Martelli da Guerra

Accedi per visualizzare la cronistoria

Torna alla chat
⏱ 22 min di lettura

Capitolo XLIII: La Strada del Calice

"Quando un nano dice che una cosa è al sicuro in una fortezza, intende che la fortezza è al sicuro. Non necessariamente la cosa." — Nota anonima a margine di un registro dell'Ordo Scrittoris

La viverna sopra Karak Hirn


La Rotta Più Sicura

La Vecchia Betsy procedeva verso sud-est con la testardaggine delle cose costruite da mani naniche e poi costrette, per qualche delitto ingegneristico, a volare. Sotto di lei le montagne si aprivano in vallate grigie e verdi, solcate da corsi d'acqua freddi come lame. Il vento batteva contro le vele laterali nuove, ancora troppo colorate per il gusto di Drong il Lungo, e faceva cantare le corde con una voce sottile, quasi metallica.

Oronzo Cassano sedeva vicino a una cassa inchiodata al ponte, la sacca stretta fra le ginocchia. Dentro, avvolto in tela cerata, carta, stoffa e in tutto ciò che Leonardo aveva giudicato ragionevole mettere fra carne umana e disgrazia demoniaca, c'era il pugnale di Yul-Kachun. Non pesava molto. Era questa, più di tutto, la cosa che gli dava fastidio.

Un oggetto che poteva contenere un principe demone avrebbe dovuto pesare come una condanna.

"Propongo," disse Leonardo, con il taccuino aperto e i capelli spettinati dal vento, "di andare alla fortezza dei nani, consegnare il pugnale nel posto più sicuro che conosciamo e sentire cosa dicono."

Marcus Ghast, ancora con lo sguardo leggermente sfocato dopo il rituale di Leoden, guardò verso l'orizzonte. "Non credo che ci si presenti ai nani in aria e si chieda una reliquia come se fosse una chiave da prendere in prestito."

"Il fatto che sia il posto più sicuro," disse Oronzo, "non mi tranquillizza. Di solito il posto più sicuro è quello che i furbi cercano di aprire per primo."

Derryl, appoggiato al parapetto, aveva il colore di chi era tornato dalla morte e non le aveva lasciato un buon giudizio personale. "Andiamo verso la fortezza," grugnì. "Guardiamo la situazione. Poi decidiamo."

Drong il Lungo teneva una mano sui comandi e l'altra, quella che non c'era più, nella memoria offesa di chi non ha ancora accettato la nuova geometria del proprio corpo. L'uncino provvisorio batteva piano contro la fibbia. "I non morti che conosco io sono quelli che solcano i mari," disse. "Quelli di montagna non li ho mai trovati interessanti."

"Se i non morti erano chiusi come bestiame," disse Marcus, "perché non passiamo sopra e scarichiamo polvere da sparo? Macchine d'assedio, tende di comando, scorte. Una nave volante serve anche a questo."

Leonardo alzò un dito. Era il dito con cui di solito iniziava una frase che nessuno aveva chiesto e che tutti, entro pochi istanti, avrebbero dovuto ascoltare. "C'è una questione. Non stiamo mettendo nel novero il fatto che usino magia."

"Lo metto nel novero," rispose Oronzo. "Lo metto sempre. È il novero che ormai si è stancato."

"L'assedio potrebbe essere il trucco visibile," continuò Leonardo, ignorando la ferita lessicale. "Fai uscire i nani dalle mura, li costringi a guardare le macchine d'assedio, i giganti, i mercenari, e intanto qualcun altro entra dove non dovrebbe."

Marcus annuì appena. "Loro vengono attirati sulle mura. Il vero colpo lo fa qualcun altro."

Derryl sputò oltre il parapetto. "Allora andiamo a vedere a che punto è il disastro."

Il disastro, per una volta, ebbe la cortesia di aspettare qualche ora.

Leonardo approfittò del vento stabile e della relativa assenza di urla per fare ciò che avrebbe dovuto fare prima: aprì le pergamene e le missive sottratte al laboratorio della maga del caos. Erano state strette al petto da Gabrielle Marsner durante la fuga dal santuario, prima che il santuario diventasse tomba e la sua voce venisse rubata. Da allora nessuno aveva avuto il coraggio, o la decenza, o il tempo di leggerle.

"Avrei potuto leggere le lettere prima invece di fare un'ora di supposizioni," disse Leonardo, sciogliendo uno dei lacci. "Ma volete mettere il bello del dibattito?"

"Io preferisco le informazioni," disse Marcus.

"È perché sei imperiale."

Le prime pagine erano quasi inutili. Simboli, formule, grafie che parevano scritte da una mano umana durante un terremoto morale. Alcune righe però erano in lingua comprensibile, o abbastanza vicina alla lingua comprensibile perché Leonardo potesse inseguirle con la punta della matita.

Una lettera parlava di ordini attesi. Il nome in calce era incerto, qualcosa come Rainer Rher, o Reher, o un'altra sciagura consonantica di provincia. La frase centrale, però, era chiara.

