Martelli da Guerra

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Capitolo XLIV: I Guardiani del Calice

"La pietra ricorda. Il metallo obbedisce. Il problema comincia quando nessuno ricorda più a chi." — Detto attribuito a un ingegnere di Karak Hirn, poi rimosso dai registri della Gilda

Il guardiano del tesoro


La Sala Che Ricorda

Karak Hirn non si annunciava come una città. Si annunciava come una sentenza.

La compagnia arrivò alla cittadella interna dopo una marcia che aveva lasciato nelle ossa il freddo del fiume, il fumo della Vecchia Betsy ferita e l'eco lontana dell'assedio. Ogni porta attraversata sembrava più antica della precedente. Ogni galleria pareva scavata con l'idea precisa che gli uomini, prima o poi, sarebbero morti, mentre la pietra avrebbe avuto tutto il tempo di giudicarli.

Derryl camminava più dritto del solito.

Non più allegro, naturalmente. Nessun nano sano di mente avrebbe chiamato allegria ciò che Derryl provava entrando in una rocca ancestrale mentre il mondo minacciava di sbriciolarsi fuori dalle mura. Ma c'era nella sua schiena una rigidità diversa, un rispetto involontario che gli tirava le spalle indietro e gli faceva pesare ogni passo.

Leonardo se ne accorse e, per una volta, ebbe il buon gusto di non commentare.

La guida nanica li condusse in una sala così grande che l'occhio umano, abituato a misurare gli edifici in termini di piani, finestre e spese di manutenzione, rinunciava quasi subito. Le colonne salivano nell'ombra come tronchi di una foresta rovesciata. I capitelli erano pieni di rune, nomi, date, armi scolpite e mani intrecciate. Lungo le pareti correvano bassorilievi in sequenza: battaglie, incoronazioni, processioni, miniere aperte, ponti costruiti, dinastie spezzate e ricucite.

La storia di Karak Hirn non era scritta in libri. Era murata nel ventre della montagna.

"Qui vengono benedetti gli eserciti," spiegò la guida, con la pazienza di chi sta descrivendo l'ovvio a gente nata ieri. "Qui si celebrano i giorni sacri di Grungni e di Valaya. Qui si ricordano i nomi di chi ha fatto il proprio dovere."

Oronzo alzò gli occhi verso una fila di nani scolpiti che parevano osservarlo con rimprovero eterno. "E quelli che non l'hanno fatto?"

"Non meritano parete."

"Sistema educativo chiaro."

Leonardo si fermò davanti a un simbolo inciso in alto, quasi nascosto fra due archi. Era la ruota dentata della Gilda degli Ingegneri, severa e geometricamente compiaciuta. La fissò come si guarda una porta socchiusa su una biblioteca proibita.

"Interessante," mormorò.

Derryl gli afferrò il gomito prima ancora che potesse cominciare una frase. "No."

"Non ho detto niente."

"Lo stavi preparando."

"Io preparo sempre qualcosa."

"Appunto."

Passarono oltre. In fondo alla sala, una coda di nani attendeva davanti a un passaggio più stretto, ciascuno con tavolette, rotoli, piccoli oggetti avvolti in panni o semplicemente con la rabbia ordinata di chi aveva un torto da presentare all'autorità. Quando la scorta annunciò che gli stranieri chiedevano udienza urgente, la fila reagì come reagisce una montagna quando qualcuno propone di spostarla: non si mosse, ma fece capire che avrebbe ricordato l'offesa.

Le lamentele iniziarono basse. Poi crebbero. Poi divennero una forma d'arte.

"Ci stanno facendo molti amici," disse Marcus.

"Gli amici vengono dopo la sopravvivenza," rispose Oronzo.

"Questa frase," disse Leonardo, "è probabilmente l'intera storia politica di Tilea."

"Eppure siamo ancora qui."

"Tilea o noi?"

"La risposta cambia poco."

La porta si aprì prima che la discussione potesse diventare una tesi.

La sala del concilio era meno vasta della precedente, ma più pesante. Non aveva bisogno di grandezza: aveva autorità. Gli scranni di pietra erano disposti su livelli, con rune incise sui braccioli e lastre di metallo scuro dietro le spalle dei dignitari. Al centro sedeva una donna nanica con abiti ricchi, capelli raccolti e uno sguardo capace di far tacere un fabbro senza alzare la voce. Vicino a lei stava un principe in armatura cerimoniale, giovane solo secondo misure naniche, cioè probabilmente già più vecchio di due nonni umani messi insieme.

Attorno, figure di peso: un alto sacerdote di Grungni, una sacerdotessa di Valaya in vesti chiare, un maestro della conoscenza con dita macchiate d'inchiostro, Bartek Tengansson con la faccia di chi aveva previsto ogni errore umano da molto prima che gli umani lo inventassero, e un maestro degli ingegneri con il grembiule di cuoio e l'espressione di chi considerava Leonardo una teoria da confutare.

