Capitolo XXV: Il Calice dell'Ira
"Fiero e spietato, questo figlio sputò nell'occhio di suo padre. Il Dio del Sangue prosciugò la sua spoglia. Ma l'essenza dello Scorticatore Rosso sopravvive. Egli vive ancora — nel Teschio d'Ottone. Egli vive ancora — nel Pugnale di Yul K'chaum. Egli vive ancora — nel Calice dell'Ira. Intrappolato e vincolato, egli brama sangue. Lo Scorticatore Rosso sorgerà di nuovo." — Frammento profetico, autore ignoto
La Notte dello Scheletro
Marcus se n'era andato.
Lo scontro alla Corte dei Miracoli aveva lasciato il bilancio che ci si aspettava da una compagnia di ventura che incrocia un gruppo di mercenari in una notte di luna piena: un compagno morto, tre avversari a terra, e il membro più imprevedibile del gruppo trasformato in scheletro. Marcus — che della trasformazione di Oronzo aveva già detto tutto quello che c'era da dire, e non in termini cortesi — aveva salutato con un "Risolvitela da solo" e se n'era andato nella notte.
"C'ha un carattere del cazzo," disse Oronzo. Sotto la luce della luna, le sue ossa mandavano un bagliore d'avorio che rendeva il commento ancora più surreale. "Ogni volta piglia e se ne va. Come se io mi divertissi a diventare scheletro."
"Un po' ti diverti," osservò Leonardo.
"Un po' sì, devo dire. Un po' è figo."
Derryl tagliò corto. "Come prima cosa — possiamo seppellire dei morti e far sparire i cadaveri?"
"Non ho la pala," disse Leonardo.
"Nel casotto degli attrezzi."
Le trovarono. E sotto la luna piena, la scena che seguì avrebbe meritato un dipinto — o un incubo. Oronzo scavava con la forza meccanica dello scheletro, canticchiando un motivetto triste e cadenzato che suonava come il lamento di un uomo a cui la vita aveva tolto anche la carne. Derryl scavava con la precisione del nano che conosce la terra. E Leonardo — con un taglio alla testa che pulsava come un secondo cuore — scavava con la buona volontà di chi non è mai stato bravo con le pale.
"Devo essere sincero," disse Leonardo, fermandosi a osservare Oronzo in azione. "Con l'aiuto di Talima si potrebbe fare un bellissimo libro anatomico. Nessuno ha mai visto uno scheletro nell'azione plastica del movimento reale — le articolazioni, la meccanica del corpo senza la carne. Un caso unico dal punto di vista scientifico."
"Piglia qualche disegnino," disse Oronzo, e continuò a scavare con quel ritmo da canto di lavoro che non avrebbe sfigurato in una miniera della Contea.
Un po' di sangue a terra c'era, ma Derryl ci buttò della terra sopra con pragmatismo nanico. Gunther fu sepolto per primo — nessuna cerimonia, perché l'uomo che non parlava mai non avrebbe apprezzato i discorsi. I mercenari seguirono, con meno riguardo.
"Ragazzi," disse Leonardo mentre si pulivano le mani, "le forze in gioco sono molto superiori a quello che possiamo gestire. Demoni, non morti, maledizioni. D'ora in poi sconsiglio fortemente di prendere qualsiasi cosa strana."
"Ma non era strano!" protestò Oronzo. "Tre settimane a lavorare perché siamo al verde — trovo un medaglione d'oro grosso come un pugno, che faccio, lo lascio lì?"
"C'era un teschio disegnato sopra," disse Derryl.
"Stilizzato! Si vedeva anche male!"
Leonardo sospirò. "In effetti, anch'io col libro di Pleidorf probabilmente ho fatto una minchiata."
"Ecco! Sempre colpa mia!" Oronzo puntò un dito d'osso verso Leonardo. "Almeno io se mi beccano mi mettono alla forca quando ritorno umano. Te, se ti trovano col libro, ti mettono al rogo."
Aveva ragione, e nessuno trovò un argomento per contestarlo.
"Mettiamoci d'accordo," propose Leonardo. "Su cosa prendere e cosa no."
"Iniziamo dal prendere i soldi quando ce li offrono," disse Oronzo. "Che è la cosa più semplice e lineare."
Alla scomparsa della luna, Oronzo tornò normale — carne, vestiti, e l'espressione dell'uomo che ha appena smesso di essere un fenomeno da baraccone. Tornarono a Nuln con cautela: Oronzo avanti, gli altri due passi indietro. Se si fosse trasformato di nuovo, il piano era semplice — Oronzo grida "Uno scheletro!" e scappa, gli altri fingono di non conoscerlo.
"E se mi trasformo e voi non siete dietro?" chiese Oronzo.
"E tu gridi 'Uno scheletro!' da solo," disse Leonardo.
Arrivarono sotto casa di Marcus che era l'una passata. Bussarono. Silenzio. Bussarono ancora.
Marcus si affacciò con la pistola in pugno e l'espressione di chi è stato svegliato da persone che meritavano di restare sveglie tutta la notte.
"Non sparare," disse Leonardo alzando le mani. "Saremmo venuti per riconciliare la situazione. Come quando, alla fine dell'Impero di Magritta, c'è stata quella zona di anarchia e poi è arrivato Magnus il Pio—"
"La lezione di storia possiamo averla la mattina?"
"La mattina, perfetto."
Marcus li fece entrare con la cortesia minima dell'uomo che sa di non avere alternative. La discussione fu breve — troppo stanchi per litigare, troppo in pericolo per restare divisi. Oronzo si scusò a modo suo, che significava ammettere solo le colpe che potevano essere attribuite anche ad altri. Marcus accettò a modo suo, che significava cambiare discorso e passare ai piani.
"Il medaglione lo ricompro io da Roth," disse.
"E se anche Roth sentisse i tamburi?" chiese Leonardo. "Non è che stiamo diffondendo un'epidemia?"
"Quelli so' cazzi suoi," disse Oronzo.
"Quelli sono cazzi nostri," corresse Marcus, "perché quando finirà nella merda farà anche il tuo nome."
"E chi crederà mai a uno scheletro?"
La logica era impeccabile, a modo suo.