"Quando partirà l'assedio," lesse Leonardo piano, "saremo già sulla nostra strada."

Il ponte si fece più silenzioso.

Una seconda lettera, scritta con una mano più secca, nominava un certo Pietro Mangini e suo fratello. Diceva che avrebbero preso posizione quando il Longa avrebbe dato l'ordine durante l'assedio. La posizione, secondo la lettera, era segnata su una mappa. La mappa, naturalmente, non c'era.

"Magnifico," disse Oronzo. "La parte importante del piano era su un foglio che non abbiamo."

"La storia umana," osservò Derryl, "è fatta di mappe perse."

La terza lettera era più antica, o forse solo più elegante. Non aveva firma. Parlava di agenti imperiali, forse collegati alla Chiesa di Verena, e di tracce seguite con troppa insistenza. Terminava con una riga che Leonardo copiò tre volte.

"L'incontro è alla Torre Hess. Non dimenticarlo."

Marcus si irrigidì appena. "C'è qualcuno sulla strada mentre parte l'assedio. Il punto è capire chi e dove."

"C'era un rituale," disse Leonardo, riordinando le carte con mani finalmente sveglie. "C'era un gruppo. E questo gruppo voleva entrare di nascosto."

Oronzo guardò la sacca fra le ginocchia. "La domanda è se il rituale l'avesse già finito o se si stesse ancora organizzando."

Derryl strinse la mascella. "Forse l'abbiamo fermata."

"Forse," disse Marcus. E nella sua bocca la parola parve una porta lasciata socchiusa per prudenza, non per speranza.


La Fortezza di Passo

Videro i fuochi a metà giornata.

Prima furono punti arancioni nel grigio delle rocce. Poi divennero linee, macchie, fumo, movimento. La piccola fortezza nanica occupava un rilievo che chiudeva il passo come un pugno di pietra. Da un lato la montagna cadeva quasi a picco; dall'altro la strada montana serpeggiava fra gole e speroni, abbastanza stretta da rendere ogni assalto un esercizio di pazienza e sangue. Più in basso, un fiume correva fra sponde scure, offrendo una via più lunga e meno orgogliosa verso Karak Hirn.

Ai piedi della fortezza, l'assedio si preparava con disciplina sporca.

"Marcus," disse Leonardo, chinandosi oltre il parapetto, "come funzionano gli assedi? Non ho mai partecipato a uno."

"Nemmeno io."

"Questo mi rassicura moltissimo."

Il campo era diviso in tre.

Il primo settore era dei morti. File di corpi pallidi lavoravano senza stanchezza attorno a travi, ruote, funi e telai di macchine d'assedio. Fra loro si muovevano due giganti non morti, scarnificati e obbedienti, che sollevavano tronchi come un uomo solleva panche. Il secondo settore apparteneva agli uomini: tende, fuochi, armature mercenarie, stendardi che ricordavano troppo da vicino i Valentini perché Oronzo potesse guardarli senza sentire un vecchio nodo sotto le costole. Il terzo settore era più piccolo e peggiore. Tende purpuree. Stendardi con un occhio. Quattro cavalli enormi, troppo alti, troppo composti, legati vicino a una tenda più ornata.

"Il campo è diviso in tre," disse Marcus. "Morti, uomini e tende purpuree."

"Se quelle tende sono il comando," disse Leonardo, "il vero pericolo è lì."

Oronzo guardò le macchine d'assedio. Guardò poi la fortezza. "Questa fortezza non si prende facilmente."

"Nessuna fortezza si prende facilmente," disse Derryl. "Le fortezze sono fatte apposta per offendere chi ci prova."

Drong portò la Vecchia Betsy verso la sommità del rilievo. Dal parapetto della fortezza partirono urla in nanico e, pochi istanti dopo, pietre. Non pietre abbastanza precise da abbattere la nave, ma abbastanza vicine da spiegare il concetto. Una colpì la fiancata con un rumore secco e fece bestemmiare tre membri dell'equipaggio in tre varianti incompatibili della stessa lingua.

"Prepararsi all'atterraggio," ordinò Drong.

"Loro non sembrano preparati a riceverci," disse Leonardo.

"Sono nani," rispose Derryl. "Questo è il loro modo di essere pronti."

La Vecchia Betsy scese fra corde, grida e diffidenza. Alcuni nani a terra fissarono le funi a spuntoni e anelli di pietra, altri tennero le armi spianate verso il ponte come se il dirigibile fosse un mostro educato male. Quando finalmente lo scafo si stabilizzò, un drappello avanzò nello spiazzo interno della fortezza.

Al centro camminava un nano talmente antico che anche Derryl smise per un istante di sembrare il più nanico dei presenti. Aveva barba bianca con ciuffi grigi, disordinata ma lunga fino ai piedi, e occhi piccoli, lucidi, ostinati. Portava addosso strumenti da ingegnere e segni da studioso: non l'eleganza ordinata di una bottega, ma la stratificazione di sei secoli di appunti, misure e disprezzo per le mode.

