Martelli da Guerra

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Capitolo XLII: Xatrodox

"I miei colleghi del Collegio di Nuln chiamano demone qualunque cosa esca dai loro libri sbagliata. I miei colleghi della biblioteca chiamano demone qualunque cosa non sia stata catalogata da loro. Un elfo che è qui dal duecentonovantacinquesimo anno del calendario imperiale mi ha detto stanotte: alcuni demoni hanno un nome che nessuno conosce. Il loro vero nome. Quello che conosciamo è solo il nome con cui li chiama chi ha avuto la sfortuna di incontrarli. Mi pare un metodo più onesto." — Leonardo Isacco da Ponzacco, Frammenti per un trattato sulla nomenclatura demoniaca, taccuino

Leoden, eremita elfo di Athel Loren


L'Ospitalità Elfica

Il capanno di Leoden era tiepido. Sul tavolo, fra il pentolone fumante e i vasetti di marmellata, Derryl giaceva svenuto su uno strato di foglie larghe, sotto un pezzo di tela verde grezza. Le vene nere sulle braccia avevano smesso di pulsare; il respiro era pesante ma regolare. Marcus, sedutosi su uno sgabello a tre gambe, aveva tolto la manetta dal polso sinistro e l'aveva posata sul ginocchio, ma la teneva in vista — "se mi tornano gli occhi blu, rimettimela tu, perché io non mi ci vedo" — e aspettava. Gli occhi azzurri glaciali, con i dieci puntini regolari sull'iride, fissavano un punto del muro come fissano il muro le persone che hanno smesso di fare conti.

Leonardo si era avvicinato a Derryl con il bisturi pulito e stava per cominciare quando Leoden, dalla soglia, alzò una mano.

"Famosa tecnica di Nuln," disse Leoden, riferendosi alla pratica delle sanguisughe che Leonardo gli aveva esposto due minuti prima per cortesia accademica. "È una pratica barbara e inutile. Purgagli gli umori, purgagli gli umori."

"Sì," concesse Leonardo, "purghiamogli quello che gli resta del cervello, se ne ha mai avuto uno."

"Non è che brilli, devo dire, per questo," aggiunse Oronzo, in piedi accanto a lui con il vaso di marmellata di more in mano. "Ha altre doti, ecco. Diciamo."

Leoden si fece avanti, scostando il fumo verdastro che si era accumulato all'ingresso. La marmellata sul polsino sinistro era nuova. Leonardo lo squadrò con la deferenza di chi sa di essere davanti a una fonte orale che ha visto cose che il suo trattato avrebbe potuto solo immaginare.

"Nonostante non abbiamo amore per i nani," disse Leonardo con la formula bassa che riservava ai bibliotecari di Nuln, "sappia che avrà la mia eterna gratitudine per aver salvato il mio compagno. Suppongo che lei abbia circa un migliaio di anni a naso."

Leoden non rispose. Poi, dopo un secondo: "Nel 295."

"Nel duecentonovantacinque del calendario imperiale," tradusse Leonardo per sé stesso, scrivendo a mente. "Quindi lei era già nell'Impero al tempo dell'imperatrice Magritta, anno 1979?"

"Sì."

"Ah! Questa è un'ottima... questa è una fonte orale viva, una fonte orale ancora viva che ha visto con i suoi occhi!"

"Ha detto che era presente," lo interruppe Oronzo, alzando un dito, "non che ha visto. Questa è un'altra domanda."

"Non che ci interessiamo moltissimo," disse Leoden secco, "degli avvenimenti umani."

Leonardo aveva già il taccuino aperto e stava scrivendo la cosa dei due secoli con la grafia minuta che riservava agli appunti veloci. "Se ci fosse qualcosa di cui necessitasse, mi permetterebbe di intervistarla su quel periodo lì? Perché si dà il caso che, legata a quella storia, ci siano delle persone che stiamo cercando di fermare. Che trafficano con questa stessa roba che ha infettato i miei amici."

