Martelli da Guerra

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Capitolo XXIV: SkeletOnzo

"Ci sono maledizioni che ti tolgono la vita, e maledizioni che ti tolgono la pelle. Le seconde, almeno, ti lasciano le ossa per raccontarla." — Proverbio lustriano, apocrifo


La Sala Araba

Il Leone Dorato era il tipo di locale dove un piatto costava quanto un mese di affitto nel quartiere industriale. Oronzo lo sapeva bene — ci veniva regolarmente, o almeno così aveva fatto credere al concierge nelle ultime due settimane.

"Oh! Signor Della Casa!" Il maître lo accolse con la deferenza riservata ai clienti abituali e ai grandi spendaccioni. "Ma che piacere rivederla! È pronto il vostro tavolo?"

"Nella Sala Araba, spero," disse Oronzo con il sorriso del principe che non ha mai regnato su nulla.

"Ma naturalmente, signore."

Li condusse attraverso il salone principale — candelabri d'argento, tovaglie di lino, il profumo del denaro vecchio — fino a una saletta che sembrava uscita da un serraglio arabiano. Le pareti scintillavano di lapislazzuli. Un tavolo circolare, intarsiato in legno e sormontato da marmo lavorato, occupava il centro. Candelabri d'argento proiettavano ombre morbide sulle decorazioni esotiche — archi, arabeschi, motivi che evocavano deserti lontani e carovane di spezie.

Derryl si avvicinò a Oronzo con la discrezione del nano che fiuta una trappola culinaria. "Scusa eh, ma si mangia esotico stasera?"

"Solo la sala," lo rassicurò Oronzo. "Il cibo è imperiale."

"Ah. Bene."

Leonardo — che da tre giorni si faceva chiamare Esteban de Magritta, Altamira y Valiente, con la disinvoltura di chi ha cambiato identità come altri cambiano camicia — si sistemò il colletto. "Derryl, ricorda: lui è Giovanni, io sono Esteban."

"Te da quando sei Esteban?"

"Da ieri."

"Capito. Esteban."

I camerieri apparvero in formazione, apparecchiando con la precisione di un reggimento in parata. Piatti di porcellana di Mirene — ogni pezzo valeva cinque corone d'oro, a occhio e croce — posate d'argento, calici di cristallo. Leonardo e Oronzo, da buoni tileani, riconobbero immediatamente la manifattura.

"Giovanni," sussurrò Leonardo, "viviamo questa doppia vita da straccioni e poi ci sediamo su sedie che valgono più del nostro guardaroba."

"Rilassati," disse Oronzo. "Sono fondi della cultura."


Judith von Lessing e Talima nella Sala Araba

Talima arrivò accompagnata dalla zia Judith von Lessing e dalla piccola Pinska, che si era vestita per l'occasione con un abitino a fiori troppo largo per lei e un'espressione da halfling che ha intenzione di mangiare gratis fino allo sfinimento.

Judith von Lessing era una donna di quarantacinque anni che ne dimostrava dieci di meno e che portava la ricchezza con la naturalezza di chi ci è nata dentro. Un abito formale scuro, un anello d'oro con uno smeraldo grosso come un nocciolo di oliva, e uno sguardo che valutava gli uomini come si valutano i bilanci — con precisione chirurgica e nessuna pietà.

Oronzo le baciò la mano con un inchino che sfiorò la teatralità senza mai caderci dentro. I suoi occhi indugiarono sullo smeraldo un istante di troppo — l'istinto del perito, non del ladro, almeno questa volta.

"Signora von Lessing. Il Principe Giovanni della Casa, ai vostri servigi."

"Principe?" Judith alzò un sopracciglio. "Non siete il primo in linea di successione, suppongo."

"Il mio cognome esprime umiltà," disse Oronzo senza battere ciglio. "Ma le mie origini sono nobilissime."

"In effetti," disse Judith, studiandolo con un interesse che andava oltre la cortesia, "i vostri occhi sono quelli di un focoso tileano."

Leonardo si inchinò con garbo accademico davanti a Talima, che lo accolse con un sorriso timido ma caldo. "È stato davvero gentile invitarci, Esteban."

"Figurati, Talima. Spero che ci saranno altre occasioni. Magari un posto più alla mano, da giovani."

"Vi porterei all'Accademia d'Arte," disse lei, e qualcosa si accese nei suoi occhi. "Se non vi dà fastidio."

"Fastidio? Sarebbe un onore."

