Guest Village, e quando la compagnia vi sbucò all'alba grigia trovò ad aspettarla un nano allampanato dal naso aquilino, lo sguardo un po' troppo vivido per essere tranquillizzante, una bandoliera con tre pistole e un cappotto di cuoio che gli arrivava ai polpacci.
"Ci avete messo del tempo ad arrivare," disse il nano allampanato, e Leonardo lo riconobbe all'istante: era lo stesso che avevano visto ballare sul tavolino del Martello d'Argento al ritmo di una canzone tileana di cui nessuno aveva mai capito il testo. "Stavamo per partire senza di voi. Distratti? Distratti? Dovreste sapere che la puntualità è importante."
"Eh, hanno fatto fatica ad alzarsi," disse Derryl, entrando nella parte con una velocità che fece arcuare le sopracciglia di Leonardo. "Mi è toccato buttarli giù dal letto a calci."
"Bravo. I calci funzionano sempre." Il nano li guidò verso il bordo dello spiazzo. "Andiamo, forza! Ora ammirerete una meraviglia della mia gente. Mi chiamo Kazrik Sharkbiter, sono il timoniere."
Davanti agli occhi della compagnia si parò la Grande Figliola.
Non era ciò che Leonardo si era figurato leggendo i trattati. Le incisioni della Gilda mostravano un cilindro austero, regolare, con eliche disposte lungo l'asse come le pinne di un pesce. La Grande Figliola, invece, era un grosso pallone oblungo, gonfio di una tela cerata color cuoio, con un cesto-scafo agganciato sotto come una scialuppa appesa per le orecchie. Tralicci di legno laterale sostenevano due pale a elica che giravano lente al vento del mattino. Cordami robusti uscivano da ogni dove, ancorati a tre pinnacoli di roccia sull'orlo dello spiazzo. La cosa, nell'insieme, aveva l'eleganza di una zuppa nanica: niente da guardare, ma sostanziosa.
Leonardo estrasse il taccuino e cominciò a disegnare ancora prima di esalare.
"Sono oggettivamente molto emozionato di poter vedere da vicino una delle meraviglie dell'ingegneria nanica," mormorò a Oronzo. "Non capita tutti i giorni."
"Ma... so' sicure 'ste robe?" fece Oronzo, con la voce di chi ha già contato i punti deboli. "Cioè, nel senso, vola davvero?"
"Ma che fai, non ti fidi dell'ingegneria nanica?" sbuffò Derryl, già arrivato in fondo alla scalinata.
"Di solito la roba nanica è piuttosto affidabile," rispose Leonardo, con la cautela del consulente che non vuole compromettere il suo apprendistato. "A quanto ho capito col mio percorso di crescita che ho fatto con Mastro Nunnelson, l'aviotrasporto è la materia sperimentale dell'ingegneria nanica. Quindi se c'è qualcosa di poco affidabile è quello. Invece armi da sparo, cannoni, tutto a posto."
"Eh, ma loro vogliono morire ma in battaglia," osservò Oronzo, "non con l'incidente aereo."
"Aspetta, scusa," aggiunse Leonardo dopo aver letto un'incisione laterale sul cesto-scafo, "è l'ultima parola che mi risulta strana: incendiabile. Quindi basta una freccia infuocata..."
"Ma andassimo a piedi?" propose Marcus, asciutto.
"E quando iniziano ad atterrare," aggiunse, "o ci buttano dall'alto?"
"Marcus," sospirò Derryl, "tutto quello che sale prima o poi deve scendere, eh."
Drong il Lungo apparve sul ponte in quel preciso istante, con la cresta arancione spettinata dal vento e l'uncino di ferro alzato come un comandante d'altri tempi. La voce gli uscì in un urlo che mise in fila tutti i nani della ciurma in mezzo battito.
"Arrr! Forza! Forza! Marmaglia maledetta! Muovetevi! Siete veramente lo schifo del culo di vostra madre!"
Quindici Slayer si misero in moto come una sola creatura, sciogliendo ormeggi, piegando teli, srotolando corde. Quando l'ultimo nodo venne sciolto, Drong si girò verso il portello e cambiò voce e faccia in un solo respiro.
"Ah, ed ecco qui i nostri ospiti!" disse, allargando il braccio buono come se invitasse a un banchetto. "Mettetevi comodi. Sarà un viaggio divertente. Oggi si festeggia! Il viaggio! La partenza! La riuscita di questa impresa, che purtroppo non ci ha portato alla morte. Ma vi ha portato la possibilità di ingaggiarvi in un'altra impresa ancora più gloriosa, che forse vi porterà alla morte!"
Sharkbiter, accanto a lui, ridacchiò sottovoce.
"Questo mezzo si chiama la Grande Figliola," spiegò il timoniere mentre la compagnia saliva. "È stato un gentile dono, poi non proprio matrimoniale, che non è stato soddisfatto... ma è una lunga storia. Avrebbe dovuto sposare una giovane del clan Spaccapietra di Zhufbar."
"E voi la chiamate la Vecchia Betsy," osservò Leonardo, citando il nome con cui Drong stesso si era riferito al dirigibile durante la cena della settimana precedente.
"Quello," rispose Sharkbiter con un sorriso storto, "è il nome che usa il capitano. Generalmente non la usiamo, perché il capitano preferisce andare per mare. Ma quando dobbiamo muoverci sul terreno, all'interno dell'Impero, qualche volta la tiriamo fuori."
La Grande Figliola — o la Vecchia Betsy, a seconda del nano che parlava — si staccò dal pinnacolo con un sospiro di legno vecchio e un tremito di catene. Sotto di loro, Karak Norn cominciò ad allontanarsi: prima la piattaforma, poi i bastioni, poi la montagna intera.
Leonardo, una volta sicuro di non vomitare, si fece coraggio e si avvicinò a Drong sul ponte di prua. Tirò fuori il taccuino e pulì la matita su un lembo della tunica.
"Mastro Drong," disse, "vorrei prendere le misure della sua mano. Quella che ha infilato nella bocca del mostro e ora ha uncinata. Vorrei fare un piccolo schizzo... pensavo le potesse tornare utile una mano di ferro invece del semplice uncino."
Drong sollevò il moncone e lo girò contro la luce dell'alba grigia. L'uncino brillava di una sfumatura cupa, segnato da incisioni di vecchi colpi.
"Arrr... beh, me lo puoi fare intercambiabile?"
"Eh sì, era quella l'idea. Magari un'arma da fuoco innestabile."
"Ah, allora sì! Questo sì." Drong rivolse all'uncino uno sguardo quasi affettuoso. "Sai, mi sono affezionato a quest'uncino. Ci apro le pance che è un piacere."
"Abbiamo visto. Abbiamo visto con la bestia immonda."
"Una bestiolina," sminuì Drong. "Era più grosso il marvin che abbiamo affrontato alcuni mesi fa."
Leonardo annuì come se sapesse di cosa stesse parlando, e abbozzò sul taccuino una mano meccanica con dita articolabili e un supporto a baionetta per pistola innestabile. La cresta arancione di Drong gli passava sopra ogni volta che il nano si girava a urlare ordini.
