Martelli da Guerra

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Capitolo XL: Il Tessitore del Destino

"Gli antichi trattati di Karak Norn ammettono di non sapere come si scriva il nome dell'ottavo demone maggiore di Tzeentch, perché ogni volta che qualcuno lo scrive il nome cambia da solo. Stanotte ho riempito tre pagine del mio taccuino prima di rendermi conto che era inutile. Ho riempito una quarta pagina col nome di Gabrielle Marsner, e quello almeno è rimasto." — Leonardo Isacco da Ponzacco, Appunti vergati alla luce di una pietra viola di non si sa quale dimensione, sera del terzo giorno

Il santuario dimensionale


Il Primo Assalto

La luce sulfurea che pulsava oltre la porta nord del santuario non era luce: era un battito. Saliva e calava come un cuore esterno, e ogni volta che pulsava i contorni dei due Pink Horror schierati al di là della soglia si gonfiavano, si appiattivano, si gonfiavano di nuovo. Le bocche troppo larghe. Le dita troppo lunghe. I sorrisi obliqui. Dietro di loro, mezzi nascosti dalla foschia di zolfo, due Blue Horror più piccoli oscillavano come anemoni sotto una corrente.

Marcus tenne la pistola contro il petto, il pollice sul cane, e mormorò.

"Se sanguina," disse, con la voce piatta del messaggero che ha letto troppi rapporti dal fronte, "può essere ucciso."

Oronzo, schiacciato contro lo stipite con lo Sventratore in pugno, gli rispose senza voltarsi.

"Si possono uccidere," ringhiò sottovoce, "con il favore di Morr."

Derryl sparò per primo. L'archibugio nanico tuonò nello stretto del corridoio, l'eco salì e ridiscese, il fumo della polvere si stese sul pavimento come una coperta. Il proiettile attraversò il primo Pink Horror. Letteralmente. Lo trapassò come se la creatura fosse fatta di una resistenza che si poteva attraversare a richiesta. La carne si chiuse dietro il foro. Il Pink Horror sogghignò più di prima.

"Quindi non gli ho fatto un cazzo," osservò Derryl, asciutto. "Ottimo."

Gabrielle, dietro Leonardo, alzò il palmo destro. La fiamma fredda viola — la stessa che il giorno prima le era servita da lanterna nell'imbocco dell'anfratto — stavolta non illuminò: si raccolse in un punto, si fece densa, partì in un dardo che attraversò il corridoio in linea retta. Colpì il primo Pink Horror al petto.

L'effetto fu ben diverso dal proiettile.

Il Pink Horror esplose. Non si squarciò: si aprì in due come una frittata cotta troppo, una schizzata di carne rosa-rosso che andò a sbattere contro la parete e ci restò appiccicata. La compagnia ebbe un secondo intero per registrare il fatto. Poi, dalla pozza viscosa rosa che era stato il Pink Horror, si rialzarono due forme più piccole. Azzurrine. Sorrisi obliqui. Dita troppo lunghe.

"Eh… come quel guerriero in armatura," mormorò Leonardo, indietreggiando di mezzo passo. "Ve l'avevo detto, era il caso di indagare."

"Vedi," aggiunse subito dopo, voltandosi un attimo verso Gabrielle, "Gabrielle ci sa fare."

La maga ametista non rispose. Aveva ancora il palmo aperto, le dita che tremavano un po' per la tensione del lancio. Il mantello viola sporco di vomito le scivolava dalla spalla destra. Il sangue dal naso si era rappreso sul labbro, ma non era più colato.

Marcus fece fuoco, e il proiettile passò di nuovo attraverso un Blue Horror come fosse aria. Oronzo sparò, e il colpo tornò indietro come un'eco di pietra. Solo Gabrielle, con un secondo dardo, esplose un altro Pink Horror — e ne uscirono di nuovo due Blue Horror.

Marcus sussurrò, voltando la testa verso Gabrielle. "Ne è morto uno ma si è diviso in due. Che facciamo?"

"Sì," disse lei, con la voce bassa che era diventata in due capitoli la sua voce di lavoro. "È un trick di Tzeentch."

"Magari sono immuni alle armi da fuoco," sospirò Leonardo, già rassegnato. "Magari sono immuni alle armi da corpo a corpo. Magari sono immuni a tutto tranne i venti di magia. In tal caso, la nostra strategia si esaurisce in una persona, e quella persona ha un proiettile nella coscia."

Oronzo, scivolando di un passo fuori dalla porta per non oscurare la linea di tiro a Marcus, ebbe il tempo di prendere un graffio sulla coscia da uno dei Blue Horror che era riuscito a infilarsi nel corridoio. Il taglio non era profondo, ma sanguinava di sangue bianco come pus. Leonardo, tre passi indietro, si fece avanti col bisturi e una pezza pulita.

"È un graffio, Oronzo," disse, con la professionalità del cerusico che ha visto cose peggiori. "È un graffio, tranquillo."

"Stavolta c'ha ragione lui," commentò Marcus, asciutto, ricaricando senza guardare. "Sta diventando un combattente coi bisturi."

"Diciamo che al mostro mentre si muove gli dico 'aspetta, ti faccio un intervento a cuore aperto'," mormorò Oronzo, "e magari lui è pure tanto d'accordo."

Ridussero in cenere — o in carne rosa che si stendeva e ricomponeva da sola — gli ultimi Pink Horror della prima ondata. I Blue Horror nati dai loro corpi si squarciarono a loro volta sotto un terzo dardo di Gabrielle, e dai cadaveri dei Blue Horror non uscì niente: sangue blu sulfureo che fumava sul pavimento. Almeno la divisione, sembrava, aveva un fondo.

Quando la stanza fu silente, la luce sulfurea continuò a pulsare. Più piano, ma continuò.


Il Laboratorio dell'Acquacoltura

Entrarono nella stanza con la cautela del medico che entra in una camera ardente.

Era larga, bassa, illuminata dalla stessa pulsazione gialla di prima, ma stavolta la fonte era visibile: al centro della sala, su un piedistallo di pietra nera, una pietra viola delle dimensioni di un melone si gonfiava e si sgonfiava lentamente come un polmone. Da lei partivano tubi sottili di vetro che si tuffavano dentro una pozza larga e bassa, un laghetto multicolore di liquido che scivolava sul pavimento senza sembrare avere un livello. Strani contenitori di vetro galleggiavano sulla superficie. Alcuni avevano dentro forme che la mano di un cerusico non sapeva nominare.