Judith li guardò con la disapprovazione della donna pratica. "L'arte è per i plebei. Sono loro che ci intrattengono."

"Sagge parole, mia Dama," disse Oronzo.

Leonardo aprì la bocca per obiettare, poi la richiuse. Non era il momento.


Le pietanze arrivarono in processione: un'anguilla del Reik in carpione, marinata nell'aceto di vino bianco e bacche di ginepro — "Pescata all'alba sotto il Ponte Vecchio," annunciò il cameriere — seguita da un filetto di cervo reale avvolto in pancetta affumicata con riduzione di mirtilli rossi e polenta di farro, un pasticcio del Gran Cannone ripieno di fegatini di piccione e tartufo nero, e un'anatra all'arancio alla tileana, secondo la ricetta originale di Remas.

"Capitone," commentò Leonardo, esaminando l'anguilla.

"Pescata dove tutti cagano e pisciano fino alle prime luci dell'alba," aggiunse Oronzo a bassa voce, guadagnandosi un calcio sotto il tavolo.

Derryl guardava il suo piatto con l'espressione del guerriero che ha scoperto che il nemico è più piccolo del previsto. "Ma... questi sono gli assaggi per sentire se ci piace, e poi ci portano il piatto vero?"

"Mi scusi, signore," disse il cameriere con imbarazzo appena percettibile. "Questo è il pasto."

Il nano lo fissò. Il cameriere tossì.

"Tuttavia, se le interessa... abbiamo avuto occasione di servire nobiltà di razza nanica in passato. Possiamo prepararle un piatto speciale."

"Sì," disse Derryl, con la rapidità del lampo.

"Si chiama 'L'Ultima Cena dell'Artigliere'."

Quello che arrivò — su un vassoio che occupava metà tavolo — era un monumento alla carne: salsicce di maiale, costine di manzo, petto di pollo, il tutto accompagnato da due pinte di birra nera e densa come catrame.

Lo sguardo di Derryl si illuminò come non si illuminava dalla scoperta di un filone di gromril. "Ecco. Adesso sì che ci siamo."

Pinska, dalla sua sedia rialzata con cuscini, osservava il nano mangiare con un'ammirazione che andava ben oltre l'interesse gastronomico. "Che barba folta che ha," mormorò a Talima, che nascose un sorriso dietro il bicchiere.

"Dia un po' di attenzione a Pinska," sussurrò Leonardo a Derryl. "Si dice abbia un debole per i nani."

"Sta mangiando, Esteban. Taci."

Oronzo, intanto, intratteneva Judith con la grazia naturale del truffatore che ha trovato il suo palcoscenico. Le raccontava di cavalli — "Sono abituato a montare qualcosa di più focoso di un palafreno, ma potrei accontentarmi" — di commerci, di nobili famiglie tileane che non erano mai esistite. Judith beveva ogni parola con l'avidità della donna d'affari che riconosce un interlocutore di valore — o almeno uno abbastanza divertente da meritare il dessert.

"Potremmo andare a cavallo, nelle campagne intorno a Nuln," propose Judith. "Ho degli ottimi palafreni."

"Ma volentieri, mia Dama."

Leonardo, da parte sua, parlava di fiumi. "I fiumi dell'Impero sono come le vene del corpo imperiale. Il traffico, il commercio—"

"Ci sono solamente tre cose che un gentiluomo deve saper fare," lo interruppe Oronzo. "Sapersi comportare, saper divertire la dama e saper tirare di scherma. Tutto il resto sono sciocchezze."

"Credo di non saper fare nessuna delle tre," ammise Leonardo.

La cena proseguì tra portate, vino rosso del Reikland e conversazione che oscillava tra il mondano e lo strategico. Judith, tra un complimento e un sorso, lasciò cadere informazioni sulla situazione commerciale di Nuln, sui mercenari che infestavano il quartiere industriale, sulle compagnie straniere al servizio della città. Nulla che non si potesse sapere in una taverna, ma detto con la precisione di chi gestiva una compagnia commerciale con sedi ad Altdorf e Marienburg.

Oronzo pagò il conto con la magnanimità del principe — e il portafoglio della refurtiva.


Ricerche e Preparativi

Il giorno dopo, il gruppo si divise.

Leonardo si diresse al Tempio di Verena — la Torre della S, come la chiamavano a Nuln, per la forma della scalinata che si avvitava verso l'alto tra scaffali di libri e rotoli. Cercava informazioni su Wulfric, su Neumann, sulle comete sacre. La bibliotecaria — una donna dall'aria severa che trattava ogni volume come un figlio — lo indirizzò verso la sezione di storiografia religiosa.