Leoden non disse né sì né no. Si avvicinò al pentolone, lo spostò di mezzo passo dal fuoco. Oronzo, vedendo che la conversazione si era aperta, tentò una seconda strada: "Lei mi sembra di capire che sia un mago, giusto?"

"Un saggio," disse Leoden. "I saggi elfici sanno usare la magia." Pausa. "Riesce a finire una sentenza prima di iniziarne un'altra?"

Leonardo arrossì. "No, perché ho talmente tanti filoni in testa che girano tutti insieme che vengo sopraffatto. Il concetto è: nessuno sa come gli elfi sono arrivati e hanno lasciato l'Impero, e perché. La voce della ribellione, grande protagonista — se fosse un non morto, un vampiro, o cosa varia."

"Lei vorrebbe sapere l'intera storia della mia razza."

Oronzo intervenne. "Lei mentalmente quanto è in grado di fare una sintesi dell'intera storia della sua razza? Perché la risposta che il mio amico le darà è 'sì'. Siccome gli umani non vivono quanto gli elfi, non credo che abbiamo il tempo fisico per poterla ascoltare."

"Sarà per un'altra occasione," concesse Leoden. Si voltò, asciugandosi il polsino sulla manica. "Avremo bisogno di spazio e mente ferma. Quanto è ferma la vostra mente? Potreste essere sottoposti alla visione di orrori indicibili."

"Eh," mormorò Leonardo, "già ci è successo nella caverna."

"Credo anche peggio."

Oronzo descrisse l'orrore con una rapidità che, fra le righe del proprio taccuino mentale, Leonardo annotò come sintesi di una guerra fra demoni vista da un fruttivendolo. "C'erano delle cose rosa che quando venivano uccise diventavano due blu. Poi abbiamo affrontato dei cavalieri, uno è esploso in un geyser di fluido multicolore."

Leoden chiuse gli occhi un istante. "Se siete entrati in contatto con i servitori di Colui che Cambia le Vie..." — pausa rituale — "quello che noi elfi chiamiamo Tzeentch."

"Voi umani," continuò, "quando vi si diede la conoscenza della magia, cosa ne avete fatto? Qualcuno indubbiamente l'ha usata in modo giusto. Altri l'hanno usata per fare guerre. Altri per guadagno personale. Altri hanno esplorato vie che anche noi elfi aborriamo."

"Mi pare," notò Leonardo, "che lei appena ha visto il sangue del nostro amico nano ha detto: sembra qualcosa che hanno fatto i nostri cugini. Quindi anche tra voi elfi c'è qualcuno che..."

"Infatti li ho chiamati cugini," disse Leoden. "Quelli di cui sto parlando non fanno parte della nostra vita quotidiana. Non sono parte della nostra società."

"Comunque," disse Leonardo a se stesso, "il dato interessante è che quindi siete voi elfi che avete insegnato la magia agli umani. Lo sapevo."

"Uno di noi."

Qualcosa batté alla finestra.

Era un cervo silvano color noce chiaro, alto al garrese più di Leonardo. Aveva il pelo lustro e gli occhi gialli con una pupilla orizzontale che non ammiccava. Marcus, dopo un attimo, alzò la mano sinistra ammanettata e aprì il vetro col polso libero. "Apro questa finestra. Lo guardo, gli do un pezzo di formaggio. Ma che posto è?"

"È comodo però," notò Oronzo, "che la cena ti venga a bussare a casa."

"Non mi trovo molto a mio agio purtroppo nei boschi, nelle foreste," rispose Marcus piatto, "conosco Taal, semplicemente non mi trovo. Sono più cittadino che bosco."

Leoden si avvicinò al cervo e gli parlò sottovoce in una lingua che a Leonardo sembrò una variante di vocali sospese. Il cervo emise tre versi corti. Leoden si voltò.

"Mi dicono," disse, "che i vostri amici nani stanno prendendo della legna dalla foresta."

"Credo abbiano da fare delle riparazioni al loro vascello," rispose Marcus.