"Io domattina vado in biblioteca," disse Leonardo. "Torre Hess, il calice, tutto quello che trovo. Poi mi serve una mattinata nell'ufficio di Hornborg — se ha scritto qualcosa sul medaglione, da lì capisco cos'è e da dove viene."
"Come ci entri nell'ufficio?"
"Ti accompagno io," disse Marcus. "Ti faccio entrare io."
Era la prima frase generosa della notte, e nessuno la commentò per paura di romperla.
"Derryl, la tua armatura?"
"Distrutta. Devo andare da Tigan."
"Vai. Tutti a dormire. Domani si lavora."
Mastro Tigan
La mattina dopo, mentre Marcus e Leonardo si preparavano per l'università, Derryl si presentò alla bottega del fabbro nano con due commissioni e una speranza.
La prima commissione era l'armatura di cuoio di Oronzo, che aveva visto giorni migliori. "Un po' vissuta," la descrisse Derryl.
"Un po' è un eufemismo," rispose Tigan, esaminando i danni. "Si mette a posto."
La seconda era la sua cotta di maglia — troppo ingombrante, troppo pesante per la velocità che serviva in situazioni come quella della notte precedente. Derryl voleva la stessa protezione ma con meno ingombro.
"Cazzo, questo sarà un lavoro lungo," disse Tigan. "Rivettare, rimettere a posto tutti gli anelli, ridistribuire il peso, eliminare i gap. Non è un lavoro da poco."
"Quanto tempo?"
"Almeno undici giorni. Quindici corone."
"Se passassi delle mattine e ti dessi una mano?"
Tigan lo guardò con l'espressione del maestro artigiano a cui l'apprendista ha appena suggerito di tenergli il martello. "Io il lavoro lo faccio in bottega con i miei assistenti. Se non ti sta bene ti puoi rivolgere a qualcun altro. Non siamo mica a Karak Hirn."
Derryl accettò con la dignità ferita del nano che sa di aver meritato il rimprovero. Poi giocò la speranza: "Avresti delle bombe da lancio a mano? Degli ordigni esplosivi?"
"Qua non tratto giocattoli pirotecnici," disse Tigan con disprezzo.
All'Accademia Imperiale fu peggio. La più grande fucina di cannoni del Vecchio Mondo non vendeva esplosivi ai civili — per legge, la polvere nera e gli ordigni erano fabbricati solo per uso militare. Un nano ingegnere che si presenta al cancello chiedendo bombe a mano ottiene la stessa risposta che otterrebbe chiedendo un cannone: un sorriso e una porta chiusa.
Derryl tornò alla locanda con l'armatura in riparazione, le bombe nel cassetto dei sogni, e la consapevolezza che avrebbe dovuto investire tempo in un corso all'Accademia — sempre che sopravvivesse abbastanza a lungo per completarlo.
La Biblioteca e i Suoi Segreti
Leonardo trascorse la mattina nella grande biblioteca dell'Università di Nuln, nella sezione di storiografia e geografia del Wissenland, circondato da volumi così vecchi che la polvere aveva l'odore del secolo precedente.
La Torre Hess — o Torre di S, come la chiamavano alcuni — si rivelò più elusiva del previsto. Non era un nome, era un'eco. Un toponimo che compariva in quattro documenti diversi, ciascuno con una localizzazione diversa: nei pressi di Mauchen, vicino a Veningen, tra Ellwagen e Elbigen, e in un quinto testo più antico tra Durbheim e Häusern. Quattro possibili ubicazioni per una torre che forse non esisteva più — o che forse non era mai stata una sola torre.
Leonardo annotò tutto con la calligrafia minuscola che gli aveva fatto meritare il soprannome di "Formichino" tra i compagni di Miragliano. Quattro punti sulla mappa, quattro possibilità, nessuna certezza.
Ma fu la seconda ricerca a togliergli il sonno.
Cercando tra i testi di storia religiosa e le cronache delle guerre arcane, si imbatté in un frammento profetico — o forse liturgico, la distinzione era sfumata — che parlava dello Scorticatore Rosso. Un'entità legata al Dio del Sangue, il cui nome nessun erudito sano di mente pronunciava per intero. L'essenza di questa creatura, secondo il testo, sopravviveva in tre artefatti: il Teschio d'Ottone, il Pugnale di Yul K'chaum, e il Calice dell'Ira.
Intrappolato e vincolato, egli brama sangue.
Leonardo rilesse il passaggio tre volte. La quarta volta lo copiò parola per parola, con una mano che aveva smesso di essere perfettamente ferma.
L'Ufficio del Professor Hornborg
Marcus si presentò all'Università di Nuln indossando i paramenti più severi che aveva trovato — una tonaca scura, un cappuccio calato sugli occhi, e l'espressione di chi è stato mandato da Sigmar in persona a sistemare le cose. Al suo fianco, Leonardo camminava due passi indietro con la postura dell'assistente devoto e il taccuino già in mano.
Si erano fatti annunciare come un abate di un ordine sigmarita in visita con il suo segretario — nessuno verificava le credenziali di un uomo di Sigmar con la faccia giusta e la voce abbastanza autoritaria.
Negli uffici amministrativi dell'ala accademica, un giovane attendente li accolse con la cortesia svogliata di chi è abituato a studenti e docenti, non a uomini di Chiesa.
"Desiderate?"
"Giovanotto!" Marcus gli si piazzò a un palmo dal naso. "Il mio assistente ed io stiamo investigando fatti oscuri sulla scomparsa del professore... Come si chiamava, ragazzo?" Si voltò verso Leonardo. "Tu che sei ancora con la memoria fresca."
"Hornborg," disse Leonardo.
"Quello lì. Dobbiamo avere accesso al suo antro di ricerca."
L'attendente sbiancò. "Il professor Hornborg è in congedo, non è scomparso... tecnicamente."
"E sapete dov'è?"
"Eh no, è in congedo, non ci ha lasciato..."
"E quindi è scomparso! Se non sai dov'è una persona, è scomparsa. Vuoi metterti a questionare con me, ragazzo mio?" Marcus alzò la voce di un'ottava. "Abbiamo tutto il giorno! E non ho molto altro da fare."
"C'è... c'è di mezzo la Chiesa di Sigmar?" L'attendente fece una brutta faccia. "Ho sempre sospettato, con quella roba strana che si porta dietro..."