Le ore passarono tra pagine ingiallite e polvere. Leonardo annotava, confrontava, incrociava riferimenti. La storia di Wulfric si ramificava in direzioni che non aveva previsto, e ogni risposta generava tre domande nuove.

Oronzo, intanto, investiva nel suo personaggio. Un fioretto nuovo — leggero, elegante, con un'impugnatura che non sfigurava a corte — e un paio di abiti che avrebbero fatto sembrare Giovanni della Casa un vero nobile e non un truffatore con le tasche piene di refurtiva. L'investimento era calcolato: Judith von Lessing gestiva una compagnia commerciale che importava dalla Lustria. Un uomo come Giovanni della Casa, con il giusto guardaroba e la giusta sicurezza, poteva aprire porte che un Oronzo Cassano non avrebbe nemmeno visto.

Marcus, dal canto suo, lavorava su più fronti.

Il primo passo fu l'ufficio postale. Il Servizio Imperiale delle Poste era una rete che copriva ogni angolo dell'Impero — e Marcus Ghast, agente in servizio, sapeva come farla parlare. Bastava la giusta domanda alla giusta persona, e i nomi cominciavano a circolare. Il primo nome che chiese fu quello di un tileano che Oronzo frequentava già da settimane: Valeriano degli Innocenti, detto il Pavone.

Le informazioni arrivarono nel giro di un pomeriggio. Il Pavone si presentava come un principe di Remas, ma i riscontri puntavano altrove — Verrezzo, una città che con la nobiltà aveva poco a che spartire. Nobile o meno, l'uomo aveva tessuto una ragnatela di contatti impressionante nella buona società di Nuln: era stato visto almeno un paio di volte in compagnia di Maria Glockenspiel — l'Alta Maga di Nuln, una praticante del Collegio Ametista la cui rivalità con Elspeth von Draken era nota a chiunque frequentasse la corte della Contessa — e intratteneva rapporti con Jeek Rorig, Cancelliere e Suprema Giustizia della città. Una compagnia pericolosa, il Pavone. O estremamente utile.

"Pericolosa più che utile," avvertì Marcus quando ne parlò al gruppo. "La Glockenspiel è una maga ametista. Una dei Maestri della Torre. Se qualcuno di noi la guarda con lo sguardo sbagliato, non credo che nessuno piangerà una lacrima."

"Ma Oronzo potrebbe farle il baciamano," suggerì Leonardo. "Potrebbe anche farle piacere."

"Posso evitare," precisò Oronzo. "Non è quello il problema."

"Sii molto cauto, ecco," tagliò corto Marcus.

La sera stessa, Marcus si recò al Globe Theater per incontrare il Pavone di persona. Lo trovò nell'intervallo, un bicchiere di qualcosa di costoso in mano, circondato da quel tipo di saluti cordiali che in una città come Nuln significavano denaro o potere — di solito entrambi.

"Perdonate l'audacia," disse Marcus avvicinandosi con un inchino calibrato. "Siete voi il famoso Pavone... di Verrezzo?"

L'occhiolino fu deliberato. La reazione, istruttiva. Il Pavone si irrigidì appena — un lampo negli occhi, subito mascherato.

"Questo soprannome che mi attribuiscono, sì. Ma non da Verrezzo. Io vengo da Remas. Sono Valeriano degli Innocenti, della famiglia degli Innocenti."

"Devo avervi confuso con qualcun altro."

"Certamente."

Marcus offrì un assenzio — "Non ne gustavo dai tempi di Magritta" — e i due si spostarono su una balconata del teatro, lontano dalle orecchie indiscrete. Il Pavone parlò con la generosità di chi vuole sembrare innocuo: menzionò i Valentini — il Teschio Nero, la compagnia mercenaria di Giovanni Valentini — definendoli "una delle famiglie potenti di Remas, gente la cui influenza arriva tranquillamente fino qui nell'Impero."

Marcus annuì e incamerò. Prima di congedarsi, il Pavone lo invitò a una partita ai Sette Conti — un gioco di carte da nobili — alla dimora degli Attenberg, dopo cena. "Ci manca un quarto," disse con un sorriso che nascondeva calcoli.

Marcus accettò. Ogni tavolo da gioco era un tavolo di trattativa, e ogni carta scoperta un'informazione che prima era nascosta.