Elassir fu riconosciuto per primo. L'elfo avanzò con quella grazia misurata che riusciva a sembrare insieme cortesia e insulto biologico. Karelia Meitner e Heinrich Thyssen lo seguirono, entrambi abbastanza composti da sembrare nati per udienze ostili. Fratello Berthem rimase un passo indietro, come se ogni pietra della sala potesse ascoltare le sue preghiere e trovarle imbarazzanti.

Poi vennero i Martelli.

Leonardo si inchinò con attenzione filologica. "Leonardo Isacco da Ponzacco, studioso, chirurgo, catalogatore, affiliato per merito e circostanze a diverse rispettabili istituzioni, alcune delle quali ancora disposte a rispondere alla mia corrispondenza."

Il maestro degli ingegneri lo squadrò. "Tu sei quello degli aggeggi di Karak Norn."

Leonardo mantenne il sorriso di chi sente una parola rozza applicata a una disciplina nobile. "Preferisco 'applicazioni sperimentali di principi meccanici non ancora sufficientemente apprezzati'."

Derryl chiuse gli occhi.

"Aggeggi," ripeté il maestro degli ingegneri.

"Sintesi efficace," concesse Marcus.

La donna sullo scranno centrale alzò una mano. Il silenzio cadde come un portone.

"Elassir è tornato con gli stranieri che cercava," disse. "Dunque parleranno. Ma parlino in fretta. Fuori dalle nostre mura altri hanno scelto di sprecare ferro e morti."

Marcus fece un passo avanti.

Il pugnale di Yul-Kachun era nello zaino, avvolto in strati di stoffa e prudenza. Non lo si vedeva. Non ce n'era bisogno. Da quando lo portava, Marcus aveva scoperto che certi oggetti pesano soprattutto quando sono nascosti.


Il Calice e il Diversivo

"Abbiamo inseguito una strega necromantica nelle montagne a sud," disse Marcus. La sua voce era piatta, controllata, adatta agli uffici e alle condanne. "Era collegata a mercenari tileani, a un esercito di non morti e a un rituale più ampio. L'abbiamo fermata. Non siamo certi di aver fermato ciò che aveva già messo in moto."

La sala non reagì subito. I nani avevano un talento particolare per l'immobilità polemica.

Marcus continuò.

"Le carte che abbiamo recuperato indicano un'azione coordinata durante l'assedio. L'esercito all'esterno potrebbe non essere il vero obiettivo. Potrebbe essere il rumore necessario perché qualcun altro entri dove non dovrebbe."

"Nel nostro tesoro," disse il principe.

"Nel vostro tesoro."

Il maestro della conoscenza si sporse appena. "E cosa cercherebbero?"

Leonardo inspirò. Per un attimo, Marcus pensò di fermarlo. Poi decise che, se bisognava dire a un concilio nanico che il suo tesoro poteva essere parte di un rituale demoniaco, forse era giusto che la frase venisse da qualcuno abbastanza folle da amare le note a piè di pagina.

"Il Calice dell'Ira," disse Leonardo.

Il nome attraversò la sala come una vibrazione nel metallo.

La sacerdotessa di Valaya fece un gesto appena percettibile. Il sacerdote di Grungni si irrigidì. Bartek Tengansson fissò Leonardo come se avesse appena pronunciato una bestemmia in una lingua con ottima grammatica.

"Il Calice dell'Ira è un manufatto del nostro popolo," disse il maestro della conoscenza. "Non un giocattolo da streghe."

"Nessuno lo sostiene," rispose Leonardo. "Un oggetto può nascere puro e diventare utile a mani impure. Una diga può irrigare un campo o affogare un villaggio. La colpa non è dell'ingegneria idraulica, almeno non sempre."

"Parla più semplice," disse Derryl a mezza voce.

Leonardo annuì. "Vogliono rubarlo."

La frase semplice fece più danno di quella erudita.

Marcus prese il filo prima che l'orgoglio riempisse ogni spazio. "Il Calice non è necessariamente il contenitore del demone. Serve al rituale. È uno dei tre oggetti che si richiamano intorno a Xatrodox, il Volante Rosso."

Elassir, fino ad allora rimasto in silenzio, sollevò gli occhi color lavanda. "Il nome è pericoloso anche quando è incompleto."

"E io l'ho pronunciato incompleto con intenzione," disse Leonardo. "Il pugnale di Yul-Kachun, il Calice dell'Ira e il Teschio d'Ottone. Tre frammenti, tre funzioni, un disegno che attraversa il Sacro Martello, il Liber Mortis, l'Ottavo Teogonista e i Valentini."

