Capitolo XLVII: Il Calice nella Torre
"Non ogni assedio desidera la caduta di una porta. Alcuni vogliono soltanto che tutti gli occhi restino fissi sulla porta, mentre il ladro esce dalla finestra." — Massima attribuita a un maestro d'assedio di Nuln, poi impiccato per eccesso di sincerita'
La Fornace di Karak Hirn
Dalle mura della fortezza esterna, Karak Hirn sembrava meno una citta' assediata che un rancore scolpito nella montagna.
Il vento portava fumo, cenere e il suono profondo dei tamburi nanici. Non erano tamburi da parata. Erano colpi misurati, bassi, pensati per ricordare al sangue il proprio dovere. Sotto le mura, file di elmi e barbe occupavano il terreno con una disciplina tanto antica da sembrare geologica. Gli scudi non tremavano. Le asce non cercavano luce. I nani aspettavano come aspettano le cose che non hanno mai imparato ad avere fretta: con una pazienza capace di sopravvivere agli uomini.
Oltre la linea dei nani, l'assedio si muoveva.
Non morti davanti, come una marea senza respiro. Uomini dietro, troppo vivi per essere innocenti e troppo disciplinati per essere semplici predoni. Cavalleria corrotta ai fianchi. Macchine d'assedio ancora incomplete, ma gia' alte abbastanza da promettere bestemmie di legno e ferro contro la roccia. E piu' indietro, dove un comandante prudente tiene il proprio sangue migliore, gli stendardi dei Valentini.
Oronzo Cassano sputo' oltre il parapetto, con buona mira e cattiva teologia.
"Eccoli li'. Sempre eleganti quando fanno morire qualcun altro per primi."
Marcus Ghast osservava senza commentare. Il suo volto, gia' poco incline alla misericordia, era diventato ancora piu' quieto. Da quella distanza gli uomini diventavano punti, ma gli errori restavano grandi. E li', davanti a Karak Hirn, qualcosa non tornava.
Leonardo Isacco da Ponzacco non poteva parlare senza pagare ogni sillaba con dolore. La mascella, fasciata e gonfia, gli dava l'aria di un professore costretto dalla Provvidenza a praticare il silenzio. Teneva una tavoletta cerata e uno stilo. Scriveva con rabbia metodica.
Mostro' la tavoletta a Marcus.
`Non possono vincere cosi'.`
Marcus annui' appena.
"No," disse. "Non se lo scopo e' prendere Karak Hirn."
Karelia Meitner strinse gli occhi verso il campo nemico. Thyssen le stava accanto, il martello d'argento tenuto basso, come se anche il metallo potesse ascoltare.
"I nani stanno per uscire," disse Karelia. "Lo si sente."
"Si sente anche da Remas," disse Oronzo. "E a Remas non sentiamo mai niente gratis."
Derryl "Barilotto" Duraksson non rise. Guardava i nani schierati con una durezza diversa dal disprezzo. Era orgoglio, forse. O dolore. O entrambe le cose, che per un nano sono spesso lo stesso minerale visto da due lati.
"Li stanno tirando fuori," disse.
La frase cadde fra loro con piu' peso di una pietra.

La mappa era stata aperta su una cassa bassa, tenuta ferma da un pugnale comune, non da quello che Marcus portava avvolto nello zaino. Leonardo vi indico' la posizione della fortezza, poi il campo esterno, poi i possibili passi. La sua mano tremava solo quando il dolore decideva di ricordargli di essere vivo.
Marcus segui' i segni.
"Non avanzano davvero," disse. "Preparano il rumore. Il fumo. La rabbia. I nani guardano avanti perche' tutto davanti a loro merita odio."
Leonardo scrisse ancora.
`Il Calice dell'Ira.`
Elassir lesse sopra la sua spalla. L'Elfo Silvano aveva ancora il portamento di una lama che avesse deciso, per cortesia, di sembrare una persona. La ferita alla spalla non gli toglieva grazia; la rendeva soltanto piu' inquietante.
"Se il Calice puo' nutrirsi della furia," disse, "questa valle e' una fornace."