"Come osate presentarvi con questo aggeggio qui?" tuonò.

Drong scese per primo. "Sono il capitano Drong. Questi sono membri del mio equipaggio e miei compagni."

Il vecchio nano squadrò la Vecchia Betsy come si guarda una bestemmia con le vele. "Per ordine del re, queste vostre macchine e oggetti rotti dalla tecnologia non possono stare qui. Portatele via."

Leonardo, che fino a quel momento aveva cercato di capire se inchinarsi a un nano molto anziano fosse offensivo, scelse la strada peggiore: parlare. "Le assicuro che un giorno fa questa nave era nelle acque di un fiume. Dunque è anche una nave."

Derryl chiuse gli occhi.

Il vecchio nano guardò Leonardo. Poi, contro ogni probabilità, non lo fece gettare giù dal muro. "Tu parli come uno scolaro."

"Chirurgo, studioso, catalogatore," disse Leonardo, con una piccola inclinazione del capo.

"Zamnil Fennisson," disse il nano. "Ingegnere. Custode di cose che gli sciocchi dimenticano. E se non portate via quel coso, dovrò scrivere una lamentela lunga abbastanza da annoiare anche mio nonno, che è morto da molto tempo."

"Se non vi serve una mano e noi andiamo verso la città?" chiese Oronzo.

Zamnil lo fissò. "A piedi. Non certo con questo coso."

Drong fece un suono che in bocca a un altro sarebbe stato riso. "Arriverà il vostro re?"

"Arriverà il nostro re col nostro esercito e penserà lui a spazzarli via," disse Zamnil. "I nemici sono arrivati la notte scorsa. Stanno montando macchine. Abbiamo preso alcuni esploratori e li abbiamo fatti a pezzi. Ora è il momento del parlè. Ora si discute."

"Parlè," ripeté Leonardo, già innamorato del termine.

Oronzo guardò oltre il muro, verso le tende purpuree. La discussione, pensò, era una splendida invenzione dei popoli che avevano ancora tempo.


Il Cerchio degli Studiosi

Zamnil li condusse all'interno della fortezza attraverso corridoi bassi, levigati dal passaggio di generazioni, con rune incise sugli architravi e feritoie da cui entrava una luce sottile. L'aria sapeva di pietra fresca, metallo oliato e zuppa di funghi. Ogni tanto un nano si fermava a guardare Drong con ostilità professionale, la Vecchia Betsy con disgusto religioso e Leonardo con la curiosità riservata agli animali che portano documenti.

"Qui abbiamo anche degli ospiti," disse Zamnil. "Con loro potete fare belle discussioni."

"Finalmente," mormorò Leonardo, "parlo con gente che ha studiato."

"Non correre," disse Oronzo. "Magari sono intelligenti."

La stanza in cui entrarono era più alta delle altre, forse per cortesia verso gli umani o per necessità delle scaffalature. Vi erano tavoli coperti di pergamene, un braciere basso, panche di pietra e una mappa stesa sotto pesi metallici. Accanto al tavolo sedeva un nano dal volto duro, Bartek Tengansson, che portava su di sé l'aria di chi considera ogni conversazione una prova di decadenza. Vicino a lui stava Fratello Berthem, sacerdote di Sigmar sui cinquant'anni, con la tonaca impolverata e lo sguardo di chi aveva imparato a pregare senza farsi sentire troppo.

Poi Leonardo vide l'elfo.

Elassir non assomigliava a Leoden se non per quella qualità insopportabile degli elfi di sembrare contemporaneamente presenti e altrove. Aveva occhi color lavanda, capelli castano chiari e abiti semplici, quasi da guardia più che da principe di qualche storia impossibile. La semplicità, su di lui, pareva scelta da qualcuno che aveva già avuto tutto il tempo del mondo per stancarsi dell'ornamento.

Karelia era con loro.

Thyssen, che aveva seguito i Martelli con l'aria di chi non perde mai una possibile eresia di vista, la riconobbe per primo. "Io ti cercavo. Si può sapere che fine hai fatto?"

Karelia lo guardò come se la domanda fosse insieme legittima e maleducata. "E voi che ci fate qui?"

Oronzo rispose con la sola frase possibile. "Ti stavamo cercando."

La frase piacque a nessuno e servì a tutti.

Leonardo si presentò con una compostezza quasi commovente. "Sono Leonardo Isacco da Ponzacco, chirurgo, studioso, catalogatore."

Zamnil gli indicò il tavolo. "Ah, uno scolaro. Vieni, ragazzo."

"Ragazzo," ripeté Derryl a bassa voce, guardando Leonardo come se finalmente avesse trovato una definizione utile.

Leonardo, per difesa e per vanità, mostrò l'anello dell'Ordo Scrittoris.

Il silenzio cambiò temperatura.

Zamnil lo prese fra le dita senza toglierglielo. Bartek Tengansson si sporse. Fratello Berthem fece un segno quasi impercettibile con il pollice. Elassir guardò l'anello e poi Leonardo, come se il primo spiegasse una parte del secondo ma non abbastanza da giustificarlo.

