Capitolo XXXV: Le Grandi Miniere
"Sotto la montagna non ci sono né dèi né bandiere. C'è solo il peso della pietra, la memoria dei morti, e il rumore dei denti di qualcosa che mastica nel buio. Chi scende non torna mai del tutto uguale." — Dal Trattato sulle Miniere Abbandonate di Theodoric Gisslund, geologo di Middenheim (ed. 2497)
All'Alba, alle Grandi Miniere
L'alba a Karak Norn è un concetto strano.
Nella parte umana della fortezza — il cosiddetto Guest Village — la luce arriva filtrata da un sistema di condotti di ventilazione e da alcune aperture praticate ad arte nella roccia; i nani, che non hanno bisogno del sole ma che sanno riconoscerlo nel cuore dei mercanti umani, ne concedono quel tanto che basta per distinguere la mattina dalla notte. Quella mattina, la luce era di un grigio pallido, simile al dorso di un pesce morto, e non faceva più calore di una candela spenta.
I quattro uscirono dal Martello d'Argento con la lentezza di chi ha bevuto del liquido infiammabile fino a tardi. Oronzo teneva la testa come se fosse stata cucita al collo con filo scadente. Leonardo camminava con la concentrazione di un funambolo, sforzandosi di non pestare ostacoli che solo lui vedeva. Derryl aveva già fumato due pipe, il che in un nano significava buonumore. Marcus era l'unico ad aver dormito davvero, e si vedeva.
Le Grandi Miniere erano a un'ora buona di cammino dal Guest Village. Si attraversavano i mercati ancora addormentati, si scendeva una scalinata ampia come una strada di Nuln, si passava sotto tre arcate nanichie decorate con figure di Grungni e si arrivava, finalmente, davanti a due enormi porte di pietra sormontate dal sigillo dei re di Karak Norn.
Le porte erano aperte.
Davanti, al freddo di quella penombra, stava aspettandoli una ventina di nani — venti, o ventidue, Leonardo non era in grado di contarli con precisione per via del mal di testa — tutti Slayer, tutti a torso nudo, tutti con la cresta arancione imbottita di grasso, tutti armati di cose che sembravano uscite dal bagaglio personale di un macellaio impazzito.
E al centro di tutti, col suo metro e cinquantacinque di orgoglio rancido, il cappello da pirata che pareva rubato a un corsaro morto da troppo tempo e l'uncino di ferro al posto della mano destra, c'era Drong il Lungo.

"Ah, siete venuti," disse Drong, e nella sua voce c'era qualcosa di simile alla delusione. "Non ero sicuro. Pensavo che la trementina vi avesse ucciso."
"Ce l'ha messa tutta," rispose Oronzo, "ma non ci è riuscita."
"Peccato."
Accanto a Drong c'era Kazrik Sharkbiter, il timoniere della Vecchia Betsy, con la sua bandoliera di tre pistole e il naso aquilino che in quella luce grigia sembrava ancora più lungo. Sharkbiter fece un cenno cordiale a Derryl — cordiale per gli standard degli Slayer, ossia un mezzo grugnito — e Derryl ricambiò con la stessa dignità.
Leonardo, che aveva lasciato casa sua a Ponzacco con l'idea che gli Slayer fossero creature leggendarie descritte in qualche trattato di Altdorf, si trovò ora a contemplarne ventidue tutti insieme e si rese conto che nessuna descrizione scritta rendeva giustizia alla densità olfattiva del fenomeno.
"Mastro Drong," disse, con la voce più ferma che gli riuscì, "abbiamo portato... abbiamo portato tutto ciò che serve. Pensiamo."
"Bene. Non ci servono tante chiacchiere. C'è chi sale con voi?"
Si voltarono. Dietro, in piedi contro una colonna, stava Heinrich Thyssen — l'Arbitrator di Sigmar che li aveva accompagnati da Wissenburg fin quaggiù, e che in quelle settimane di cammino aveva imparato a tenere la bocca chiusa nel momento giusto e aperta in quello giusto. Thyssen guardò Oronzo come si guarda un amico che sta per fare una scelta di vita spiacevole.
"Io scendo?" chiese Thyssen, e dal tono si capiva che sperava in un no.
"No, no," disse Marcus, con la promptness di chi aveva già deciso. "Lei resta qui, Signor Thyssen. Se non torniamo, è importante che qualcuno sappia raccontare com'erano fatte le nostre scarpe."
"Le sue scarpe le conosco, Signor Ghast. Sono molto pulite. Troppo pulite per un mercante."
"Ecco, appunto."
Thyssen annuì, col sorriso sottile di chi ha capito più di quanto fosse stato detto, e rimase dov'era.
Al suo posto si fece avanti Gabrielle Marsner — che li aveva seguiti per settimane da Wissenburg attraverso i Monti Grigi, e che quella mattina aveva il mantello viola dell'Ordine di Ametista stretto intorno alle spalle come uno scudo contro il freddo e contro qualcos'altro che solo lei percepiva. Gli occhi di un verde acquoso, il volto pallido, lo sguardo perpetuamente distratto di chi sente troppe cose contemporaneamente.
"Lei scende con noi," disse Drong, con l'aria di chi enuncia un fatto piuttosto che una decisione. "Sentirà le cose magiche, se ce ne sono laggiù. E stando a quello che mi hanno raccontato, laggiù ce ne saranno."
"Se è necessario," rispose Gabrielle, la voce bassa come sempre. "Preferirei non scendere. Ma preferisco ancora meno lasciarvi scendere soli."
Leonardo la guardò con la gratitudine discreta di chi ha imparato, in quelle settimane di viaggio, a distinguere il silenzio della maga dalla disattenzione. Non erano la stessa cosa. Quando Gabrielle taceva, di solito era perché stava ascoltando qualcosa che nessun altro udiva.
Oronzo, nel frattempo, si era avvicinato a Marcus e gli stava sussurrando qualcosa all'orecchio con l'espressione del mercante che ha appena fiutato un'occasione.
"Marcus," mormorava, "hai notato che c'è una nana, laggiù? La vedi? Quella con la cresta arancione?"
"Oronzo," rispose Marcus, senza voltarsi, "ti ricordo che abbiamo garantito per te."
"Eh, lo so. Lo so. Era solo un'osservazione antropologica."
La Missione, Secondo Drong
Drong non era un tipo da preamboli. Radunò il gruppo con un gesto del suo uncino e parlò con la voce di chi ha già dato troppi ordini in vita sua.
"Dunque. Vi spiego una sola volta, e vi prego di ricordarvelo perché poi sotto non avrò voglia di ripetere."
Si piantò davanti alla porta aperta delle Grandi Miniere, dietro di lui il buio che cominciava.
"Primo. C'è uno scudo, lì sotto. Uno scudo runico del re di Karak Norn. Non l'attuale re: il padre dell'attuale re. Lo perse cent'anni fa, durante una spedizione di riconquista. Lo portava addosso. Non tornò. Lo scudo è rimasto laggiù, da qualche parte. Il re attuale vuole indietro lo scudo di suo padre. Questo è il primo motivo per cui siamo qui."
"Secondo," continuò, "laggiù ci sono cose che non dovrebbero esserci. Rattoblin, come li chiamate voi — non è il loro vero nome, ma va bene così. Migliaia. Di diverse taglie. E altre cose. Il re vuole che quella roba sparisca. Questo è il secondo motivo per cui siamo qui."