Nel frattempo, la rete degli informatori di Marcus — postini, facchini, locandieri con la memoria lunga — setacciava il quartiere dei Valentini. In una settimana, il quadro fu completo. I mercenari del Teschio Nero si approvvigionavano ai Magazzini di Micco per il grosso delle forniture e alle Stalle di Pivirotto per cavalli e carriaggi. Alloggiavano all'Orso che Ride e intrattenevano rapporti d'affari con i Giuliani, una famiglia tileana trapiantata a Nuln. Il responsabile di tutta l'operazione era Ottavio Franchino, detto Orso Bruno — o, come lo ribattezzò Marcus, "Franchino er Criminale."

L'Orso Bruno era un colosso. Si muoveva con una scorta di cinque o sei uomini, non scendeva mai sotto i quattro, e aveva la reputazione di chi non perde mai — né a carte, né a pugni, né con la spada. Si diceva che da ragazzo, a Remas, avesse fracassato il cranio di un orso da circo a manate. La sua armatura completa — corazza a piastre, cotta di maglia, gambeson — era leggendaria tra i soldati della guarnigione: un uomo che andava in giro bardato come un cavaliere dell'Ordine non era uno che si preoccupava di passare inosservato.

"L'idea è semplice," disse Marcus quella sera, alla Corte dei Miracoli, dispiegando i risultati di una settimana di lavoro. "I Valentini comprano cavalli alle Stalle di Pivirotto. Facciamo arrivare una missiva a nome delle Stalle — è arrivata una bella partita di destrieri a buon prezzo, ma ci sono già offerte, chi prima arriva meglio alloggia. Franchino non può resistere a un affare del genere. L'appuntamento è al magazzino vicino al porto, dopo il tramonto."

"E quando arriva?" chiese Leonardo.

"Noi siamo già dentro."

"A quanti?"

Marcus contò sulle dita. "Io, te, Oronzo, Derryl. E Gunther."

"Cinque contro l'Orso e la sua scorta," disse Oronzo. "Non sono numeri eccezionali."

"Non devono esserlo. Dobbiamo colpire veloce e ritirarci. Il buio è dalla nostra parte."


L'Imboscata

La notte era quella giusta — nuvole basse, l'aria densa dell'umidità del Reik, il quartiere industriale deserto come un cimitero. Il magazzino era un edificio di mattoni anneriti dalla fuliggine, con un'unica porta larga abbastanza per un carro e tre finestre murate.

Marcus distribuì le posizioni con la precisione dell'agente addestrato. Derryl e Gunther ai lati della porta. Leonardo in alto, con la balestra, dietro una pila di casse. Oronzo nell'ombra, col fioretto nuovo che non aveva ancora battezzato. Marcus stesso arretrato, pistola carica, occhi sulla strada.

Aspettarono.

Franchino arrivò con cinque uomini. Non quattro. Cinque.

I mercenari del Teschio Nero

Ottavio Franchino detto

Oronzo lo vide entrare per primo e capì immediatamente che i numeri non avrebbero contato. Ottavio Franchino era la montagna che gli avevano descritto — e anche di più. La corazza a piastre gli fasciava il torso come una seconda pelle d'acciaio, il gambeson spuntava sotto la cotta di maglia, e in mano portava una spada lunga che sembrava fatta per tagliare alberi, non uomini. La barba scura gli copriva metà del viso, e gli occhi — piccoli, infossati, da orso — scrutavano il magazzino con l'istinto del predatore.

"Il mercante?" grugnì Franchino.

Nessuno rispose. Il silenzio durò un secondo di troppo.

Franchino alzò la spada.

Il combattimento fu breve, brutale e sbagliato.

Leonardo scoccò il primo quadrello dalla balestra — e stavolta Verena guidò il tiro. Il dardo prese un mercenario in pieno petto con una precisione chirurgica che lo stese prima ancora che avesse il tempo di alzare la spada. Un colpo perfetto. Uno su cinque.

Poi le cose precipitarono.

Derryl si lanciò contro i mercenari con la ferocia del nano in trappola, l'ascia che descriveva archi mortali. Ne tenne impegnati due, ringhiando in khazalid, ma la ferita al braccio non ancora guarita lo rallentava.

Gunther si frappose tra Franchino e il resto del gruppo — il Fantasma del Fantasma di Hellfein, l'uomo che non parlava mai, si mise di mezzo con la spada sbrecciata e il coraggio suicida del veterano della Sylvania. La lama incontrò l'acciaio della corazza e rimbalzò. Franchino rispose con un fendente che aprì il gambeson di Gunther dal collo alla cintura. Il soldato si accasciò senza un suono, il sangue scuro che si allargava sul pavimento di pietra.