Fu in quel momento che Sharkbiter, con la flemma di chi ha già preso una decisione che non si discute, gli si parò davanti.
"Vieni con me, ragazzo. Ti porto alla camera del vecchio medico di bordo."
"Medici..." mormorò Leonardo. "Io sono della geologia di Nuln. Ho sentito che a volte si buttano fuori bordo."
"Arrr, non ti preoccupare. Sono certo che tu sarai accorto con le parole."
La cabina del cerusico era a prua, con un soffitto così basso che Leonardo dovette piegarsi per entrare. Una tavolaccia da lavoro, una scaffalatura zeppa di boccette di vetro colorato, seghe, martelli, trapani d'ottone, una cassa-panca chiusa con tre catenacci. Sui ripiani, pozioni viola, azzurre, una rossa che ribolliva piano come se l'avessero lasciata accesa, un'ampolla con un liquido che sembrava metallo fuso. Leonardo riconobbe solo il mercurio. Diversi testi in khazalid stavano allineati su una mensola: si ripromise, per la decima volta in due settimane, di imparare la lingua nanica.
"Guarda, ecco qua," disse Sharkbiter. "Questo è il tuo tavolo di lavoro. Qua ci sta tutta l'attrezzatura che ti può servire. E se ti dimostrerai valido, ti assumo anche con una paga."
"Sì, sì. Se non uccidete i medici per cui falliscono le operazioni, perché non è facile operare su una nave volante."
"Ah, nessuno pretende che si riesca a fare queste cose. Basta. Non fare strane battute. Un certo senso dell'umorismo non bisogna esagerare. Perché il capitano non capisce."
Mezz'ora più tardi, sul ponte, Drong dichiarò ufficialmente Leonardo "arruolato" davanti al resto della compagnia. Leonardo lasciò passare cinque secondi perché nessuno potesse accusarlo di interrompere un capitano, poi, con la voce più piccola che riuscì a estrarre, disse:
"Mastro Drong, lei m'ha assunto come medico di bordo. Lo sa che io mi cago addosso, non combatto."
"Sì," rispose Drong, soddisfatto. "Abbiamo bisogno di un medico nuovo. Lui si è accomodato nella stanza del medico, e quindi ho presupposto che a questo punto avessimo suggellato questo patto. Non avrei mai pensato di prendere un cerusico umano. Però si è dimostrato bravo, no?"
"Ma non possiamo fare così. Io devo tornare a Karak Norn a finire l'apprendistato di vent'anni con Mastro Nunnelson."
"Ah no, no. Se sei nella ciurma, l'unico posto che vedrai dopo questo vostro giro che facciamo a Karak Hirn sarà Sartosa. E altri posti."
"Beh," mormorò Oronzo, con un mezzo sorriso, "mi è sempre piaciuta Sartosa."
"Non mi impegni a lavorare a vita," protestò Leonardo, debolmente. "D'altronde voi vivete trecento anni e noi al massimo un'ottantina."
Drong rispose con un sorriso obliquo. Quello che, sotto il cappello da pirata, era il suo modo di chiudere una trattativa senza ammettere di averla mai aperta.
Il Vento sul Ponte
Il primo giorno di volo cominciò come cominciano tutti i primi giorni di volo: nello stomaco di Oronzo.
Il tileano si sporse all'oblò di mezzogiorno con un'eleganza che sarebbe passata alla storia se ci fosse stato un cronista a vederlo, e vomitò con il vento contro. Accanto a lui, alla finestra adiacente, stava Gabrielle Marsner — il mantello viola scomposto dalle correnti d'aria che si infilavano sotto la coperta, gli occhi verdi acquosi fissi sul vuoto, la testa fuori dall'oblò perché anche le maghe dell'Ametista, ogni tanto, hanno uno stomaco.
Oronzo si ritirò con la dignità barcollante del marinaio nuovo.
"Avrà sicuramente un incantesimo per pulirsi la faccia," mormorò.
"Eh, le donne sono sempre deboli di stomaco," sbottò Sharkbiter, ridendo. "Un vero uomo non vomita per così poco."
"Sinceramente la mia virilità," rispose Oronzo, "non si sente affatto influenzata da questa piccola cosa, ma proprio per niente."
Uno degli Slayer porse a Gabrielle un secchio e uno straccio.
"E ora pulisci, donna."
La maga dell'Ametista non rispose. Si chinò e cominciò a pulire il ponte dal proprio vomito e da quello di Oronzo, in silenzio, gli occhi fissi al pavimento. Il mantello viola le scendeva sui polsi come un velo posato male. Nessuno della ciurma le tese una mano. Anche Derryl, che aveva almeno il pudore della propria razza, si voltò verso un cordame che non aveva bisogno di essere controllato.
A sera, sul ponte, i nani montarono tavolacci da banchetto e rotolarono botti di birra fino al cerchio di candele a olio. Uno di loro arrivò con un cappello da chef alto come un secchio rovesciato e un grembiulone unto, e gridò: "Il rancio è pronto!" Cinghiale arrosto, intero, con erbette come contorno per chi avesse voluto pulirsi la bocca.
"Io le insalate non le mangio," dichiarò Oronzo.
Gabrielle apparve alla cima della scala con un carrello di vivande spinto avanti come una bara troppo pesante. La servirono come cameriera. Posò i vassoi senza alzare lo sguardo.
Marcus, che fino a quel momento aveva mangiato in silenzio dal suo piatto, si alzò e si avvicinò a Drong. Il capitano stava sgranocchiando una costola di cinghiale con l'uncino come tridente.
"Capitano," cominciò Marcus, con la voce del portavoce che dosa la deferenza, "la signora che state usando come cameriera..."
"Ah, sì. Ha sporcato il ponte. Ha disobbedito agli ordini."
"Ciononostante sarebbe una delle accolite della Maga di corte di Nuln. Voi siete autorizzato a mandare all'aria i rapporti fra le vostre fortezze e l'Impero? Questo potrebbe essere complicato da spiegare a Nuln. Sa com'è."
"Ma io non rappresento nessuna fortezza. E poi le ho detto: la cucina è quella."
Marcus cambiò registro con la naturalezza di chi sa che la prima frase serve solo a misurare il bersaglio. "Capitano, voi avete un comandante. Lo mettereste a fare il cuoco o il cameriere qui su questa nave?"
"No, no, assolutamente, ma..."
"Ecco. Capitano, fate finta che questa donna sia una specie di comandante dei nostri eserciti. Capisco il disguido in quanto donna, eccetera."
"È che su una nave una donna porta sfortuna," ringhiò Drong, masticando un boccone. "Almeno, visto che deve portarci sfortuna..."
"E siete così superstiziosi? Avevo sentito che i nani in realtà fossero immuni alla fortuna e alla sfortuna, o meglio, si forgiassero la loro fortuna col valore delle armi. Però magari sono leggende."
Drong masticò più piano. Sbuffò con l'uncino contro il bordo del tavolo.
"Vabbè, dai. Bragi! Per piacere, la ragazza... lei è ospite."
"Molto gentile, capitano," disse Marcus, e fece un mezzo inchino che era esattamente la metà di quello che si fa a un re ma il doppio di quello che si fa a un pirata.