Oronzo incrociò le braccia. "In breve: fuori vi fanno guardare un assedio. Dentro vi rubano la cosa che serve a far tornare qualcosa che non vogliamo vedere tornare."

Il principe guardò Oronzo con fastidio. "Nessuno entra nel tesoro di Karak Hirn."

"È una frase molto bella," disse Oronzo. "La metterei sopra la porta. Così, se qualcuno entra, almeno sa di aver fatto una cosa importante."

Karelia gli lanciò uno sguardo severo. Thyssen, per una volta, parve sul punto di approvare e di rimproverare nello stesso respiro.

La regina non sorrise. Ma ascoltò.

"Il Calice fu restituito a noi," disse il maestro della conoscenza. "Dopo un incidente diplomatico che non abbiamo dimenticato."

Il nome di Gabrielle Marsner non venne pronunciato subito, e proprio per questo parve più presente.

Leonardo abbassò leggermente la voce. "Gabrielle Marsner fece ciò che riteneva necessario. Era una maga dell'Ordine di Ametista, allieva di una donna che conosce il prezzo degli oggetti troppo potenti. Il Calice era stato portato a Nuln, fra migliaia di persone, migliaia di rancori, paure, ambizioni, lutti. Un artefatto che raccoglie ira non dovrebbe stare in una città piena di uomini."

"E dovrebbe stare fra nani?" chiese il maestro degli ingegneri.

Derryl aprì un occhio. "Noi almeno sappiamo essere arrabbiati con metodo."

La risposta non migliorò l'umore generale, ma alcuni nani parvero apprezzarne l'architettura.

Leonardo indicò il pavimento con la punta del taccuino chiuso. "Il punto è che il Calice canalizza energia. Raccoglie ciò che gli sta attorno. Ira, rancore, volontà. Se qualcuno vuole aprire uno squarcio, alimentare una resurrezione o dare corpo a un frammento demoniaco, un oggetto simile è una risorsa."

"E il nome non aiuta," disse Marcus.

"Il Calice dell'Ira," ripeté Oronzo. "Se si fosse chiamato Coppa della Moderazione magari dormivamo meglio."

Il principe batté le dita sul bracciolo dello scranno. "Il tesoro reale è protetto. Il Calice è dove deve essere."

Marcus lo guardò senza ostilità. Era una delle cose che sapeva fare meglio: togliere al disaccordo ogni appiglio emotivo, fino a farlo sembrare una voce in un rapporto.

"Con rispetto. Se l'assedio è un diversivo, il vostro nemico conta esattamente su questa sicurezza."

La regina parlò dopo una lunga pausa. "Avete visto il nemico?"

"Abbiamo visto abbastanza," disse Marcus. "Non morti. Mercenari. Cultisti. Una strega che aveva già rubato il volto di una nostra compagna caduta. Lettere con ordini. Una mappa mancante. Nomi tileani che Oronzo conosce e preferirebbe non rivedere."

Oronzo fece una smorfia. "Preferirei rivederli da molto lontano. Sotto una frana, se possibile."

Il maestro degli ingegneri appoggiò le mani sulle ginocchia. "E dunque dovremmo richiamare guerrieri dalle mura perché quattro stranieri hanno letto lettere di una strega morta?"

"No," disse Marcus. "Dovreste verificare che ciò che difendete sia ancora difeso."

Questa volta il silenzio fu diverso.

Non offeso.

Preoccupato.


I Guardiani Antichi

Fu Oronzo a porre la domanda più semplice, e perciò la più pericolosa.

"Chi sta davanti alla porta del tesoro?"

Il maestro degli ingegneri lo guardò come se avesse chiesto chi sorreggesse il cielo. "Nessuno."

Oronzo rimase immobile. "Nessuno."

"Nessuna guardia viva," precisò il maestro della conoscenza.

"Ah," disse Leonardo. "La parola viva introduce possibilità."

La regina fece un cenno al maestro degli ingegneri. L'uomo si alzò con evidente irritazione, come se spiegare una cosa ovvia agli stranieri fosse un malanno professionale. Si avvicinò a una parete laterale della sala, dove un bassorilievo rappresentava una processione di guerrieri. Non nani. Guerrieri umani. Alti, corazzati, immobili, con elmi senza volto e una stella a due code sul petto.

Leonardo sentì il proprio stomaco stringersi.

Marcus non disse nulla. La sua mano si era già fermata vicino alla fibbia dello zaino, non per aprirlo, ma per ricordare a se stesso che il pugnale era ancora lì.

Derryl fece un passo avanti.

"Per la barba di Grungni," mormorò.

"Li conoscete?" chiese Elassir.