L'Orso Bruno non si fermò. Caricò Marcus come un toro impazzito — il colpo della spada lunga lo prese al fianco e lo mandò a terra. Marcus crollò, la pistola ancora in mano, il fiato tagliato dal dolore. Franchino si girò e trovò Leonardo che cercava disperatamente di ricaricare la balestra. Non gli diede il tempo. Un fendente, e lo studioso tileano era al suolo, incosciente.

Due a terra in dieci secondi. L'Orso Bruno non aveva nemmeno rallentato. Derryl teneva ancora, ma i mercenari lo circondavano.

Ma Marcus Ghast non era il tipo da restare a terra. Si rialzò — il sangue che gli colava dal fianco, le mani che tremavano — estrasse entrambe le pistole e scaricò due colpi a distanza ravvicinata. Le palle colpirono Franchino in pieno: una al petto, l'altra al viso. Uno squarcio di sangue e polvere gli accecò un occhio. L'Orso Bruno barcollò, sanguinante, mezzo cieco, e per un istante sembrò che potesse cadere.

Oronzo non aspettò di scoprire se sarebbe caduto o no. Il fioretto nuovo trovò la fessura tra elmo e gorgiera — l'occhio buono di Franchino, quello che ancora vedeva — e si piantò dentro con la precisione del chirurgo o della disperazione. L'Orso Bruno emise un suono che non era umano, fece due passi avanti per inerzia, e crollò.

Ma i mercenari superstiti — quattro, e arrabbiati — si riorganizzavano. Leonardo giaceva incosciente. Marcus sanguinava da tre ferite. Gunther era già freddo. Derryl combatteva ancora, ma da solo contro quattro non poteva reggere.

Oronzo fece l'unica cosa sensata. Scappò.


La Luna

Correva tra i vicoli del quartiere industriale, il cuore che martellava, il fioretto sporco di sangue ancora in pugno. Dietro di lui, il rumore di passi e il sibilo inconfondibile di una balestra.

Il dardo lo colpì alla schiena.

O almeno, avrebbe dovuto.

Oronzo sentì l'impatto — un colpo sordo, come un pugno — ma non il dolore. Non il fuoco della punta che trapassa la carne, non lo strappo dei muscoli. Solo un toc, secco, come legno contro legno.

Si fermò. Guardò in basso.

La luna piena era uscita dalle nuvole. Un raggio d'argento tagliava il vicolo come una lama, e le sue mani — le mani di Oronzo Cassano, ladro, truffatore, amante inadeguato e sopravvissuto professionista — erano ossa.

Ossa bianche, lisce, che brillavano sotto la luce lunare come avorio appena lucidato.

Si guardò le braccia. Ossa. Il petto. Costole, una gabbia toracica che si vedeva attraverso. Le gambe. Ossa. Si toccò il viso e trovò uno zigomo liscio, le orbite vuote — no, non vuote, i suoi occhi galleggiavano lì dentro come biglie in un teschio — e i capelli, quelli c'erano ancora, ciocche scure che pendevano dal cranio come un'assurdità anatomica.

Il dardo della balestra era passato tra le costole. Dritto attraverso. Conficcato nel muro dall'altra parte del vicolo.

SkeletOnzo

Per Morr e tutti i suoi becchini, pensò Oronzo — e la voce nella sua testa era ancora la sua, quella di sempre, solo che veniva da uno scheletro.

E poi ricordò.

L'ufficio di Hornborg. Il disco solare lustriano, quello con gli anelli concentrici. La sensazione quando lo aveva toccato — qualcosa di primordiale, un eco di tamburi battuti in una giungla che non aveva mai visto. Tum tu-tum, tu-tu-tum. Gli aveva fatto rizzare i peli sulle braccia, per quel mezzo secondo prima che il professionismo del ladro prendesse il sopravvento e le sessantacinque corone di Roth cancellassero ogni esitazione.

Il medaglione di Lord Kroak. Il medaglione che aveva venduto a Roth per sessantacinque corone.

Sessantacinque corone per una maledizione.

Affare del cazzo, pensò Oronzo.

Si guardò le mani di osso. Le mosse. Funzionavano. Si toccò il cuore — niente, solo costole. Si pizzicò dove avrebbe dovuto esserci la pelle del braccio — niente, solo l'osso liscio del radio.