"Mandate il loro compare ad avvertirli che non è gradito. Che facciano legna. Perché questa foresta è sacra. È sacra anche al vostro dio Taal."

"Non sapevo. C'è un posto dove possono fare legna lontano da qui?"

"All'interno delle terre imperiali," disse Leoden, "sicuramente ci saranno boschetti felici di essere tagliati dai nani."

"Non voglio essere pignolo," obiettò Marcus, "ma l'ultima volta che avevo controllato qui siamo nelle terre imperiali."

"Secondo i vostri parametri. Ma non sono neanche terre dei nani, che mi risulti."

"Esattamente. Infatti sono terre imperiali, gli dico di andare a cercare in un altro bosco."

"Mi sembra una buona risposta."

Marcus si voltò verso Leonardo. "Sarebbe il caso che tu andassi."

Oronzo si alzò dallo sgabello. "Vabbè, Marcus, l'accompagno io. Da solo, se si trova uno scoiattolo incazzato..."

"Dall'altro lato del fiume," indicò Leoden. "Se avete bisogno, potete seguire il mio amico."

"Portatevi un po' di formaggio," aggiunse Marcus, "che almeno lo pascolate durante il viaggio."

Leonardo e Oronzo uscirono. Il cervo li precedette nel bosco con la stessa silenziosa cortesia con cui i camerieri dei locali eleganti di Nuln preparano la sala. Marcus, lasciato indietro, fissava la porta del capanno. Leoden chiuse il vetro della finestra, posò il libro che aveva in mano, gli si avvicinò.

"Bene," disse Leoden, "e ora possiamo pensare a te. Almeno i tuoi amici saranno un po' più al sicuro e non faranno cose avventate. Almeno mentre proveremo questo rituale su di te."

Marcus rimase un secondo fermo. "Pensavo che..."

"Pensavo," lo prevenne Leoden, "che magari l'elfo pensa che siete delle persone amiche, siete pronti a tutto per salvare il vostro compagno."

"Sì," concesse Marcus dopo un istante, "ma l'avremmo fatto."

"È quello che non voleva, evidentemente."

Marcus si tolse l'altra manetta. Si alzò.


La Pietra e il Cervo

La pietra rituale era a una decina di passi dal capanno, in una piccola radura semicircolare aperta verso est. Era un ceppo di granito scuro, alto al ginocchio, levigato sulla sommità e inciso di glifi che si avvitavano dal centro verso l'esterno come la spirale di una conchiglia. Sotto la mossa del vento le incisioni sembravano respirare.

"Sembra il ceppo di un boia," disse Marcus.

"Potrebbe diventarlo," concesse Leoden.

"È sempre molto incoraggiante questo elfo comunque."

"Qua dipende dalla tua volontà."

Leoden lo fece sedere sulla pietra. Gli legò il busto e le braccia con una corda di canapa color verde scuro, ben stretta, controllando ogni giro. Tirò fuori da una borsa a tracolla un piccolo cilindro di legno di betulla — "apri la bocca, non vorrei che ti mordessi la lingua" — e glielo infilò fra i denti. Poi sparse, attorno alla pietra, una polvere mista verdastra e bianca, in cerchio. Si sedette a gambe incrociate appena fuori dal cerchio e cominciò a pronunciare delle parole.

Leonardo e Oronzo, in quel momento, erano a un quarto d'ora a est. Il cervo li guidava con la solennità di una processione di una sola persona. Le foglie sotto le sue zampe non facevano rumore. Quelle sotto le scarpe di Leonardo facevano un rumore che lui giurava di non averle mai sentite fare prima.

"Al di là di queste stronzate dei demoni," disse Oronzo, "ho trovato un filone storiografico infinito. Non ci avevo mai pensato. Gli elfi sanno veramente come sono andate le cose."

"Il problema," notò Leonardo, "è che, avendoti lui detto che non gli interessa, molto probabilmente lui c'era in quel periodo. Ma se n'è sbattuto. È stato cento anni in una foresta a guardare gli uccellini."