"Terzo," e qui la sua voce si abbassò di un tono, "tutto quello che trovate laggiù, tranne lo scudo, è vostro. Tesori, armi, gemme. Sarà suddiviso fra la ciurma al ritorno. Io non voglio niente. I miei Slayer non vogliono niente. Noi vogliamo solo morire con onore. Il bottino è per chi ha ancora voglia di vivere."
Oronzo sentì una piccola fiamma accendersi nel petto — non di coraggio, ma di aritmetica.
"Mastro Drong," disse Leonardo, alzando una mano come a scuola, "una domanda pratica. Lei ha una mappa di quello che c'è laggiù?"
"Solo del primo piano. Quello dove siamo scesi l'altra volta. Più giù non lo so. Nessun nano lo sa più, ormai."
"Una vera lacuna cartografica," osservò Leonardo, con un misto di preoccupazione e fascinazione professionale. "Se sopravvivo, vorrei colmarla."
"Se sopravvive," ribatté Drong, "le regalerò io stesso un pezzo di carta e del carbone."
Le Storie del Capitano
Il primo tratto delle Grandi Miniere era abitato. Si passava fra botteghe chiuse, magazzini ancora in uso, posti di guardia di Longbeards sonnolenti che salutavano Drong con un cenno di rispetto e lo guardavano scendere senza dire una parola. Si capiva, dai loro occhi, che lo stavano salutando come si salutano i morti che non sanno ancora di esserlo.
Camminando fianco a fianco con Marcus e Oronzo, Drong raccontò storie. Non per vanteria — gli Slayer non si vantano, o almeno non per come lo intendono gli umani — ma perché aveva l'abitudine di riempire il silenzio con la voce, e perché, forse, gli piaceva avere un pubblico nuovo.
"Una volta," disse, "ho combattuto contro Marwyrm. A mani nude."
"Marwyrm?" chiese Leonardo, da dietro.
"Un mostro del mare. Un serpentone grosso quanto una nave. Mi aveva già inghiottito il secondo contromastro e stava venendo per prendermi. Io non avevo ancora l'uncino, allora. Avevo solo le mani."
Marcus, che aveva letto qualche trattato imperiale sulle creature marine della Costa Tileana, aggiustò mentalmente la cifra per la vanteria navale e arrivò comunque a una creatura molto grande.
"E come ha fatto?"
"Gli ho infilato il braccio destro in gola fino al gomito e gli ho strappato qualcosa di vitale."
"Il braccio destro, quello che ora non ha più?"
"No, quello l'ho perso dopo. Con Skretch Mezzomorto."
"Skretch...?"
"Mezzomorto," ripeté Drong, e fece il nome come se pronunciasse una bestemmia particolarmente cara. "Skaven. Pirata. Capitano di una flotta del Clan Skurvy — i topi di mare, quelli che si occupano di predare le navi fra Sartosa e Bilbali. È al servizio di un padrone che non si sa dove abiti ma che si sa esistere: Noctilus. Un vampiro. Uno dei Conti Vampiro del mare. Una carogna che non muore mai, nemmeno quando dovrebbe."
Leonardo si passò la lingua sulle labbra. Notava, nei suoi appunti mentali, che quella era la terza o quarta volta in poche settimane che sentiva nominare un vampiro, e che in un Impero ragionevolmente gestito una tale frequenza avrebbe dovuto provocare inchieste parlamentari.
"E questo Skretch Mezzomorto," continuò Drong, "è mezzo morto perché io gli ho tagliato metà faccia. Ma lui, in cambio, mi ha preso la mano. E una buona parte dell'avambraccio. È un lavoro ancora in sospeso, fra me e lui. Lo chiuderemo, un giorno."
"Un giorno," ripeté Marcus, e si chiese se quell'un giorno sarebbe arrivato prima o dopo la fine delle Grandi Miniere.
Drong si fermò un istante e si voltò verso di loro con un'espressione che per un attimo non fu quella di un fanatico in cerca di morte, ma quella di un uomo — un nano — stanco.
"Questo è il bello del nostro mestiere," disse. "Non si sceglie dove morire. Si sceglie soltanto se farlo con un uncino in mano o senza."
E riprese a camminare.
La Discesa
Superata la zona abitata, le gallerie cambiavano di aspetto. Le lastre squadrate lasciavano il posto a pareti più rozze, scavate in epoche più antiche, quando i nani cercavano vene di metallo a profondità che oggi nessuno ricordava più con precisione. Sulle pareti, qua e là, si vedevano le tracce di un'architettura di un altro tempo: rilievi di Grungni col martello, iscrizioni in runico che Derryl guardava con un'espressione complicata.
Le torce furono accese.
Nelle miniere, le torce non illuminano come illuminano in superficie. Il loro alone è piccolo, cupo, e la luce sembra mangiata dalle pareti prima ancora di arrivarci. Leonardo, che nelle sue letture aveva incontrato il concetto di cecità da contrasto, si accorse di avere già le pupille dilatate al massimo e che al di là del cerchio di luce non distingueva assolutamente nulla.
Gabrielle camminava al suo fianco, sfiorandosi le dita come se stesse leggendo un libro che non c'era.
"Sente qualcosa, mia signora?" le sussurrò Leonardo.
"Sento tanto. Troppo. Non tutto è magico, però. Alcune cose sono solo... vecchie."
"Vecchie come quanto?"
Lei non rispose.
In testa alla colonna camminava un nano più piccolo degli altri, con un mantello di cuoio consumato e una strana barra di metallo in mano, snodata come un bastone da rabdomante. Era lo sminatore di Drong, il nano che avanzava davanti a tutti e controllava il pavimento, le pareti, le feritoie in alto, alla ricerca di qualunque cosa potesse esplodere, crollare o sparare. Avanzava lento. Si fermava ogni dieci passi. Annusava.
"Un tipo interessante," commentò Oronzo, a bassa voce. "Chi gli paga la vita, quando la perde?"
"Nessuno, a questo punto," rispose Derryl, altrettanto a bassa voce. "Fa parte dell'accordo."
Il Fuoco nel Buio
Il sminatore si fermò.
Alzò una mano. Gli Slayer dietro di lui si immobilizzarono. Drong fece un cenno e anche i mercenari umani si fermarono, con Leonardo che quasi inciampava su un sasso perché stava guardando le iscrizioni e non dove metteva i piedi.
Silenzio.
Poi, dal fondo della galleria buia che si apriva davanti, arrivò un rumore che non era un rumore. Era più un respiro meccanico, un ticchettio rapidissimo, come di un macinino che partisse in lontananza.
Il sminatore si voltò, col volto bianco come una lastra di calce, e aprì la bocca per urlare qualcosa.
Non fece in tempo.
Dal buio arrivò una cascata di scintille e di sibili e di schiocchi — una sventagliata di colpi così fitta che pareva una pioggia di brace — e il sminatore venne sollevato da terra come una marionetta cui qualcuno avesse tagliato i fili dal davanti anziché dall'alto. Cadde sulla pietra senza più un'espressione sul volto, perché non aveva più un volto.
"GATLING!" ruggì Drong, e la parola uscì dal suo petto come un'imprecazione. "A TERRA, TUTTI A TERRA!"