"E chi l'ha rubato," aggiunse Marcus, "deve uscire da qualche parte."
Oronzo guardo' l'assedio. Poi guardo' la mappa.
"Quindi non assediano per entrare. Assediano per aspettare che qualcuno esca."
"O per coprirlo," disse Karelia.
Thyssen fece un segno di Sigmar breve e quasi irritato.
"Il Sacro Martello ama le inversioni," mormoro'. "Prende una liturgia e la gira. Prende una difesa e la fa diventare trappola."
Derryl sbuffo'.
"Prende una fortezza nanica e pretende che cada per teatro. Questo e' il peccato peggiore."
Leonardo scrisse una frase piu' lunga. Quando ebbe finito, giro' la tavoletta.
`I ladri del Calice devono ricongiungersi all'esercito. Il campo serve a riceverli. Valentini non spreca uomini se puo' far spendere rancore agli altri.`
Marcus lesse due volte.
"Per una volta," disse, "la tua calligrafia e' piu' chiara della situazione."
Leonardo alzo' lentamente due dita. Non era un gesto accademico.
Elassir parve quasi divertito.
"La guarigione procede," disse.
La Pergamena di Verena
Fu Elassir a consegnargli la pergamena.
Non lo fece con solennita' teatrale. Gli elfi, quando vogliono ferire l'orgoglio umano, non hanno bisogno del teatro: basta che compiano un gesto pratico con l'eleganza di una leggenda. Il documento era arrotolato in modo impeccabile, sigillato con cera chiara e scritto in una lingua imperiale tanto ornata da sembrare convinta di poter arrestare un demone con la sintassi.
Leonardo lo prese con entrambe le mani.
La lettura gli richiese tempo. Non per difficolta' intellettuale, ma perche' il dolore alla mascella gli impediva persino di fare quelle piccole smorfie che aiutano uno studioso a sentirsi superiore al testo. I suoi occhi si mossero da una riga all'altra. Poi tornarono all'inizio.
Il Culto di Verena.
Il suo nome.
Societas Indagatorum Veritatis.
Diritti limitati di studio e uso della magia.
Rinnovo annuale.
Norme, codici, articoli, appendici. Tutta quella meravigliosa foresta burocratica che separa l'eresia dal permesso temporaneo con margini appropriati.

Leonardo rimase immobile piu' a lungo del necessario.
Poi scrisse.
`Grazie. Quando la prima lezione?`
Elassir lesse. La sua espressione non cambio', ma qualcosa negli occhi si ammorbidì, come luce riflessa su acqua scura.
"Quando potrai parlare senza sanguinare nel mezzo della frase."
Leonardo alzo' la pergamena con aria offesa.
`La carta non sanguina.`
"La carta non ha la tua ostinazione," disse Elassir.
Oronzo si sporse quel tanto che bastava per sbirciare il documento, senza prendersi la responsabilita' di capirlo.
"Quindi ora e' legale?"
"Limitatamente," disse Karelia.
"La mia parola preferita quando riguarda gli altri."
Marcus piego' appena la testa.
"Una licenza non ti rende meno pericoloso."
Leonardo scrisse.
`No. Ma rende piu' faticoso impiccarmi in modo corretto.`
Thyssen ebbe il pessimo istinto di sorridere. Lo represse con disciplina ecclesiastica.
Karelia prese la pergamena solo dopo aver ricevuto un cenno da Leonardo. La lesse con attenzione professionale, quella di chi ha visto abbastanza documenti falsi da non fidarsi neppure della cera.
"E' utile," disse. "Molto. Se qualcuno nella Chiesa tentera' di accusarti solo per cio' che stai imparando, dovra' prima attraversare Verena."
"E Verena," disse Oronzo, "ha avvocati."
"Ha memoria," corresse Karelia.
"Peggio," disse Marcus.
Leonardo arrotolo' di nuovo la pergamena con una cura quasi tenera. Non era soltanto un permesso. Era una promessa di futuro, fragile e timbrata, in un giorno in cui il futuro pareva una risorsa meno comune dell'acqua pulita. La infilo' al sicuro, lontano dal sangue e dalla polvere.
Poi torno' alla mappa.