Poi guardò verso il magazzino, dove Leonardo giaceva incosciente, Marcus sanguinava e Gunther era già freddo.

E pensò: Beh. Se devo essere uno scheletro, tanto vale esserlo per qualcosa di utile.

Tornò indietro.


Il Ritorno dello Scheletro

I mercenari stavano saccheggiando il magazzino quando lo scheletro apparve sulla soglia.

Non era uno scheletro qualunque — aveva i capelli, gli occhi che galleggiavano nelle orbite, e indossava gli abiti di un gentiluomo tileano macchiati di sangue. In mano, un fioretto insanguinato. Sulla faccia scheletrica — se una faccia scheletrica può avere un'espressione — il ghigno di chi non ha più nulla da perdere.

SkeletOnzo torna al magazzino

Il primo mercenario urlò. Il secondo lasciò cadere la spada. Il terzo si voltò verso la porta posteriore e scoprì che non c'era.

"BUU," disse Oronzo.

Non fu la retorica più raffinata della sua carriera, ma funzionò. I mercenari fuggirono come se Morr in persona fosse venuto a riscuotere i debiti — inciampando l'uno nell'altro, gettando armi e borse, sparendo nella notte del quartiere industriale con la velocità della superstizione.

Oronzo — lo scheletro — rimase solo nel magazzino con tre corpi e il silenzio.

Gunther era morto. Lo capì senza bisogno di controllare — il Fantasma del Fantasma di Hellfein aveva smesso di combattere, e un uomo come Gunther non smetteva finché non era finita.

Leonardo respirava. Il colpo alla testa era brutto, ma lo studioso aveva il cranio duro degli accademici e la fortuna dei matti.

Marcus era cosciente — appena, i denti stretti, tre ferite che sanguinavano — ma i suoi occhi erano aperti e puntati sullo scheletro con il fioretto in mano.

"Chi cazzo sei?" sibilò Marcus.

"Sono io," disse Oronzo. "Non sparare."

"Le pistole sono scariche," rispose Marcus. Poi: "Oronzo?"

"Sì."

Il silenzio che seguì fu il tipo di silenzio in cui si decidono le amicizie e gli omicidi.


Le Buone Notizie e le Cattive

Leonardo riprese conoscenza un'ora dopo, nella stanza alla Corte dei Miracoli, con un mal di testa che avrebbe steso un ogre e la vaga sensazione di essersi perso qualcosa di importante.

Oronzo aspettò che le nuvole coprissero la luna e le sue mani tornassero normali prima di parlare con Marcus — perché c'era un limite alla quantità di shock che un uomo poteva gestire in una notte, e Marcus aveva già dato abbastanza.

Ma alla fine, quando le nuvole si diradarono e la luna tornò a splendere dalla finestra, non poté più rimandare.

"Ho delle buone notizie e delle notizie meno buone," disse Oronzo.

"Iniziamo dalle cattive," disse Marcus. "Così ci leviamo il dente."

"No. Dalle buone. La prima brutta notizia è che Gunther è morto."

Marcus chiuse gli occhi.

"Ma noi siamo vivi," continuò Oronzo in fretta. "E la missione è stata un successo. Franchino è morto." Posò dieci corone d'oro davanti a ciascuno. "La vostra parte."

"Avete finito il lavoro?" Marcus sembrò quasi sollevato. "Bravi."

"Ora..." Oronzo esitò. "Le notizie un po' meno buone."

"Cosa hai combinato?"

"Io non ho combinato niente. Però c'entro io."

Marcus lo guardò con l'espressione dell'uomo che ha visto troppo per sorprendersi, ma non abbastanza per smettere di arrabbiarsi.

"Promettimi che non ti arrabbierai."

"Se non hai fatto niente di male, perché dovrei arrabbiarmi?"

"Guarda la mia mano," disse Oronzo. "Ci vedi bene? Quante mani vedi?"

"Più o meno una."

"Continua a guardare."

Oronzo spinse la mano nella luce della luna che entrava dalla finestra.

"Tadaaa."

Le dita scomparvero. La carne si dissolse come nebbia al sole, e al suo posto restarono ossa — falangi, metacarpi, il polso — bianche e pulite come porcellana.

"Porca puttana!" Marcus balzò indietro. "La Petacci!"

"Non è necromanzia," intervenne Leonardo, che aveva studiato abbastanza nelle ultime settimane per distinguere almeno questo. "Non può esserlo. È vivo. Sanguina."

"Apriti la camicia," ordinò Marcus.