"Magari con la voce della ribellione, grande protagonista... e chi fosse, se fosse un non morto, un vampiro, magari lo sa."

"Sì, ma chiediglielo, andiamo," sussurrò Oronzo. Poi, più sottovoce: "Perché non gli si fa vedere il pugnale poi?"

"Perché ho avuto paura. Una roba del genere, se lo pensa, ci sta che dipenda. Siamo tutti corrotti e ci fa fuori."

"No, se ci voleva far fuori," obiettò Oronzo, "dava una mano a quello con l'infezione."

Leonardo rifletté. "Se il pugnale è lui — se è quello che intuiamo — si piglia il dirigibile, si va al mare, si butta il pugnale in fondo al mare."

"Sei sicuro? Perché una volta sentivo di una storia, lo buttavano in un fiume e non finiva bene."

Il cervo si fermò. Davanti a loro, oltre il torrente, si apriva la radura del tempio di Taal e il fianco della Vecchia Betsy si vedeva fra i tronchi, con tre nani sopra. Leonardo estrasse la spada corta che usava di rado; Oronzo passò la mano sulla balestra leggera che si era infilato alla cintura per ogni evenienza.

Alla pietra, intanto, Marcus aveva sentito un primo dolore. Un dolore sottile al petto, come se qualcosa, dentro le sue costole, avesse deciso che era il momento di tornare alla luce e non gradisse l'idea. Una luce multicolore tendente al bluastro cominciò a emanare dal suo corpo, fra i passamani della corda, sopra il legno fra i denti, oltre la polvere del cerchio. Si infranse contro la barriera invisibile della polvere come l'acqua del torrente sulle pietre.

Allora l'entità aprì bocca.

Non lo fece con la bocca di Marcus. Lo fece da qualche parte dentro il petto di Marcus, in una lingua antica che Marcus non aveva mai studiato eppure capiva: "Non avrai mai accesso ai miei timbri, ai miei moduli."

Marcus, dentro di sé, si aggrappò alla burocrazia. Si aggrappò ai corridoi degli uffici del servizio postale imperiale. Si aggrappò ai protocolli di consegna, ai timbri tondi e ai timbri quadri, alle pile di carta che il padre gli aveva indicato come il vero motore della civiltà umana. Si aggrappò alla frase che il padre gli aveva detto a otto anni: "Tu da grande farai il posto fisso. E io sono il posto fisso dell'Impero."

L'entità urlò. Era un urlo di rabbia inorridita, perché aveva trovato non un'anima offerta in pasto, ma un magazzino di pratiche da archiviare. "Non lasciarmi andare," sussurrò, "fammi prendere il potere, maledetto abusivo. Il controllo di questo mondo, gli uomini ai tuoi piedi."

"Veramente," rispose Marcus a denti stretti dietro il legno, "ma vai a fare in culo, maledetto abusivo."

Raggi luminosi multicolori partirono dal suo corpo e si infransero in cinque direzioni sulla parete invisibile del cerchio. Per un istante Marcus vacilò; perse il filo dell'aggrapparsi; perse un secondo di controllo. Sentì la voce di Leoden in coda al canto, sempre più sotto, sempre più nelle ossa. Le parole gracchianti dell'entità diventarono più orribili. Poi vennero coperte da parole più dolci, una melodia, quasi un canto.

Marcus diventò cieco. Vide solo buio. Sentì un ultimo urlo inumano. Sentì Leoden urlare. Sentì un peso lasciare il proprio petto, come se gli avessero tolto un mattone dall'interno della cassa toracica con una pinza di ferro.

Una mano gli si posò sulla spalla. La voce di Leoden, ferma ma flebile: "E ora ti liberiamo."


I Tre Salvati

Leoden gli sciolse la corda con la calma di chi sa che ha tempo. Marcus si appoggiò all'elfo per alzarsi. Sentì sangue umido sulle mani.

"Lo annuso," disse, "che cos'è? Sudore?"