"Sigmar c'entra in qualsiasi cosa!" Marcus gli diede una bacchettata sulla mano. "Non interrompere quando un uomo anziano parla e insegna la vita! Prendi appunti!"
"Sì, padre!"
"Per stasera, quando avremo finito le nostre ricerche, mi serve una lista — scritta bene, in grandi caratteri, che ho gli occhi stanchi — con tutti i nomi di chi sa delle bizzarrie del professore."
"Aggiunga anche il suo," precisò Leonardo con un sorriso innocente, "visto che lei fa le dicerie."
L'attendente deglutì. "Vedrò di informarmi..."
"Ben fatto, ragazzo! Sigmar te ne renderà merito." Marcus si guardò intorno. "E adesso una tazza di brodo caldo, grazie, che stamattina fa freddo."
"Ma questa non è una mensa, signore..."
"Forza, su! L'educazione! Il rispetto per le persone di una certa esperienza!" Altre due bacchettate. "Forza!"
"Non abbiamo le cucine qui! C'è la mensa degli studenti..."
"E se ci fosse stata la cucina, mica l'avrei chiesto a te!" Marcus si voltò verso Leonardo con l'aria di chi ha appena risolto il problema. "Tu, ragazzo, accompagna l'altro ragazzo dove deve andare. Io andrò alla mensa."
"L'ufficio del Professor Hornborg," disse Leonardo.
"Ve lo devo dire tutto io?" sbottò Marcus, già incamminandosi lungo il corridoio sbagliato. "La mensa! Dov'è la mensa?"
Mentre Marcus spariva gridando indicazioni a studenti terrorizzati, l'attendente si rivolse a Leonardo con l'espressione di chi comincia a dubitare delle proprie scelte di carriera.
"Sembra un po' strano... un missionario che chiede il brodo all'ufficio," mormorò.
"Lo so," disse Leonardo. "Io non li contraddico mai gli uomini di Chiesa. Faccio quello che mi dicono, mi pagano anche poco."
L'attendente lo scortò nel corridoio degli uffici — lo stesso dove erano stati quella notte con i mercenari — e davanti alla porta anonima con la targhetta in ottone Prof. J. Hornborg — Archeologia e Antichità gli consegnò un passepartout.
"Questi sono gli uffici. Pare che siano venute anche altre persone di recente a cercare..."
"Lo metta nella lista," disse Leonardo. "Che il padre poi ci fa la testa così."
"Quando ha finito chiuda tutto e riporti le chiavi."
"Sarà veloce."
L'attendente si allontanò, e Leonardo aprì la porta.
L'ufficio era un museo in miniatura. Scaffali straripanti di volumi, mappe arrotolate in cilindri di cuoio, e su ogni superficie disponibile — mensole, scrivania, davanzale — una collezione di oggetti che avrebbe fatto la gioia di un antiquario e l'orrore di un Cacciatore di Streghe. Un ritratto ad olio del professore stesso dominava la parete dietro la scrivania — un uomo dal volto largo e gioviale, quasi paffuto, con occhi piccoli e intelligenti.

Leonardo chiuse la porta alle spalle e si mise al lavoro con la metodicità del chirurgo che incide. Cassetti, scaffali, ripiani — nulla sfuggì alla ricerca. Fu in un cassetto della scrivania che trovò quello che cercava: un quaderno rilegato in pelle, fitto di annotazioni in una calligrafia ordinata — l'inventario degli oggetti raccolti da Hornborg nel corso di anni di ricerche e corrispondenze.
Lo aprì e cominciò a leggere.

Ogni pagina era una scheda: nome dell'oggetto, provenienza, descrizione minuziosa, disegno a inchiostro. L'erudizione era meticolosa — troppo meticolosa per un semplice accademico. Hornborg non si limitava a catalogare: annotava le proprietà sospette, le leggende associate, i nomi di chi gli aveva procurato ciascun pezzo.
L'elmo di Helassir era descritto per primo. Un elmo d'argento di fattura elfica — alto, appuntito, con ali stilizzate ai lati — proveniente da Ulthuan. Le note menzionavano due nomi: Lessing e Bartek, i professori che avevano indagato l'Ordine del Sacro Martello per conto del Tempio di Verena. Il rapporto tra Hornborg e questi colleghi sembrava molto cordiale. L'elmo era arrivato attraverso canali che Hornborg stesso definiva "non del tutto trasparenti."

Poi il medaglione. Un disco solare in oro massiccio, con anelli concentrici, proveniente dalla Lustria. Hornborg lo descriveva come "donato da certe popolazioni denominate Amazonian a un esploratore estaliano, un certo Don Diego 'El Tenedor' Velasco de Bilbali." Un bell'uomo bruno dai capelli intrecciati, a metà tra un pirata e un conquistador, a giudicare dal ritratto a inchiostro. I compagni di viaggio di Don Diego — pieni di avarizia e cupidigia, secondo l'inventario — avevano sottratto altri pezzi della collezione, e ne avevano pagato il prezzo. Una maledizione li perseguitava. Don Diego stesso era stato inseguito dai suoi ex compagni, che cercavano disperatamente di restituirgli gli oggetti rubati, convinti che la restituzione avrebbe spezzato il maleficio.
Hornborg aveva liquidato la maledizione come "una diceria superstiziosa priva di fondamento accademico." Né Don Diego né lui stesso avevano mai sperimentato alcun effetto.
Leonardo rilesse il passaggio. Superstizione priva di fondamento. Aveva visto Oronzo trasformarsi in uno scheletro sotto la luna piena per quella superstizione. Ma almeno ora aveva una pista: la maledizione colpiva chi sottraeva, non chi riceveva in dono. E i maledetti cercavano di restituire.
Ma la scoperta più inquietante era in fondo al cassetto. Tra le lettere ripiegate tra le pagine del quaderno, una corrispondenza con un certo Fratello Barthelm — e sulla ceralacca che sigillava ogni busta, il simbolo dell'Ordo Scriptoris. Lo stesso simbolo inciso sull'anello che portavano con sé. Fratello Barthelm — il nome che Padre Gustavus aveva detto avrebbero potuto incontrare a Karak Hirn.