"Ma è brava a pelare le patate!" aggiunse Drong, e si rimise a masticare.
Oronzo si chinò all'orecchio di Leonardo, vento in faccia, e gli sussurrò: "Eh, patriarcato, mi dispiace."
Più tardi, con la birra arrivata al terzo giro e le risate dei nani che si gonfiavano col vento, Leonardo si alzò in piedi sul tavolaccio. Era alto solo per metà. La voce gli uscì da cattedra.
"Chi di voi conosce i nomi di tutte le compagnie mercenarie di Tilea?" esordì, guardandosi attorno. "Delle compagnie di ventura?"
"Catrazza," azzardò Drong, con la bocca piena.
"Esatto. Gli Uomini Uccello di Catrazza. Vengono da Verezzo e sono pertinenti al nostro viaggio perché sono uomini che hanno un'impalcatura di legno e ali, e si presentano in battaglia planando sui loro aggeggi alari. Le macchine volanti di Catrazza sono state commissionate a Leonardo da Miragliano, mica pizze e fichi."
"Ma è fighissima questa cosa," disse Oronzo. "Ve la dovreste fare allora. Pensa che bello il nano volante che arriva sul campo di battaglia planando."
"Ci sono quelli brutti con le maschere," aggiunse Drong, "non mi ricordo come si chiamano."
"La Vendetta di Vespero. Gli Assassini di Luccini. Sono duellanti, non sono molto da campo di battaglia, però sono molto utili in Tilea. Non combattono in formazione e usano spada, stocco e pugnale, un po' alla Oronzo."
"Ma in Tilea avete anche professioni legali," domandò Marcus, "o solo tagliagole, assassini, mercenari?"
"Sono compagnie mercenarie!" protestò Leonardo. "Per l'appunto. Se parliamo di compagnie regolari, i Tiratori di Miragliano, balestrieri che spesso vengono assoldati negli eserciti imperiali. I Balestrieri di Braganza, balestrieri con davanti il pavese, sempre di Miragliano. Miragliano è la terra dei balestrieri sostanzialmente. Anch'io alla fine preferisco usare le pistole." Si interruppe, alzò un dito. "Ah no, l'ultima! I Polli da Combattimento di Lumpin Croop. L'unica compagnia mercenaria di halfling del Vecchio Mondo. Sono bracconieri principalmente, ma vengono utilizzati come esploratori. Sono di formazione tileana, quindi hanno il nostro savoir-faire."
Drong sghignazzò. La birra gli colò di lato sulla cresta.
"Pensavo che venissero utilizzati come proiettili per i cannoni. Gli metti una bella scodella di quelle che usano per cucinare in testa e li spari."
"Sì, io non li avrei chiamati Polli da Combattimento. Però evidentemente il signor Lumpin Croop crede che sia un nome che faccia paura."
"I Polli da Combattimento..." Drong scosse la testa. "Probabilmente se li metti dentro a una bella pentolona piena d'acqua calda ci fai il brodo."
A notte, quando il fuoco di candele si fu abbassato e gli Slayer si erano addormentati sul ponte come un branco di muli ubriachi, Drong portò Leonardo sul ponte di prua e gli mise in mano uno strumento: una struttura triangolare di ottone con due lenti scure e un braccetto graduato.
"Eh, ragazzo. Anche questo è un oggetto inestimabile. Sestante. L'ho preso a un pirata con una lunga storia. Luthor Harkon."
"Ma se non sbaglio l'ha già citato, no? Non era il pirata vampiro che ha la sua flotta che ha assunto anche uno Skaven?"
"Ah no, no, no. Quello è un altro. Però anche lui è un vampiro."
"Quindi mi faccia capire," mormorò Leonardo, "i vampiri tendono ad avere carriere da capitani navali?"
"Mi scusi," aggiunse Oronzo, sorto dal nulla con la birra in mano, "ma il mare è un posto molto assolato."
"Buona domanda. Non ti so dire come faccio a navigare. Io li ho beccati di notte, hanno provato ad assaltarci, e io li ho riempiti di botte."
Le stelle stavano alte sopra le cime nere dei Monti Grigi. La lanterna a olio di Drong, schermata da una cuffia di stagno, lanciava un cono di luce sull'ottone graduato.
Mattina del secondo giorno, Leonardo dispiegò una mappa di pelle nella cambusa, fra il sale e gli affumicati, e tracciò col dito un percorso che dalla laguna di Miragliano risaliva all'interno delle montagne.
"Lo volete sapere una delle storie più incredibili che collega Tilea a Nuln?" esordì. "Si dice, e ne ho trovato tracce nelle biblioteche di Karak Norn, che Nuln sia stata fondata da un tileano. E la leggenda narra che esista un fiume chiamato Fiume degli Echi, che dalla terra di Tilea, da Miragliano, passi sotto Karak Hirn e arrivi nell'Impero."
"Ed è navigabile?" chiese Oronzo, che non si era ancora ripreso del tutto e teneva in mano una galletta nera.
"Ci facevano il commercio. Era una delle più grandi minacce del porto di Marienburg, perché le merci invece di dover circumnavigare l'Estalia, attraverso il Fiume degli Echi arrivavano direttamente nell'Impero."
"Ma perché hanno smesso di usarlo, scusa?" sbottò Derryl, infastidito dall'idea di un fiume scomparso. "Cioè, come si fa a nascondere un fiume?"
"Perché molte fortezze dei nani sono state abbandonate, alcune ricreate in altre parti delle montagne, quindi non si sa più se quel luogo lì... avete presente quello che è successo a Karak Norn nei piani bassi?"
"Sì, ma il fiume se è sotterraneo come fai a perderlo?"
"Il fiume è sotterraneo, attraversa il cuore della roccia per trecento miglia. Si dice che un certo Guido Pasolini nel 2335 lo abbia riscoperto. Parte da Campogrotta vicino a Miragliano e arriva a Krotzen nel Wissenland."
Derryl abbassò la voce e si avvicinò al tavolo. "Accademico, possiamo fare una cosa? Con la mia conoscenza di geologia e il mio interessamento verso i tunnel nella montagna a livello minerario, e la tua nascita di etnia tileana, possiamo provare a ritrovare 'sto fiume."
"Oh, questo sarebbe interessante. Ma a quanto narra la leggenda, il fiume scorre per chilometri e chilometri nel buio più totale nelle caverne. Senza nani non è navigabile."
"Cioè, non hai un faro davanti, e comunque immagino che l'acqua che scorre faccia rumore."
Oronzo, masticando la galletta, alzò gli occhi al soffitto della cambusa.
"Si son culati pure il fiume. Madonna 'sti ladri. Siamo riusciti a perdere un fiume, si sa da dove parte e dove arriva e siam riusciti a perderlo."
"A detrimento di chi dice che la cartografia e la storia non sono utili," concluse Leonardo, ripiegando la mappa con la meticolosità di chi sa di star toccando una rotta che vale più dell'oro che hanno perso. "La maggior parte dei casi non lo sono, sono d'accordo. Ma in questo caso qui potrebbero. Una volta si era parlato di riaprire la rotta commerciale: in realtà la rotta commerciale esisteva."