"Il ragazzo ha l'anello," disse Zamnil. "È un membro, come vi avevo detto."

Thyssen si fece più rigido. "L'Ordo Scrittoris non è un nome che in molte parti dell'Impero renda la conversazione più serena."

"Recuperava delibere e raccoglieva storia dell'Impero e di Sigmar," disse Leonardo, troppo rapido. "Hanno scoperto cose che non erano comode."

"Mi ricordate," disse Oronzo, "questo Ordo Scrittoris era buono o cattivo?"

"Dipende da chi ha acceso il rogo," rispose Marcus.

La frase rimase sul tavolo come un coltello pulito.

Leonardo raccontò di Padre Gustavus e dei passeri della sua visione: piccoli, in fuga da una foresta scura, diretti verso un posatoio precario sul fiume Söll. Zamnil ascoltò. Bartek ascoltò in modo più ostile, ma ascoltò. Elassir guardò verso la stretta finestra da cui si vedeva un lembo di cielo.

"In effetti," disse l'elfo, "siete arrivati volando."

"Non era la parte più dignitosa della profezia," disse Oronzo.

Elassir si alzò. I suoi occhi si fermarono sulla spada al fianco di Oronzo.

"Quella spada," disse, "me la puoi far vedere?"

Oronzo mise una mano sull'elsa. "Sono molto affezionato."

Marcus intervenne con voce perfettamente piatta. "È un cimelio della sua famiglia da generazioni."

Leonardo, incapace di sopportare una menzogna così storicamente fragile, aggiunse: "L'abbiamo trovata in una grotta."

Oronzo gli rivolse uno sguardo che avrebbe potuto pelare una mela.

Dopo una pausa, passò la spada a Elassir. L'elfo la sfoderò con rispetto. La lama prese la luce del braciere e la restituì con un riflesso purpureo appena accennato, come se il metallo avesse memoria del tramonto.

"Questa," disse Elassir, "è sicuramente la Spada di San Toswick."

Fratello Berthem inspirò piano. Thyssen guardò Oronzo con un interesse nuovo e sgradevole.

"Quando me l'ha data," disse Oronzo, scegliendo con cura le parole, "Morr mi ha detto di fare attenzione. Che sarebbe stata importante."

Elassir non sorrise. "Se Morr ti ha parlato, evidentemente sei benedetto."

"Ecco," disse Oronzo, rivolto agli altri. "Finalmente un'opinione tecnica."

Elassir raccontò San Toswick. Vissuto al tempo di Mandred, partito da Nuln verso la Sylvania quando la Chiesa di Morr non volle ascoltare i suoi avvertimenti. Un uomo che aveva visto la corruzione nelle terre a est dello Stirland prima che altri trovassero comodo darle un nome. Una notte, secondo la tradizione, Morr gli apparve in sogno e al mattino la spada era accanto a lui. Toswick la portò contro la famiglia von Tauflheim, sospettata di crimini atroci e di culti più antichi della prudenza. Dopo la sua morte, la lama tornò ai custodi di Morr, forse ai Cavalieri del Corvo.

Oronzo ascoltò con un'espressione che cercava di sembrare modesta e falliva con zelo.

"Non gonfiarti," disse Derryl. "Se Morr cercava un santo, ha sbagliato vicolo."

"I santi migliori," rispose Oronzo, "sono quelli che sanno uscire dai vicoli."

L'urgenza tornò quando Marcus posò il pugnale sul tavolo, ancora avvolto.

"Cerchiamo il Calice dell'Ira," disse. "Serve insieme a questo coltello per un rituale."

Elassir non toccò l'involto. Lo guardò soltanto. "È un antico pugnale. Fa parte di un gruppo di tre oggetti."

"Il mio sospetto," disse Leonardo, "è che l'ordine del Sacro Martello stia cercando di far ritornare l'Ottavo Teogonista."

Bartek Tengansson serrò la mascella. Fratello Berthem abbassò lo sguardo. Zamnil tamburellò le dita sul tavolo.

"Il Calice dov'è?" chiese Oronzo.

"Nel tesoro di Karak Hirn," disse Elassir.

Non ci fu bisogno di un'altra profezia.

Il Sacro Martello, raccontarono gli studiosi, non era morto quanto avrebbe dovuto. L'Ordo Scrittoris aveva raccolto testi, delibere, testimonianze sullo scisma e sull'Ottavo Teogonista. Aveva trovato tracce che rendevano scomoda la storia ufficiale e più scomoda ancora quella ufficiosa. Poi qualcuno aveva guidato mani inquisitoriali contro di loro, aveva infilato eresie dove c'erano archivi e fiamme dove c'erano domande.

Dal monastero di Tanbruck, un tempo legato all'Ordo, era scomparso il Liber Mortis.

Leonardo sentì il proprio stomaco fare un piccolo salto accademico. Il nome del libro portava con sé Petacci, necromanzia, cadaveri in fila sotto Kazid Grungnaz, e la pazienza sporca di chi usa i morti perché i vivi costano di più.