"No," disse Leoden, "ha un odore ferroso."

"Sangue. Sei ferito?"

"Sì. È stato più difficile di quello che credevo. Mio fratello sarebbe stato più bravo di me in una situazione del genere."

"Come faccio a sapere che quella creatura non è più dentro di me?"

"Per lo stesso motivo per cui sono ferito," disse Leoden. "L'ho tirata fuori. L'ho bandita, non ti preoccupare. Mi avrebbe distrutto piuttosto che possedermi. Voi umani siete molto più appetibili. Gli elfi ci odiano. Non possono corrompere i nostri corpi."

"Capisco. Nel frattempo, mentre mediti sul tuo perdono, potresti anche prendere in considerazione di trasferirti magari in foreste più civilizzate."

"Sto benissimo," disse Leoden. "Sono tranquillo, e il tempio di Taal qui mi permette anche di tenere alla larga persone indesiderate. Ho avuto un piccolo diverbio con un mio parente tempo fa. E siccome viviamo a lungo, ci vuole molto tempo per perdonare e dimenticare."

Marcus si bendò gli occhi con uno straccio che Leoden gli passò. Tornarono al capanno aiutandosi. Lungo la strada, Leoden aggiunse: "Non è neanche molto lontano da qui, a Karak Hirn, c'è un mio amico. Elassir. Anche lui abbastanza vecchio. È un elfo silvano."

"Eravamo diretti lì," disse Marcus. "Tra l'altro la fortezza è assediata da un esercito di morti."

"Ah. Brutta cosa."

Dentro il capanno, sul tavolo, Derryl aprì un occhio. Lo richiuse. Lo riaprì. La luce gli faceva male. Aveva fame. Sentiva odore di marmellata.

"Sono legato?" mormorò. "Sono..."

"No," rispose una voce sconosciuta, "sei in un capanno. C'è uno scoiattolo che ti guarda in maniera curiosa."

Derryl si alzò sui gomiti. Ai piedi del tavolo, sullo schienale di una sedia, lo scoiattolo. In piedi sulla porta, un'altra figura sconosciuta. Sul tavolo, accanto a sé, un piatto di verdure e formaggio.

"Boh, vabbè," disse Derryl, perché era la prima cosa che un nano sveglio in una stanza estranea con una sedia di scoiattolo davanti dice, "mi guardo intorno. Ho fame."

Mangiò due cose. Si fermò, fece una smorfia, brontolò qualcosa che terminava con "avrei preferito della carne". Si voltò. Marcus, appena entrato col bendaggio sugli occhi, e l'elfo a fianco con una macchia di sangue sul petto. Derryl li squadrò.

"Ah. Marcus."

"Immagino," disse Leoden, "che questa sia casa tua."

"Ero solo," mormorò Derryl, "avevo fame e l'ospitalità elfica, da quello che so, non è proprio delle migliori."

"Credo," disse Marcus, "che le parole che volevate dire fossero: grazie elfo per avermi salvato la vita."

"Ma non so nemmeno chi mi ha salvato la vita, ho tante domande dalle quali meritano risposte, anzi richiedono risposte."

"Riesce anche a farti delle domande?" chiese Leoden, voltandosi appena. "Non credevo che avesse questa capacità. In duemila anni di storia non mi era mai capitato di incontrare un nano in grado di farsi delle domande."

"Probabilmente," rispose Derryl con la lucidità del nano svegliato bene, "in duemila anni che vivi isolato in questa capanna non hai nemmeno avuto possibilità di incontrare qualche nano."

Derryl si mise una mano sulla fronte. Stava facendo dei conti. Si voltò verso Marcus.

"Ti chiedo una cosa," disse. "Ma quando io viaggiavo con Gabrielle, ho modo di ricordare se stava zoppicando?"