Una vedetta nanica corse di sotto. Aveva la voce rauca dell'uomo che ha appena visto qualcosa che non gli piace.
"Capitano! Capitano! Avvistamento."
Drong si voltò con la cresta arancione contro il vento. La sua faccia, quando capì, perse il sorriso obliquo del pirata e prese la serietà secca del nano che ricorda di essere prima un nano e poi tutto il resto.
Il Cannocchiale e la Filastrocca

"Oh! Davvero?" sbottò Drong, ascoltando la vedetta. "Ah! Quello sciocco! Non ha ancora fatto nulla! Sarà lì ad aspettare!"
"C'è qualcosa che la turba, capitano?" chiese Derryl, già con la mano sull'elsa della Tagliagole.
"Sembra che non molto lontano da Kazid Grungnaz ci sia un comitato d'accoglienza. E quello sciocco del Re non ha mandato nessuno a portarseli via. Bene. Ce ne sarà più per noi."
"Di quante persone?"
"Difficile a dirsi. Ma vediamo fuochi e accampamenti. Di certo i nani non fanno gli accampamenti a quel modo. O almeno la mia vedetta dice così." Drong si girò verso Marcus. "Servitevi del cannocchiale, mercante. Voi siete il più bravo dei vostri a leggere quello che si vede."
Marcus salì sul ponte di prua con l'agilità di chi è abituato a cogliere le cose dall'alto. Allungò il cannocchiale d'ottone — una buona spanna, monture nichelate, lente di Miragliano — e inquadrò.
L'avvallamento sotto Kazid Grungnaz era una valle larga col fiume in mezzo, alberi rari, terra battuta dalla pioggia di settembre. Dall'alto si vedeva tutto bene. Troppo bene.
"Da un lato," mormorò Marcus, abbassando per un istante la lente, "un accampamento alla romana. Ben fortificato, ordinato, con soldati impalati in fila." Si interruppe. "Non in formazione. Fermi. Irrigiditi."
Risollevò il cannocchiale.
"Dall'altra parte qualcosa di più grosso. Figure dell'altezza di ogre, carcami scarnificati. E ancora più alte, due o tre sagome che svettano sul resto. Giganti. Ma non vivi."
Posò il cannocchiale piano, come se fosse un oggetto delicato. Discese la scaletta.
"Non vorrei suscitare dell'allarmismo, ma ci potrebbe essere un principio di invasione dell'avamposto nanico."
Qualcuno della ciurma, fraintendendo, scoppiò in una grassa risata.
"No, dico sul serio," riprese Marcus, e la risata si spense. "A quanto pare il necromante assoldato dal buon Valentini — e qui direi che decade anche la possibile ignoranza del Valentini rispetto alla questione — pare si sia dato oltremodo da fare e abbia evocato un recinto di centinaia di abomini non morti. Fra cui ogre non morti, giganti non morti."
"Almeno a Gabrielle le può finalmente farci vedere tutti gli incantesimi potentissimi che diceva che erano fatti apposta contro i non morti," osservò Oronzo, voltandosi verso le murate dove la maga era rimasta in disparte tutto il giorno.
Gabrielle non rispose. Continuò a fissare il vuoto sotto la nave, gli occhi verdi acquosi che non pesavano la profondità.
"Posso dire una cosa," intervenne Leonardo, "dall'alto del mio mesetto di corso da Cavaliere del Corvo? Dall'alto di una delle reliquie dei maestri del Corvo. Io credo, anzi sono abbastanza sicuro, perché me l'ha detto il maestro del Corvo de visu, che se noi uccidiamo il necromante, tutti i costrutti decadono."
"Bene," disse Marcus. "Molto bene."
"Quindi noi puntiamo il necromante, sganciamo Oronzo con la sua super spada, lui lo uccide, e abbiamo risolto."
"Ma quello grosso mi schiaccia come una mosca!" protestò Oronzo.
"No," rispose Marcus. "Devi abbatterli prima che loro abbattano te. È qui che si vede il vero eroe, davanti alle sfide inaffrontabili."
Si raccolsero accanto al timone, a voce bassa per non farsi sentire dai nani non iniziati. Il vento freddo si era fatto più tagliente, e si sentivano già i primi profumi di legna bruciata salire dalla valle.
"Boni, boni un attimo," disse Oronzo, "una cosa seria. La famosa filastrocca del calice amaro parlava anche di altri oggetti. Non ce n'era nessuno collegato a questa cosa qui?"
Leonardo recitò lentamente, con la voce del cantore che ricorda parole pesanti.
"Pietra spietata, questo figlio sputò nell'occhio di suo padre, il dio del sangue prosciugò la sua spoglia, ma l'essenza dello scorticatore rosso sopravvive. Egli vive ancora nel teschio d'ottone, egli vive ancora nel pugnale di Yul-Kachun, egli vive ancora nel calice dell'ira." Pausa. "Io scommetto sul pugnale."
"Io sul teschio," contrappose Oronzo. "Si parla di non morti, uno c'ha un teschio, voglio dire, è ovvio, è il teschio, no? È l'ottone che mi lascia perplesso."
"È l'ottone che mi torna poco," concordò Leonardo.
"Morr è il protetto di Morr, è Oronzo," disse Marcus, con una piega delle labbra che era meno di un sorriso. "Quindi lui sa."
"Anche se nel ritrovamento," aggiunse Oronzo, "io preferirei il pugnale, perché essendo io l'arma da tagliare..."
"Non so se è il tuo turno nell'assegnazione degli oggetti magici," tagliò Leonardo, asciutto. "Andrei un po' più cauto. Io ne conto diversi, eh. Io ho anche gli occhiali."
Marcus si rimise il cannocchiale all'occhio. Dapprima lo regolò sulla strada che portava al campo dei Valentini. Poi sulla cresta dove si vedeva polvere nuova. Poi sui sei più una figure che procedevano al passo nella direzione sbagliata per i loro interessi.
"Spostiamo la conversazione su di sopra," disse Marcus, abbassando la voce. "Si vedono diversi uomini a cavallo che girano lungo la strada che porta verso Kazid Grungnaz. Un drappello piccolo che sta tornando verso il campo. Sono sei più lei."
Sotto la lente vide bene. Una donna a cavallo, vesti vistose, il rosso e il porpora che scivolavano lungo le pieghe come acqua su seta. Due uomini in armatura nera e multicolore, di una nera che cambiava di sfumatura quando girava la testa al sole. Quattro soldati di scorta, fanteria leggera.
Marcus stringeva il cannocchiale fino a far scricchiolare l'ottone.
"Ah! Ma questa è la maga che aveva preso a calci in culo Lady Gabrielle!"
"Eh sì," confermò Oronzo, "è quella che ci inseguiva."
"Eh, questi mi sanno di molto birbisi," aggiunse Derryl, dalla scaletta.
"A me questi mi sembrano Chaos Knight," mormorò Marcus.
"Mi sembrano di Slaanesh," fece Oronzo, riconoscendo il medaglione che uno dei due cavalieri portava al collo: una forma sinuosa, contorta in modi che dolevano allo sguardo. "Sì, è proprio Slaanesh."
Drong si era avvicinato alle loro spalle. Aveva sentito tutto.