Gli Slayer non si buttarono a terra — gli Slayer non si buttano a terra — ma si lanciarono in avanti urlando, con le asce in alto, verso il punto da cui era arrivata la sventagliata. Derryl, col pragmatismo naniculturale di chi sa esattamente che razza di arma aveva appena ucciso lo sminatore, afferrò Leonardo per il colletto e lo tirò dietro un contrafforte di pietra.
"RATLING GUN," sibilò Derryl. "Sparano centinaia di colpi al minuto. Se non trovi un angolo muori."
"Ho letto di queste cose," balbettò Leonardo, la voce gli si era fatta stretta in gola. "Però pensavo fossero... leggende."
"Le leggende sono le cose vere di cui non vuoi sentir parlare."
I Rattoblin
Poi arrivarono anche gli altri.
Dal buio della galleria sbucarono decine di figure piccole e curve, con musi appuntiti e denti che brillavano al riflesso delle torce cadute, armate di lame, di bombe a mano, di picche corte. Skaven. Finalmente, Leonardo vedeva dal vivo le creature di cui aveva letto soltanto nei trattati eretici del Professor Lessing e che in nessun libro ufficiale dell'Impero erano mai state descritte in modo chiaro.
Non erano esattamente come se li era immaginati. Erano peggio. Non per l'aspetto — l'aspetto era spaventoso ma tutto sommato prevedibile — ma per il modo in cui si muovevano. Non erano goblin, non erano ratti, non erano uomini: erano una cosa a parte, con una logica a parte, e la logica era quella di un esercito addestrato male ma con un numero illimitato di rimpiazzi.
"Rattoblin," commentò Marcus, che aveva sentito la parola da qualche parte e l'aveva adottata perché non ricordava il nome corretto. "Una definizione tecnica del cazzo, ma è la prima che mi viene in mente."
"Il nome corretto," disse Leonardo, da dietro il contrafforte, "è Skaven. Dal basso-reikspiel skavr, 'ladro di sotto'. Il termine è citato nel..."
"Leonardo."
"Sì?"
"Forse dopo."
"Giusto, forse dopo."
Le prime bombe degli Skaven atterrarono nell'arco di luce di una torcia rovesciata. Erano piccole, sferiche, con una miccia che gocciolava faville verdi, e quando esplodevano rilasciavano un vapore giallo-verde che faceva piangere gli occhi e cuocere il respiro. Uno degli Slayer di Drong — un nano giovane, se di un nano Slayer si può dire giovane — prese una di quelle bombe in pieno petto e si accasciò senza più respirare.
Drong ruggì qualcosa in khazalid che nessuno riuscì a tradurre, e si lanciò in avanti contro i tiratori con la sua scure.
Marcus estrasse le sue pistole naniche dai fianchi — canne corte, impugnatura lavorata a runa, pesanti come piccoli mortai e precise come un orologio di Altdorf, acquistate al mercato di Karak Norn tramite il contatto di Derryl — e cominciò a sparare con la regolarità di un metronomo. Ogni colpo prendeva un obiettivo. Ogni Skaven centrato si piegava in avanti e non si rialzava.
Oronzo, invece, tirò fuori la Spada di San Toswick — la lama sacra di Morr che portava dal giorno in cui la compagnia l'aveva trovata nella cappella abbandonata — e la fece roteare con l'entusiasmo di chi non ha mai veramente capito le convenzioni del combattimento dwarven ma le rispetta a modo suo.
Derryl imbracciò una delle sue tre pistole naniche e, con la precisione di un ingegnere che aveva studiato balistica per vent'anni, prese in faccia il primo Skaven che gli veniva incontro. Il secondo lo fece con un'altra pistola. Il terzo con la terza. Poi si accovacciò dietro il contrafforte, accanto a Leonardo, e cominciò a passargli le pistole scariche mentre ne impugnava una nuova dal bandolier.
Leonardo — che con le armi aveva un rapporto puramente teorico e con la polvere da sparo un rapporto pratico unicamente grazie alle settimane passate accanto a Derryl — prese le canne fumanti con la concentrazione del chirurgo che tiene un ferro caldo. Polvere misurata a occhio, bacchetta, proiettile, stoppaccio, battuto, chiusura. Ripassava il gesto come l'ottava di un salmo. Era il suo lavoro: ricaricare quelle dannate pistole, perché mentre lui le ricaricava il nano continuava a sparare, e finché il nano continuava a sparare la galleria davanti restava sgombra.
"Ne conti molti?" chiese a Derryl fra un colpo e l'altro.
"Troppi per contarli, ragazzo. Tu continua a ricaricare."
Gli Orchi-Ratto
Poi arrivarono i grossi.
Dal fondo del tunnel, oltre la linea degli Skaven tiratori, emersero due masse enormi che occupavano quasi tutta la larghezza della galleria. Erano alti più di un uomo, curvi sulle spalle, con le braccia più lunghe delle gambe, muscoli tatuati di cicatrici e denti che non stavano in bocca. Le loro mani finivano in mazze grezze legate agli avambracci con strisce di cuoio. Le loro schiene portavano marchi simili a timbri di proprietà, come sulle bestie da carico.
Rat Ogre, disse sottovoce Derryl, e anche se nessuno dei presenti conosceva il termine imperiale, si capì subito cosa intendesse.
I due Rat Ogre avanzarono spazzando via i loro stessi compagni più piccoli. Uno degli Slayer si lanciò contro il primo urlando, e il primo lo prese di sbieco con un colpo di mazza che lo mandò a rimbalzare contro il muro come un sacco di farina. L'altro Rat Ogre si scagliò contro Drong.
E qui accadde una cosa che Marcus, molto più tardi, avrebbe faticato a descrivere con parole non esagerate. Drong il Lungo — un metro e cinquantacinque di collera pirata — si avventò contro una creatura alta il doppio di lui, schivò il primo colpo di mazza con un movimento che non pareva possibile per un corpo così tarchiato, si infilò sotto la guardia e, con un gesto a croce della sua ascia destra e dell'uncino di ferro al posto della sinistra, scollò la testa del Rat Ogre dal resto del corpo.
Letteralmente. Un colpo con l'ascia a tagliare. L'uncino ad agganciare. Poi la testa rotolò via.
"Porca puttana," mormorò Oronzo, con l'ammirazione onesta di uno che l'ammirazione non la regalava mai.
Il secondo Rat Ogre, confuso dalla scomparsa del primo, perse un attimo per cercarlo con lo sguardo. Fu un attimo di troppo: Marcus gli scaricò addosso tutti i colpi che gli erano rimasti nelle canne naniche, Derryl gli piantò una pistolettata in un occhio, e gli Slayer di Drong finirono il lavoro con le scuri da macellaio.
Stormvermin e Monaci della Peste
Non era finita.
Dietro i Rat Ogre, protette dal caos, erano avanzate altre due file di Skaven — ma questi erano diversi. Più grossi. Più armati. Indossavano armature — armature vere, di maglia di ferro annerito — e brandivano alabarde corte con punte a uncino. Leonardo, che aveva letto qualcosa sulla gerarchia skavena nei frammenti meno censurati del diario di Lessing, sussurrò una parola di cui non era sicuro: "Stormvermin."
"Che vuol dire?"
"La loro fanteria scelta. Gli addestrati. Quelli che non scappano."
"Oh."
E dietro gli Stormvermin, ancora più in fondo, si muoveva qualcos'altro: un gruppo di Skaven senza armatura ma con strane vesti di stoffa marcia e campanelli al collo. Monaci della Peste. Le loro armi erano aspersori ricurvi che gocciolavano qualcosa che non si voleva sapere cosa fosse.