Marcus chiuse gli occhi sotto la benda. Gli ricordi della pioggia di sangue, della stanza dell'evocazione, del Changeling, del laboratorio. "Stava camminando con me per andare a prendere la negromante e mi ha detto... ora non mi ricordo le testuali parole. E poi ho sentito un colpo. E c'era solo io e lei. Quindi sicuramente lei ci ha tradito."

"Sì," disse Marcus. "Gli ha dato un colpo in fronte."

Pausa. Derryl prese il piatto, ne mise metà davanti a Marcus, gli avvicinò la mano col palmo aperto. "Aiutalo a sedersi che non ci vede," osservò Leoden. "Marcus," chiese Derryl, mettendogli due dita davanti al naso, "quanti sono questi?"

Marcus rise. Fu una risata di mezzo secondo.

"Il nano fa centro," disse Leoden.

"Volevo provare a prendere le tue parti, nano," disse Marcus, "ma effettivamente non posso non pormi le stesse domande che si è posto l'elfo."

"I tuoi amici nani," aggiunse Leoden, "ti volevano fare la pelle. Invece i tuoi amici umani sono stati più pietosi e sono venuti a cercarmi."

"Per noi, per certi nani," concesse Derryl, "la morte in battaglia è una gratificazione più della vita stessa."

"Sì, ma credo che il loro progetto fosse quello di bruciarti un po' alla moda imperiale."

"Vabbè. Ora devo solo fargli ricredere che non è più così. Mi potete assicurare che non è più così?"

"Dobbiamo verificare che non sia più così," disse Marcus, con la calma diagnostica del messaggero che riapre una pratica.

"Io sono certo," disse Leoden, "ma i tuoi amici crederanno a un elfo? I tuoi amici nani?"

"Se ha detto che era il mio sangue che ha provato ad attaccarmi," ragionò Derryl, "se io mi ferisco di fronte a loro e il mio sangue ha una reazione normale..."

"Questo," concluse Leoden, "te lo vedi tu con i tuoi amici nani. Io ho già fatto abbastanza."

"E per questo," disse Derryl con una gentilezza che fece alzare un sopracciglio a Leoden, "hai i miei più sinceri ringraziamenti."

"Allora non solo riesce a fare le domande," commentò Leoden, "riesce anche a essere cortese. A parte il fatto che ti sei mangiato parte del mio pranzo."

"Mi sono svegliato da solo, affamato in una capanna," concluse Derryl. "Mi sembrava il minimo."

Nel frattempo, dall'altra parte del torrente, Leonardo e Oronzo erano arrivati al fianco della Vecchia Betsy. Drong era sopra la passerella, l'uncino di fortuna al moncherino, una mano libera sul fianco. Vide arrivare i due e fece un mezzo passo in dietro perché di solito i due tornavano portando sulla spalla qualcuno che non camminava più.

"Oh, siete tornati," disse Drong, con la voce che gli usciva controllata, "temevo che..."

"Ho delle grandi notizie," disse Leonardo, alzando la mano, "Derryl è salvo!"

"Capisco. Spero che la pira abbia portato..."

"No, no, è salvo, è vivo, sta bene!"

"Abbiamo trovato un guaritore dai poteri sensazionali," aggiunse Oronzo. "È riuscito a levargli tutto il sangue marcio."

"Ho preso appunti," disse Leonardo, "in qualità di suo medico di bordo, ma non ci ho capito niente."

"Vi siete assicurati," chiese Drong, "che non fosse un trucco?"

"Sì, sì, abbiamo visto tutto il sangue raccolto."

Oronzo si lanciò nella questione delicata. "Come forse non hanno avuto il coraggio di dirglielo i gentili signori qui del tempio di Taal — questo sarebbe un bosco sacro."

"Sì, gliel'ho detto che se rompono le scatole gli stacco le teste," rispose Drong.

"Sì, ma questo sarebbe un bosco sacro. Ci avrebbero chiesto se possiamo andare a tagliarli oltre il fiume. Visto che hanno curato Mastro Derryl..."

Drong soffiò dal naso. "Con tutto il rispetto, il legname che sto prendendo..."