Leonardo prese le lettere e le infilò sotto la camicia. L'inventario — troppo voluminoso per passare inosservato con l'attendente che aspettava la restituzione delle chiavi — lo rimise nel cassetto. Aveva memorizzato l'essenziale, ma sapeva che avrebbe avuto bisogno di un'altra occhiata.
Restituì le chiavi con un sorriso e trovò Marcus fuori dall'università, senza brodo ma con l'aria soddisfatta di chi ha fatto il proprio lavoro.
"È lustriano," disse Leonardo. "Il medaglione. Regalato da popolazioni amazzoniche a un esploratore estaliano, un certo Don Diego. I compagni lo rubarono e da quel momento una maledizione li perseguita. Cercavano disperatamente di restituirlo."
"E Hornborg?"
"Hornborg dice che è una palla. Che a lui e a Don Diego non è successo niente." Leonardo passò a Marcus il foglio con la profezia dello Scorticatore Rosso. "Questo invece l'ho trovato in biblioteca. Leggitelo con calma, perché è piuttosto inquietante. Io vado a cercare il medaglione da Roth."
"Da Roth ci vado io," disse Marcus. "Tu hai fatto abbastanza."
Le ricerche di Leonardo avevano mangiato l'intera mattinata e buona parte del pomeriggio. Quando Marcus si incamminò verso la bottega del rigattiere, il sole era già basso.
Settanta Corone
Mastro Roth era il tipo di rigattiere che sorrideva con i denti d'oro e con gli occhi non sorrideva mai. Il suo negozio — una bottega angusta nel quartiere dei mercanti, ingombra di oggetti che andavano dal prezioso al patetico — odorava di cera e di affari discutibili.
"Signor Ghast!" Lo accolse con la cordialità del commerciante che fiuta un cliente sicuro. "Che piacere!"
"Sono venuto per il medaglione lustriano," disse Marcus. "Quello con gli anelli concentrici."
"Ah, il bel pezzo del signor Oronzo! Settanta corone."
Marcus non contrattò. Contò le monete una per una, le posò sul bancone e firmò la ricevuta con due croci.
"Non pensavo fosse così semplice fare affari con lei," disse Roth, sorpreso.
"Ricordatevi che mi dovete una trattativa."
Marcus prese il medaglione — senza toccarlo, avvolgendolo in un panno — e lo infilò nella borsa.
Fu allora che li sentì.
Tamburi.
Un ritmo sordo, primordiale, come se qualcuno battesse su pelli tese in una giungla che distava diecimila miglia. Tum tu-tum. Tu-tu-tum. Durò un battito di cuore, forse due. Poi scomparve.
Marcus si bloccò.
"Ha sentito dei tamburi?" chiese Roth, guardandosi intorno. "Deve essere qualche ragazzino che fa esercitazioni qui fuori."
Marcus non rispose. Nella sua testa, una sola parola: Maledizione.
Alla Corte dei Miracoli, il resoconto fu breve e amaro.
"Com'è andata?" chiese Leonardo.
"Di merda," disse Marcus.
"Non hai trovato il medaglione?" domandò Oronzo.
"L'ho trovato. E ora anche io e Roth siamo maledetti."
Il silenzio che seguì fu quello di un tribunale in cui tutti gli imputati scoprono di essere anche giudici.
"Come fai a saperlo?" chiese Leonardo.
"Ho sentito quei maledetti tamburi."
Oronzo si fece piccolo. Marcus lo guardò con un'espressione che oscillava tra l'omicidio e la rassegnazione.
"In due più Roth," disse Leonardo. "La situazione inizia a essere grave."
"In tre," corresse Marcus.
"Ma si era detto che basta rimetterlo a posto, no?" provò Oronzo.
"A posto dove? A posto in Lustria?"
Si accese una discussione febbrile. Leonardo — che aveva passato la mattina immerso nei testi — propose le opzioni. "Chi ci può aiutare, nell'ordine: i preti di Shallya, perché hanno il voto di non fare del male a nessuno. I Maghi Ametista, che possono spezzare le maledizioni. O Adolf, il necromante — che ovviamente non è un'opzione."
"Rimettiamolo nello studio di Hornborg," tagliò corto Oronzo. "Vediamo se funziona."
Marcus esitò, poi annuì. Era la soluzione più semplice — e l'unica che potevano tentare immediatamente.
La Fantasma della Giungla
Tornarono all'ufficio di Hornborg con la luna già alta.
Marcus e Oronzo posarono il medaglione insieme — mano nella mano, come aveva suggerito Leonardo con ironia malcelata — esattamente nel punto della scrivania dove era stato trovato.
Per un istante, non accadde nulla.
Poi l'aria cambiò. La temperatura scese di colpo, come se qualcuno avesse aperto una finestra sull'inverno, e davanti a loro — tra il medaglione e la porta — si materializzò una figura.
Una donna. Seminuda, con capelli neri che le scendevano lungo le spalle. Il viso era coperto da una maschera simile a quella incisa sul medaglione — lineamenti felini, dipinta d'oro e d'ocra. Indossava un gonnellino che sembrava pelle di leopardo, e in mano reggeva un bastone cerimoniale ornato di piume e teschi d'uccello.
Era trasparente. Si vedeva la libreria attraverso il suo corpo.
"Stai indietro," sibilò Marcus, con il pugnale già in pugno.
La figura fece dei gesti — lenti, rituali — puntando il bastone verso di loro. Non parole, non suoni. Solo il movimento silenzioso di un rito antico, celebrato in una giungla che distava più anni che miglia.
Poi scomparve. Come nebbia al sole.
Il silenzio durò dieci battiti di cuore.
Oronzo fu il primo a muoversi. Si avvicinò alla finestra e spinse la mano nella luce della luna.
Carne. Solo carne. Le sue dita, le nocche, la pelle — tutto normale.
"Tutto risolto," disse, con un sollievo che gli tremava nella voce.
Marcus controllò le proprie mani. Normali. Spinse il viso sotto la luna, si esaminò le braccia. Nessuna trasformazione. La carne restava dov'era.
"Passata una giornata in biblioteca, speso settanta corone," mormorò Leonardo. "E tutto per un medaglione lustriano che un professore aveva classificato come superstizione priva di fondamento."