Oronzo si spostò completamente nella luce della luna. La trasformazione fu totale — e grottesca. Un intero scheletro, con i capelli ancora attaccati al cranio, gli occhi che galleggiavano nelle orbite, e gli abiti che pendevano dalle ossa come da un appendiabiti macabro.

"Ma va fuori!" Marcus cercò la pistola. "Che cazzo! Ma sei morto!"

"No! M'hai promesso che non t'arrabbiavi!"

"Ma è un fottuto scheletro!"

Leonardo si interpose. "Non è magia necromantica, da quello che ho studiato! È una maledizione. Dobbiamo capire chi gliel'ha tirata e togliergliela."

Marcus non era convinto. Prese un pugnale e lo piantò nella cassa toracica di Oronzo. La lama passò tra le costole senza incontrare resistenza.

"Eh!" urlò Marcus. "Ti sembra vivo? Guarda! Dove c'è lo stomaco sto ravanando con un coltello!"

"Mi rovini il vestito!" protestò Oronzo. "Smettila!"

"Sei un fottuto scheletro!"

Leonardo li separò. "Se fosse morto non sanguinerebbe quando torna al coperto. Non è necromanzia. È qualcos'altro."

"Qualcos'altro cosa?"

"Una maledizione. Dobbiamo parlare con un mago. Un ametista, forse. O la Von Draken."

Oronzo rientrò nell'ombra. La carne tornò, lentamente, come un guanto che si infila su una mano. Era di nuovo lui — Oronzo Cassano, in carne e ossa. Letteralmente.

"Allora," disse, con la voce di chi sta per confessare qualcosa e preferirebbe essere da qualunque altra parte. "Rifacciamo il conto di tutte le cose che abbiamo fatto a Nuln."

"Parla," disse Marcus.

"Lo studio di Hornborg. Ho preso due artefatti. Un drago di giada e un disco solare, un medaglione lustriano. Li ho portati a Roth per... per diffondere la conoscenza."

"Li hai venduti."

"Quando ho passato il medaglione a Roth... ho sentito una cosa. Una musica. Tamburi. Come tamburi tribali, da giungla. È durata un attimo."

Il silenzio nella stanza era quello del tribunale prima della sentenza.

"Sei una fottuta testa di cazzo," disse Marcus.

"È durata un attimo!"

"E per essere chiari," continuò Marcus con la calma dell'uomo che conta fino a dieci per non strangolare qualcuno, "sei due volte in debito con tutti. La prima perché ci hai infilato in questa rogna coi Valentini. La seconda perché sei uno scheletro a ombre alterne."

"Però vi ho salvato la vita," provò Oronzo.

"Non conta! Ci hai messo tu in questa situazione! Non è che prima mi fai cadere e poi mi rialzi e dici 'mi devi un favore'!"

"Non ho detto che siamo pari!"

"Oronzo. Non è una trattativa."

Leonardo, che aveva ascoltato in silenzio, intervenne con il tono dello scienziato. "La maledizione è legata alla luna piena. Ogni ventotto giorni circa. Basta stare al coperto."

"Non è gestibile!" esclamò Marcus. "Il primo che lo vede passare—"

"Basta stare al chiuso," disse Oronzo con l'ottimismo del condannato. "O sperare che ci siano le nuvole."

Nessuno rise.


Il Bottino e la Lettera

Il corpo di Franchino giaceva dove era caduto, nel magazzino, in una pozza di sangue rappreso. Oronzo lo aveva perquisito prima di trascinare gli altri in salvo, con l'efficienza del professionista che non dimentica mai il mestiere, nemmeno sotto forma di scheletro.

Un mercenario del Teschio Nero

L'equipaggiamento era impressionante: una cotta di maglia col cappuccio, le gambiere, un gambeson di buona fattura e la corazza a piastre che aveva reso l'Orso Bruno quasi invulnerabile. Nella borsa, trenta corone d'oro e sessanta scellini.

Ma il vero bottino non era l'armatura.

Piegata nella tasca interna del gambeson, una mappa del Wissenland. Non una mappa qualunque — disegnata a mano, dettagliata, con una serie di punti segnati in inchiostro rosso che tracciavano un percorso. Il percorso partiva da Nuln, seguiva il corso del fiume verso sud, si inerpicava tra le colline, e terminava in un punto nelle montagne. Un punto che Derryl — quando glielo mostrarono il mattino dopo — riconobbe immediatamente.

"Karak Hirn," disse il nano, con un tono che non ammetteva dubbi. "Stanno andando a Karak Hirn."