Il combattimento divenne una cosa senza forma. Gli Slayer di Drong si gettarono in avanti. Derryl si inoltrò al loro fianco con la Tagliagole — la sua sciabola corta larga come una mannaia da macellaio, con la guardia a cesto d'ottone buona per spaccare facce a distanza ravvicinata — e le pistole già ricaricate infilate nella cintura. Oronzo seguì con la spada di Morr e la convinzione — non del tutto sbagliata — che essere dietro Derryl fosse la posizione meno pericolosa disponibile. Marcus ricaricò le proprie canne naniche senza mai abbassare del tutto la linea di tiro e mantenne il fuoco di copertura. Leonardo, da dietro il contrafforte, continuava a caricare le pistole di Derryl che gli arrivavano fumanti, una dopo l'altra, col ritmo di chi ha capito che in quella mischia il suo posto non è la prima linea ma il banco da lavoro — e che è più utile così di quanto lo sarebbe stato con una lama in mano.
In quella mischia, a un certo punto, Derryl si prese un colpo d'alabarda dritto alla testa. La skullcap di cuoio nanica, rinforzata con una maglia di ferro che si era fatto cucire all'interno a Nuln una vita fa, scintillò di traverso e assorbì quasi tutto il colpo. Quasi. Derryl barcollò, cadde in ginocchio, poi si rialzò con la testa che gli risuonava come una campana di Reikland e uccise il suo aggressore con la stessa precisione ingegneristica di sempre.
Marcus lo vide e registrò il dato come registrava tutti i dati: Derryl quasi morto, Derryl rialzatosi, Derryl funzionale. Buono.
Padre Giuliano, che fino a quel momento era rimasto in seconda linea lanciando i suoi miracoli marziali di Myrmidia sulla compagnia — dissuasioni, benedizioni di tiro, piccoli incantesimi di protezione — si trovò improvvisamente contro uno Stormvermin con l'elmetto a teschio. Lo Stormvermin gli piantò in un fianco la lama dell'alabarda, e la lama non era una lama qualunque.
Quando Padre Giuliano si guardò il fianco, alla luce della torcia, notò due cose insolite. La prima: la ferita non sanguinava normalmente. La seconda: la carne intorno alla ferita stava diventando verde.
Il Sangue dei Caduti
Quando l'ultimo Skaven cadde — quando il corridoio tornò ad essere solo pietra e cadaveri e torce cadute — ci fu quel momento di silenzio che i sopravvissuti conoscono bene. Il momento in cui i polmoni si riempiono un po' troppo in fretta e il cuore scopre di essere ancora lì.
Drong, col petto ansimante e la pelle lucida di sangue nero, si voltò a contare i suoi. Gli Slayer erano diminuiti di alcuni. Due giacevano distesi sulla pietra, con le creste arancioni sporche di polvere e le labbra aperte in qualcosa che non era né un sorriso né un grido. Il terzo, il più giovane, respirava ancora ma non per molto.
Drong si avvicinò a quel terzo, si inginocchiò, gli passò l'uncino sul petto come una benedizione e gli disse qualcosa in khazalid. Il giovane Slayer rispose con un sospiro che sembrava una risata. Poi non rispose più.
Fu in quel momento che Derryl fece l'errore.
Non era un errore per come lo concepiva Derryl. Era un errore culturale, di quelli che nascono dal non sapere, e che i nani puniscono come se fossero intenzionali. Derryl si chinò sul cadavere del sminatore — quello senza faccia, il primo caduto — e allungò la mano verso la sacca delle bombe appese alla sua cintura. Non le serviranno più a lui, pensò. A noi sì.
Non aveva ancora toccato la sacca quando una lama ricurva di ferro gli piombò sulla schiena.
L'uncino.
Drong lo aveva colpito con la base dell'uncino — non con la punta, per fortuna, o non si sarebbe rialzato — ma il colpo era stato sufficiente a spingerlo a terra con la faccia contro la pietra. Tutta la ciurma degli Slayer si era girata all'unisono, come se qualcuno avesse tirato un filo unico che li collegava, e guardava Derryl con espressioni che non erano più quelle di compagni d'arme.
"COME OSI?" ruggì Drong, e la sua voce riempì la galleria fino alle volte più alte. "Dissacrare il corpo di un morto in battaglia! Un nano della mia ciurma! In una miniera della tua gente!"
"Io..." Derryl si rialzò sul ginocchio, la faccia sporca di terra, gli occhi ancora carichi di sorpresa. "Io non... le bombe... pensavo che..."
"Le bombe si strappano dai nemici," disse Drong, e la sua voce si abbassò di un tono ma non perse un filo di minaccia. "Mai dai compagni. Mai. Chi tocca un caduto Slayer in battaglia non vive abbastanza per scusarsi."
Leonardo, da qualche metro di distanza, aveva assistito a tutta la scena e capito immediatamente la gravità del problema. Cercò lo sguardo di Marcus. Marcus fece un piccolo cenno del capo: ci penso io.
Ma prima che Marcus potesse dire qualcosa, Padre Giuliano — che fino a quel momento si era tenuto in disparte per via della ferita al fianco e della carne che gli diventava verde — aprì la bocca.
Fu un errore. Un errore di quelli che nascono dalla stanchezza, dalla paura, dal sospetto di morire, dalla disciplina mentale che viene meno quando il dolore sale troppo.
"Questi sono dei scemi," sibilò Padre Giuliano, forse a nessuno in particolare, forse a Leonardo che gli era vicino, ma abbastanza forte perché tutti — tutti — sentissero. "Questi si fanno ammazzare per onore di una causa che nessuno ricorda più. La saggezza nanica sta solo nei loro libri. Nella loro vita, non ce n'è un filo."
Il silenzio che seguì fu quello delle cose che non si possono tornare indietro.
Parole Taglienti e Pistola Calda
Gli Slayer si voltarono verso Padre Giuliano.
Non tutti insieme. Prima Kazrik Sharkbiter, poi due Slayer alle sue spalle, poi Drong stesso, lentamente, con l'uncino ancora sporco del colpo dato a Derryl. Dal fondo della ciurma arrivò un borbottio che cresceva come un'onda di pietra.
Marcus capì in un istante che aveva, più o meno, tre secondi.
Non aveva tempo di spiegare a Padre Giuliano cosa aveva appena combinato. Non aveva tempo di parlare con Drong. Non aveva tempo di trattare. Aveva un solo vantaggio — la sorpresa — e il tempo di usarlo una volta sola.
Estrasse una pistola nanica dalla cintura e sparò.
Il colpo non prese Padre Giuliano. Prese il pavimento a meno di un palmo dai suoi sandali. La scheggia di pietra schizzò in alto. Il tonfo riempì la galleria. Padre Giuliano si bloccò come se fosse stato colpito davvero, e per un lungo istante nessuno — né i suoi compagni, né gli Slayer, né Padre Giuliano stesso — capì cosa fosse successo.
"Ti ho avvertito più di una volta," disse Marcus, con una voce calma che non corrispondeva alla velocità del gesto. "Certi oggetti possono corrompere la carne e l'anima. Quella ferita al tuo fianco è diventata verde in pochi minuti. Io ho visto cose simili a Nuln, coi cacciatori di streghe. So come si spengono quando cominciano così. Ti sto facendo un favore parlandoti ancora."