Oronzo guardò il rilievo, poi Leonardo, poi Marcus. "Abbiamo visto qualcosa di simile molto tempo fa."

La sala della memoria svanì per un istante dalla mente dei Martelli, sostituita da una radura fredda, pietre antiche e un'armatura immobile. Sul petto, il simbolo di Sigmar inciso al contrario. Sopra, un capo infuocato. Accanto, una targa con parole che non avrebbero dovuto pesare così tanto dopo tanti mesi.

Che la tua presenza allontani tutti da Friedhhill.

"Era nella foresta di Eppiswald," disse Leonardo piano. "Vicino ai resti del Professor Friedermann Lessing. Un'armatura completa. O qualcosa che sembrava tale. Il simbolo di Sigmar era rovesciato."

"E quando la targa fu distrutta," aggiunse Marcus, "sparì."

Il maestro degli ingegneri serrò la mascella. "Impossibile."

Derryl si voltò verso di lui. "Questa è una parola da usare con cautela in una montagna piena di porte segrete."

Il maestro della conoscenza si alzò. A differenza dell'ingegnere, non sembrava indignato. Sembrava più vecchio di qualche anno rispetto a un momento prima.

"I guardiani furono forgiati secoli fa," disse. "Per proteggere il tesoro reale. Non mangiano, non dormono, non accettano denaro, non hanno cugini da favorire. Obbediscono alle parole giuste e alle rune giuste."

"Quante parole giuste?" chiese Marcus.

"Abbastanza poche da non essere affidate agli stranieri."

"E abbastanza molte da poter essere rubate?"

Il maestro degli ingegneri rise una volta, secco. "Ruhne naniche, parole naniche, segreti nanici. Nessun umano le comprende."

Leonardo alzò appena una mano. "Con rispetto per la tradizione e con disprezzo per il buon senso, ogni frase che comincia con 'nessun umano' tende a invecchiare male."

"Soprattutto se riguarda il furto," disse Oronzo.

Il principe si alzò. "I guardiani del tesoro non sono una leggenda da locanda. Sono il nostro patto con la memoria dei padri. Furono modellati non su nani, ma su Sigmar, quando l'amicizia fra la nostra gente e l'Impero era ancora abbastanza giovane da credere alle statue."

Karelia abbassò gli occhi per un istante.

Thyssen fece il segno del martello, ma lo fece lentamente, come chi non è sicuro che il gesto stia proteggendo la cosa giusta.

"Sigmar in forma di guardiani nanici," disse Leonardo. "Un miracolo di diplomazia iconografica."

"Una scelta politica," disse il principe. "E sacra."

"E una statua fu donata alla Chiesa di Sigmar," aggiunse il sacerdote di Grungni.

Il nome non era ancora stato detto. Ma Leonardo lo vide arrivare sulla faccia di Fratello Berthem prima di sentirlo.

"A chi?" chiese Marcus.

Il sacerdote di Grungni guardò verso la regina, poi verso il maestro della conoscenza. "A un grande uomo della Chiesa. Un amico del re di allora. Il predecessore del mio predecessore lo ricordava come uomo di cuore, capace di portare luce in tempi di confusione."

Elassir chiuse gli occhi.

Fratello Berthem sussurrò: "Wulfric."

Nessuno parlò per alcuni secondi.

Perfino Oronzo, che aveva opinioni su quasi tutto e rispetto per quasi niente, non trovò subito una battuta.

Leonardo sentì il filo tirarsi. Eppiswald. Lessing. L'Ordo Scrittoris. Il Sacro Martello. La Foresta Proibita. La targa di Friedhhill. Il culto dell'Ottavo. Il Calice. Il pugnale nello zaino di Marcus. Il nome di Xatrodox, pronunciato sempre a metà come una porta che si preferisce non aprire del tutto.

"Wulfric il Santo Vivente," disse infine. "L'Ottavo Teogonista. Il Perfetto. L'uomo che una parte della Chiesa assassinò e un'altra parte iniziò a venerare come il ritorno di Sigmar."

Il maestro degli ingegneri sbuffò. "Storie umane."

"Sì," disse Marcus. "Ed è precisamente il problema. Le storie umane entrano ovunque. Anche dove non dovrebbero."

"Se una statua fu donata a Wulfric o alla sua cerchia," continuò Leonardo, "allora qualcuno ebbe tempo per studiarla. Per copiarne iscrizioni. Per annotare parole. Per comprendere almeno una parte di ciò che voi ritenete incomprensibile."

"O per corromperla," disse Karelia.

Derryl guardò il rilievo. La stella di Sigmar, lì, era dritta. Quella vista a Eppiswald era rovesciata. Il dettaglio non lo rassicurava. Le cose sacre, quando vengono capovolte, non smettono di essere sacre: diventano solo più affamate.