Si parlò di Hieronymus Frissinger, grande stregone del caos. Di culti che si toccavano senza mai chiamarsi fratelli. Di oggetti in cui antiche mani avevano imprigionato cose che non avrebbero dovuto avere forma. Il pugnale era più antico del Calice. Il Calice era di fattura nanica. Il Teschio d'Ottone restava un vuoto con un nome.

"Un oggetto che richiama il potere di un demone," disse Elassir, "è sempre un grande potere."

"Quindi," disse Oronzo, "il calice è la condizione senza la quale non possono fare tutto il resto."

Marcus guardò verso la finestra stretta. Fuori, oltre pietra e vento, l'assedio continuava a fingere di essere il centro del mondo. "Se l'esercito è uscito e qualcuno sta cercando di entrare a prendere quel calice..."

"Allora dobbiamo recarci subito a Karak Hirn," concluse Elassir.


La Viverna sul Fiume

Drong il Lungo non prese bene la notizia.

Lo trovarono nello spiazzo della fortezza, intento a discutere con due Slayer come se l'assedio sotto le mura fosse un invito personale. Aveva già l'aria di chi pregusta una battaglia abbastanza grande da giustificare una canzone brutta e una morte soddisfacente.

"Capitano," disse Oronzo, "c'è una missione urgente. Dobbiamo salpare."

Drong lo guardò. "Abbiamo una missione: andare a rompere l'assedio."

"No," disse Oronzo. "Quello è un diversivo. Il vero pericolo è la città."

Leonardo arrivò dietro di lui con le carte ancora strette in mano. "Un gruppo di guerrieri più pericolosi dell'esercito verrà mandato di nascosto a rubare il Calice. Se riescono a prenderlo, il pugnale e il Calice si avvicinano a ciò che li vuole riuniti."

"Se questa marmaglia esce dalle mura," disse Oronzo indicando l'accampamento lontano, "è un problema. Se prendono il Calice, è la fine del problema e l'inizio di qualcosa di peggio."

Drong guardò verso le macchine d'assedio, poi verso la Vecchia Betsy. "Volevo andare a divertirmi."

Derryl, che conosceva la grammatica del dispiacere nanico, annuì con gravità. "Lo so."

Marcus trovò la chiave diplomatica più inadatta e per questo efficace. "Portare l'elfo con noi gli farebbe vedere la superiore tecnologia nanica in funzione."

Drong fissò Elassir. Elassir fissò la nave volante con la serenità di chi ha visto imperi passare e non ha ancora deciso se questo gli dispiaccia.

"Ti porto con me, elfo," disse Drong. "Ma non toccare niente."

"Non avevo intenzione di farlo," rispose Elassir.

"Lo dicono tutti."

Karelia salì a bordo come se la questione fosse già stata risolta in un consiglio precedente a cui nessuno dei presenti era stato invitato. Thyssen la seguì. Bartek Tengansson e Fratello Berthem si unirono al gruppo con la pesantezza di chi sa che gli archivi, a volte, richiedono scarpe robuste. Due Slayer della fortezza furono assegnati alla spedizione: enormi, silenziosi, contenti di non dover spiegare a nessuno perché volessero andare incontro al pericolo.

La Vecchia Betsy lasciò la fortezza di passo tra lo scontento di Zamnil, il rumore delle corde mollate e il fumo dell'assedio sotto le rocce. Seguì il corso del fiume, più bassa del solito, cercando un equilibrio fra velocità e prudenza. Sotto di loro l'acqua correva verso Karak Hirn come una strada per chi non aveva ali.

Il primo colpo arrivò senza avvertimento.

Qualcosa esplose contro la fiancata. Non era una pietra. Non era un proiettile nanico. Il legno urlò, il metallo si torse, una lingua di fuoco salì lungo una vela laterale e il ponte si riempì di fumo caldo.

"Attenzione!" gridò uno dei nani.

Leonardo cadde contro una cassa, si rialzò con la dignità spezzata ma funzionante. "Ci devono aver preso."

"Questo non era un cannone nanico," disse Oronzo.

Marcus guardò nel cielo. "Non era un gabbiano."

Un'ombra passò accanto alla nave.

Non era grande come un drago. Questo fu l'unico conforto, e durò meno di un respiro. Aveva ali membranose, corpo muscoloso, coda lunga e una testa piena di fame. In sella alla creatura stava una figura armata, avvolta in qualcosa che il vento faceva sbattere come una fiamma scura.

Elassir alzò lo sguardo. "È una viverna. Ed è cavalcata."

"Le viverne sputano fuoco?" chiese Leonardo.

"No."

La risposta fu peggiore del sì.

"Se aveva già un incantesimo pronto," disse Marcus, portando l'arma alla spalla, "abbiamo a che fare con qualcosa di molto pericoloso."

"Spariamo al cavaliere," disse Oronzo.