"Capitano," riprese Marcus, "c'è modo di tagliare la strada a quel drappello che sta rientrando verso il campo?"
"Arrr. Beh, se puntiamo dritto su di loro li pigliamo in pieno..."
"No, no, cerchiamo di non schiantarci su di loro. Sarebbe possibile scendere davanti a loro in modo che gli si taglia la strada?"
"È una manovra un po' lenta," ammise Drong. "Però c'è del buono nello schiantarsi su di loro: se ne prendiamo un paio invece di essere sette son cinque."
"Ma non possiamo arrivare lì, rapire la tizia e venire via?" propose Oronzo, con la voce di chi ha appena trovato una soluzione semplice per un problema complesso.
"Sì," rispose Marcus, con la voce di chi ha appena confermato che la soluzione complicata coincide con quella semplice, "esattamente."
Oronzo posò il cannocchiale, si rivolse a Leonardo con un mezzo sorriso. "Mi giro verso Leonardo: oh, ma anche questa è un pezzo di figa fuori misura, eh. Allora la rapiamo."
Leonardo non commentò.
"Come diceva qualcuno della mia gente," mormorò Drong, alzando l'uncino verso il cielo grigio che cominciava a coprirsi, "la morte viene dall'alto."
"Ho sentito racconti, leggende credo," riprese Marcus, "di... la morte scende come l'ala del corvo."
"Come l'ala della morte..." echeggiò Drong, e la frase gli rimase in bocca come una preghiera.
La Caduta

"Comandante," disse Marcus, "avanti tutta!"
"Argh! Vai!"
"Capitano," aggiunse Derryl, già passato in modalità ingegnere, "possiamo fare una discesa rapida, magari con un leggero rallentamento finale per evitare di schiantarci?"
Drong si voltò di scatto verso Sharkbiter. "Ehi, si può fare una cosa del genere?"
Il timoniere allampanato inghiottì, annuì.
"E allora..." La voce di Drong si gonfiò di nuovo nell'urlo del capitano. "AL CANNONE! VAI!"
Si tirarono corde, sibili d'aria calda uscirono da pertugi che Leonardo non aveva ancora avuto tempo di mappare. La Vecchia Betsy si scrollò come un cavallo che improvvisamente capisce di non voler più stare in caserma. Un primo sobbalzo: la nave fece uno scarto secco verso l'alto e ricadde con un tonfo. Marcus, che istintivamente si era legato a un cordame con un nodo da marinaio, restò in piedi. Oronzo e gli altri ruzzolarono.
"Tenetevi tutti!" gridò Marcus, con la voce dell'ufficiale che ha visto altre cadute e sa che il primo a perdere la calma è il primo a perdere le ossa. "Aggrappatevi a quello che potete!"
"Mi aggrappo," mormorò Leonardo, con la calma allucinata di chi calcola le proprie probabilità di sopravvivenza, "a qualsiasi palo, albero maestro, mangiatoia."
La nave s'inclinò di trenta gradi. Il ponte diventò una rampa. Le tavole di legno, ben piallate da nani che credevano nelle giunture pulite, si trasformarono in scivolo per gente che non voleva essere scivolata.
"Capitano," gridò Derryl, abbarbicato a una corda con tutte e due le mani, "dobbiamo rallentare la caduta! Rischiamo che esploda tutto! Ho visto: nel collettore che porta l'aria calda si sta arroventando tutto!"
"Sharkbiter!"
Il timoniere manovrò disperato. Dal pilone interno usciva fumo nero, la parete metallica si arrossava di rosso scuro, di brace, di colore che non si vede sui metalli sani. La nave scendeva a velocità folle.
Poi, a pochi metri da terra, la Vecchia Betsy si raddrizzò tremando. Sbatacchiò. Il fondo dello scafo rigò il terreno per centinaia di passi sollevando una nube di polvere e sassi, falciando alberi caduti come spighe sotto la mietitrice. Il pallone fece un fuff di tela calda, si afflosciò di un terzo e riprese leggermente quota — appena per finire di stagliarsi sul fiume e spiombarvi dentro, di lato, come una grande vacca ubriaca che ha sbagliato il guado.
Lo scafo si piegò verso l'interno. Il fondo si squarciò. L'acqua del fiume cominciò a entrare con un gorgoglio.
Drong era già in piedi. La cresta arancione gli era diventata grigia di polvere.
"Li abbiamo presi!" urlò ai suoi. "Li abbiamo presi! Addosso! Prendete le corde! Scendiamo di corsa a prenderli!"
Davanti alla Vecchia Betsy, sulla riva opposta, i cavalieri della scorta della maga si erano fermati. Avevano visto il dirigibile spiombare sul terreno con la grazia di un sasso. Avevano contato i nani e gli umani. Erano ripartiti al galoppo verso il campo, e adesso sollevavano polvere lungo la strada come una colonna di fumo orizzontale.
"Ma questi scappano a cavallo!" protestò Leonardo. "Non li raggiungeremo mai."
"Allora li inseguiamo finché non si stancano i cavalli!" tuonò Drong. "Li inseguiamo con la nave!"
"Signore," intervenne uno Slayer arrivato di corsa col petto fasciato di stoffe sporche, "abbiamo delle falle di sotto. Stiamo imbarcando acqua."
"Tappate i buchi!"
Marcus, che aveva già finito di scaricare il cannocchiale sul ponte rotto e stava studiando la posizione dei cavalieri in fuga, alzò una mano.
"Posso suggerire una variazione al piano? Alcuni dei vostri uomini simulano una ritirata. Noi ci appostiamo qui in questi anfratti e aspettiamo che prima o poi dovranno andarsi a ricongiungere con il resto dei loro uomini. E scenderemo su di loro come l'ala della morte."
Drong annuì lentamente, e nei suoi occhi tornò quella luce che gli si accendeva quando il piano cominciava a piacergli.
"Fingeremo una ritirata. Voi vi preparate per fare quello che volete fare, e poi li attacchiamo di nuovo dall'alto, calandoci con le funi direttamente su di loro a bomba!"
Saltarono in acqua dalla murata squarciata. L'acqua arrivava al petto degli umani, al collo di Derryl. Il nano, prima di scendere, consegnò le pistole a Marcus.
"Abbi molta cura. Ci vediamo a riva."
Avanzarono verso la riva est, controcorrente, con la consapevolezza di chi sa che dietro un piano c'è sempre un altro piano e che un piano nuovo è meglio di uno in cui sei già morto. Quando misero piede sul fango, asciugarono le armi alla bell'e meglio, raccolsero la polvere da sparo umida nei panni dei nani e si avvicinarono, con una decina di Slayer scelti, al lembo di bosco dove i cavalieri della scorta — non riuscendo a trovare il guado dei loro compagni e visto che dietro stava avanzando una compagnia armata — si erano fermati per dare battaglia. La maga era già scomparsa fra gli alberi.
"Pezzo unico eh," sussurrò Leonardo a Oronzo, lanciando un ultimo sguardo allo scafo arenato. "Meno male. Va benissimo. Siamo la nave degli Slayer."
"Tenuto col nastro," convenne Oronzo.