"Cinquanta?" chiese Oronzo. "Quante ne avete fatte?"

Il maestro della conoscenza esitò. "Circa cinquanta. Una fu donata. Il numero esatto è registrato."

"Registrato dove?"

"Negli archivi."

Oronzo annuì. "Bene. Perché se il ladro conosce le parole e noi no, almeno potremo morire con i registri in ordine."

La regina lo fissò. "Tu parli con poca riverenza."

"Parlo con molta fretta."

Questa volta, nessuno lo corresse.


Il Dono a Wulfric

La discussione prese la forma di un assedio in miniatura.

Da una parte, i dignitari di Karak Hirn: il tesoro era inviolabile, i guardiani non potevano essere confusi, le parole erano custodite, le rune non tradivano, la memoria nanica non perdeva ciò che contava. Dall'altra, i Martelli: ogni sistema era sicuro fino al momento in cui qualcuno dimostrava il contrario, e loro avevano costruito una carriera involontaria inciampando in cose che nessuno aveva previsto.

"Se un costrutto simile era nella foresta," disse Marcus, "allora o uno dei vostri guardiani è uscito dalla montagna, o qualcuno ha ricreato qualcosa di abbastanza vicino da trarre in inganno chi lo guarda."

"Oppure," disse Leonardo, "la statua donata alla Chiesa fu il modello da cui altri dedussero la forma, i comandi, il vincolo o il simbolismo. Il simbolo rovesciato non era casuale. L'Ordine del Sacro Martello usa inversioni, doppi significati, liturgie deviate. Prende ciò che è ortodosso e lo gira quanto basta perché sembri ancora familiare mentre serve tutt'altro."

Fratello Berthem aveva il volto pallido. "È ciò che fanno le eresie peggiori. Non negano il dio. Lo rivendicano."

Thyssen guardò il sacerdote con un'espressione difficile. Fra loro c'era la distanza di due uomini che servivano Sigmar e non erano più certi di servire la stessa sicurezza.

"Wulfric era ricordato come un uomo buono," disse il sacerdote di Grungni. C'era nella sua voce una difesa quasi personale, come se stesse proteggendo non un eretico imperiale, ma il giudizio di un antenato. "Il re di allora lo stimava."

"Gli ingannatori peggiori sono quelli che sanno farsi stimare," disse Marcus.

"E i santi peggiori sono quelli che decidono di essere necessari," aggiunse Karelia.

La regina si voltò verso di lei. "Parli come chi ha visto sacerdoti tradire."

"Ne ho visti abbastanza da non considerare la tonaca una prova."

Bartek Tengansson, rimasto in silenzio fino a quel momento, appoggiò una mano sul bracciolo. "Il Calice non sarà spostato su consiglio di stranieri."

"Nessuno vi sta chiedendo di spostarlo," disse Marcus. "Vi stiamo chiedendo di guardare."

"Guardare cosa? Una porta chiusa?"

"La porta. I guardiani. Le parole. Il Calice."

Oronzo indicò il bassorilievo con il mento. "Se è tutto a posto, perdiamo mezz'ora. Se non è tutto a posto, siamo già in ritardo."

Il maestro degli ingegneri strinse le labbra. "E se aprire la porta fosse proprio ciò che vogliono?"

La domanda, finalmente, era buona.

Marcus annuì. "Possibile. Ma se qualcuno è già entrato, non resterà dentro ad aspettare. Un ladro non si siede sul pavimento del tesoro con il Calice in grembo per farsi trovare. Entra, prende, esce. Oppure lascia una trappola perché chi controlla muoia convinto di essere stato prudente."

Leonardo guardò Marcus con affetto professionale. "Questa era molto cupa, ma amministrativamente impeccabile."

"Grazie."

La regina rimase immobile. I nani sanno meditare senza dare l'impressione di stare pensando: sembrano semplicemente diventare parte del mobilio fino al momento in cui parlano e il mobilio emette una decisione.

"Si controllerà," disse.

Il maestro degli ingegneri si voltò di scatto. "Mia signora—"

"Si controllerà," ripeté lei. "Non perché gli stranieri hanno ragione. Perché se hanno anche solo una parte di ragione, l'orgoglio ci renderebbe ciechi. E la cecità non è una virtù dei figli della pietra."

Derryl abbassò il capo.

Il principe non parve felice, ma si alzò. "Radunerò gli Ironbreaker."

"Pochi," disse la regina. "Non svuotare le difese."

Marcus guardò Leonardo. Leonardo stava già pensando troppo.

"Che c'è?" chiese Oronzo.

"Sto cercando di capire," disse Leonardo, "se sia più inquietante una fortezza che disprezza gli aggeggi moderni ma si affida a costrutti antichi mai visti in funzione da secoli, oppure il fatto che questa frase rischi di farmi sembrare favorevole agli aggeggi moderni."