Leonardo era bianco. Oronzo aveva la spada di Morr a mezz'aria. Derryl, ancora con la faccia sporca di terra, guardava Marcus con l'espressione del nano che capisce al volo una messinscena e decide di starci dentro.
Padre Giuliano aprì la bocca. La richiuse. La riaprì.
"Marcus," disse, con una voce molto più sottile di quella che usava di solito, "io stavo solo..."
"Lo so," lo interruppe Marcus. "Ma i nostri nuovi compagni non lo sanno. E quando la carne comincia a farsi verde, non ho più il lusso di distinguere fra corruzione vera e parole dette male."
Poi si voltò verso Drong, lentamente, come chi passa da una scena di pubblico a un'altra senza abbassare il sipario.
"Mastro Drong. Il nostro prete è ferito. Ferito da una lama avvelenata dei vostri nemici. Non conosce le vostre usanze. Mastro Duraksson," e qui indicò Derryl con un gesto misurato, "è un nano di Zhufbar che sta imparando cose che la sua Gilda non gli ha mai insegnato. Noi abbiamo combattuto al vostro fianco. Vi chiedo, con tutto il rispetto che la situazione richiede, di esercitare la pazienza che i vostri antichi riservavano ai compagni d'arme di altre terre."
Drong lo fissò a lungo. Il suo unico occhio visibile aveva un colore difficile da definire alla luce delle torce — qualcosa fra il ferro e l'ambra vecchia. Alla fine, con un movimento lento del capo, abbassò l'uncino.
"I vostri compagni," disse, e la sua voce era adesso solo una lama spessa, "hanno molto da imparare. Voi," e guardò Marcus, "meno."
"Grazie, Mastro Drong."
"Non ringraziatemi. Non l'ho fatto per voi. L'ho fatto perché laggiù ci sono ancora centinaia di quelle cose, e il mio uncino mi serve per loro. Se aveste parlato un secondo più tardi, il vostro prete sarebbe a pezzi sulla pietra. Ricordatevelo."
Marcus annuì. Rimise la pistola nanica nella cintura. Si avvicinò a Padre Giuliano e, con lo stesso tono che aveva usato con Drong ma una voce molto più bassa, gli disse:
"Padre, io so che non è lei. È la febbre, è la ferita, è il veleno. Ma quando torniamo in superficie, me lo dovrà rifare, quel discorso. Parola per parola. Per capire insieme cosa le è uscito dalla bocca e cosa era la carne malata a parlare."
Padre Giuliano annuì senza fiato.
Oronzo, che in tutto quel tempo non aveva abbassato la spada di Morr, la fece scendere adesso con la stessa lentezza di chi tiene calmo un animale ferito. Guardò Marcus. Marcus gli restituì lo sguardo per un istante. Non si dissero niente.
Il Campo nelle Gallerie
Drong ordinò un campo.
Non si sarebbero ritirati. Si sarebbero fermati lì, all'imbocco del piano inferiore, il tempo necessario a medicare i feriti, pulire le armi e lasciare che la compagnia tirasse il fiato. Una parte degli Slayer avrebbe montato la guardia al bivio; il resto si sarebbe riposato in silenzio, come fanno i nani quando hanno fretta di morire bene.
Leonardo si sedette per terra con Padre Giuliano e tirò fuori il suo manuale di chirurgia — o meglio, il trattato di chirurgia da campo che aveva comprato a Nuln dal figlio di un cerusico e che aveva letto come si leggono i romanzi di cappa e spada, con grande passione e poco metodo. Lo aprì al capitolo sulle infezioni.
"Padre," disse, "mi faccia vedere la ferita."
Padre Giuliano scostò la tonaca. La pelle intorno al taglio era chiara sulle prime linee, poi di un verde-oliva torbido che si faceva più scuro verso il centro, e al centro di tutto c'era un punto quasi nero. Leonardo lo guardò a lungo, cercò di leggere il trattato alla luce della torcia, e arrivò alla conclusione — intellettualmente umiliante ma onesta — che non aveva la più pallida idea di cosa fosse quella cosa.
"Ho studiato," disse, con una voce che stava per perdere la baldanza, "ho studiato, ma non ne so abbastanza. Il trattato descrive infezioni di natura fungina, necrosi da ferite perforanti, suppurazioni ordinarie. Questa non è una cosa ordinaria. Questa... questa non è descritta."
"Allora non è umana," disse Padre Giuliano.
"Allora è skavena," corresse Leonardo. "E di queste non sa niente nessuno. O quasi."
Marcus si avvicinò con un pezzo di tela pulita e dell'acqua bollita attinta da una delle fiaschette di Drong.
"Puliamogli la ferita con l'acqua bollita," disse, con un tono da infermiere di campagna. "Poi ci mettiamo sopra la tela imbevuta di quella grappa nanica che ci hanno dato. È alcool al settanta per cento. Se non ammazza l'infezione, almeno ammazzerà tutto il resto."
"Ottima idea empirica," approvò Leonardo. "La letteratura parla di disinfezione con distillati ad alta gradazione già dai tempi di Artemisia Berengaria di Tobaro. Procediamo."
Mentre lavoravano, Oronzo si avvicinò a Gabrielle col coltello con cui lo Stormvermin aveva colpito Padre Giuliano — il colpo col fianco, quello della carne verde. Lo teneva avvolto in un panno, come fosse qualcosa di vivo.
"Mia signora," disse Oronzo, con il rispetto che riservava sempre alle donne, alle streghe e agli oggetti di valore, "potrebbe dare un'occhiata a questa lama? Vorrei sapere se è magica."
Gabrielle prese il panno. Aprì il panno. Osservò la lama senza toccarla. Tenne le dita sollevate a mezz'aria, come se stesse tastando un filo invisibile. Chiuse gli occhi un istante.
"No," disse alla fine. "Non è una lama magica. Se lo fosse, vedrei un'aura. Non la vedo. Qualunque cosa sia nel taglio del vostro prete, non è di natura arcana. È... chimica. O biologica. O entrambe."
"Meno male," commentò Oronzo. "Non dovrò cambiare religione un'altra volta. Che è fatica."
"Una caratteristica ammirevole, la sua pragmatica teologica," osservò Leonardo.
"Grazie. La coltivo."
Andare Avanti, Tornare Indietro
Al campo si discusse.
"Potremmo riportarlo in superficie," disse Leonardo, a bassa voce, indicando Padre Giuliano che dormiva appoggiato a una sacca. "Due ore di cammino all'insù, un cerusico del Guest Village, e torniamo a recuperarvi."
"Due ore all'insù," ribatté Marcus, "più due ore a cercare un cerusico, più due ore a tornare. Sono sei ore. In sei ore, questa compagnia — o quello che ne resta — è già morta o arrivata ai livelli profondi. Separarsi significa non ricongiungersi mai più. E il cerusico nanico, ammesso che ne esista uno adatto a una ferita skavena, potrebbe non avere la cura."
"E se la ferita peggiora?"
"Allora peggiora qui. Almeno non siamo soli."
Drong, dalla sua parte del campo, aggiunse una considerazione che pesava più di qualunque logica umana.
"Se vi dividete," disse, "non garantisco il vostro ritorno. Noi non aspetteremo. Noi andiamo avanti. E laggiù, solo, il vostro prete non arriverebbe."