I due Chaos Warrior li aspettavano con i quattro fantaccini in fila davanti a loro. Le armature erano una mostra di colori impossibili, verdi e rossi e violetti che cambiavano alla luce come olio sulle pozzanghere. Uno dei due brandiva una lama curva — un khopesh, riconobbe Leonardo, e gli si gelò qualcosa dentro nel ricordare i trattati che avevano disegnato armi simili nelle illustrazioni dei nemici dell'Impero. Quel khopesh luccicava di un'aura mutevole, multicolore, che pareva non finire mai dove finiva la lama.
"Abbattiamo prima quelli senza armatura," mormorò Oronzo, impugnando lo Sventratore.
"Spara al mago!" urlò Leonardo. "Spara al mago!"
Oronzo si guardò attorno confuso. La maga non c'era. Si era già dissolta nel sottobosco. La compagnia ripiegò sul piano semplice: ammorbidire gli sgherri, poi affrontare i due cavalieri.
"Sì, gli posso anche tirare col moschetto," disse Derryl a Marcus, "c'ho anche quello. Insomma, di certo io non sto con le mani in mano."
Leonardo alzò la pistola e mirò a un fantaccino con la cura del chirurgo che sa di non avere chirurghi. Il colpo partì preciso. L'uomo cadde con una croce rossa al centro del torace, come se gli avessero dipinto sopra un bersaglio post mortem.
"Bravissimo," commentò Leonardo a se stesso, pulendo la canna fumante. "Ho fatto il mio primo morto della campagna dopo quattro mesi."
Il primo Chaos Warrior si mosse come un torrente nero. Calò il khopesh su Oronzo. Il tileano parò con lo Sventratore e accusò il colpo: la lama del khopesh non lo aveva toccato veramente, eppure qualcosa gli si era posato sulla pelle come un velo che non si toglie. Una pressione contro il petto, un alito dolciastro, un odore che faceva venire fame e nausea nello stesso istante.
"Cazzo duro!" sibilò Oronzo, riprendendosi. "Col cazzo duro!"
Marcus s'inchinò sulla balestra leggera, calcolò la gittata, scaricò un quadrello che s'infilò in mezzo agli occhi di un secondo mercenario. Poi una pistolettata azzoppò il primo Chaos Warrior che vacillò con un ginocchio a terra. Derryl approfittò del crollo: avanzò, accostò la canna nanica alla giuntura della spalla e sparò a bruciapelo. L'armatura nera-multicolore si schiantò come vetro che cade da una mensola troppo alta. Esplose in mille schegge.
Da dentro l'armatura non venne fuori carne. Venne fuori una cosa peggiore.
Una nuvola miasmatica multicolore — verde, rossa, viola — si gonfiò come uno sbuffo di forno e si rovesciò sui due Slayer più vicini al cadavere. I due nani non gridarono. Cominciarono a sciogliersi. La pelle prese una consistenza viscida e cedevole, come cera lasciata troppo vicino alla fiamma, e i corpi crollarono in due cumuli viscosi e variopinti. La cresta di uno di loro restò intatta, conficcata nel fango come un segnaposto.
"Era meglio che non lo bucava con l'arma da fuoco," mormorò Sharkbiter, asciutto, accanto a Derryl.
"Ma quello sciolto un attimo fa," domandò Oronzo, con la voce di chi non vuole davvero la risposta, "che cazzo era?"
"Sbranateli, marmaglia! Per la barba di Grimnir!" tuonò Drong, avanzando in piena foga di battaglia con la cresta arancione sporca di terra e l'uncino fumante.
Il secondo Chaos Warrior calò il khopesh — una lama diversa, incurvata su un altro asse — su un nano della ciurma. Lo aprì come si apre un porcellino prima della tavola. Il sangue colò lungo l'armatura come pittura fresca. Il nano cadde senza un grido, con la cresta ancora a metà del salto.
"I miei nani!" urlò Drong. "Per la barba di Grimnir!"
Leonardo ricaricò le pistole con la meticolosità del cerusico che sa che gli strumenti sono tutto. Marcus mirò il secondo Chaos Warrior con la pistola di Derryl, dieci passi appena, e gli aprì un buco nell'armatura all'altezza del petto. Dall'interno, di nuovo, l'esplosione di vetro nero e colore. Ma stavolta non venne fuori una nube miasmatica. Vennero fuori due esserini bluastri, contorti, sogghignanti, con dita troppo lunghe e occhi troppo chiari.
"Porco dio," mormorò Marcus, con la voce di chi ha smesso di stupirsi e però si stupisce ancora. "Pure i demoni."
"Ah," disse Leonardo, riconoscendo la forma dai trattati di Karak Norn, "sono i Pink Horror. I Blue Horror. Quando li uccidi si dividono."
Oronzo caricò con lo Sventratore. Marcus li bersagliò di pistola. Leonardo ricaricò. Derryl, sopravvissuto a stento alla nube miasmatica del primo Chaos Warrior, si gettò a fianco di Oronzo nello smembrare le creature azzurrine. I demoni resistettero meno dell'armatura: si dissolsero in un puff di luce viola, lasciando per terra solo una pozzetta di liquido bluastro che evaporava da sola.
Il bosco si fece silenzioso.
Drong gettò uno sguardo ai due nani sciolti per terra. Si tolse il cappello da pirata, lentamente. Mormorò una formula in khazalid che nessuno tradusse. Sharkbiter, accanto a lui, ripeté la stessa formula con il timbro liturgico del nano che recita una preghiera che non ha imparato a scuola. La ciurma raccolse i resti dei due caduti e ne fece un cumulo, accanto al cumulo del nano spaccato dal khopesh.
Marcus ricaricò la pipa. La accese con uno sfregamento d'acciarino. La luce della cima rossa gli illuminò la guancia per un istante.
"Mmh," mormorò. "Interessante situazione."
Leonardo guardava i due cumuli viscosi. Per la seconda volta in due settimane si toccò le mezze sopracciglia: stavolta non era stata una lacrima di salamandra ma uno schizzo di Chaos Warrior. Restavano comunque mezze sopracciglia.
"Oh mio dio," mormorò. "Questo è ben al di là... pensavo che la giornata fosse negativa quando ci siamo schiantati col dirigibile. Era appena cominciata."
Più tardi, mentre la ciurma si riprendeva e contava i propri piedi, Leonardo si lasciò cadere su un sasso. Pulì gli occhiali del Morto col lembo della tunica. Riflesse a voce alta, per nessuno in particolare.
"Più vedo queste scene, più son dell'idea che vivere sottoterra è molto meglio che stare all'aria aperta. Sì, mi sembra che non mi si sia attaccata addosso nessuna macchia del Caos, e non mi è venuta la febbre. Ci sta di prendere le ferite, ma sto meglio sottoterra che all'aria aperta."
"Vabbè," concluse Marcus, fumando, "abbiamo ammazzato due Chaos Warrior e quattro sgherri al prezzo di due nani. Direi che è andata bene."
Tre nani.
Drong non disse nulla.