La burocrazia poteva attendere. L'assedio no.
Bartek Tengansson venne chiamato poco dopo. Arrivo' con l'aria di un nano che avrebbe preferito essere negli archivi a litigare con pietre morte piuttosto che su una terrazza a discutere con uomini vivi. La barba gli incorniciava il volto come un decreto ostile.
Leonardo gli indico' il campo, poi i passi segnati.
Scrisse.
`Se fuggissi da Karak Hirn verso quell'esercito, quale strada sceglieresti per non essere visto?`
Bartek lesse lentamente. Poi guardo' la mappa senza toccarla.
"A est," disse. "Non e' la via piu' comoda. E' per questo che la sceglierei."
Marcus seguì il dito del nano.
"Piu' vicina al campo?"
"Piu' discreta. Piu' crudele con gli stupidi. Le due cose spesso coincidono."
Derryl annui', approvando almeno la geometria morale della frase.
"Serve una guida," disse.
"Serve qualcuno che sappia leggere la pietra quando la neve non collabora e quando gli uomini credono di non lasciare tracce." Bartek si volto'. "Ne conosco uno."
"Lo conosci o lo sopporti?" chiese Oronzo.
"Per un nano," disse Bartek, "la differenza e' un lusso umano."
Il Passo di Blackwood
Slev Karbuson si presento' come una risposta asciutta.
Era alto per un nano, largo di spalle, con una barba castano-rossiccia curata in modo quasi militare e serrata da un filo d'oro. Indossava abiti da viaggio consumati, cuoio scuro, fibbie opache, nulla che luccicasse senza ragione. Aveva mani da roccia e occhi da tempo brutto.
Bartek lo indico' con un cenno.
"Slev Karbuson. Conosce i passi."
Slev guardo' i Martelli, poi gli alleati, poi il cielo.
"Se qualcuno e' passato," disse, "la pietra se lo ricorda."
Leonardo scrisse subito qualcosa e lo mostro' con vivo interesse.
`Si interessa di cartografia?`
Slev lesse. Non cambio' espressione.
"Mi interessa arrivare vivo dall'altra parte."
Oronzo annui'.
"Finalmente uno studioso serio."
La compagnia si mosse in fretta. In quel genere di fretta che non ha bisogno di correre, perche' ogni gesto ha gia' tagliato il superfluo. Padre Berthem resto' nella fortezza, con il volto grave di chi capisce che a volte la fede serve piu' dove non si cammina. Drong il Lungo resto' con la Vecchia Betsy e con la rabbia dei suoi Slayer, inchiodato a Karak Hirn da riparazioni, guerra e promesse non ancora consumate.
Con i Martelli partirono Karelia, Thyssen, Elassir, Bartek, Slev, alcuni scout nani e due Slayer che avevano l'espressione felice e terribile di chi considera l'imboscata una forma di conversazione.
Uscirono dal retro.
Il suono dell'assedio si abbasso' dietro di loro, ma non scomparve. Restava nelle ossa, nel ritmo del passo, nel modo in cui i nani serravano la mascella. Le montagne non erano silenziose. Respiravano vento, sgretolavano pietra, lasciavano cadere ciottoli minuscoli in gole che non restituivano l'eco. Ogni sentiero sembrava un pensiero antico interrotto da frane e gelo.
Per Leonardo, il viaggio fu una tortura geometrica. Ogni sobbalzo della strada trovava la mascella, ogni pausa gli ricordava quanto fosse umiliante dover scegliere se comunicare o non soffrire. Elassir gli camminava vicino con una discrezione assoluta, ma non casuale. Da quando il cadavere di Ugo aveva parlato con la voce del falco, nessuno trattava piu' l'anello come un semplice mistero.
Marcus lo trattava come un bersaglio.
Oronzo lo trattava come una disgrazia costosa.
Derryl lo trattava come si trattano gli oggetti sbagliati nelle mani sbagliate: con desiderio di metterli in una cassa, chiuderla, saldarla e seppellirla sotto una montagna diversa.