"Praticamente, a quanto abbiamo capito," disse Leonardo, con la voce dell'accademico che parla davanti a una vetrina del museo di Nuln, "questa maga ha creato questa zona di… non lo sappiamo. Fa degli esperimenti qui. Credo sia un altro laboratorio. Come il primo."

"La vera domanda, Leonardo," tagliò Marcus, "è: come torniamo indietro?"

"Uccidendo la maga," rispose Oronzo, "c'è poco da fa'."

Sul lato opposto della pozza, contro la parete, c'era una struttura come un acquario di vetro alta due passi e larga quattro. Il vetro spesso un dito. Dentro, ossa umane sospese a mezz'acqua, e creature simili a pesci con facce — facce piccole, deformi, ma facce — che nuotavano in cerchio. Le bocche si aprivano e chiudevano in silenzio.

Derryl si chinò davanti al vetro. Non disse nulla. Pensò il pensiero che avrebbe ricordato per il resto dell'irruzione: e se il vetro si potesse rompere?

In un angolo della stanza, posata per terra come dimenticata da qualcuno, una sacca di tela slacciata. Dentro, cinquanta monete d'oro. Sul rovescio di ogni moneta, un occhio inciso. Sul dritto, un simbolo che né Marcus né Leonardo riuscirono a riconoscere — era come se cambiasse di forma ogni volta che lo si guardava.

Oronzo, ovviamente, si avvicinò.

"Senti il rumore del metallo," disse, dando un colpo di stivale alla sacca. Il tintinnio era netto. "Tocco con la spada."

Lo Sventratore frugò tra le monete. Una si rotolò fuori. Oronzo la prese in mano. Aveva riflessi multicolori che sotto la pulsazione viola della pietra centrale sembravano scorrere.

"No, no," disse Marcus, osservando le dita di Oronzo, "non è oro vero quello, sicuramente è un'illusione. È una trappola, Oronzo, è una trappola."

Oronzo non lo sentiva. Stava guardando le proprie dita.

Le dita di Oronzo stavano cominciando a colorarsi d'oro. Un oro vero, lucido, freddo. Il colore saliva dalla punta del polpastrello verso la prima nocca della destra, lento ma visibile.

Gabrielle, accanto a Leonardo, scattò avanti di mezzo passo e gli batté sulla mano col dorso della propria. La moneta cadde per terra con un tintinnio. Marcus, dall'altro lato, lo prese per il braccio e lo trascinò di due passi via dalla pozza.

"Senti, posso suggerire?" disse Marcus, con la voce di chi suggerisce ma sta sostanzialmente strappando.

Oronzo si concentrò. Le dita tornarono naturali, lentamente, come se il pigmento si fosse ritirato dentro la pelle. Restò una linea pallida sul polpastrello dell'indice. Si guardò la mano.

"Madonna," mormorò. "Mi devi cento gatti d'oro, Mastro Derryl. Avevo trovato la sacca."

"Assolutamente," rispose Derryl, voce piatta, lo sguardo ancora sull'acquario d'ossa. "Vai tranquillo. Segna."

Leonardo si avvicinò alla pozza centrale, non alle monete. Indicò con la matita, senza toccare, il liquido che scorreva nei tubicini di vetro.

"Ma che vento, Gabrielle?"

Gabrielle si fece avanti zoppicando sulla gamba bendata. Si chinò sulla pozza. Gli occhi verdi acquosi le si strinsero un istante. Poi si rialzò.

"Non sono venti di magia che io comprendo," disse, con quella voce bassa di chi ammette una sconfitta che brucia. "Non credo che qualunque cosa ci sia qui dentro appartenga a dimensioni di magia pura."

"Magia buona o magia balorda?" chiese Derryl, come si chiede al carpentiere se l'asse è buona o marcia.

"Non è… non è nulla che io abbia mai studiato."

Leonardo annuì lentamente. Tirò fuori il taccuino, lo aprì, ci scribacchiò qualcosa con la matita umida.

"Io credo che questa maga stesse crescendo delle creature da scatenare sui nani," disse. "Una specie di acquacoltura. Come si fa con le rane. Sono girini, e poi diventano…"

"Delle creature da scatenare sui nani," lo interruppe Derryl, secco. "Dell'acqua? In mezzo alle montagne?"

"Forse questo posto collega da qualche altra parte," mormorò Leonardo, voltandosi verso Marcus. "Non c'era una volta, si era detto, un tunnel sotterraneo che portava da una fortezza all'altra? Se questa maga è qui sotto Kazid Grungnaz, lasciandosi l'esercito indietro, ci deve essere un piano. Io temo che questo posto colleghi sotto. Sotto le fondamenta naniche. È casa sua, e casa sua scava."

Fu in quel momento che, dal corridoio dietro di loro, una voce che Marcus non si aspettava di sentire prese a pregare in lingua imperiale, lenta e ferma.

Si voltarono tutti. Sulla soglia della porta nord — quella da cui erano entrati, e che lui pensava di aver chiuso con la spalla — c'era Padre Giuliano dell'Aquila. Il braccio sinistro al fianco, dove la ferita del giorno prima sulla riva non si era rimarginata. Il libro di preghiera di Myrmidia aperto nella mano destra. Il volto pallido di chi è salito un sentiero roccioso non avendo nessun diritto di farlo.

"Padre," mormorò Leonardo. "Voi non dovreste essere qui."

"Lo so," rispose il prete. "Ma se moriamo qui, moriamo davanti a Myrmidia. E preferisco pregare qui che sulla riva."

Si fece avanti. Marcus lo prese per il gomito sano, lo aiutò a tenersi in piedi.

Davanti alla porta sud — l'unica che restava chiusa nella stanza-laboratorio — Derryl appoggiò l'orecchio al legno. Restò immobile dieci secondi.

"Cantilena," disse. "Sta cantilenando. È un incantesimo lungo."

"Quello che non capisco è una cosa," osservò Marcus, pollice sul cane. "Noi siamo qui da diversi minuti. Se c'è qualcuno di là, perché non è intervenuto?"

"C'è una vecchia legge dei labirinti nelle leggende imperiali," mormorò Leonardo, senza alzare gli occhi dal taccuino. "I mostri aspettano educatamente che si bussi alla loro porta."

"Ah," fece Marcus. "Ottimo. Ottimo a sapersi."

Padre Giuliano, appoggiato al libro, alzò la mano libera.

"Allora, prima di aprire," disse, "prego per voi. Per il prossimo quarto d'ora, Myrmidia vi guidi la mira."