Derryl grugnì. "Se la frase continua, mi schiero coi costrutti."

Oronzo si avvicinò a Marcus mentre il concilio si muoveva. "C'è un'altra soluzione."

Marcus non lo guardò. "No."

"Non sai cosa sto per dire."

"Stai per proporre di rubare noi il Calice prima che lo rubino loro."

Oronzo tacque per un momento. "Era una proposta preventiva."

"È un disastro con le scarpe."

"A volte i disastri corrono più veloci dei piani."

"A volte finiscono impiccati."

Oronzo sospirò. "Voi imperiali avete poca immaginazione per la proprietà."

Karelia, passando accanto a loro, disse senza voltarsi: "E voi tileani avete troppa immaginazione per la confessione."

Oronzo sorrise appena. "Mi piace. È cattiva."

"È vera," disse Marcus.


Le Parole Segrete

Il percorso verso il tesoro scendeva.

Non in modo netto, come una scala di cantina, ma con quella lentezza calcolata delle grandi opere naniche che trasformano ogni passo in un'idea di profondità. Le pareti si fecero più nude. Meno rilievi, meno iscrizioni cerimoniali, più pietra viva e metallo. Ogni cento passi, una feritoia. Ogni duecento, una porta secondaria chiusa da serrature grandi come scudi. Le guardie che li accompagnavano parlavano poco. Gli Ironbreaker non sprecano fiato per rassicurare gli ospiti.

Elassir camminava dietro il principe. La sua espressione non era cambiata, e proprio questo la rendeva peggiore.

"Tu sapevi dei guardiani?" gli chiese Leonardo a bassa voce.

"Sapevo che il tesoro era protetto da qualcosa di antico."

"Gli elfi hanno un modo fastidioso di far sembrare 'qualcosa di antico' una categoria ordinaria."

"Per noi spesso lo è."

"Lo sospettavo. Lo trovo culturalmente irritante."

La scalinata finale li portò in uno spazio quadrato, severo, scavato davanti a una porta enorme. Tre metri per tre, forse di più. Non era decorata come un portale da palazzo. Era costruita come un rifiuto. Il metallo scuro era attraversato da venature runiche sottili, e il centro della porta non aveva maniglie.

Davanti alla porta stavano i guardiani.

Venticinque.

Oronzo li contò senza volerlo, come si contano le uscite di una stanza in cui non ci si fida dell'aria.

Erano disposti lungo il piazzale con simmetria quasi rituale. Alti come uomini grandi, più larghi di uomini veri, coperti da armature nere e rosse in cui le giunture sembravano troppo precise per essere semplicemente vuote. Gli elmi non avevano volto, solo fenditure sottili. Sul petto portavano la stella di Sigmar, dritta, incisa con una purezza che sarebbe stata rassicurante in qualunque altro momento.

Derryl non parve rassicurato.

"Quella di Eppiswald era rovesciata," disse.

"Lo ricordo," rispose Marcus.

"Queste no."

"Lo vedo."

"Non è una differenza piccola."

"Non ho detto che lo fosse."

Leonardo si avvicinò quanto gli fu consentito e inclinò il capo. "La postura è quasi identica. Il rapporto fra spalle e busto, la struttura dell'elmo, il segno sul petto. L'altra era una deviazione. Queste sembrano il modello."

Il maestro degli ingegneri, che li aveva raggiunti con l'aria di chi scorta un gruppo di bambini troppo vicini alla fornace, disse: "Non toccare."

Leonardo ritrasse una mano che non aveva ancora deciso se essere colpevole. "Non stavo toccando. Stavo formulando."

"Formula più lontano."

Il principe avanzò verso la porta. Due Ironbreaker lo affiancarono. Altri rimasero nel piazzale, fra i Martelli e i guardiani, come se i loro corpi potessero mediare con macchine forgiate per ignorare la carne.

Il principe si inginocchiò.

Non tutti udirono le parole. Forse nessuno, a parte la porta e ciò che stava dietro, avrebbe dovuto udirle. Furono sillabe basse, dure, raccolte nella gola come pietre in un sacco. Le rune sulla soglia risposero con un bagliore breve.

Poi, dall'interno, qualcosa si mosse.

Non la porta. Prima di quella, mani.

Mani metalliche.

Altri guardiani, nascosti dietro il portale, si afferrarono ai battenti dall'altra parte. Il suono che seguì fu lento e immenso: metallo contro pietra, cardini antichi risvegliati, aria chiusa da secoli che usciva come un sospiro.

La porta del tesoro di Karak Hirn si aprì.

Oronzo fissò l'interno.

"Ah," disse.