Oronzo, che aveva il dono di riassumere le situazioni complicate con due frasi brutali, guardò Padre Giuliano e disse: "Se il Padre riesce a camminare, veniamo tutti. Se non ci riesce, lo lasciamo qua con una guardia e scendiamo a finire il lavoro. Tanto la ferita, adesso, o si ferma da sola o non si ferma più, e in tutti e due i casi non è di sei ore di cammino che ha bisogno."
"Ci riesco," disse Padre Giuliano, aprendo un occhio. "Camminare ci riesco. Combattere, non lo so."
"Non le chiederemo di combattere, Padre," disse Marcus. "Le chiederemo solo di restare al centro della formazione e di lanciarci i suoi miracoli di Myrmidia quando servirà."
"Questo lo posso fare."
"Allora si decide. Scendiamo."
La Sacca del Ritiro Tattico
Prima di scendere, Marcus ebbe un'idea.
Si avvicinò a Derryl, che si stava ancora riprendendo dalla lezione culturale ricevuta da Drong, e gli chiese:
"Mastro Duraksson. Lei ha detto di avere Lore: Geologia nella sua formazione?"
"Ce l'ho, sì. E pure Lore: Ingegneria. Perché?"
"Venga con me."
Lo portò alla base della scalinata rozza da cui erano scesi — la stessa scalinata dalla cui sommità si sentiva ancora, remota, l'eco delle Grandi Miniere abitate. Marcus gli indicò le pareti, le volte, i contrafforti.
"Le chiedo una valutazione professionale. Vede quei punti in cui il nano di... il nano di prima aveva rinforzato? Secondo lei, quale sarebbe il punto migliore per provocare una frana?"
Derryl lo guardò.
"Una frana."
"Sì."
"Vuole seppellirci dentro?"
"No. Voglio poterci seppellire dentro, se le cose si mettessero davvero male. Un ritiro tattico. Se dobbiamo risalire di corsa, voglio potermi lasciare dietro un crollo che copra la scalinata e rallenti quelle cose."
Derryl annuì lentamente. La logica nanica combaciava con quella del suo nuovo capo di spedizione.
"La struttura, in generale, è solida. È nanica. Non ha punti deboli ovvi. Ma c'è una trave portante, qui, più o meno a questa altezza," indicò, "che se saltasse provocherebbe il cedimento di un buon tratto della volta. Serve esplosivo."
"Perfetto."
Marcus si avvicinò a Drong. Gli spiegò, con quella cortesia militare che riservava solo ai superiori nanici e a certi preti myrmidiani, che avrebbe avuto bisogno di una sacca delle bombe appartenute al giovane Slayer caduto — non per saccheggiarla, mai per saccheggiarla, ma per inchiodarla a una trave della scalinata di risalita come una carica d'emergenza.
"Se dobbiamo risalire di corsa, Mastro Drong, accenderei una granata e la lancerei dentro la sacca mentre passiamo. L'esplosione farebbe franare il soffitto della scalinata. Nessuno ci seguirebbe. I vostri morti sarebbero vendicati dalla loro stessa polvere, e il loro sacrificio avrebbe un secondo uso oltre al primo."
Drong lo fissò con quello sguardo lungo che riservava alle idee che gli piacevano contro il suo stesso gusto.
"Ne abbiamo altre, di sacche," disse alla fine. "Prendetene una. La più grande. E quando la inchiodate, inchiodate bene. Noi Slayer non amiamo chi fa i lavori a metà."
La sacca arrivò portata da uno Slayer silenzioso. Era pesante come un pallone di piombo. Marcus la infilò in uno zaino aperto, prese i chiodi da Leonardo — che per fortuna ne aveva sempre una scorta per motivi di falegnameria sperimentale — e inchiodò lo zaino alla trave indicata da Derryl. Controllò due volte la presa. Controllò tre volte. Poi tornò al campo con la soddisfazione compatta di chi ha appena comprato un'assicurazione sulla vita a prezzo stracciato.
"Se non serve, tanto meglio," disse a Leonardo. "Se serve, era la spesa migliore della settimana."
"Una forma di razionalità del tutto moderna," approvò Leonardo. "Le sfide, ai nostri tempi, si affrontano con la polvere da sparo."
Il Magico nella Terra
Scesero.
Il piano inferiore era diverso dal primo. Meno scavato a regola d'arte, più largo, con stanzoni di dimensioni strane che finivano in cunicoli irregolari. Sul pavimento, polvere e detriti. Nell'aria, un odore di chiuso che nessuna quantità di ventilazione avrebbe potuto togliere. Le torce qui rendevano ancora meno, e anche Derryl — che aveva la visione nanica del buio — ammise di non distinguere molto oltre i dieci metri.
Gabrielle, che fino a quel momento era rimasta silenziosa, rallentò improvvisamente.
"Qualcosa," disse. "Qualcosa di grande potere verso nord. E qualcos'altro, più vicino. Qui, in questa stanza."
"Magia?" chiese Leonardo.
"Magia. Sì. Più d'una. Ma non tutta della stessa natura."
Oronzo, che aveva il radar per gli oggetti magici perché aveva il radar per tutto ciò che avesse valore, si accostò a Gabrielle e le chiese, con il tono del professionista: "Mi fa da guida?"
Lei annuì.
Li portò al centro di uno stanzone vuoto. Si fermò davanti a una zona di terra smossa, un rilievo poco visibile nella polvere.
"Qui."
Derryl si inginocchiò e cominciò a scavare con le mani. Dopo un palmo di terra, trovò qualcosa di ruvido: una borsa di cuoio consunta, semistrappata, mezza marcia. La tirò fuori. Dentro c'erano frammenti di vetro — quelle che dovevano essere state boccette — un paio di occhiali con la montatura di metallo annerito, e una pipa di legno scuro con la ciotola incisa.
"Gli oggetti di qualcuno," mormorò Leonardo. "Forse del re. Forse di un suo compagno della spedizione perduta."
"Gabrielle?"
"Entrambi," disse la maga. "Pipa e occhiali. Entrambi portano un'aura. Debole, ma chiara. Sono oggetti minori. Ma sono qualcosa."
Leonardo, con la reverenza che riservava agli strumenti scientifici di epoche passate, prese gli occhiali. Si li inforcò con una certa esitazione.
Non successe nulla di visibile. Ma Leonardo — che aveva la mente da ingegnere, e le menti da ingegnere sentono i micro-cambiamenti prima ancora di catalogarli — avvertì una piccola sensazione strana agli occhi, come se qualcosa si fosse... aggiustato. Li tolse. Guardò di nuovo la stanza. Li rimise. Guardò ancora. Tolse. Rimise.
"Questi occhiali," disse, con una cautela professionale, "mi danno... un'accelerazione visiva. Non vedo meglio nel buio, non ho percezione nuova. Ma sento che i miei riflessi agli stimoli visivi sono, come dire, anticipati di un'impressione. Sono occhiali da duellante. Sono occhiali da tiratore veloce."
"O da studioso spaventato," aggiunse Oronzo, "che è la stessa cosa nelle sue situazioni, Leonardo."
"Rilevante, ma cortese," ammise Leonardo, e se li tenne in faccia.
Derryl intanto aveva preso la pipa. L'aveva annusata. C'era ancora, sulla ciotola, un residuo di erba da fumare, vecchia di un secolo ma stranamente asciutta, come conservata sotto una magia lieve di preservazione.