La preghiera salì come un fumo trasparente. Leonardo distribuì gli ultimi due filtri curativi — uno a Marcus, uno tenuto per Gabrielle che però lo rifiutò con un cenno del capo. "Non sprecarlo," disse lei. "Mi serve la testa, non la coscia."

Oronzo accese la balestra a una mano, l'altra sullo Sventratore. Marcus contro la parete a destra, pistola spianata. Derryl sul lato opposto, archibugio sulla spalla, una seconda pistola in cintura. Gabrielle dietro Leonardo, una mano sul bastone, il palmo aperto pronto al lampo.

Oronzo mise il piede contro la porta. Rispirò una volta sola.


Il Mantello Viola Cade

La maga del caos e i demoni di Tzeentch

La porta si spalancò.

La stanza dietro era più ampia di tutte quelle che la compagnia aveva attraversato nel santuario. Il soffitto si perdeva in un'oscurità ambrata. Il pavimento era una griglia incantata di linee gialle, come marmo solcato da nervature di rame fuso. Al centro della griglia, in piedi, le braccia alzate, il volto rivolto al soffitto e le labbra che recitavano qualcosa di silenzioso ma rapidissimo, c'era lei.

La donna in vesti rosso-porpora.

Le vesti le ondeggiavano attorno al corpo come bandiere senza vento. Una luce arcobaleno pulsava intorno alle sue mani. La compagnia, dal corridoio, vedeva la maga del caos per la prima volta dalla salita al picco — non più un'esca, non più una figura sulla cresta, non più una voce dietro una porta. Lei. Reale.

E davanti a lei, schierati in semicerchio, quattro Pink Horror.

E ai lati, cinque Flamer di Tzeentch — creature roventi, esili come fiamme cristallizzate, dischi luminosi sui dorsi che giravano lenti, fauci aperte da cui usciva fumo nero e scintille viola. La pelle, se di pelle si trattava, era arancione e si muoveva come fuoco. Gli occhi erano due fessure di brace.

Un quinto Pink Horror, sui bordi della stanza, appariva e scompariva come un'onda di mare. Quando Oronzo alzò la pistola per prenderlo di mira, la creatura non c'era più. Quando abbassò il braccio, era riapparsa due passi a sinistra.

"Lo vede anche una zoccola," commentò Oronzo, allargando le braccia con lo Sventratore. "Io c'ho la visuale su tutta la mappa."

"Eh, io non vedo," sibilò Derryl, l'archibugio non ancora alzato.

"Sì, perché te sei appiccicato alla porta. Io sono un passo dietro."

Padre Giuliano si fece avanti di mezzo passo nel corridoio. Vide la donna al centro della stanza. Vide i Flamer ai lati. Sentì, nello stomaco, un peso freddo come un sasso che non si fosse aspettato di trovare. Paura. Paura vera, di quella che le creature di Tzeentch portano con sé senza doversi sforzare.

"Anch'io," mormorò il prete, ritraendo il piede. "Anch'io devo nascondermi un attimo. Mi serve un istante."

Derryl, accanto a lui, sentì lo stesso peso e si abbassò dietro lo stipite.

"Padre," disse, "non riesco a guardarli. Mi tiro indietro un attimo."

Marcus, Oronzo e Leonardo restarono.

"Colpite la maga," sussurrò Padre Giuliano dal suo riparo. "Sta canalizzando. Non lasciatela finire."

Oronzo e Derryl — che era tornato al cardine della porta — scaricarono un colpo a testa di sorpresa. Mancarono entrambi. Le pallottole graffiarono la griglia incantata e si dispersero in scintille arancioni.

La maga del caos sentì i colpi. Alzò la testa. Vide la compagnia sulla soglia. Sorrise. E poi, con un gesto secco, chiuse la canalizzazione.

Una bolla colorata partì dal suo palmo. Non investì un punto: si stese come una nube, attraversò il corridoio, lambì Oronzo, Marcus, Leonardo. Tre di loro sentirono la mente come ovattata, gli echi ancora chiari ma le parole più lontane. Marcus capì subito che cosa fosse: un incantesimo di privazione. Per i prossimi minuti — quanti, non si sapeva — non avrebbero potuto richiamare a memoria gran parte di quello che avevano imparato. Marcus non poteva più mirare con la cura del messaggero. Oronzo non poteva più calcolare il colpo di sorpresa del borseggiatore di Remas. Leonardo non poteva più recitare il proprio trattato.

Padre Giuliano e Derryl, fuori vista per la paura, furono risparmiati.

Gabrielle, alle spalle di Leonardo, alzò il palmo per il proprio dardo. Il vento di Shyish era con lei. Il dardo viola partì, attraversò la griglia, colpì un Pink Horror al petto. Il Pink Horror esplose — boom, frittata rosa contro la parete. Due Blue Horror si rialzarono dai resti.

"Si direbbe che il Vento di Shyish sia, per oggi, l'unica grammatica funzionante qui dentro," mormorò Leonardo, con orgoglio professionale per la propria collega.

Gabrielle preparò un secondo dardo. Le dita le tremavano un po' di più. Il vento di Shyish, stavolta, le sfuggì di mano.

Non andò sul nemico.

Andò su lei stessa.

Il vento di morte le investì le vesti. I bottoni del corsetto cominciarono a slacciarsi uno a uno, lenti, come se mani invisibili li slegassero. Il mantello viola le scivolò dalle spalle. Il bustino si aprì. La gonna, sciolta dalla cintura, le scivolò ai piedi. In cinque secondi, sotto la luce sulfurea pulsante, davanti alla maga del caos e ai cinque Flamer di Tzeentch, Gabrielle Marsner si trovò in mutande.

Il sangue dal naso le tornò fresco sul labbro. Una mano si alzò istintiva a coprirsi i seni. L'altra strinse il bastone come fosse l'unica cosa rimasta tra lei e l'universo.

Per un secondo intero la stanza fu silente.

Marcus distolse lo sguardo. Le orecchie gli si erano arrossate. Oronzo, schiacciato dietro lo stipite, gridò qualcosa che voleva essere una rassicurazione e che gli uscì come una balbettata.

"Gabrielle… senti, niente… niente di cui… coraggio, dai."

Leonardo bofonchiò qualcosa sul fatto che certe tempeste eteriche dei maghi erano descritte nei trattati di Karak Norn, ma di solito non capitavano alla propria collega. Marcus, più asciutto, sussurrò "copriti, Gabrielle," senza convinzione, già voltandosi via.