Era una parola piccola. La usò perché tutte le altre, per un momento, erano diventate inutili.


Luce Rossa sul Tesoro

Il tesoro reale non brillava. Il brillare è cosa da gioielli su tavoli umani, da monete rovesciate in una locanda, da specchi messi male.

Il tesoro di Karak Hirn ardeva.

Oro in barre, oro in coppe, oro in catene. Gemme grandi come nocche e alcune più grandi di qualunque nocca educata. Scudi appesi a rastrelliere di metallo. Corone vecchie abbastanza da aver visto morire dinastie umane intere. Armi con rune coperte da veli. Cassoni chiusi con serrature che sembravano piccoli templi alla paranoia. Oggetti avvolti in panni rossi, blu, neri. Un'intera geologia del possesso.

Oronzo deglutì.

"Redistribuzione delle risorse," sussurrò Leonardo, senza guardarlo.

"Non provocarmi in un luogo sacro," disse Oronzo.

"Sacro a chi?"

"In questo momento, a me."

Gli Ironbreaker non trovarono divertente nulla di tutto ciò.

Il principe entrò con una parte della scorta. Bartek Tengansson fece per seguirlo, ma un cenno della regina lo trattenne all'esterno. Elassir rimase nel piazzale, gli occhi fissi sul varco. Karelia e Thyssen si scambiarono un'occhiata muta. Fratello Berthem pregava quasi senza muovere le labbra.

Marcus guardava la porta.

Non il tesoro. Non l'oro. Non le armi. La porta.

"Cosa c'è?" chiese Derryl.

"Se qualcuno è entrato prima di noi," disse Marcus, "la parte importante non è quello che vediamo. È quello che non vediamo."

"Il Calice," disse Leonardo.

Marcus annuì.

Dal tesoro arrivarono voci basse, passi, ordini brevi. Un Ironbreaker si chinò dietro un cumulo di casse. Il principe avanzò oltre la soglia, più in profondità, seguito da altri due. Per un istante la luce delle gemme gli disegnò intorno un'aura ridicola e splendida.

Poi i battenti si mossero.

Derryl fu il primo ad accorgersene. "No."

La porta cominciò a richiudersi.

"Fermatela!" gridò Karelia.

Gli Ironbreaker all'esterno si lanciarono avanti. Troppo tardi. Dall'interno, le mani metalliche dei guardiani tirarono con una forza lenta e assoluta. Il varco si restrinse. Il principe si voltò, la bocca aperta su una parola che il metallo inghiottì.

La porta si chiuse.

Il suono non fu un colpo.

Fu una conclusione.

Per un respiro nessuno si mosse.

Poi le venticinque armature nel piazzale accesero gli occhi.

Rosso.

Non il rosso caldo del fuoco. Non il rosso vivo del sangue fresco. Un rosso profondo, trattenuto, come luce vista attraverso carne e ferro. Corse nelle fenditure degli elmi, nelle giunture delle braccia, dentro le rune sottili ai margini delle corazze. Le stelle di Sigmar sul petto parvero brillare dall'interno.

Oronzo estrasse la Spada di San Toswick.

Marcus fece scivolare una mano verso la pistola e l'altra verso lo zaino, poi fermò la seconda. Il pugnale di Yul-Kachun non doveva entrare in quella stanza più di quanto già ci fosse entrato per destino.

Derryl mise mano alla sciabola e inspirò come se stesse annusando la distanza da un'esplosione.

Leonardo si trovò con il taccuino in mano. Non ricordava di averlo preso. Lo chiuse subito, perché morire prendendo appunti gli sembrò, perfino per lui, una forma di eccessiva coerenza.

Elassir disse qualcosa in una lingua antica, piano, senza aspettarsi risposta.

Bartek Tengansson fissò i guardiani con un'espressione che non era paura. Era peggio: era tradimento.

"Avevi detto che obbedivano alle parole giuste," disse Oronzo.

Il maestro degli ingegneri non rispose.

Uno dei guardiani fece un passo.

Il metallo colpì la pietra con il peso di una tomba.

Poi un secondo.

Poi tutti gli altri.

Il piazzale davanti al tesoro di Karak Hirn, costruito per non cedere a eserciti, si riempì del suono di venticinque antiche promesse che avevano appena cambiato padrone.

"Marcus," disse Leonardo, con una calma quasi offensiva, "vorrei registrare che la tua teoria sul ladro che non resta ad aspettare ha appena acquisito ulteriore solidità sperimentale."

Marcus non distolse gli occhi dai guardiani. "Dopo, Leonardo."

"Naturalmente."

Oronzo abbassò la punta della spada, cercando spazio fra le armature, la porta chiusa, gli Ironbreaker bloccati e le vie laterali. "Se qualcuno ha un'altra parola segreta, adesso sarebbe un bel momento per ricordarla."