Ma Leonardo non aveva finito con l'ufficio di Hornborg. Mentre Marcus e Oronzo si assicuravano che la maledizione fosse davvero svanita, lui aveva ripescato dal cassetto l'inventario che quella mattina aveva dovuto lasciare — ora, senza attendenti alle calcagna, poteva sfogliarlo con calma. Lo percorse con la voracità dello studioso che ha fiutato la pista giusta, e fu a pagina settantadue — tra una descrizione di vasi funerari del Nehekhara e un catalogo di amuleti dei Regni degli Ogri — che trovò il disegno.
Un calice.

Tozzo, ornato di rune — non imperiali, non elfiche. Naniche. La descrizione di Hornborg era dettagliata: un oggetto di creazione nanica, acquisito da una certa Gabrielle Marsner, qui a Nuln. E accanto al disegno, un'annotazione in inchiostro rosso che Leonardo rilesse tre volte prima di convincersi che diceva davvero quello che diceva:
Il Calice dell'Ira.
Si girò verso Marcus.
"Marcus. Avrei un'altra cattiva notizia."
"Un altro problema?"
"Grave, sì. Il nostro amico Hornborg — a questo punto mi sento in dovere, anche se è un professore, di dover esprimere il mio rispetto rinominandolo il Pazzo Fottuto — aveva messo le mani anche sul Calice dell'Ira."
"Hornborg non riusciva proprio a farsi gli affari suoi, eh," commentò Marcus.
"Il Calice. Quello del demone sanguinario. Quello della profezia."
Il silenzio che calò nella stanza aveva il peso della pietra tombale.
"E chi ce l'ha adesso?" chiese Marcus.
"Una donna. Gabrielle Marsner. Maga d'Ametista."
"Un'altra Maga d'Ametista," disse Marcus con una calma che prometteva tempesta. "Tre ne abbiamo conosciuti, tutti e tre dei delinquenti. Facciamoci due domande e diamoci due risposte."
L'Ufficio Postale
Marcus lasciò gli altri alla locanda e attraversò Nuln fino all'ufficio postale — il vero ufficio postale, non quello dei francobolli. Sul retro, dietro il grande dipinto a olio, la porta nascosta lo condusse negli uffici del Servizio Imperiale.
Von Kessel lo ricevette con la fretta dell'uomo che ha sempre troppo lavoro. Un uomo magro, con occhiali da lettura perennemente in bilico sul naso, che gestiva una rete di informatori come altri gestiscono una bottega di sarto — con precisione, discrezione e un cassetto pieno di fili.
"Capo, buongiorno. Siamo venuti in possesso di un oggetto maledetto che richiederebbe urgentemente l'attenzione della Maga Ametista."
"Dove si trova?"
Marcus spiegò — in modo conciso, come si conviene a un agente — la situazione del medaglione, la maledizione, e la necessità di parlare con Elspeth Von Draken.
Von Kessel ascoltò, annuì, e da un cassetto estrasse carta e ceralacca. "Ti lascio una lettera di presentazione per l'Accademia di Magia. La Von Draken ha un ufficio suo — è meglio non andare a romperle le scatole al castello. Vacci domattina, di solito sta lì."
"E poi avrei bisogno di informazioni su due persone. Un certo Ranulf Vogt — che era alla ricerca di un artefatto qui a Nuln. E una donna, Gabrielle Marsner."
"Ti farò trovare i fascicoli," disse Von Kessel, già scrivendo. "Ricordati: queste informazioni sono riservate. Le leggi, le memorizzi e le distruggi."
"Naturalmente."
Von Kessel lo guardò da sopra gli occhiali. "Lavoriamo direttamente per l'Imperatore, Ghast. Non lo dimenticare."
Marcus si toccò la spilla sotto il bavero — l'occhio dell'aquila, il simbolo del servizio. Non lo dimenticava mai.
Elspeth Von Draken
La mattina del 29 Sigmarzeit, Marcus si presentò all'Accademia di Magia con la lettera di Von Kessel e i nervi tesi come corde di arco.
Un apprendista lo scortò su per le scale — un ragazzo pallido con l'aria di chi dorme troppo poco e studia troppo. "È fortunato a trovarla qui. La Von Draken non è sempre in Accademia."
"Non sono proprio fortunato in questo periodo," rispose Marcus.
"Non si può essere sicuri mai di niente," filosofeggiò l'apprendista. "Solo della morte."
"Siete un mago, voi?"
"Un apprendista."
"Allora ne capite di magia. Come si fa a sapere se una maledizione è stata tolta?"
L'apprendista spiegò — con la prolissità del novizio che ha studiato ma non praticato — che esistevano incantesimi per riconoscere la natura di una maledizione, che alcuni maestri potevano determinarne lo stato, e che generalmente se l'effetto cessava era un buon segno.
"Affrettiamo il passo," tagliò corto Marcus.
La porta dell'ufficio di Elspeth Von Draken era più grande delle altre — quercia scura, con una maniglia d'argento a forma di falce. L'apprendista bussò.
"Milady? È permesso?"
"Avanti."
La voce era femminile, profonda, e portava con sé l'autorità di chi è abituata a comandare draghi — letteralmente.

L'ufficio era spoglio e solenne. Nessun fronzolo, nessun ornamento — solo libri, pergamene, e una finestra alta che dava sul castello di Nuln in lontananza. Elspeth Von Draken stava in piedi dietro la scrivania, e la prima cosa che Marcus notò fu che era esattamente come le descrizioni: alta, pallida, con capelli scuri che le incorniciavano un viso dove la bellezza e il pericolo convivevano senza imbarazzo. Indossava una veste ametista tagliata con un'eleganza che non concedeva nulla alla frivolezza.
"Ho ricevuto una lettera da Von Kessel," disse, senza preamboli. "Ma non mi sembrava di aver già detto che potevo ricevere."
"Sono io che ho insistito, Milady. Sono incappato in una serie di sfortunate disgrazie, l'ultima delle quali è culminata con un oggetto maledetto che in tutta onestà non so come trattare."
"Le cose si fanno interessanti."
"Per me no, Milady."
"Per me. Non per voi."
Marcus deglutì. "L'oggetto non è qui. Possiamo parlarne lungo la strada?"