Gabrielle non si vestì.

Lasciò il mantello viola dove era caduto. Riprese il bastone con due mani. Si raddrizzò sulla gamba bendata. Gli occhi verdi acquosi, fino a quel momento bassi, si rialzarono. La voce le uscì bassa come sempre, ma stavolta con un'incrinatura che era quasi orgoglio.

"Adesso," disse, "lo rifaccio bene."

In un angolo della stanza, dietro i propri Flamer, la maga del caos rise piano. Anche le sue vesti rosso-porpora, lo notarono solo Marcus e Leonardo, erano un po' allentate — i suoi precedenti incidenti col vento di magia dovevano aver fatto qualcosa di simile a lei stessa. Era una donna sciatta, sudata, il volto giovane ma stanco, gli occhi chiari del colore del ghiaccio. Riprese a canalizzare.


La Vasca Rotta e l'Aggiramento di Marcus

La stanza dell'evocazione

Fu Oronzo a pensarla. Non era una pensata da accademico né da prete — era una pensata da Remas, dei vicoli dove si lanciano sassi addosso ai vetrai quando non si vuole pagare la riparazione delle finestre.

"Ragazzi," sibilò, "se provaste a sparare alla vasca. Quella di vetro, dietro di noi. Dal lato loro. Vai, e poi chiudi la porta."

Leonardo guardò Derryl. Derryl guardò la propria archibugio.

"Vai, mastro nano," disse Leonardo. "Spara sulla vasca."

Derryl si voltò verso il corridoio alle proprie spalle. Doveva mirare attraverso la stanza-laboratorio, oltre la pozza centrale, fino all'acquario d'ossa contro la parete opposta. Tre pareti, due porte, la pulsazione viola della pietra centrale che gli vibrava negli occhi. Mirò lungo. L'archibugio nanico gli pesò sulla spalla come un torchio.

"Ce l'ho," disse. "La vasca è grande. Non posso mancarla."

Sparò.

Il proiettile attraversò la pozza, attraversò la pulsazione viola, attraversò l'aria ambrata, e colpì il vetro spesso un dito dell'acquario. Il vetro si crepò. Per un istante non successe nulla — solo una sottile linea bianca sulla superficie. Poi, con un boato sommesso, il vetro esplose verso l'esterno, e migliaia di litri di liquido multicolore, di ossa umane flottanti, e di creature-pesce con piccole facce, si rovesciarono sul pavimento del laboratorio, ne attraversarono il battiscopa, scivolarono nel corridoio, raggiunsero la porta sud, sguazzarono dentro la stanza dei Flamer e dei Pink Horror.

"Chiudi, chiudi!" urlò Oronzo. "I Flamer si spengeranno!"

"Chiudete la porta!" aggiunse Leonardo, fra il fragore dell'acqua.

I Flamer non si spensero. Il loro fuoco non era il fuoco. Le scintille viola continuarono a brillare sotto il liquido come braci sott'acqua. Ma i Pink Horror persero l'equilibrio sul pavimento bagnato. Anche Oronzo, in piedi sulla soglia, scivolò di uno stivale e dovette afferrarsi allo stipite per non finire bocconi.

La maga del caos, sorpresa, bestemmiò in lingua oscura. La canalizzazione le si spezzò. Dovette ricominciare daccapo. La luce arcobaleno attorno alle sue mani si spense per un istante, poi riprese più debole.

Marcus, sfruttando il caos, si sporse oltre lo stipite — "mi sporgo col braccio e la testa e sparo," mormorò a se stesso — e centrò un Pink Horror al fianco. La pallottola, stavolta, lo colpì. Il Pink Horror si spaccò a metà, due Blue Horror si tirarono su, e per un istante tutti e tre i demoni furono fermi sul pavimento bagnato come pesci appena pescati.

Padre Giuliano, riprendendosi dal peso della paura, si fece avanti dal proprio riparo. Tirò il libro di Myrmidia sopra la testa. Il braccio buono tremava per la ferita al fianco, ma la voce uscì ferma.

"Essere immondo," declamò, fissando direttamente la maga del caos, "Myrmidia ti spezzi le ginocchia."

E pronunciò la preghiera. Lo Sgomento del Nemico — la grande paura di Myrmidia, quella che il prete aveva visto declamare un'unica volta in vita sua, da un suo maestro, sulla soglia di una guarnigione assediata. Il santuario stesso parve trattenere il respiro. La luce sulfurea si abbassò di un'intensità. L'aria attorno a Padre Giuliano si fece più fredda, e per un momento il prete fu più alto, più pallido, più qualcosa. Una creatura di terrore camminata sulla terra.

Solo che i demoni di Tzeentch non avevano un animo umano da impressionare.

Lo Sgomento non li toccò. I Pink Horror restarono dove erano, sgocciolanti di liquido multicolore. I Flamer continuarono a roteare i dischi sui dorsi. La maga del caos, dietro di loro, non si scompose. Padre Giuliano sentì la propria preghiera sprecata come l'olio versato sul pavimento, e bestemmiò di nuovo nello spazio fra un'invocazione e l'altra.

"Chi tenta di spaventare ciò che è già pura paura," mormorò Leonardo, voce filosofica, "ottiene solo paura per sé. È aritmetica, non liturgia."

Un Flamer, libero dalla pressione del prete, ruotò il proprio disco verso Gabrielle e sputò una vampa. La fiamma la centrò al fianco bendato. Gabrielle cadde prona sul lato della porta, mantello viola sotto di lei come un cuscino di stoffa fradicia.

Oronzo scattò avanti.

Non lo decise. Lo fece. In due passi tileani era a fianco di lei. Si chinò per prenderla sotto le ascelle e tirarla via dalla soglia, inciampò sul pavimento bagnato, e le cadde addosso col petto. Per un secondo restarono così — Gabrielle a terra, Oronzo sopra di lei, il sangue di lei sul petto della tunica di lui.

"Per Morr, scusa, Gabrielle, scusa," mormorò Oronzo, già puntellandosi sulle ginocchia per togliersi di dosso. "Volevo prenderti al volo. Avevo le scarpe bagnate."

"Il tocco della mano morta," commentò Leonardo, secco.

Gabrielle si rialzò sulla gamba sana puntellandosi al bastone. Il volto le si era arrossato per la rabbia più che per il dolore. Sferrò a Oronzo uno schiaffo a mano aperta sulla guancia destra. Oronzo restò fermo un istante, gli occhi sgranati come quelli di un ragazzino preso in fallo dalla maestra.