"Questa," disse, "me la tengo. La proverò quando si tornerà in superficie."
"Se non la fa tornare idiota," osservò Oronzo, "sarà un investimento migliore della mia spada."
"La mia pistola ti ha salvato la vita stamattina, Oronzo."
"E io te ne sarò grato finché dura il fumo nella tua pipa."
Il Presagio di Drong
Si rimisero in marcia.
Gabrielle guidava, adesso, seguendo la traccia invisibile del grande potere che aveva percepito a nord. I nani di Drong precedevano, in formazione a cuneo, con le torce alte. Drong avanzava col solo uncino sguainato, come se l'ascia gli fosse diventata troppo pesante da tenere alzata — o come se volesse riservarla per qualcosa di meglio.
A un certo punto, Drong si fermò.
Si fermò di colpo, come un cane da caccia che abbia sentito il suo padrone chiamare. Chiuse l'occhio visibile. Inclinò la testa.
"Sento qualcosa," disse. "Qualcosa davanti. Tanto male. Tanta malvagità. Lo sento in ogni pelo della schiena."
"E io non sento niente," commentò Derryl, secco. "Ma mi fido di lei, Mastro Drong. L'ultima volta che non ci siamo fidati del suo naso, è morto il sminatore."
"Cosa c'è davanti?" chiese Leonardo.
"Non lo so dire. Solo che c'è. Tanto. Molto. E non è lontano."
Si strinsero in formazione. Marcus passò davanti con Derryl ai suoi fianchi. Oronzo si tenne dietro con la spada pronta. Leonardo e Padre Giuliano al centro, coperti dai mercenari. Gabrielle vicino a Marcus.
"Lady Gabrielle," disse Marcus, "la prego di restarmi vicina. L'ultima volta ha dato buona prova di sé."
"La prossima volta cercherò di essere migliore," rispose lei, col tono neutro di chi non promette nulla di cui non sia sicura.
Avanzarono.
La Seconda Sventagliata
Il corridoio si apriva su un altro stanzone, più grande del precedente. A metà stanzone, una curva. Dietro la curva, il buio.
Derryl, che aveva Sesto Senso nella sua formazione di ingegnere e Intuizione nella sua formazione di nano, si bloccò a due metri dalla curva. Qualcosa nella sua testa gli diceva di non andare oltre. Non era paura. Era quella sensazione precisa, meccanica, di una macchina che senta un ingranaggio sbagliato da dietro una parete.
"Tutti a terra," sibilò.
Non fece in tempo a ripeterlo.
Dal fondo dello stanzone, al di là della curva, arrivò di nuovo quel rumore — quel respiro meccanico, quel ticchettio — e questa volta Leonardo lo riconobbe. E questa volta lo capì fin nelle ossa.
"RATLING!" gridò Oronzo, e si buttò lungo disteso sul pavimento senza nemmeno decidere di farlo. "TUTTI A TERRA, TUTTI A TERRA, CAZZO!"
La sventagliata arrivò a onda. Una pioggia di schegge di metallo che sibilavano come calabroni impazziti.
Drong, che era in prima fila, non si buttò a terra — gli Slayer non si buttano a terra. Ma aveva una pelle come il cuoio di una nave e una struttura ossea che sembrava scolpita nel granito, e la pioggia di colpi lo colpì in pieno senza ucciderlo. Cadde sulle ginocchia, ansimando, col petto scoperto ora punteggiato di buchi che gocciolavano un sangue nero e troppo lento.
Derryl si prese parte della sventagliata di rimbalzo — quella dei colpi che schivavano il bersaglio principale. L'armatura nanica assorbì la maggior parte, ma un paio di proiettili trovarono un varco e gli strapparono pezzi di carne al costato. Cadde al suolo imprecando in khazalid.
Oronzo, che si era buttato dietro a Drong, usò — in modo del tutto involontario, assicurerà poi — il corpo del nano come scudo. Qualche scheggia di metallo lo sfiorò. Una gli strappò il bordo della manica.
Leonardo — che aveva già in mano la sacca delle polveri e due pistole naniche di Derryl in fase di ricarica, perché i nuovi occhiali gli avevano detto, con un filo di secondo di anticipo, che stava per succedere qualcosa — si lanciò dietro un contrafforte tirando con sé Padre Giuliano. Le pistole di Derryl gli oscillarono al fianco, la polvere stava per rovesciarsi e il tileano la strinse al petto come una reliquia. Un proiettile sibilò sopra la sua testa, così vicino che sentì nello scalpo il soffio caldo.
Quando la sventagliata cessò — dieci secondi eterni — Drong era ancora in ginocchio ma ancora vivo. Il suo petto si alzava e si abbassava con una lentezza ostinata.
"Ricaricano," ansimò. "Abbiamo qualche battito di cuore. USATELO."
Marcus era già in piedi dietro una colonna, con entrambe le pistole naniche puntate verso la curva. Oronzo si stava rialzando con l'espressione di chi deve decidere se combattere o scappare e, in entrambi i casi, non ha ancora deciso. Leonardo contava i colpi del proprio cuore e cercava di stimare quanto ci avrebbe messo un Ratling Gunner a ricaricare. Derryl, dal pavimento, bestemmiava contro tutte le divinità naniche e umane disponibili e si rialzava con l'ostinazione di un nano che non ha finito il suo turno di lavoro.
"ORA," disse Drong, e si tirò su con la forza dell'unico braccio utile. "ORA, prima che ricarichino."
Si mossero tutti insieme, verso la curva, e verso quello che c'era dietro.
La torcia di Leonardo, sollevata sopra la sua testa, proiettò un alone di luce tremolante che arrivava appena al bordo della curva — e mostrava, per un istante soltanto, l'ombra di una bocca di bronzo lunga e aperta, circondata da figure di pelo grigio che caricavano a braccia febbrili una tramoggia di proiettili di ferro.
Poi le torce entrarono nella curva, e il buio si chiuse.