Per una volta nessuno ebbe un'obiezione filosofica.

La viverna virò con una rapidità offensiva per la fisica. I cannoni della Vecchia Betsy cercarono l'angolo. Leonardo corse ad aiutare due nani a orientare un pezzo che non aveva mai studiato ma che, essendo composto da metallo, ruote e cattive intenzioni, gli parve immediatamente più comprensibile di metà della teologia imperiale.

"Se avessimo un proiettile a catena..." cominciò.

"Se avessimo una nave che non brucia," urlò Drong, "sarei già più contento!"

Il cannone sparò. Non colpì pienamente la creatura, ma le passò abbastanza vicino da costringerla a spezzare la traiettoria. Marcus sparò subito dopo. Il colpo raggiunse la figura in sella, o qualcosa di molto vicino a essa: il cavaliere si piegò, la viverna stridette, l'ombra perse quota per un istante e poi si allontanò verso una piega del cielo.

Oronzo si affacciò al parapetto. "Fuggi, codardo, fuggi!"

La viverna non rispose. Aveva già fatto abbastanza.

Il fuoco correva lungo una giuntura. Un odore acre di pece, legno bruciato e cordame cotto riempì il ponte. Drong abbaiò ordini, colpendo assi e uomini con la stessa precisione.

"Riparate la nave! Capiamo prima che possa scoppiare il motore!"

Sotto di loro il fiume piegava in un'ansa larga.

Drong guardò l'acqua, poi la vela, poi il fumo. "Barra dritta. Dirigiamoci verso l'ansa del fiume e cominciate a scendere."

La Vecchia Betsy, che aveva già conosciuto il disonore dell'acqua e la presunzione del cielo, scese di nuovo verso il fiume.


Il Segno su Oronzo

L'impatto con l'acqua fu meno un atterraggio che una discussione vinta dal fiume.

La Vecchia Betsy scivolò, rimbalzò, affondò per metà dello scafo e sollevò uno spruzzo così alto che per un istante Leonardo vide solo bianco. L'acqua spense le fiamme con un sibilo furioso. Il fumo si abbassò sul ponte come una nebbia sporca. Qualcuno rise, qualcuno bestemmiò, qualcuno fece entrambe le cose in ordine inverso.

"Siamo arrivati vicini," disse Leonardo, sputando acqua di fiume. "Da qui possiamo continuare."

Drong non scese. Rimase sul ponte, già circondato da nani, corde, martelli e pezzi che nessun umano avrebbe dovuto nominare senza autorizzazione. "Io resto qui a mettere a posto la nave. Vi accompagneranno loro due."

I due Slayer indicati sorrisero come se qualcuno avesse appena servito il pranzo.

Prima della partenza ci fu il problema dei cavalli.

Erano i cavalli presi ai cavalieri del caos: enormi, scuri, nervosi, con occhi troppo intelligenti e muscoli che tremavano sotto la pelle. Oronzo li guardava con un dispiacere sincero che avrebbe negato fino alla morte. Aveva visto abbastanza uomini peggiori di molti animali per non dare automaticamente ragione alla specie umana.

"Ci stiamo portando dietro cavalli del caos?" chiese Marcus.

"Sono solo un po' nervosi," disse Oronzo.

Elassir li guardò. Pronunciò alcune parole in una lingua musicale, molto simile a quella di Leoden ma più tagliente. Poi si voltò verso la compagnia.

"Siete degli imbecilli. Questi cavalli sono toccati dal caos."

"Appartengono a coloro che abbracciano il caos," continuò, prima che Oronzo potesse difendere l'innocenza morale degli equini. "Anche le cavalcature vengono corrotte."

La decisione fu rapida e crudele. Elassir li abbatté con una precisione senza rabbia. I corpi furono trascinati a riva per essere bruciati. Oronzo rimase a guardarli più a lungo del necessario.

"Tutto ciò che proviene da queste creature è fonte di corruzione?" chiese Marcus.

"Dipende dall'oggetto," disse Elassir. "Ma bisogna essere cauti."

Il silenzio che seguì aveva la forma del pugnale.

Marcus guardò Oronzo. Oronzo guardò la sacca. Leonardo guardò entrambi e decise, saggiamente, di non fare una battuta.

"Allora è meglio se il pugnale lo porto io," disse Marcus.

Oronzo esitò un solo istante. Poi sciolse la sacca e passò l'involto.

"Prego," disse Leonardo, incapace di restare completamente fuori. "È avvolto nella carta. Unge."

Marcus lo prese senza toccare il metallo, lo mise nello zaino e chiuse con cura. Il gesto era ordinato, quasi burocratico. Proprio per questo fece venire a Leonardo un brivido. Marcus aveva imparato a sopravvivere facendo delle proprie paure un archivio. Adesso anche il pugnale aveva uno scaffale.

Elassir, però, non stava più guardando il pugnale.

Stava guardando Oronzo.