"Mi sta chiedendo di lasciare il mio ufficio e le mie faccende? Lei è un uomo audace, signor Ghast."
"Nella fattispecie, vi starei quasi implorando."
Un lampo attraversò gli occhi della maga. "Adoro gli uomini che implorano. Lo faccia."
"Potrebbe controllare se una persona è soggetta a una maledizione?"
"Sì."
"Mi offro come cavia."
"Si metta al centro della stanza."
Elspeth Von Draken si avvicinò. Marcus si toccò i coglioni in un gesto apotropaico che non sfuggì alla maga.
"Ha paura della mia stregoneria?"
"Del vostro... mestiere, Milady."
"Sano odore di paura. Bello."
Si mise davanti a lui e pronunciò parole in una lingua che Marcus non aveva mai sentito. Attorno a lui, il pavimento si illuminò — un cerchio di luce ametista, fredda, che pulsava come un battito.
"C'è una leggera traccia magica," disse Von Draken dopo un momento. "Un residuo. Non è più attiva. Sta sparendo lentamente." Una pausa. "Non conosco la provenienza dei Venti. Non sono usuali."
"L'oggetto viene dalla Lustria."
"Ah. Degli Elfi ne saprebbero di più. Tuttavia..." Un sorriso sottile. "Prendiamo una carrozza."

Sulla carrozza, Marcus raccontò la storia del medaglione — la maledizione, la trasformazione, la restituzione. Elspeth ascoltava con l'attenzione affamata di chi trova finalmente qualcosa che valga il suo tempo.
"Dalla Lustria... maledizioni legate al furto... trasformazione scheletrica sotto la luna..." I suoi occhi brillarono. "Meraviglioso."
"Con rispetto, Milady, non definirei la cosa meravigliosa."
"Potrebbe essere estesa, sa. Non solo sotto la luna, ma anche alla luce del giorno."
Marcus la guardò. "Questa è una prospettiva che preferirei non esplorare."
All'Università, l'arrivo di Elspeth Von Draken causò il prevedibile terremoto. Studenti e docenti si inchinavano al suo passaggio con la deferenza di chi sa che quella donna cavalcava un drago in battaglia — e che la sua pazienza aveva limiti ben definiti.
Leonardo attendeva nell'ufficio di Hornborg con il libro dell'inventario aperto e l'espressione dello studioso che ha trovato troppo.
"Un Tileano," disse Elspeth guardandolo. "È lui quello della maledizione?"
"No, no," si affrettò Marcus. "È un altro Tileano. Questo è un accademico."
"Chirurgo, storico e ingegnere in erba," precisò Leonardo con un inchino.
"Ha piacere nello studio dei cadaveri, quindi."
"Ehm... ultimamente più del previsto."
Elspeth si avvicinò al medaglione. Pronunciò un incantesimo breve e secco, e l'oggetto si illuminò di una luce violacea.
"Sì. Un grande potere. Una maledizione di tipo sconosciuto — probabilmente lustriana, come avete detto." Alzò lo sguardo. "Di chi è questo ufficio?"
"Professor Hornborg."
"Quel tizio dalla faccia a pagnotta?" disse, guardando il ritratto. Poi, rivolta al medaglione: "Sarà il caso di segnalare il possesso di questi oggetti. Temo che questo medaglione non possa essere rimosso senza il permesso del proprietario, ma posso fare in modo che non venga più spostato da qui."
Pronunciò altre parole, fece gesti precisi con le mani, e il medaglione si illuminò una seconda volta.
"Ora non sarà più possibile muoverlo. Per quanto riguarda Hornborg — trovatelo e consegnatemelo. Dovrà regalarmi questo oggetto di persona."
"Hornborg è sparito," disse Marcus.
"Allora trovatelo."
"Non ci avevo pensato," mormorò Marcus.
Il Calice dell'Ira
Fu Leonardo a cambiare il corso della conversazione. Spinse il libro dell'inventario verso la maga e lo aprì alla pagina del calice.
"C'è qualcosa di peggio del medaglione, Milady."
Elspeth guardò il disegno. E per la prima volta da quando Marcus la conosceva, il suo volto cambiò espressione.
"Il Calice dell'Ira," disse.
Non era una domanda.
"Lo conoscete," disse Leonardo. "Se è già sotto controllo, noi—"
"Questa cosa era qui. A Nuln." La voce di Von Draken era cambiata — più bassa, più intensa. "Tempo fa, ho affidato il compito a una mia adepta di restituirlo ai legittimi proprietari."
"Restituirlo a chi?"
"Ai Nani di Karak Hirn."
Il nome cadde nella stanza come una moneta in un pozzo.
"Il Calice dell'Ira," continuò Elspeth, e ora parlava con la voce della maestra, non della maga, "è un artefatto di creazione nanica. Conoscete il Libro dell'Odio?"
"Abbiamo un nano che ci accompagna," disse Marcus.
"Allora sapete che i Nani accumulano rancore come altri accumulano ricchezze. Per mondare l'odio che percepivano, crearono questo calice — un ricettacolo dove riversare la rabbia. Il problema è che i Nani hanno un'interpretazione della magia molto... istintiva. Quando riversi sentimenti negativi in un oggetto, quell'oggetto si carica di un potere che può eruttare in qualsiasi momento."
Marcus pensò alla parola eruttare e si sentì improvvisamente molto stanco.
"I Nani di Karak Hirn ce lo donarono in segno di amicizia. Quando ci rendemmo conto di quanto fosse pericoloso — un cratere in mezzo a Nuln non è auspicabile — decidemmo di restituirglielo. Con diplomazia."
Leonardo alzò la mano. "Una domanda di tipo geopolitico: i Nani sulle montagne a sud del Wissenland sono un baluardo contro i Pelleverde tra la Tilea e l'Impero. Se il Calice può creare un cratere, non è che restituendolo rischiamo di creare un cratere nella loro fortezza?"
"Un po' sì," ammise Von Draken. "Ma l'oggetto è loro — sapranno gestirlo meglio di noi." Una pausa minima. "Non perché io non sia in grado di gestire cose del genere, ovviamente. Ma è meglio evitare rischi."
"Avevamo percepito la svista semantica, Milady," disse Marcus.