Slev si fermo' al Blackwood Pass senza annunciarlo subito. S'inginocchio' vicino a una chiazza di ghiaia scura, sfioro' il terreno con due dita, poi le annuso' con l'aria di un giudice che non si aspetta sincerita' dall'imputato.
"Umani," disse.
Marcus si abbasso' accanto a lui.
"Quanti?"
"Abbastanza da non essere viandanti. Non abbastanza da essere un esercito."
"Una squadra," disse Karelia.
Slev annui' appena. Poi segui' il sentiero per alcuni passi e indico' segni piu' piccoli.
"Dei nostri."
Derryl si irrigidi'.
"Scout?"
"Si'. Li hanno visti. Hanno provato a chiuderli."
Nessuno disse che quella scelta era stata coraggiosa. Fra nani, il coraggio non viene nominato quando e' ovvio. Sarebbe come indicare che la pietra e' dura.
Il vento cambio'.
Porto' fumo.
Non fumo da campo. Non fumo da legna buona. Qualcosa di acre, grasso, sporco di carne e resina bruciata.
Slev non corse. Aumento' soltanto il passo.
"Presto."
Li trovarono poco dopo.
Cinque scout nani.
Tre umani.
La montagna aveva gia' iniziato a prendere possesso dei morti, ma l'odore apparteneva ancora alla battaglia. Un nano era inginocchiato accanto al corpo di un compagno, immobile, una mano sulla barba bruciata del caduto. Tre scout erano anneriti fino a diventare quasi parte del terreno. Gli altri due erano morti di ferro, con ferite pulite e cattive. Uno degli umani aveva un'ascia piantata nello sterno; un altro conservava nel collo il segno di un quadrello nanico.
Oronzo guardo' i cadaveri.
"Non sono passati senza pagare."
Derryl si tolse il cappello. Non disse una parola.
Leonardo, pallido, scrisse lentamente.
`Fuoco. Magia o arma?`
Slev indico' un arbusto ancora fumante, la pietra annerita, una striscia sul terreno dove il calore aveva leccato muschio e pelle.
"Qualcosa che non appartiene alla montagna."
Elassir si chino' appena. La sua mano non tocco' i resti, ma l'aria sopra di essi.
"Fuoco chiamato male," disse. "O portato da una mano che non teme il prezzo."
Karelia guardo' il sentiero che proseguiva.
"E vanno verso il monastero."
Slev segui' le tracce con gli occhi.
"Vecchio. Diroccato. Abbastanza lontano da essere dimenticato dagli uomini, non abbastanza da essere dimenticato dai problemi."
"Una definizione molto completa di monastero," disse Marcus.
Il Monastero in Rovina
Lo videro quando il pomeriggio era gia' inclinato verso la stanchezza.
Il monastero sorgeva su un pianoro roccioso, non come un luogo costruito per accogliere pellegrini, ma come un dente rimasto nella bocca della montagna dopo che tutto il resto era stato spezzato. Ponti di pietra lo collegavano ai sentieri laterali; alcuni erano crollati, altri resistevano con quella testardaggine propria delle opere fatte da mani che non avevano previsto la misericordia del tempo. Muri aperti, cortili scoperchiati, una torre separata, archi senza tetto. Nel cuore del complesso, un altare o cio' che ne restava.

Oronzo si abbasso' dietro un costone e studio' l'accesso.
"Se c'e' una sentinella, quindici persone su un ponte sono una processione."
"E le processioni," disse Marcus, "tendono a essere notate."
Leonardo scrisse.
`Protezione ravvicinata. Io sono bersaglio.`
Elassir lesse e rispose senza esitazione.
"Non sarai senza occhi alle spalle."
"Speriamo anche senza coltelli davanti," disse Oronzo.
Marcus sali' piu' in alto con uno scout. Lo fece con calma, scegliendo appoggi che non spostavano sassi. Il cannocchiale gli diede un mondo piccolo e crudele.
Mercenari. Una decina, forse di piu'. Equipaggiamento buono, postura da gente pagata e non da gente convinta. Alcuni portavano il taglio e la sicurezza degli uomini dei Valentini. Due figure enormi occupavano lo spazio come colonne violente: Oronzo, quando Marcus le descrisse, non ebbe bisogno di sentire i nomi per pensare ai Mangini.