L'elfo pronunciò altre parole. Marcus, forse per gli occhi ancora cambiati, forse per ciò che Leoden aveva chiamato magia innata, vide per un istante qualcosa intorno al tileano: un alone sottile, non luce e non ombra, come il colore che resta sulle palpebre dopo aver fissato troppo a lungo una fiamma sbagliata.

"Che ti succede?" disse Marcus. "Hai un'aura mistica intorno."

Oronzo si raddrizzò. "Deve essere Morr."

Elassir non ebbe la cortesia di fingere. "Non è la manifestazione di Morr. È corruzione di Tzeentch."

La riva del fiume divenne molto quieta.

"Se c'è corruzione demoniaca addosso," disse Marcus, "non va bene."

"Fisicamente per ora sta bene," rispose Elassir. "Ma se questa corruzione continua ad aumentare, lo porterà a diventare qualcos'altro."

Oronzo rise senza allegria. "Sembra che sia andato io a cercare i poteri perniciosi. Sono loro che cercano sempre di ammazzarmi."

Derryl, che aveva più diritto di tutti a parlare di sangue sbagliato, lo guardò con una serietà rara. "Non fare lo spiritoso."

"È una richiesta molto impegnativa."

Thyssen si avvicinò di mezzo passo. Non vide nulla, o vide troppo poco per avere diritto a una sentenza. La sua mano, però, restò vicina alla balestra.

"Sono certo," disse Elassir, "che Leoden conosca qualche rituale anche per lui, se dovesse mettersi male."

Marcus annuì. "Prima lo portiamo dall'elfo, poi eventualmente parliamo di abbatterlo."

"Che premura," disse Oronzo.

"È amicizia imperiale," rispose Marcus. "Ha modulistica."

La battuta salvò soltanto la superficie. Sotto, la cosa restò.

Partirono a piedi lungo il fiume. Drong rimase alla Vecchia Betsy, sommerso da riparazioni, ordini e rancore contro il legno umido. Con i Martelli andarono Elassir, Bartek Tengansson, Fratello Berthem, Karelia, Thyssen e i due Slayer assegnati dal capitano. Il cielo sopra di loro era pulito in modo offensivo, come se non avesse appena ospitato una viverna.

La grande montagna di Karak Hirn apparve in lontananza.

Non era ancora vicina. Era però abbastanza visibile da sembrare una promessa e una minaccia. Le mura naniche, quando Leonardo le individuò fra le pieghe della roccia, non parvero costruite: parvero emerse dalla montagna dopo una lunga decisione.

Durante la marcia Leonardo tornò sulle lettere. Il nome Mangini fece fermare Oronzo.

"Pietro Mangini?" disse. "Lo conosco."

Tutti si voltarono.

Oronzo guardò verso Karak Hirn. Il passato, per lui, aveva sempre odore di ferro caldo e strade tileane troppo strette. "Lorenzo e Pietro Mangini si accompagnano sempre a Valentini. Gemelli. Di Miragliano. Ex combattenti da fossa. Altissimi. Feroci. Fedeli come cani addestrati male."

"Quanto feroci?" chiese Leonardo.

"Pietro una volta ha tenuto due tori per le braccia mentre cercavano di partire."

Derryl fece una smorfia. "Questa è una misura nanica accettabile."

"Valgono sempre le regole base," disse Oronzo. "Non farsi colpire e colpire in mezzo agli occhi."

Marcus guardò il profilo lontano della fortezza. Nello zaino sentiva il peso del pugnale, minimo e intollerabile. "Il Calice è il punto. Tutto il resto viene dopo."

Camminarono più in fretta.

Alle loro spalle, la Vecchia Betsy fumava sull'ansa del fiume come una balena ferita che rifiutava di morire. Davanti, Karak Hirn aspettava con il suo tesoro, i suoi re, i suoi Forgiarune e forse i suoi ladri già alle porte. Sopra le rocce, da qualche parte nel cielo, una viverna ferita portava via un cavaliere che aveva mancato il colpo soltanto per ora.

E accanto a Leonardo, Oronzo Cassano camminava con la Spada di San Toswick alla cintura, lo sguardo duro e un segno invisibile di Tzeentch attorno alla pelle.


Stato della Compagnia

Nuovi alleati e contatti:

  • Zamnil Fennisson — nano antichissimo, ingegnere e custode della cultura nanica nella fortezza di passo verso Karak Hirn. Tradizionalista, ostile agli aggeggi della Vecchia Betsy, ma disposto a parlare con studiosi e membri dell'Ordo Scrittoris.
  • Elassir — Elfo Silvano amico di Leoden, residente a Karak Hirn. Occhi color lavanda, capelli castano chiari, abiti semplici. Esperto di artefatti demoniaci, storia antica e segni di corruzione. In marcia con la compagnia verso Karak Hirn.
  • Fratello Berthem — sacerdote di Sigmar legato al cerchio degli studiosi incontrato nella fortezza di passo.
  • Karelia Meitner — alleata ritrovata presso Zamnil, Elassir e il gruppo di studiosi. Prosegue con la compagnia.
  • Due Slayer della fortezza — assegnati da Drong come scorta mentre lui resta a riparare la Vecchia Betsy.