"E chi lo ha riportato?"
Elspeth lo guardò.
"Vedo che il vostro servizio di informazioni è più efficiente di quanto pensassi."
"Gabrielle Marsner," disse Marcus.
"Oh." Un lampo di rispetto attraversò gli occhi della maga. "Sì. È una mia adepta. L'ho inviata a Karak Hirn circa due anni fa. È tornata e mi ha assicurato che il calice è stato restituito ai Nani."
"C'è gente pericolosa sulle tracce di questo artefatto," disse Marcus. "Un necromante — Adolf Seyss-Inquart — e una compagnia di mercenari tileani. Stanno andando tutti verso Karak Hirn."
Il volto di Von Draken si indurì.
Poi Leonardo iniziò a parlare. E parlò a lungo.
Raccontò tutto — l'Ordine del Sacro Martello, l'Ottavo Teogonista Wulfric e i suoi poteri soprannaturali, la connessione con Dergenhof e la Guerra dei Maghi, il teatro di Pleidorf e l'evocazione demoniaca, i Valentini e la loro doppia agenda, Karak Hirn e la lettera trovata addosso a Franchino.
Elspeth ascoltava senza interrompere, il volto impassibile, gli occhi che bruciavano.
Quando Leonardo ebbe finito, la maga restò in silenzio per un tempo che sembrò molto più lungo di quanto fu.
"Tutto ciò che mi state raccontando ha qualcosa di spettacolare," disse infine. "Ma terrei per voi molte di queste informazioni. La Chiesa di Sigmar non apprezzerebbe."
"Già non apprezza," disse Marcus. "Ci hanno messo una taglia sulla testa."
"Siete ricercati?"
"La taglia è stata messa da un demonologo affiliato all'ordine deviato, non dalla Chiesa ufficiale. Ma il risultato è lo stesso."
Von Draken abbassò la voce. "Quello che sto per dirle è strettamente confidenziale. Non dovrà riferirlo neanche ai suoi superiori."
Marcus la guardò. "Quello che vi abbiamo raccontato noi non è esattamente di pubblico dominio."
"No, ma questo è diverso." Si sedette e parlò con la voce della maestra — lenta, precisa, ogni parola pesata. "Per evocare creature demoniache deve essere aperto uno squarcio in quello che noi chiamiamo l'Immaterium. Un reame dove queste entità risiedono. Più è grande lo squarcio, più ne può uscire qualcosa di pericoloso. Un oggetto come il Calice dell'Ira — carico di potere magico grezzo, incontrollato — potrebbe fornire l'energia necessaria per aprire uno squarcio simile. O scatenare una tempesta magica."
Leonardo impallidì. "Non riesco a capire perché qualsiasi essere sano di mente vorrebbe evocare uno squarcio e gestire una cosa ingestibile."
"Sete di potere. Corruzione. Oppure semplicemente avidità — i demoni possono concedere doni a chi è disposto a stringere patti con loro. Ma quei favori hanno un prezzo, e non si parla di oro."
Marcus pensò a Oronzo e decise che quell'informazione era meglio tenersela per sé.
"Ricordate l'invasione di Asavar Kul?" continuò Von Draken. "L'ultima grande guerra?"
"Fermata da Magnus il Pio, duecento anni fa," disse Leonardo.
"Esatto. Erano mossi dai Poteri Perniciosi — quelli che al Nord chiamano gli Dei Oscuri. I loro demoni hanno una gerarchia: alcuni più potenti di altri. Se qualcosa del genere si sta muovendo all'interno dell'Impero — un ordine segreto con accesso ad artefatti potenti e la volontà di consorziarsi con queste entità — sarebbe più che opportuno impedire che entrino in possesso del Calice."
Il peso di quelle parole si posò sulla stanza come polvere dopo un'esplosione.
Elspeth si alzò e si avvicinò alla finestra. La luce del mattino le scolpiva il profilo come un bassorilievo.
"Se questo ordine segreto ha le potenzialità che descrivete — Lettori, famiglie nobili, accesso ai vertici della Chiesa — allora la situazione è più grave di quanto possiate immaginare," disse. "Dovrò recarmi ad Altdorf. O meglio — manderò qualcuno di fidato."
"Se fosse accompagnato da un membro del nostro ordine..."
"Parlerò con Von Kessel."
Marcus annuì. Poi giocò l'ultima carta.
"Milady. Dovendo unire l'utile al dilettevole... abbiamo bisogno di qualcuno che sia in grado di contrastare Adolf. Il necromante."
"Potrei farvi accompagnare da un membro dell'Accademia."
"Se fosse qualcuno che conosce anche la strada per Karak Hirn..."
Il sorriso di Elspeth Von Draken fu sottile come una lama di rasoio.
"Convocherò Gabrielle. Vi può accompagnare lei."
Leonardo e Marcus si scambiarono uno sguardo.
"Milady," disse Marcus, "non potevo sperare in meglio."
"Se porterete a termine quanto serve per risolvere questa faccenda, signor Ghast, avrà un contatto diretto con me. Tramite un mio assistente, le fornirò quanto le servirà quando ne avrà bisogno."
"E se non dovessimo portarla a termine, è probabilmente perché ci hanno fatti fuori."
"In quel caso, sarà mia premura recuperare il suo cadavere," disse Von Draken con un sorriso. "Come... conforto."
Leonardo registrò quella frase — recuperare il cadavere, come conforto — e la mise nel cassetto mentale delle cose su cui indagare prima della fine della conversazione.
"Un'ultima cosa," disse Marcus. "Sarebbe possibile avere un documento che mi qualifichi come... diciamo... non del tutto estraneo al mondo della magia? Per evitare problemi con i Cacciatori di Streghe."
"Posso darle un documento come apprendista del Collegio di Ametista."
"Perfetto."
Elspeth gli si avvicinò e gli sfiorò il viso con le dita — un gesto che poteva essere affettuoso, o rituale, o entrambe le cose. "Questo la legherebbe al Collegio di Ametista in maniera indissolubile."
"Non suona bene, Milady."
"Non deve suonare bene."
Leonardo, che aveva ascoltato lo scambio con crescente curiosità, alzò la mano. "Una domanda impertinente a titolo accademico — di solito le domande a titolo accademico vengono perdonate."