"Lasciami stare," sibilò lei.

"Era un incidente," disse Oronzo, voce piatta. "Anche se sembrava apposta."

Si tirò indietro di un passo. Gabrielle, ferma in piedi sulla gamba sana, raccolse una piega del mantello strappato dal proprio piede, lo strinse al petto come un braccio di stoffa. Caricò un altro dardo.

Marcus, intanto, stava già pensando ad altro. Aveva un ricordo — vago, appiccicaticcio sotto l'incantesimo di privazione che gli era stato versato addosso pochi minuti prima — di una porta vista nella stanza-laboratorio precedente. Una porta in alto, sulla parete di fondo. Una porta che, se la geometria del santuario fosse stata reale anziché impossibile, avrebbe dovuto collegare alla parte posteriore di questa stanza. Alle spalle della maga.

"Provo a sprintare verso quella porta. Mastro nano, ricordi? Provo a vedere se riesco a prendere la maga alle spalle."

"Marcus," disse Oronzo, "vengo con te?"

"No," tagliò Padre Giuliano, dal proprio angolo. "No, agente Ghast. Si tiene la linea. Si copre il fianco. Non si abbandona la formazione."

Marcus partì comunque.

Sprintò a piene gambe lungo il corridoio della stanza-laboratorio, attraversò la pozza ormai vuota, raggiunse l'angolo della parete dove ricordava la porta, non c'era nessuna porta. Solo roccia ametistina pulsante. Mirò il fianco con una mano, fermò il fiato. Aveva ricordato male. Aveva sprecato un lasso prezioso di secondi, durante i quali la compagnia era sotto pressione.

Mentre tornava indietro, arrancando, dietro la maga del caos l'aria della stanza dell'evocazione si lacerò.

Una figura uscì dal nulla.

Esile. Umanoide. Incappucciata di una stoffa che cambiava colore secondo la luce — verde, blu, viola, rosso, verde di nuovo. Il volto era una maschera mutevole. Ora ridente. Ora piangente. Ora un teschio che ridacchiava. Bastone alto come un pastorale. Occhi di pietra colorata che non si fissavano mai sullo stesso punto.

"Vedete apparire questa cosa qua," mormorò Padre Giuliano, dal corridoio, voce piatta. "Il Tessitore del Destino. Il Weaver of Fate."

"Il Cambiamutua," disse Marcus, a denti stretti, da lontano. "Il Changeling. Demone maggiore di Tzeentch. Uno dei nove Mutaforma. Al confronto, la maga è una principiante."

"È grosso?" chiese Leonardo, già sgranando gli occhi sul taccuino.

"No. È piccolino. È grandezza umana. Solo che, come mago, è di un livello molto più alto del nostro."

"Tranquilli," mormorò Oronzo, "tanto Gabrielle gli dispella gli incantesimi."

"L'arma non la dispella," tagliò Marcus. "E come mago è molto più alto del nostro."

Il Changeling alzò il bastone-pastorale. Lo puntò verso il corridoio, dove Marcus, ancora isolato dalla compagnia per la propria sprintata fallita, era l'unico bersaglio chiaro nella linea di tiro. Dalla punta del bastone partì un arcobaleno luminoso — un raggio composito di tutti i colori che esistono, e di alcuni che non esistono.

Investì Marcus al petto.

Marcus sentì la mente staccarsi dalla nuca. I ricordi di Marienburg cominciarono a colare via come acqua da una vasca: la bottega del padre postino, la voce della madre, il proprio nome di battesimo, la prima volta che aveva imparato a leggere una mappa, il volto del comandante che lo aveva arruolato. Tutto si sgretolava. Restava solo il presente — molto piccolo, molto chiaro, molto stupido. Marcus si ritrovò bambino. Cominciò a camminare a caso nella stanza, gli occhi sgranati, una risatina nervosa che gli usciva dalle labbra. Non sapeva più dove andasse.

Attorno a lui, i Pink Horror e i Flamer ridacchiavano in coro. La risata fu come un piccolo coro infantile cantato al rovescio.

"Eh allora sono morto," disse Marcus, nella sua testa, l'ultima frase lucida che gli rimaneva. "Mi pungono in tre mentre passo, e nessuno di loro ha pietà."

Un Flamer gli artigliò il collo, e Marcus, in un guizzo del proprio sé adulto rimasto a galla nelle profondità del bambino, deviò la lama del proprio destino — la fortuna che il Servizio Postale Imperiale chiama "il colpo di vento del messaggero", quella che capita una volta in carriera e ti salva la vita. Ne deviò un secondo, alla gamba. La maga del caos, riemersa dal proprio impiccio, gli piantò un dardo nella coscia destra. Marcus crollò prono sul pavimento bagnato della stanza dell'evocazione, ancora cosciente per un soffio, la mente di un bambino di sei anni dentro un corpo di trentadue.

Padre Giuliano, dal corridoio, non poté più raggiungerlo.


Il Mantello Viola

La fuga dal labirinto

"Ritirata, ragazzi?" chiese Leonardo, con la voce dell'accademico che si rende conto che la lezione è finita male.

"Sì," mormorò Marcus, da terra, ansimante.

"Sì, ragazzi," aggiunse Oronzo. "Sì, sì, vai. Il piano è fallito."

Padre Giuliano canalizzò una seconda preghiera di MyrmidiaIn Buon Ordine, la formula del disingaggio sicuro che il prete aveva imparato sui campi di Tilea contro i Bretonniani in fuga. La stese sopra la compagnia come un mantello. Per qualche istante, nessuno avrebbe preso colpi alle spalle.

Oronzo chiuse la porta sud con la spalla, spinse forte, sentì il legno cigolare sotto il proprio peso. Corse indietro col mantello a brandelli.

Gabrielle, ancora in piedi sulla gamba sana, ancora con un occhio sulla porta che si chiudeva, cercò di alzare il palmo per un ultimo dardo.

Un Flamer la raggiunse.

La fiamma viola la centrò al ventre. La maga ametista si piegò in due. Il bastone le scivolò dalle mani. Cadde in ginocchio. La maga del caos, che era riemersa al centro della propria stanza, alzò una mano scarna. Le dita le si accesero di una luce arcobaleno breve.

L'ultimo dardo partì. Filava dritto al cuore di Gabrielle.

E in quel mezzo respiro — fra il dardo che lasciava le dita della maga e il petto di Gabrielle che lo aspettava — qualcosa cambiò.