"Quelli non sono uomini," mormoro' il tileano. "Sono porte con cattive intenzioni."
C'erano anche uomini in abiti imperiali, e uno con una giubba rossa che stava abbastanza in vista da non essere un semplice facchino. Presso una zona alta del monastero, tre figure mascherate si tenevano separate dai mercenari. Le maschere richiamavano il Sacro Martello: abbastanza simili a quelle recuperate dopo l'agguato da far stringere le mani a Karelia.
La quarta figura era diversa.
Vesti azzurre, viola e gialle. Colori troppo vivi per una montagna, troppo scelti per essere casuali. Non un soldato. Non un prete sigmarita. Qualcosa che voleva essere visto da chi contava e ignorato da chi non sapeva comprendere il pericolo.
"Uno stregone," disse Elassir, quando Marcus descrisse il movimento delle mani e la postura. "O qualcuno che desidera moltissimo sembrarlo."
"La seconda categoria spesso vive meno," disse Marcus.
Il cannocchiale non portava le parole, ma Marcus sapeva leggere corpi, labbra e rapporti di forza. La figura colorata non stava chiedendo. Stava accusando. Uno dei mascherati gli rispose con una violenza trattenuta male; poi gli mise addosso le mani e lo spinse contro il muro.
Marcus abbasso' il cannocchiale.
"Litigano."
Oronzo sorrise senza allegria.
"Bene."
"Non erano questi i patti," disse Marcus, ricostruendo a bassa voce. "O qualcosa di molto vicino. E poi: dobbiamo recuperare anche cio' che e' stato perduto."
La frase passo' fra loro come una moneta falsa.
Leonardo scrisse con troppa fretta. Lo stilo incise la cera.
`Perduto = pugnale? anello? Teschio?`
Derryl guardo' lo zaino di Marcus.
"Non mi piace quando le risposte stanno troppo vicine a noi."
Karelia fissava le maschere.
"Il Sacro Martello non ha un solo padrone in questa storia."
"Nessuno con una maschera ha mai un solo padrone," disse Marcus. "Al massimo ha un padrone vivo e uno che promette di esserlo di nuovo."
Thyssen non gradì la battuta, ma non la contraddisse.
Lo stregone colorato torno' a parlare. Marcus, di nuovo al cannocchiale, distinse abbastanza.
"Dice che li ha fatti entrare. Che non devono rimangiarsi la parola."
"Entrare dove?" chiese Oronzo.
Marcus non rispose subito.
Karak Hirn era dietro di loro. Il Calice era stato rubato da dentro. Il monastero era davanti. La risposta non aveva bisogno di essere pronunciata per farsi brutta.
Uno dei mascherati si stacco' dal gruppo e scese verso l'altare. Si chino'. Per un istante il suo corpo nascose cio' che prendeva. Quando si rialzo', aveva fra le mani un cofanetto.
Non grande. Non abbastanza per essere un baule. Abbastanza per custodire qualcosa che non doveva respirare aria libera.
Leonardo serrò la pergamena di Verena come se fosse un talismano inutile.
Marcus non distolse lo sguardo.
"Ha preso un cofanetto."
Oronzo lo vide sul volto degli altri prima che qualcuno lo dicesse.
"Il Calice."
"Forse," disse Marcus.
"Nel nostro mestiere," rispose Oronzo, "forse e' gia' un prezzo alto."
Il mascherato raggiunse il bordo del cortile. Lancio' una corda verso la torre separata. Per un momento la fune cadde come tutte le funi, obbediente al peso e all'aria. Poi si irrigidì.
Non si tese soltanto.
Si fece strada.
Una linea innaturale sopra il vuoto, dritta, fredda, come se qualcuno avesse convinto il mondo che una corda potesse diventare ponte per il tempo necessario a un sacrilegio.
Elassir socchiuse gli occhi.
"Magia pratica," disse. "Senza poesia. Detesto quando gli uomini imparano soltanto la parte utile."
"A me preoccupa piu' la parte utile," disse Marcus.
Il cofanetto passo' verso la torre.