Minacce recenti:

  • Pietro e Lorenzo Mangini — gemelli tileani di Miragliano, ex combattenti da fossa e guardie del corpo di Valentini. Secondo le lettere della maga del caos, hanno un ruolo nell'azione durante l'assedio. Oronzo li conosce e li considera estremamente pericolosi.
  • Cavaliere della viverna — figura legata al caos, capace di colpire la Vecchia Betsy in volo con un attacco incendiario o magico. Ferito o disturbato da Marcus, ma non confermato morto.
  • Assedio tripartito alla fortezza di passo — non morti con macchine d'assedio e giganti, mercenari Valentini, tende purpuree con cavalieri del caos. Probabile diversivo rispetto al vero obiettivo.
  • Ordine del Sacro Martello — sempre più collegato a Ordo Scrittoris, Liber Mortis, Calice dell'Ira, pugnale di Yul-Kachun e possibile ritorno dell'Ottavo Teogonista.

Scoperte:

  • Le carte della maga del caos confermano un piano coordinato durante l'assedio: qualcuno doveva già essere "sulla strada" mentre l'esercito attirava l'attenzione.
  • Una lettera cita la Torre Hess come luogo d'incontro o riferimento operativo.
  • Il Calice dell'Ira è nel tesoro di Karak Hirn, sotto autorità nanica.
  • La Spada di San Toswick di Oronzo è autentica: Elassir l'ha riconosciuta come arma sacra legata a Morr.
  • L'Ordo Scrittoris fu probabilmente incastrato e perseguitato perché aveva scoperto tracce scomode sul Sacro Martello e sull'Ottavo Teogonista.
  • Dal monastero di Tanbruck fu sottratto il Liber Mortis, possibile ponte fra vecchi culti, necromanzia e l'attuale esercito di non morti.
  • I cavalli dei cavalieri del caos erano corrotti e sono stati abbattuti e destinati al rogo.
  • Oronzo porta un segno di corruzione di Tzeentch: non una manifestazione di Morr. Per ora è fisicamente stabile, ma Elassir avverte che la corruzione potrebbe crescere.

Oggetti:

  • Pugnale di Yul-Kachun — non più custodito da Oronzo. Marcus lo porta nello zaino, avvolto, senza toccarlo direttamente.
  • Spada di San Toswick — confermata come reliquia di Morr. Resta a Oronzo.
  • Pergamene e lettere della maga del caos — parzialmente lette da Leonardo; restano da decifrare testi e grafie più difficili.
  • Calice dell'Ira — ancora a Karak Hirn, ora riconosciuto come obiettivo urgente da proteggere.
  • Teschio d'Ottone — terzo frammento ancora ignoto.

Situazione attuale:

  • La Vecchia Betsy è danneggiata e ferma su un'ansa del fiume. Drong il Lungo resta a bordo con l'equipaggio per ripararla.
  • La compagnia procede a piedi verso Karak Hirn insieme a Elassir, Karelia, Bartek Tengansson, Fratello Berthem, Thyssen e due Slayer.
  • Marcus vede meglio ma resta reduce dall'esorcismo e porta il pugnale.
  • Derryl è guarito dal sangue parassita, ma ancora provato.
  • Leonardo ha nuove lettere da decifrare e troppe connessioni sul taccuino.
  • Oronzo è armato della Spada di San Toswick, ma il segno di Tzeentch lo segue come un'ombra non visibile a tutti.

Fili narrativi aperti:

  • Arrivare a Karak Hirn prima dei Mangini e impedire il furto del Calice.
  • Avvertire Re Brock Ironpick, i Forgiarune e chi custodisce il tesoro.
  • Capire il ruolo della Torre Hess nel piano del Sacro Martello.
  • Identificare il cavaliere della viverna e se sia parte della squadra d'infiltrazione.
  • Gestire la corruzione di Oronzo, con possibile ritorno da Leoden se peggiora.
  • Decidere come distruggere o custodire il pugnale di Yul-Kachun.
  • Riparare la Vecchia Betsy abbastanza in fretta da renderla ancora utile.

"Cap. XLIII. Abbiamo imparato che una nave volante può essere respinta da pietre, invitata da corde, incendiata da una viverna e infine rimessa nel fiume, il che dimostra che la classificazione dei veicoli è più fragile di quanto l'Accademia ammetta. Elassir ha riconosciuto la spada di Oronzo come reliquia di Morr, e subito dopo ha riconosciuto Oronzo come problema di Tzeentch, equilibrio che il mio amico non ha apprezzato. Il Calice è nel tesoro di Karak Hirn, i Mangini potrebbero essere già sulla strada, e Marcus porta nello zaino il pugnale che contiene un principe demone. Se domani qualcuno mi chiede perché camminiamo più in fretta, risponderò: per una volta, perché abbiamo letto le lettere." — Leonardo Isacco da Ponzacco, Appunti vergati lungo il fiume, con Karak Hirn in vista