Derryl scoprì i denti. "Io ne ho diverse. Nessuna apre porte."

Il primo guardiano sollevò la lama.

E il Calice dell'Ira, dietro la porta chiusa, rimase invisibile.


Stato della Compagnia

Nuovi contatti e autorità:

  • La regina / figura reggente di Karak Hirn — guida il concilio durante l'udienza. Prudente abbastanza da ordinare il controllo del tesoro nonostante l'orgoglio dei dignitari.
  • Il principe di Karak Hirn — conduce il controllo alla porta del tesoro e resta chiuso all'interno con una parte degli Ironbreaker.
  • Dignitari del concilio — maestro della conoscenza, alto sacerdote di Grungni, sacerdotessa di Valaya e maestro degli ingegneri; i loro nomi restano da fissare con certezza.

Minacce recenti:

  • Guardiani del Tesoro di Karak Hirn — antichi costrutti nanici in forma di guerrieri umani corazzati, modellati su Sigmar. Venticinque sono visibili davanti alla porta del tesoro; si sono attivati con luce rossa dopo la chiusura della porta.
  • Compromissione dei costrutti — una statua simile fu donata alla Chiesa di Sigmar ai tempi di Wulfric. Questo apre la possibilità che il Sacro Martello abbia studiato, copiato o corrotto parole e segreti dei guardiani.
  • Piano sul Calice — l'assedio rimane probabilmente un diversivo per coprire il furto o la manipolazione del Calice dell'Ira.

Scoperte:

  • Il tesoro reale di Karak Hirn non è sorvegliato da guardie vive, ma da antichi costrutti runici.
  • I guardiani hanno forma umana e portano la stella di Sigmar; quelli integri hanno il simbolo dritto, mentre l'armatura vista a Friedhhill aveva il segno rovesciato.
  • Il Calice dell'Ira canalizza e accumula energia, in particolare ira e rancore; proprio per questo è adatto a un rituale che richieda grande potere.
  • Gabrielle Marsner aveva restituito il Calice ai nani perché gli umani non erano in grado di custodire un simile pericolo in mezzo a Nuln.
  • Wulfric è ora collegato anche alla storia dei costrutti: il dono di una statua alla Chiesa di Sigmar può essere una falla antica nella sicurezza di Karak Hirn.

Oggetti:

  • Pugnale di Yul-Kachun — ancora in custodia a Marcus, avvolto nello zaino e non toccato direttamente.
  • Calice dell'Ira — nel tesoro di Karak Hirn, ma la sua presenza o assenza non è stata verificata prima della chiusura della porta.
  • Spada di San Toswick — a Oronzo, estratta davanti ai guardiani attivati.
  • Teschio d'Ottone — terzo frammento di Xatrodox ancora ignoto.

Situazione attuale:

  • I Martelli, Elassir, Karelia, Thyssen, Bartek Tengansson, Fratello Berthem e parte della scorta sono fuori dalla porta del tesoro.
  • Il principe di Karak Hirn e alcuni Ironbreaker sono chiusi dentro il tesoro.
  • Venticinque guardiani sono attivi nel piazzale esterno.
  • Il Calice non è visibile.
  • Oronzo resta segnato dalla corruzione di Tzeentch; nessun peggioramento visibile in questa fase.
  • Marcus porta ancora il pugnale e deve evitare qualunque contatto o avvicinamento improprio fra gli artefatti.

Fili narrativi aperti:

  • Sopravvivere ai guardiani e capire chi o cosa li ha attivati.
  • Aprire o superare la porta del tesoro senza consegnare il Calice al vero nemico.
  • Verificare se il Calice dell'Ira sia ancora presente.
  • Capire quanto il Sacro Martello sappia dei costrutti grazie al dono antico fatto a Wulfric.
  • Stabilire se Pietro e Lorenzo Mangini, i Valentini o altri infiltrati siano già dentro Karak Hirn.
  • Decidere come gestire il pugnale di Yul-Kachun mentre il Calice è così vicino.

"Cap. XLIV. La sicurezza nanica è un concetto meraviglioso: quando funziona, nessuno entra; quando smette di funzionare, nessuno esce. Abbiamo appreso che il tesoro di Karak Hirn è custodito da statue di Sigmar costruite da nani, che una fu regalata a Wulfric, e che gli oggetti sacri hanno la spiacevole abitudine di conservare amicizie peggiori dei proprietari. Il Calice potrebbe essere ancora dietro quella porta. Anche il principe. Anche la spiegazione. Per ora, davanti a noi, ci sono venticinque argomenti di metallo contrari alla prosecuzione dell'indagine." — Leonardo Isacco da Ponzacco, Appunti non terminati davanti alla porta del tesoro