Il monastero, fino a quel momento, era stato un nascondiglio. Da quell'istante divenne una serratura.
Rubare ai Ladri
Il piano nacque come nascono quasi tutti i piani buoni: da una lista di cose impossibili e dalla mancanza di tempo per lamentarsene adeguatamente.
La torre era separata dal corpo del monastero. Sotto, roccia e vuoto. Attorno, sentinelle, mercenari, uomini mascherati e almeno uno stregone che trattava le leggi del mondo come un artigiano irritato tratta un pezzo di legno storto. Affrontare tutti significava morire rumorosamente. Aspettare significava lasciare che il cofanetto sparisse di nuovo.
"La roccia si puo' scalare," disse Slev.
Oronzo lo guardo'.
"Questa e' una buona notizia?"
"No. E' una frase."
Derryl fece un grugnito che poteva valere approvazione.
Marcus studiava la torre.
"Se il cofanetto resta separato dagli altri, non si fidano tra loro."
"Quindi dobbiamo fidarci noi?" chiese Oronzo.
"No. Dobbiamo approfittare del fatto che loro non lo facciano."
Leonardo scrisse una frase, la cancello', poi la riscrisse piu' lentamente.
`Il coltello lo abbiamo noi. E glielo stiamo portando davanti.`
Marcus lesse.
Nessuno disse subito nulla.
Lo zaino con il pugnale di Yul-Kachun sembrò, per un istante, pesare piu' della montagna. L'anello al dito di Leonardo non brillava. Non ne aveva bisogno. Certe cose attraggono sventure anche nell'ombra.
"Pugnale," disse Karelia.
"Anello," disse Thyssen.
"Calice," disse Oronzo, guardando la torre.
Derryl concluse:
"E il Teschio d'Ottone chissa' dove."
Elassir teneva gli occhi sul monastero.
"Se litigano per cio' che manca, non possiamo permetterci di diventare la risposta alla loro lite."
Marcus chiuse il cannocchiale.
"Allora non vinciamo una battaglia."
Oronzo sorrise.
"Rubiamo meglio dei ladri."
Era una frase con cui un uomo onesto avrebbe avuto problemi. Per fortuna, di uomini onesti puri, sui costoni sopra il monastero, non ce n'erano abbastanza da formare opposizione.
Slev indico' una linea di roccia che scendeva dietro la torre.
"Da li' si puo' arrivare vicino. Pochi. Silenziosi. Chi sbaglia, cade. Chi fa rumore, chiama tutto il monastero. Chi esita, fa entrambe le cose."
"Mi mancava l'ottimismo nanico," disse Oronzo.
"Quello era ottimismo," rispose Derryl.
Leonardo scrisse ancora, ma questa volta non mostro' subito la tavoletta. La guardo' come se vi avesse trovato una verita' sgradevole.
Poi la giro'.
`Se falliamo, consegniamo loro tutto. Se riusciamo, li costringiamo a tradirsi.`
Marcus lesse. Poi guardo' il monastero, la torre, i ponti rotti, i nemici che credevano di essere nascosti dentro una rovina dimenticata.
"Bene," disse. "Cominciamo dalla parte in cui non falliamo."
Sotto di loro, nel cortile spezzato, la figura in vesti colorate tornò a discutere con i mascherati. La corda rigida restava tesa verso la torre come una bestemmia sottile. Il cofanetto era scomparso oltre una soglia d'ombra.
Karak Hirn bruciava di rabbia alle loro spalle.
Davanti, il Calice attendeva, forse.
E fra i due fuochi, i Martelli da Guerra scelsero ancora una volta la via piu' stretta: quella abbastanza folle da sembrare un piano.
Stato della Compagnia
Nuovi alleati:
- Slev Karbuson — scout nanico di Karak Hirn, alto e muscoloso per la sua gente, barba castano-rossiccia legata con filo d'oro. Conosce i passi montani e guida la compagnia verso Blackwood Pass.
- Scout nani e due Slayer — accompagnano la spedizione fuori dalla fortezza per intercettare i ladri del Calice.
Alleati e autorita':
- Bartek Tengansson accompagna la spedizione e indica il passo orientale come via probabile per la fuga dei ladri.