Il mantello viola, che lei aveva lasciato per terra al momento dell'incidente col vento di magia, si sollevò da solo. Non come stoffa: come mano. Si gonfiò di un'aria che non c'era, si arricciò attorno al corpo della maga ametista, e quando il dardo arrivò la pelliccia di velluto si frappose. Il dardo entrò nella stoffa, sfilò, uscì dall'altra parte, ma a forza dimezzata. Centrò Gabrielle al petto, ma di striscio. La gettò all'indietro contro il muro del corridoio. Non al cuore.

Padre Giuliano vide. Era l'unico che, dalla propria angolatura, aveva potuto vedere il mantello muoversi senza vento. Si fece il segno della scure rovesciata di Myrmidia con la mano sana. Mormorò una sola parola.

"Morr."

Il dio della morte, evocato in tre capitoli precedenti da Oronzo come testimone delle proprie battute, aveva — forse, chissà — guardato dall'alto e detto: non ancora, ametista. Le maghe di Shyish servono lo stesso vento che è la sua porta. La porta era stata richiusa, per oggi.

Gabrielle non perse i sensi. Cadde a sedere contro la parete, una mano al petto dove il dardo aveva strappato la stoffa fino al sangue ma non oltre. Gli occhi verdi acquosi spalancati. Il respiro corto. Viva.

Leonardo le fu addosso in tre passi. Tirò fuori le ultime due garze pulite dalla propria sacca. Le strinse sul ventre bruciato dal Flamer. "Resta sveglia, Gabrielle. Resta sveglia. Reggi gli occhi aperti." Lei annuì, una sola volta, lenta.

"Padre," disse Marcus, dall'altro lato della stanza, ancora con la mente sfaldata del bambino, riemergendo a fatica nel proprio nome, "ma è… ma è viva proprio?"

"Per ora," rispose Leonardo, già passandole un braccio sotto le ascelle. "Per ora. Ma se ci fermiamo, finisce qui per tutti."

Padre Giuliano riprese Marcus per il braccio sano e lo rimise in piedi. Marcus, ancora bambino dentro, si lasciò guidare. La mente gli sarebbe tornata, lentamente, nei minuti seguenti — i ricordi di Marienburg che riaffiorano uno a uno come pesci che risalgono in superficie — ma per il momento camminava come si cammina la prima volta che si impara a camminare.

Dietro la porta sud chiusa, i Pink Horror rimasti cominciarono a comportarsi in modo strano.

La voce melliflua del Changeling, da dentro la stanza, si insinuò nelle pareti come un fumo. I Pink Horror si misero a tremare. Cominciarono a gonfiarsi. Si gonfiarono come palloncini riempiti dall'interno. Raggiunsero dimensioni assurde — il doppio, il triplo del normale — e poi, con un sbop simultaneo, esplosero in mille schegge di carne rosa cristallina.

Le schegge attraversarono la porta di legno. Trapassarono lo spessore del battente come fossero pioggia di vetro.

Derryl, che era il più vicino alla porta, ne incassò in pieno. Una scheggia gli si piantò sotto la clavicola, un'altra al fianco, una terza sulla coscia. Cadde di schiena sul pavimento del corridoio. Sangue ovunque. Per un secondo Leonardo pensò che fosse morto anche lui.

Poi Derryl tossì.

"Per la barba di Grungni," sbottò il nano, con la voce piena di catarro, "sono ancora qui."

Leonardo si chinò su di lui, tirò fuori le ultime tre garze pulite della propria sacca, le strinse sui tre punti più gravi. "Reggiti, mastro Derryl. Reggiti."

Oronzo, in coda al corteo, tirò fuori la pozione di scorta che Marcus gli aveva passato dieci minuti prima e la bevve di un sorso. Il sapore era di erbe amare, fango, e qualcosa che ricordava il licore di Sartosa. Sentì il dolore al fianco attenuarsi e tornò un po' di forza nelle gambe. Si voltò verso il corridoio.

Il santuario dimensionale non aveva uscite.

Le illusioni che si erano aperte all'ingresso — quelle bolle in cui ciascuno di loro era finito a guardare grifoni-statua, scalinate dipinte, boschi di felci — si erano richiuse. Il velo dietro la porta da cui erano entrati il giorno prima era diventato pietra liscia e inattraversabile. La porta non c'era più.

Leonardo aprì il taccuino con la mano sporca di sangue di Derryl. Cominciò a schizzare una mappa del corridoio. Dopo trenta secondi alzò la testa.

"Non torna," disse, piano. "Le distanze sono incoerenti. Le porte non si chiudono nei punti giusti. È letteralmente un posto non posto."

"Probabilmente non c'è uscita a sto labirinto," mormorò Oronzo. "È casa sua. Casa di questa tizia. Casa sua."

"Anche perché se non si dissolve la stanza," aggiunse Leonardo, "noi ammazziamo i demoni e si rimane lì. E si muore di fame. Il santuario regge perché lei è viva. E lei è viva."

Oronzo si sporse dalla soglia di un nuovo corridoio che si era aperto a est — un corridoio che lui era certo di non aver visto mai, e che tuttavia adesso era lì. Sentì un fruscio. Vide arrivare, dall'altra estremità, quattro Blue Horror che camminavano in fila come operai a fine turno. Si moltiplicavano da soli. Dai cadaveri dei loro fratelli morti cinque minuti prima.

Padre Giuliano, mantello strappato, fasce sporche di sangue rappreso al fianco, si fece avanti zoppicando. Posò la mano libera sulla testa di Derryl, ferito ma cosciente. Posò l'altra sulla spalla di Marcus, che si stava lentamente ricordando come si chiamava. Fece, col dorso dell'altra mano, il segno breve di Myrmidia — il semicerchio della scure rovesciata.

"Comunque ragazzi," disse, voce bassa, "non siamo ancora morti."

Si avviarono lungo il corridoio nuovo, in fuga, ferita su ferita. Dietro di loro, dalla porta sud chiusa, la luce sulfurea del Changeling continuava a pulsare. Ogni pulsazione, qualcuno avrebbe giurato, era leggermente diversa dalla precedente — come se anche il battito di quel cuore esterno non sapesse più decidere il proprio ritmo. Davanti a loro, in fondo al corridoio nuovo, i quattro Blue Horror sorridevano obliqui.

Leonardo, ancora con la matita umida del proprio sangue di Derryl, scribacchiò una sola riga sul taccuino.