E poi la lettera.

Una lettera di Giovanni Valentini a Franchino, scritta in tileano con la calligrafia ordinata dell'uomo d'affari che dà ordini:

Ottavio carissimo,

Stiamo seguendo le tracce indicate da Adolf. Se necessario, raccoglieremo rinforzi — potremmo aver bisogno di più uomini per dove stiamo andando.

Pare che altri siano sulle nostre tracce. Ma se davvero la Chiesa in questo decadente Impero sta perdendo la presa... forse significa che siamo qui per raccoglierne i frutti.

Quando arriveremo sotto le montagne, avremo ciò che ci serve.

Torneremo gloriosi a Remas.

Leonardo lesse la lettera due volte. La terza volta la lesse a voce alta.

"Adolf," disse Marcus. "Stanno seguendo il necromante."

"Verso Karak Hirn," aggiunse Leonardo. "Sotto le montagne."

"E vogliono tornare gloriosi a Remas," concluse Oronzo. "Qualunque cosa stiano cercando, pensano di trovarla là sotto."

Il silenzio che seguì era il silenzio di chi ha trovato la pista giusta — e si rende conto che porta verso un luogo da cui potrebbe non tornare.

"Abbiamo la pietra di Karak Hirn," disse Leonardo. "Il lasciapassare nanico. Lessing lo aveva. E ora i Valentini vanno nella stessa direzione."

"Tutto converge," disse Marcus.

"Tutto converge sempre," rispose Oronzo. "Il problema è dove."


Stato della Compagnia

Morti:

  • Gunther — Il Fantasma del Fantasma di Hellfein, caduto combattendo Franchino nell'imboscata

Feriti:

  • Leonardo — Colpo alla testa, incosciente durante il combattimento, in convalescenza
  • Marcus — Tre ferite, gravemente provato

Maledetti:

  • Oronzo — Maledizione del medaglione lustriano: si trasforma in scheletro sotto la luce della luna piena. Immune alle armi perforanti in forma scheletrica. Origine: il disco solare lustriano rubato dall'ufficio di Hornborg e venduto a Roth

Scoperte:

  • Mappa del Wissenland — Trovata sul corpo di Franchino, traccia un percorso da Nuln verso Karak Hirn attraverso le colline e le montagne
  • Lettera di Giovanni Valentini — Ordini a Franchino: seguire le tracce di Adolf (il necromante), raccogliere rinforzi, dirigersi "sotto le montagne" per tornare "gloriosi a Remas"
  • Conferma — I Valentini seguono Adolf Seyss-Inquart verso Karak Hirn. Il loro obiettivo è legato a ciò che si trova sotto le montagne naniche

Oggetti acquisiti:

  • Corazza a piastre, cotta di maglia con cappuccio, gambiere, gambeson (dall'armatura di Franchino)
  • 30 corone d'oro, 60 scellini
  • Mappa del Wissenland con percorso segnato
  • Lettera di Giovanni Valentini

Situazione attuale:

  • Il gruppo è alla Corte dei Miracoli, Nuln, dopo l'imboscata
  • Franchino "Orso Bruno" è morto — il contingente Valentini a Nuln ha perso il suo comandante
  • Oronzo ha stretto un legame con Judith von Lessing attraverso la copertura di Giovanni della Casa
  • Leonardo prosegue le ricerche al Tempio di Verena sulla storia di Wulfric e le comete sacre
  • La prossima destinazione è chiara: Karak Hirn, seguendo la stessa pista dei Valentini e del necromante Adolf

Fili narrativi aperti:

  • La maledizione di Oronzo — può essere rimossa? Chi la lanciò sul medaglione? Servono un mago ametista o la Von Draken
  • Il medaglione di Lord Kroak — venduto a Roth, ma la maledizione è già attiva. Va recuperato?
  • I Valentini — con Franchino morto, come reagirà Giovanni Valentini?
  • Karak Hirn — cosa si trova "sotto le montagne"? Perché Lessing aveva il lasciapassare nanico?
  • Adolf Seyss-Inquart — il necromante è in viaggio verso Karak Hirn. Cosa cerca?

"Un tileano, un accademico e uno scheletro entrano in una taverna nanica. Lo scheletro ordina da bere. Il taverniere gli chiede: 'Ma dove lo metti, che ti passa tutto attraverso?' E lo scheletro risponde: 'Sessantacinque corone. Sessantacinque maledettissime corone.'" — Oronzo Cassano, umorismo post-traumatico