- Elassir resta vicino a Leonardo, gli consegna la licenza di Verena e si assume la protezione ravvicinata dell'anello.
- Karelia Meitner e Heinrich Thyssen seguono i Martelli verso il monastero e collegano le maschere al Sacro Martello.
- Fratello Berthem resta a Karak Hirn.
- Drong il Lungo resta con la Vecchia Betsy e non partecipa alla ricognizione sul passo.
Nemici recenti:
- Mascherati del Sacro Martello — almeno tre figure presenti nel monastero; una recupera il cofanetto presso l'altare.
- Stregone in vesti azzurre, viola e gialle — figura magica non identificata, in lite con i mascherati. Rivendica di averli fatti entrare nella fortezza e pretende il recupero di cio' che e' stato perduto.
- Mercenari dei Valentini — presenti nel monastero e nel campo d'assedio.
- Due enormi guardie dei Valentini — probabilmente i Mangini, viste nel complesso diroccato.
- Il Necromante dei Valentini — visibile o segnalato nel campo dell'assedio, con forze non morte e cavallo macilento.
Scoperte:
- L'assedio di Karak Hirn sembra servire piu' a trattenere i nani e coprire una fuga che a conquistare davvero la fortezza.
- Il Calice dell'Ira potrebbe essere usato o caricato attraverso la furia dell'assedio, oppure protetto mentre i ladri tentano di ricongiungersi al campo esterno.
- La via orientale e Blackwood Pass offrono una rotta discreta fra Karak Hirn e il monastero diroccato.
- Cinque scout nani hanno intercettato i nemici e sono morti sul sentiero; almeno tre umani sono caduti con loro.
- Le bruciature sul terreno e sui corpi indicano magia di fuoco o un'arma incendiaria.
- Il Sacro Martello, i Valentini e lo stregone non sembrano pienamente allineati: la loro alleanza mostra crepe.
- Il cofanetto trasferito nella torre e' probabilmente collegato al Calice dell'Ira, ma il contenuto non e' stato visto direttamente.
Oggetti:
- Licenza di Verena per Leonardo — documento del Culto di Verena che autorizza Leonardo allo studio e all'uso limitato della magia come membro della Societas Indagatorum Veritatis.
- Calice dell'Ira — rubato; forse nel cofanetto portato alla torre del monastero.
- Pugnale di Yul-Kachun — ancora con Marcus, avvolto e nascosto; il gruppo comprende il rischio di portarlo vicino al possibile Calice.
- Anello dell'Ordo Scriptoris — ancora con Leonardo; resta un bersaglio e richiede protezione ravvicinata.
- Teschio d'Ottone — ancora non localizzato; il terzo frammento resta una minaccia aperta.
- Corda irrigidita magicamente — usata dai nemici per trasferire il cofanetto verso la torre separata.
Situazione attuale:
- La compagnia e' nascosta sulle alture sopra il monastero diroccato.
- Il cofanetto e' stato spostato in una torre separata e difficile da raggiungere.
- I Martelli valutano un furto mirato o un diversivo, evitando uno scontro frontale con mercenari, mascherati e stregone.
Fili narrativi aperti:
- Sottrarre il cofanetto prima che venga spostato di nuovo o aperto dai nemici.
- Capire cosa intenda lo stregone con "cio' che e' stato perduto".
- Stabilire se i mascherati del Sacro Martello vogliano tradire i Valentini, lo stregone o entrambi.
- Evitare che pugnale di Yul-Kachun, anello dell'Ordo Scriptoris e Calice dell'Ira finiscano insieme nelle mani nemiche.
- Scoprire dove si trovi il Teschio d'Ottone.
- Sopravvivere al monastero senza trasformare una ricognizione in una battaglia aperta.
"Nota: quando il nemico litiga per un oggetto mancante, evitare di presentarsi alla discussione portando l'oggetto. Sembra ovvio, ma la storia militare dell'umanita' e' in larga parte un catalogo di ovvieta' ignorate con entusiasmo." — Leonardo Isacco da Ponzacco, appunto scritto con mascella fasciata e calligrafia furiosa