"Cap. XL. Il santuario non si chiude. Morr ha respinto Gabrielle Marsner alla porta. Per ora."


Stato della Compagnia

Aggiornamenti sui personaggi:

  • Gabrielle Marsner — fiammata di Flamer al ventre, dardo finale della maga del caos al petto, ma il mantello viola si è sollevato da solo e ha frapposto il proprio velluto fra il dardo e il cuore della maga ametista. Morr — il dio della morte che Oronzo ha invocato in tre capitoli — l'ha respinta alla porta. Ferita gravemente al ventre e al petto (di striscio), ma viva. Sostenuta da Leonardo, mantello viola sporco di sangue avvolto attorno alle spalle come un secondo costato. Per la prima volta, dopo Karak Norn, è ufficialmente parte del cerchio della compagnia. Le pergamene del laboratorio le restano strette al petto sotto la stoffa. Il bastone di mago è caduto nella stanza dell'evocazione, lasciato sul campo.
  • Marcus — gravemente ferito (collo, coscia destra), mente staccata dall'arcobaleno del Changeling. Si sta lentamente ricordando il proprio nome e la propria storia. Ha schivato due colpi mortali grazie al "colpo di vento del messaggero" che capita una sola volta in carriera. La sua sprintata per aggirare la maga si è infranta su una porta che non c'era, e per questo era isolato quando il Changeling lo ha colpito.
  • Padre Giuliano — uscito dalla riva nonostante la ferita al fianco non rimarginata. Ha invocato due benedizioni efficaci di Myrmidia (lo Sgomento del Nemico, l'Ordine Sicuro nella ritirata) e una sprecata sui demoni che non hanno animo da spaventare. La ferita al fianco gli si è riaperta sotto le bende. È stato l'unico testimone del mantello viola che si è alzato da solo per salvare Gabrielle: ha letto il segno e ha mormorato il nome di Morr.
  • Derryl — quasi morto per le schegge dell'esplosione dei Pink Horror gonfiati dal Changeling. Tre ferite gravi (clavicola, fianco, coscia), a un soffio dal collasso. Stabilizzato da Leonardo con le ultime garze. Ha gettato l'archibugio e la pistola di scorta nel laboratorio per alleggerirsi (rispetto della tradizione nanica del distacco dall'attrezzatura nella ritirata).
  • Oronzo — graffiato a sangue bianco da un Blue Horror, bendato, ha bevuto la pozione amara di scorta. Mantello a brandelli. Ha toccato una moneta d'oro maledetta del laboratorio: dita parzialmente trasformate in oro per qualche secondo, riportate alla normalità dal palmo di Gabrielle. Ha lo schiaffo di Gabrielle ancora rosso sulla guancia destra — le era caduto addosso scivolando sul pavimento bagnato mentre tentava di tirarla via dalla soglia.
  • Leonardo — fisicamente intatto. Sostiene Gabrielle ferita con un braccio sotto le ascelle, l'altro stringe ancora le ultime garze sulle ferite del ventre. Ha lasciato indietro il pugnale di Yul-Kachun nel laboratorio, ma porta via Gabrielle viva. Il taccuino è sporco di vomito, sangue di Derryl, e una pagina nuova con la frase: "Morr ha respinto Gabrielle Marsner alla porta."

Nemici:

  • La maga del caos — viva. Ridotta in mutande dai propri incidenti col vento di magia, ma ancora padrona del santuario dimensionale. Identificata definitivamente come maga di Shyish corrotta (tecniche di evocazione, dardi di morte, illusioni). Ha evocato il Changeling. È lei che mantiene attivo il santuario.
  • Il Cambiamutua / Changeling / Tessitore del Destino — demone maggiore di Tzeentch, l'Araldo dei nove Mutaforma. Esile, umanoide, maschera mutevole, vesti che cambiano colore, bastone-pastorale. Lancia raggi arcobaleno che scancellano la memoria delle vittime. Sacrifica i Pink Horror facendoli esplodere in schegge di carne magica. Ancora vivo, ancora nel santuario, da qualche parte dietro le pareti illusorie. NON SCONFITTO.
  • Pink Horror, Blue Horror, Flamer di Tzeentch — la prima ondata abbattuta, ma i Blue Horror si moltiplicano dai cadaveri all'infinito. Quattro nuovi visti arrivare in fondo a un nuovo corridoio. I Flamer non si spengono nell'acqua.

Scoperte:

  • I demoni di Tzeentch hanno carne intangibile alle armi mortali — molte pallottole e fendenti passano oltre senza ferirli. Solo i venti di magia (in particolare il Vento di Shyish dei dardi di Gabrielle) li esplodono in modo affidabile. Senza Gabrielle in piedi e cosciente, la compagnia resta di fatto disarmata contro di loro — e Gabrielle, ora, è cosciente ma debole.
  • I Pink Horror si dividono in Blue Horror all'infinito — confermato definitivamente.
  • I Flamer di Tzeentch incutono paura a chi li guarda, ma non si lasciano spaventare a propria volta — non hanno un animo da impressionare.
  • Il "santuario dimensionale" è alimentato dalla maga viva — Leonardo ha ipotizzato e Gabrielle aveva confermato in vita: se la maga muore, il santuario implode. Finché la maga è viva, le porte non si chiudono nei punti giusti, le distanze non sono geometriche, l'uscita non c'è.
  • La pietra viola pulsante del laboratorio (su piedistallo di pietra nera, alimentata da tubicini di vetro nella pozza multicolore) è sospettata da Leonardo di essere la fonte energetica del santuario stesso. Non rimossa, non studiata oltre.
  • Le 50 monete d'oro maledette col simbolo dell'occhio di Tzeentch trasformano la pelle in oro a contatto prolungato. Lasciate nella sacca, abbandonate sul posto.
  • L'acquario d'ossa rotto da Derryl ha rivelato creature-pesce con facce umane — esperimenti della maga del caos su materiale umano. Ipotesi di Leonardo: acquacoltura di mostri da scatenare contro i nani, possibilmente attraverso un tunnel sotterraneo collegato alle fondamenta di Kazid Grungnaz.
  • Il Changeling sacrifica i propri demoni minori per fare danno collaterale (Pink Horror gonfiati come palloncini ed esplosi in schegge). Tecnica nuova per la compagnia.