Stato della Compagnia
Nuovi alleati/contatti:
- Kazrik Sharkbiter — Timoniere di Drong, confermato come alleato cordiale (per gli standard Slayer)
- La ciurma di Drong il Lungo — Ventidue Slayer al momento dell'ingresso nelle Grandi Miniere. Al termine della prima giornata, il numero è diminuito di alcuni (sminatore + due Slayer caduti nel primo combattimento)
Compagni già al seguito:
- Gabrielle Marsner — Adepta dell'Ordine di Ametista, con la compagnia da Nuln. In queste settimane di viaggio ha dimostrato di sapere distinguere il rumore magico dal silenzio magico. Scende nelle Grandi Miniere con Marcus, Leonardo, Oronzo, Derryl, Padre Giuliano e gli Slayer. Conferma l'inaffidabilità del veleno skaveno come "non magico"
- Heinrich Thyssen — Arbitrator di Sigmar, rimasto in superficie al Martello d'Argento. Punto di contatto con l'esterno se la compagnia non dovesse tornare
Nuovi nemici:
- Gli Skaven delle Profondità di Karak Norn — Confermata la presenza di: - Clanrats comuni (i cosiddetti "rattoblin") armati di lame corte, picche e bombe a vapore tossico - Ratling Gunners — Operatori di una "Gatling" skavena: arma a raffica continua, devastante contro formazioni strette, ricarica lenta. Primo e cruciale avversario della spedizione - Rat Ogres — Bestie da combattimento di grande taglia, stupide ma potentissime. Drong ne ha decapitato uno con un singolo gesto combinato di scure e uncino - Stormvermin — Fanteria scelta skavena con armatura di maglia nera e alabarde corte con punte a uncino. Portano lame avvelenate con un veleno che causa infezione fulminea e annerimento verde dei tessuti - Monaci della Peste (Plague Monks) — Skaven vestiti di stracci, aspersori ricurvi che gocciolano sostanze non identificate. Campanelli al collo. Non ancora ingaggiati direttamente nel primo scontro, ma avvistati in retroguardia
Scoperte:
- La Gatling skavena (Ratling Gun) è un'arma da fuoco meccanica a raffica continua, a ricarica lenta, capace di saturare un corridoio di proiettili in pochi secondi. È ciò che uccise lo sminatore di Drong e ciò che ha quasi steso lo stesso Capitano nel secondo agguato
- La formazione militare skavena procede per ondate: tiratori in avanti, bestie (Rat Ogre) al centro, fanteria scelta (Stormvermin) dietro, clero militante (Plague Monks) in fondo. Una dottrina più sofisticata di quanto i trattati imperiali — dove gli Skaven sono a malapena menzionati — lascino intendere
- Le lame degli Stormvermin sono trattate con un veleno che provoca una necrosi verdastra immediata. Non è un veleno magico (verificato da Gabrielle). È di natura chimica o biologica, presumibilmente sintetizzato dai Chimici Grigi skaveni (terminologia di Leonardo, non canonica)
- Il re dei nani di Karak Norn — padre di Re Brock Ironpick — perse lo Scudo Runico durante una ritirata sul primo livello inferiore, non in profondità. Lo scudo dovrebbe essere quindi geograficamente localizzabile lungo il percorso di fuga
- Sotto Karak Norn esistono livelli antichi scavati dai nani in epoca remota, oltre la memoria corrente. Nessuna mappa ne esiste più: il compito di Leonardo di cartografarli è ora urgente tanto quanto filosofico
Oggetti acquisiti:
- Gli Occhiali del Morto — Montatura in metallo annerito, recuperati in una borsa semiinterrata al secondo livello. Aura magica lieve. Concedono un leggero bonus di prontezza visiva (riflessi ai tiri d'iniziativa). In mano a Leonardo
- La Pipa del Morto — Legno scuro, ciotola incisa, ancora contenente una porzione di erba da fumare di un secolo fa, stranamente preservata. Aura magica lieve. Effetto non ancora testato. In mano a Derryl ("la fumerò in superficie")
- Entrambi gli oggetti apparterebbero — la stima è di Leonardo — a un compagno di spedizione del re di cent'anni fa: occhiali da tiratore/duellante, pipa da ufficiale
Trappola tattica:
- Sacca-mina di Marcus — Una sacca piena delle bombe a vapore tossico appartenute a uno Slayer caduto, inchiodata dentro uno zaino a una trave portante della scalinata di risalita. Da innescare con una granata accesa in caso di ritirata d'emergenza, per far franare il soffitto e bloccare l'inseguimento. Progetto congiunto Marcus/Derryl (statica nanica + logistica militare imperiale)
Ferite e stato di salute:
- Padre Giuliano — Ferito al fianco da lama avvelenata di Stormvermin. Carne verdastra attorno al taglio. Febbre incipiente. Medicato con acqua bollita e grappa nanica. Gabrielle ha escluso la natura magica del veleno. In condizione di camminare, non di combattere in prima linea
- Derryl — Colpo d'alabarda in testa assorbito quasi interamente dalla skullcap di cuoio + maglia di ferro. Intontito ma funzionale. Successivamente colpito di rimbalzo dalla seconda sventagliata di Ratling Gun: ferite al costato, parzialmente protette dalla cotta di maglia nanica
- Drong il Lungo — Ferite multiple da Ratling Gun, in pieno petto. Ancora in piedi (per ora) grazie alla sua leggendaria resistenza nanica. Si rifiuta di essere curato
- Oronzo — Illeso. Si è rialzato con un bordo della manica strappato e l'espressione di chi non crede ancora alla propria fortuna
- Leonardo — Illeso. Un proiettile gli è passato talmente vicino alla testa da sentirne il soffio. Ha ora i nuovi occhiali sul naso
- Marcus — Illeso. Osserva tutto, registra tutto, calcola i tempi di ricarica del Ratling Gun
- Gabrielle — Illesa
Fili narrativi aperti:
- Lo Scudo Runico del padre di Re Brock — obiettivo primario della spedizione, localizzato sul primo piano inferiore, lungo il percorso di ritirata del re di cent'anni fa
- Il Ratling Gunner in ricarica oltre la curva — da neutralizzare ora, nei pochi secondi di ricarica residui, prima che scarichi una terza sventagliata sulla compagnia
- La traccia magica a nord segnalata da Gabrielle — un grande potere non meglio identificato
- L'infezione di Padre Giuliano — stabile per ora grazie alla disinfezione empirica, ma senza cura definitiva; il tempo gioca contro
- La sacca-mina di Marcus — assicurazione sulla via di ritirata, attiva e inchiodata sulla trave
- Il presunto drago — voce circolante a Karak Norn, ancora non confermata né smentita
- Skretch Mezzomorto del Clan Skurvy e il suo padrone Noctilus — nemici storici di Drong, in sospeso da anni, possibile ritorno
- Marwyrm — creatura marina affrontata a mani nude da Drong, simbolo della sua carriera pirata
- Il dissidio culturale Slayer–Derryl — temporaneamente sopito grazie all'intervento di Marcus, ma con un fondo di risentimento da entrambe le parti
- Il dissidio Marcus–Padre Giuliano — sospeso al "parleremo in superficie". Padre Giuliano deve ancora elaborare di essersi quasi giocato la vita con una sola frase, e Marcus deve ancora capire se quelle parole erano febbre o pensiero
Situazione attuale:
- La compagnia è al secondo livello inferiore delle Grandi Miniere di Karak Norn, dietro una colonna, con il fiato ancora corto dopo la seconda sventagliata di Ratling Gun
- Drong il Lungo è in ginocchio, ferito al petto, ma pronto a caricare in avanti
- Gli Slayer superstiti attendono il segnale
- Davanti, oltre una curva, il Ratling Gunner sta ricaricando
- A nord, da qualche parte nelle gallerie che nessuno ha mai mappato, un grande potere magico attende di essere raggiunto
- Sopra le loro teste, una montagna di pietra nanica e le parole "Se non serve, tanto meglio. Se serve, era la spesa migliore della settimana" — l'ultimo pensiero con cui Marcus ha inchiodato la sacca-mina alla trave
"Nelle Profondità di Karak Norn ho imparato tre cose che nessun trattato di Nuln avrebbe saputo insegnarmi. Primo: i Rattoblin — perdonate, gli Skaven — esistono davvero, e sono peggio delle leggende. Secondo: gli Slayer sono più seri dei loro stessi miti, e offenderli con una sola parola costa più caro di offendere un principe dell'Impero. Terzo: le armi da fuoco del sottosuolo sono più avanzate di quelle di Nuln, e questa è la cosa che più mi inquieta in assoluto. Se un topo può costruire una Gatling, cosa stiamo aspettando a Karl Franzburg?" — Leonardo Isacco da Ponzacco, appunti vergati a matita fra una raffica e l'altra, al secondo livello inferiore di Karak Norn