"Ricordati che è un drago," mormorò Marcus.
"Sì, però mi sembra molto ragionevole. Come gestisce l'Ordine Ametista il discorso della morte?"
Von Draken lo guardò con un'espressione che avrebbe gelato un uomo meno curioso. "Noi preserviamo la vita. Studiamo la morte come elemento del Vento di Magia che presiede a tutto ciò che la riguarda. C'è una linea sottile tra noi e la necromanzia — un po' come Morr, rappresentiamo dei guardiani."
"Ma allora perché volete il cadavere del signor Ghast?"
Marcus si voltò. "Perché mia madre è qui a Nuln. Essere sepolto in patria mi farebbe piacere, per dare un po' di conforto alla mia povera madre."
"Ecco," disse Von Draken con un sorriso sottile. "Per dare conforto."
Leonardo non era convinto — c'era qualcosa in quel sorriso che non tornava — ma decise che c'erano domande che era meglio farsi quando si è di ritorno in Tilea.
"Un'ultima cosa," disse Leonardo. "Ha mai sentito parlare di un certo Udo Vunt?"
"No. Non lo conosco."
"E la Torre di S?" aggiunse Marcus. "Dovrebbe essere qui nel Wissenland."
Von Draken rifletté. "Mi sembra una di quelle torri costruite molto tempo fa. Non sono una storica — il mio rango non significa che la mia conoscenza sia infinita, soprattutto in fatto di geografia. Ma posso far cercare nella vecchia cartografia."
"Ne saremmo grati."
"Abbiamo bisogno di buoni cartografi nell'Impero," disse Von Draken.
Leonardo si illuminò come un albero di Mondstille. "Il cartografo volevo fare, per l'appunto—"
"Quello fluviale è un po' meno utile — i fiumi sono tracciati. Ma per trovare torri e posti dimenticati, potrebbe essere interessante."
Marcus trattenne un sorriso. Era la prima volta che qualcuno incoraggiava le ambizioni cartografiche di Leonardo senza riderne, e il tileano ne fu visibilmente commosso.
Marcus sostenne lo sguardo di Von Draken. Fuori dalla finestra, da qualche parte oltre i tetti di Nuln, un drago di color carminio dormiva nelle torri del castello.
"Conoscerete Gabrielle domani," disse Von Draken. "Le farà avere il documento, le informazioni che le servono e... un consiglio."
"Quale?"
"Resti vivo, signor Ghast. Gli uomini che implorano sono così rari, di questi tempi."
Stato della Compagnia
Scoperte:
- Torre Hess — Quattro possibili ubicazioni nel Wissenland: presso Mauchen, Veningen, Ellwagen/Elbigen e tra Durbheim e Häusern
- Lo Scorticatore Rosso — Profezia legata al Dio del Sangue: l'essenza dell'entità sopravvive in tre artefatti (Teschio d'Ottone, Pugnale di Yul K'chaum, Calice dell'Ira)
- Inventario di Hornborg — Catalogo dettagliato di artefatti con disegni: elmo di Helassir (Ulthuan), medaglione lustriano di Don Diego "El Tenedor" Velasco de Bilbali, Calice dell'Ira
- Corrispondenza con Fratello Barthelm — Lettere sigillate con il simbolo dell'Ordo Scriptoris
- Il Calice dell'Ira — Artefatto nanico che raccoglieva la rabbia dei Nani, donato a Nuln da Karak Hirn, restituito ai Nani circa due anni fa tramite Gabrielle Marsner
- Gabrielle Marsner — Maga d'Ametista, adepta di Elspeth Von Draken, ha riportato il Calice a Karak Hirn. Accompagnerà il gruppo
Maledizione risolta:
- Il medaglione lustriano è stato restituito all'ufficio di Hornborg — apparizione di una figura spettrale amazonian, la maledizione si è dissolta. Von Draken ha confermato: solo un residuo magico in dissolvimento. Il medaglione è stato sigillato magicamente nell'ufficio
Alleanze:
- Elspeth Von Draken — La più potente maga di Nuln si è offerta come contatto e protettrice. Invierà qualcuno ad Altdorf per indagare sull'Ordine del Sacro Martello. Fornirà documenti da apprendista ametista a Marcus. Ha rivelato informazioni strettamente confidenziali sull'Immaterium e i Poteri Perniciosi
- Gabrielle Marsner — Maga d'Ametista assegnata come scorta, conosce la strada per Karak Hirn e può contrastare la necromanzia
- Von Draken ricercherà la Torre di S nella vecchia cartografia del Wissenland
Situazione attuale:
- Il gruppo è a Nuln, 29 Sigmarzeit
- L'armatura di Derryl è in riparazione da Tigan (cotta di maglia alleggerita, 11 giorni, 15 corone; armatura di cuoio di Oronzo in riparazione)
- Marcus ha ottenuto accesso all'intelligence imperiale su Ranulf Vogt e Gabrielle Marsner
- Tutti i fili convergono verso Karak Hirn: i Valentini, Adolf Seyss-Inquart, il Calice dell'Ira
- La compagnia si è riconciliata dopo il litigio sulla maledizione del medaglione
Fili narrativi aperti:
- Karak Hirn — Il Calice è davvero al sicuro? I Valentini e Adolf ci stanno andando
- Hornborg scomparso — Va trovato per formalizzare la cessione del medaglione
- L'Ordine del Sacro Martello — Indagine in corso verso Altdorf. Von Draken invierà un emissario accompagnato da un agente imperiale
- L'Immaterium — Il Calice potrebbe essere usato per aprire uno squarcio nel mondo dei demoni o scatenare una tempesta magica
- Ranulf Vogt — Chi era? Cosa cercava a Nuln? (Von Draken non lo conosce)
- Udo Vunt — Sconosciuto anche a Von Draken
- Torre di S — Von Draken farà ricerche nella vecchia cartografia
- Adolf Seyss-Inquart — Necromante in viaggio verso Karak Hirn con i Valentini
- Le bombe di Derryl — L'Accademia Imperiale non vende esplosivi ai civili; servirebbe un corso formale
"Shyish non è necromanzia. Quante volte devo ripetervelo?" — Iscrizione sulla porta dell'Accademia Ametista di Nuln