La Riva e l'Imboscata

La riva est del fiume aveva il fango della pioggia di settembre e l'odore del legno bruciato che sale dalle piaghe della tela cerata. La Vecchia Betsy stava arenata col fianco dentro l'acqua, il pallone a metà sgonfio, le murate squarciate. Da dentro lo scafo, di tanto in tanto, salivano ancora bolle d'aria calda che il fuoco interno, ostinato, non si era ancora deciso a spegnere.
I nani della ciurma si erano messi al lavoro come solo i nani sanno fare: senza dirsi nulla. Bragi e altri tre stavano sollevando i barili di birra e le sacche di farina che si erano salvati dalla cambusa. Due — i più giovani — stavano già martellando le tavole spezzate dello scafo con la calma metodica di chi sa che la nave si rifà dove si rompe, e basta avere il tempo. Sharkbiter sovrintendeva, dando ordini bassi che Leonardo non riusciva a sentire ma di cui intuiva l'efficacia.
Drong era seduto su una pietra, l'uncino appoggiato sulla coscia, lo sguardo sul fiume. Non guardava la nave. Guardava il punto dove i due Chaos Warrior si erano fatti scudo.
La nana addetta alla cambusa — quella che pelava le patate, e che mai nessuno aveva avuto il coraggio di chiamare per nome — fece l'inventario delle perdite con il taccuino in mano.
Due Slayer dissolti nella nube miasmatica del primo Chaos Warrior. Uno ucciso dal khopesh del secondo. Tre morti. Quindici Slayer all'inizio del viaggio, dodici al tramonto. La ciurma non era più uguale a se stessa.
Padre Giuliano, che durante lo scontro era rimasto accucciato dietro una pietra con la mano sulla ferita al fianco, si alzò appoggiandosi a uno dei pali della tenda di fortuna che gli Slayer stavano montando. Pallido. Camminò fino al cumulo dei caduti. Si chinò sopra il primo. Tracciò il segno di Myrmidia sul fango accanto a quello che era stato il volto di un nano. Poi sul secondo. Poi sul terzo. Non disse parole. Le formule liturgiche del miles non si pronunciano sui caduti che non sono di Myrmidia, ma il segno, quello, si poteva tracciare. Il dio della guerra e della tattica accoglie i guerrieri di tutte le razze, anche se solo dal lato che vuole vedere lui.
Drong, dalla pietra, non guardò il prete. Né lo fermò.
La compagnia si raccolse a una decina di passi dal cumulo, in un anfratto roccioso sotto la sponda del fiume, dove la sponda alta li nascondeva agli occhi di chi fosse passato sulla strada. Marcus aprì una mappa di pelle sul ginocchio.
"Allora. Quello che potremmo fare altrimenti è fare dietrofront e aspettare che loro cingano d'assedio il presidio nanico, e una volta impegnati in battaglia sul fronte, coglierli alle spalle."
"Argh!" sbottò Drong, alzandosi dalla pietra come se la frase l'avesse rimesso in funzione. "Ci faremo strada tra ossa e carne!"
"Esattamente. Morire in battaglia, morire in battaglia va bene, però cerchiamo di portarcela a casa."
"Ragazzi," aggiunse Oronzo, asciugando lo Sventratore con un panno che era stato bianco prima di Karak Norn, "ma la nostra maga... che fine ha fatto?"
"Secondo me la maga è scappata. Guarda," rispose Leonardo, con un mezzo sorriso che era più disagio che ironia. Indicò le murate squarciate della Vecchia Betsy. "È lì, è lì dalle murate della barca che ci fa così."
Tutti guardarono verso la nave. Gabrielle Marsner stava in piedi sul ponte spaccato, immobile, con il mantello viola fradicio dell'acqua del fiume e gli occhi verdi acquosi posati sulla compagnia come se stesse guardando una scena di teatro che non l'aveva interessata. Non aveva lanciato una formula in tutta la giornata. Era restata sulla nave durante lo scontro a riva. Adesso, finita la battaglia, scendeva la passerella di legno spezzato a passo lento, tenendosi a venti passi di distanza dal cerchio della compagnia.
Si fermò lì. Non si sedette. Non parlò.
"Ma in tutto questo," riprese Oronzo, "la nostra maga che ha fatto?"
"È rimasta sulla barca," rispose Leonardo, sottovoce.
Marcus non commentò. Riprese la mappa. Drong, accanto a lui, fece due conti col timoniere.
"Quindici miglia in salita," disse Sharkbiter, "un giorno e mezzo a piedi, se il sentiero non è franato. La fortezza-avamposto è laggiù, dietro quella cresta."
"Ripariamo la nave," decretò Drong. "Tre giorni, forse quattro, se Bragi e Olund non si addormentano sui chiodi. Ci nascondiamo qui sotto la sponda. Quando i Valentini muovono il loro esercito di non morti sull'avamposto nanico, noi stiamo già in volo. Calata con le funi. Sull'alto della loro retroguardia. Li prendiamo in mezzo come una mela tra due martelli."
"Come l'ala della morte," mormorò Marcus, e stavolta la frase non era una citazione di racconti e leggende. Era una decisione.
"Come l'ala della morte," echeggiò Drong, e si rimise il cappello da pirata sulla testa.
Il sole calava sopra la valle. La cresta dei monti, a ovest, si stava già tingendo del rosso lungo che precede il viola della sera. Gli Slayer, di sotto, lavoravano con il martello e la pece. Padre Giuliano sedeva sotto una tela, con la mano sul fianco, gli occhi chiusi. Gabrielle, a venti passi dalla compagnia, guardava il fiume scorrere in silenzio.
Quando la prima stella si accese sopra Kazid Grungnaz — bianca, lontana, indifferente — Leonardo aprì il taccuino sulle ginocchia, si tolse gli occhiali del Morto, li pulì col lembo della tunica, e si rimise a scrivere.
Il cronista, anche quando cade, scrive.
Stato della Compagnia
Nuovi alleati (e contesto):
- Kazrik Sharkbiter — già conosciuto al cap. 35, qui pienamente integrato come timoniere della Vecchia Betsy: faccia allampanata, sguardo da pazzo, bandoliera con tre pistole. Comanda la ciurma quando Drong urla. Conosce le manovre di emergenza.
- Bragi — Slayer della ciurma di Drong, citato per nome. È quello che Drong rimprovera quando la ciurma umilia Gabrielle ("Bragi! Per piacere, la ragazza... lei è ospite.").
- La nana addetta alla cambusa — Slayer femmina, tiene l'inventario delle perdite. Cuoca e contabile della ciurma. Non ha rivelato il nome.
- Il pappagallo di Drong — animale di bordo impertinente, zittito dal capitano quando interferisce.
Nemici incontrati:
- La maga del caos — donna a cavallo, vesti rosso-porpora, scortata da Chaos Knight e fanteria. Identificata come la stessa che inseguì la compagnia da Pfeildorf. Scampata all'imboscata della Vecchia Betsy, scomparsa nel sottobosco prima dello scontro a terra. Tuttora viva.
- Due Chaos Warrior di Slaanesh — armature mutevoli e multicolori. Uno con khopesh dall'aura caotica (ha aperto un nano come un porcellino). All'apparente morte: armatura esplosa come vetro, primo libera nube miasmatica multicolore (dissolto due Slayer), secondo libera due Pink/Blue Horror demoniaci. ABBATTUTI.