Combattimenti:

  • Prima ondata di Pink/Blue Horror al corridoio della porta nord — abbattuta, ma con la consapevolezza che senza i dardi di Gabrielle non si vince contro di loro.
  • Seconda fase nella stanza dell'evocazione — persa sul piano tattico: la maga ha vuotato la memoria di tre compagni, i Flamer hanno seminato terrore sugli altri due, la magia di Gabrielle le si è ritorta contro, la preghiera di Sgomento di Padre Giuliano si è sprecata su demoni senza animo da impressionare, la sprintata di Marcus si è infranta su una porta che non c'era, e il Changeling è arrivato.
  • Ritirata con disingaggio sicuro grazie all'Ordine Sicuro di Padre Giuliano. Gabrielle salvata in extremis dal mantello viola animato (intervento di Morr — il dio che Oronzo ha invocato per tre capitoli ha richiuso la propria porta davanti a lei); tre ferite gravi a Derryl dalle schegge del Changeling.

Oggetti:

  • Pugnale di Yul-Kachun — visto, identificato, MAI PRELEVATO. Resta nel sacello di vetro del laboratorio della maga. Secondo dei tre artefatti dello Scorticatore Rosso (dopo il Calice dell'Ira a Karak Hirn) perso, presumibilmente al collasso del santuario o alla fuga della maga.
  • Mantello viola di Gabrielle — addosso a lei, ora sporco del proprio sangue, ma ha appena salvato la sua portatrice frapponendosi al dardo della maga del caos.
  • 5-6 pergamene del laboratorio — Gabrielle le ha ancora strette al petto sotto la stoffa.
  • Bastone di mago di Gabrielle — caduto nella stanza dell'evocazione, lasciato sul campo durante la ritirata.
  • Sacca di 50 monete d'oro maledette di Tzeentch — abbandonate nel laboratorio.
  • Pietra viola pulsante del laboratorio — non rimossa.
  • Archibugio nanico + pistola di scorta di Derryl — gettati nel laboratorio per alleggerimento durante la fuga (tradizione nanica). Resta a Derryl la Spada di San Toswick e gli effetti personali.
  • Tutti gli altri oggetti precedenti confermati (Sventratore di Oronzo, pistole + sacca-mina + Occhiali e Pipa del Morto di Marcus, bisturi e bende di Leonardo, gemme 320 corone, lacrima di salamandra a Karak Norn).

Fili narrativi aperti:

  • Gabrielle Marsner viva ma gravemente ferita — il mantello viola si è alzato da solo per intercettare il dardo della maga del caos. Padre Giuliano testimone del segno di Morr. Per la prima volta dopo Karak Norn, lei è ufficialmente parte della compagnia.
  • Il pugnale di Yul-Kachun perso nel laboratorio della maga, irraggiungibile finché il santuario regge.
  • La compagnia dispersa nel labirinto dimensionale senza uscita visibile — Marcus mente convalescente, Derryl gravemente ferito, Padre Giuliano col fianco riaperto, Oronzo bendato, Gabrielle ferita al ventre e al petto (sostenuta da Leonardo), Leonardo con il taccuino e nient'altro.
  • Il Changeling vivo dietro la porta sud — l'Araldo del Tessitore di Fato è ancora nel santuario.
  • La maga del caos viva — finché lei è viva, il santuario non implode e la compagnia non esce.
  • Quattro nuovi Blue Horror in fondo al nuovo corridoio. Inseguimento immediato.
  • L'acquacoltura sotterranea — sospetto che il santuario colleghi alle fondamenta di Kazid Grungnaz tramite tunnel scavati. Pista da approfondire se si esce vivi.
  • Padre Giuliano sopravvissuto e attivo — la sua presenza, contro ogni aspettativa, ha salvato la fuga con la benedizione dell'Ordine Sicuro.
  • La Vecchia Betsy in riparazione sulla riva est, con la ciurma Slayer e la nana della cambusa. Se la fuga riesce, dovrà puntare lì.
  • L'esercito Valentini + necromante ancora a nord, dietro la cresta. Battaglia futura ancora in agenda.
  • Le 50 monete d'oro maledette abbandonate — promemoria oscuro.
  • Maledizione skavena su Gabrielle — non emersa apertamente, ma sospetta dopo i venti di magia ribelli che le hanno tradito le ultime formule. Lei sopravvive, e con lei la possibilità di indagare il legame fra la lastra rituale skavena e i propri miscast.
  • Il segno di Morr sul mantello viola — il velluto che si è alzato da solo per intercettare il dardo è un evento che Padre Giuliano non sa come catalogare. Filo teologico nuovo: Morr come patrono inatteso della maga ametista.
  • Apprendistato Leonardo / Alrik Nunnelson, Bartek Tengansson, Padre Richard a Pfeildorf, Yannick Blank, Skretch Mezzomorto, taglia 500 corone, drago sotto Karak Norn — tutti sospesi. Sembra di un altro tempo.

Situazione attuale: La compagnia è in piedi all'inizio di un corridoio che si è aperto a est nel santuario dimensionale, dopo la fuga dalla stanza dell'evocazione del Changeling. Gabrielle Marsner è viva — sostenuta da Leonardo, mantello viola sporco del proprio sangue avvolto attorno alle spalle come un costato secondo. Il pugnale di Yul-Kachun è abbandonato nel laboratorio della maga. Marcus, ferito al collo e alla coscia destra, mente che torna lentamente al proprio nome, sostenuto da Padre Giuliano. Derryl, tre ferite gravi, bende sporche. Oronzo, mantello a brandelli, bevuta l'ultima pozione, in coda al corteo. Padre Giuliano col fianco riaperto, una mano al libro di Myrmidia, l'altra che ha appena fatto il segno della scure rovesciata davanti al miracolo del mantello. In fondo al corridoio, quattro Blue Horror che camminano in fila come operai a fine turno. Dietro, la porta sud chiusa con la luce sulfurea che pulsa irregolare. Nessuna uscita visibile. La maga del caos viva. Il Changeling vivo. La pietra viola del laboratorio pulsa, lenta. Il santuario regge.


"Stanotte, in questo posto non posto, ho visto tre cose che non avrei dovuto vedere: una maga ametista respinta da Morr alla porta, un mantello viola che si alza da solo per fare scudo a chi lo porta, e un pugnale che dovevamo prendere e non abbiamo preso. Domani — se domani esiste, in un labirinto che non ha porte — proverò a capire almeno una di quelle tre. Comincerò dal mantello, perché è l'unica cosa che cammina ancora con noi." — Leonardo Isacco da Ponzacco, Appunti vergati alla luce di una pietra viola di non si sa quale dimensione, sera del terzo giorno