- Quattro mercenari umani — fanteria leggera della scorta. ABBATTUTI da Marcus, Leonardo, e Slayer.
- Il necromante mercenario dei Valentini — non visto direttamente ma ha evocato un esercito di non morti accampato sulla strada per Kazid Grungnaz: centinaia di umani impalati e fermi in fila, ogre non morti scarnificati, due-tre giganti non morti. AL CAMPO.
- L'esercito dei Valentini — accampamento alla romana fortificato, distinto dall'accampamento dei non morti.
Nemici sconfitti definitivamente:
- 2 Chaos Warrior di Slaanesh, 4 fantaccini mercenari.
Nuovi luoghi:
- La Vecchia Betsy / Grande Figliola (interno) — cabina del cerusico a prua, ponte di coperta con tavolacci, scaffalature di pozioni in khazalid (mercurio riconosciuto), pilone interno per l'aria calda, eliche elicoidali laterali, pallone oblungo di tela cerata cuoio. Doppio nome: dono nuziale mai consumato del clan Spaccapietra di Zhufbar.
- L'avvallamento sotto Kazid Grungnaz — valle col fiume in mezzo dove la Vecchia Betsy si è schiantata. La compagnia si nasconde in anfratti rocciosi sulla riva est.
- L'accampamento dei Valentini (visto dall'alto) — diviso in due: a est l'accampamento alla romana fortificato, a ovest lo spiazzo dei non morti in fila.
Scoperte:
- Il Fiume degli Echi — leggendaria rotta sotterranea da Campogrotta (vicino Miragliano) a Krotzen (Wissenland), 300 miglia. Riscoperto nel 2335 da Guido Pasolini, poi perduta. Avrebbe fondato Nuln come colonia tileana. Pista d'esplorazione futura proposta da Derryl + Leonardo.
- Il sestante di Luthor Harkon — appartenuto a un capitano vampiro pirata diverso da quello con la flotta skaven; sottratto da Drong "di notte, riempiendoli di botte". Strumento di navigazione astrale.
- La filastrocca dello Scorticatore Rosso confermata come pista per il culto del sangue: oltre al Calice dell'Ira (già consegnato a Karak Hirn), restano da ritrovare il teschio d'ottone e il pugnale di Yul-Kachun. Probabilmente uno dei due è in mano al necromante.
- Le compagnie mercenarie tileane — Uomini Uccello di Catrazza (planatori da macchina volante di Leonardo da Miragliano), Vendetta di Vespero, Tiratori di Miragliano, Balestrieri di Braganza, Polli da Combattimento di Lumpin Croop (halfling esploratori).
- I Pink/Blue Horror — demoni di Tzeentch nascosti nelle armature dei Chaos Warrior di Slaanesh. Quando uccisi, si dividono.
Oggetti:
- Vecchia Betsy danneggiata — scafo piegato, falle multiple, pallone semisgonfio. Reparabile in 3-4 giorni.
- Schizzi di Leonardo per la mano meccanica di Drong — prototipo intercambiabile con uncino e bocca di pistola innestabile. Lavoro futuro per la Gilda.
- Schizzi di Leonardo della Vecchia Betsy — ingegneria nanica del dirigibile (eliche elicoidali, fornello a carbone, sacche di pelle di pecora calafatate, collettore d'aria calda).
- Tutti gli oggetti precedenti confermati (Occhiali del Morto, Pipa del Morto, Spada di San Toswick, Sventratore di Oronzo, sacca-mina di Marcus, Ratling Gun a Karak Norn, gemme — 320 corone non vendute).
- Lacrima di salamandra — rimasta a Karak Norn nell'officina di Alrik Nunnelson, sotto custodia congiunta.
Fili narrativi aperti:
- Il piano dell'imboscata — quando i Valentini muoveranno l'esercito di non morti contro Kazid Grungnaz, la Vecchia Betsy riparata calerà dall'alto la compagnia e gli Slayer alle spalle del nemico.
- Uccidere il necromante — secondo Leonardo, se il necromante muore i costrutti decadono. Ma il piano di "decapitazione" richiede di arrivare al centro dell'accampamento.
- La maga del caos viva — scampata, ha sicuramente già avvisato il campo.
- Leonardo "arruolato" come cerusico della Vecchia Betsy — patto imposto da Drong, che vincola Leonardo a Sartosa dopo Karak Hirn. Da rinegoziare.
- Mano meccanica di Drong — Leonardo ha le misure, schizza il prototipo. Lavoro futuro.
- Gabrielle Marsner — umiliata da Drong, riabilitata da Marcus, ha pulito il vomito sul ponte e servito la cena, è restata immobile sulla nave durante lo scontro a riva. Non ha lanciato una formula in tutto il viaggio. Si tiene a venti passi dal cerchio della compagnia.
- Padre Giuliano — ferita al fianco non guarita, presente solo come liturgo dei caduti. Nessuna scena di guarigione definitiva.
- I polmoni di Derryl — non lamentati in queste giornate, in lenta guarigione.
- Il dissidio Marcus / Padre Giuliano — sospeso.
- Maledizione skavena annotata su Gabrielle — non emersa.
- Apprendistato segreto Leonardo / Alrik Nunnelson sulla lacrima di salamandra — non emerso.
- Bartek Tengansson (minaccia futura a Karak Hirn) — non ancora emerso, atteso a Karak Hirn.
- Fiume degli Echi — pista d'esplorazione futura aperta da Derryl + Leonardo.
- Padre Richard prigioniero a San Quintus a Pfeildorf — sospeso.
- Yannick Blank in viaggio per Pfeildorf — sospeso.
- Drago sotto Karak Norn, Skretch Mezzomorto + Noctilus, taglia di 500 corone, Gang di Taldorf — tutti sospesi.
Situazione attuale: La compagnia è accampata in un anfratto roccioso sulla riva est del fiume, sotto la sponda alta che li nasconde alla strada. Alle loro spalle, la Vecchia Betsy arenata, con la ciurma dei dodici Slayer superstiti e la nana della cambusa al lavoro per le riparazioni. A nord, oltre la cresta, l'accampamento dei Valentini e l'esercito di non morti del necromante. A sud, il fiume scorre verso Karak Hirn. Padre Giuliano riposa sotto una tela, ferita al fianco non guarita. Gabrielle si tiene a venti passi dal cerchio della compagnia, mantello viola fradicio, gli occhi verdi acquosi sul fiume. Drong è seduto su una pietra con l'uncino sulla coscia. Leonardo scrive sul taccuino. Il sole cala. Il piano dell'ala della morte è in piedi.
"A bordo della Vecchia Betsy ho imparato che il volo è la forma più pura di ingegneria, perché non perdona gli errori. A riva del fiume, sotto la pancia squarciata della stessa nave, ho imparato la seconda metà della stessa lezione: che chi non perdona gli errori, in compenso, ti dà tre giorni per impararne uno nuovo. Spero che bastino." — Leonardo Isacco da Ponzacco, Appunti vergati sotto un anfratto roccioso, sponda est del fiume sotto Kazid Grungnaz, sera del secondo giorno di viaggio