"Lo so," intervenne Leonardo, "ma la loro divinità, Mastro Drong..."

"La nostra divinità dice: taglia che serve!"

"No, no, il legname per rispettarlo," insistette Oronzo, "va lasciato sotto forma di albero piantato per terra. È uno spreco! A casa loro, non gli facciamo i dispettini. Tanto il fiume è là."

Drong soppesò. Soffiò ancora dal naso. "Guarda, ne abbiamo preso abbastanza per le riparazioni di emergenza. Ora basta. Il resto lo finiamo di fare quando arriviamo all'avamposto. Questa gente è schizzinosa e ci ha un albero prezioso..."

Mostrò il moncherino. Sulla sommità, l'uncino di fortuna era assicurato con due giri di cuoio.

"A proposito di staccare la mano," disse, "lo sai cos'è questo?"

Leonardo si chinò sul moncherino con la concentrazione del bibliotecario davanti a un manoscritto inedito. "Mastro Drong, mi sono scordato di prendere le misure della mano per fargli la mano con i tool intercambiabili."

"Si possono avere le mani su misura?" chiese Drong, sospettoso. "Ricordati che è speculare però."

"Sì, sì, sì."

"Ci vorrebbe mettere una pistola, un gancio, delle dita..."

"Ci potresti mettere uno spara-arpioni!"

"Sì," concesse Drong, "ma gli potrebbe anche staccare il braccio."

"Ma che dici! Se lei mi fa la cortesia di non buttare giù alberi sacri, l'accordo è fatto."

"Oggi ha detto che abbiamo preso abbastanza legname, tranquillo. Quante formalità per un paio di alberelli insecchiti."

Leonardo prese le misure della mano sana del nano col filo bianco del taccuino, annotando i numeri con la grafia del chirurgo. Oronzo, in piedi accanto, scuotere la testa col sorriso del tileano davanti a una buona idea altrui. "A domani."

Calata la sera tornarono col cervo al capanno.


Xatrodox il Volante Rosso

Pugnale di Yul-Kachun — schizzo dal taccuino di Leonardo

Il capanno era tiepido. Marcus, occhi bendati, era seduto a un angolo del tavolo. Derryl, davanti a lui, masticava lentamente un pezzo di pane scuro col sapore della prima ora dopo il digiuno. Leoden era seduto su una panca lungo la parete di fondo, una camicia pulita sulla ferita al petto.

"Ah, siete tornati," disse Leoden. "Anche i vostri amici sono salvi."

"Sì," disse Leonardo posando il taccuino sul tavolo. "C'era da fare il rituale per Marcus. Abbiamo fatto anche quello."

Oronzo si fermò sulla soglia. "Ma come abbiamo fatto? Non aveva bisogno di noi."

"L'ho mandato via apposta," disse Leoden. "Voi umani siete avventati. Se l'aveste visto soffrire, oppure in pericolo, vi sareste buttati a tentare di salvarlo."

"Avete salvato la nostra vita," concesse Leonardo dopo un istante.

"Me lo segno nel taccuino," mormorò Oronzo, "anche gli elfi mentono."

"Veramente," notò Leonardo, "lui ci aveva chiesto di assicurarci che se fosse mai stato posseduto, di mettergli una palla in fronte."

"Ah," disse Leoden, "potevate farlo se volete."

Pausa. "Il fatto," aggiunse Leonardo, "che sia stato posseduto rimane."

"Il fatto che sia stato posseduto rimane."

Oronzo si avvicinò al tavolo. Aveva una sacca di tela cerata sulla spalla. La posò davanti a Leoden senza aprirla.

"A questo punto," disse, "potremmo farle vedere quel manufatto di cui parlavamo prima."

Leoden annuì col mento.

Oronzo srotolò la tela cerata. Dentro, fra le pieghe, era il pugnale di Yul-Kachun. Pomello a teschio piccolo, di metallo nero opaco. Lama scura a doppio taglio, con cesellate in mille piccole spirali sull'acciaio. Sull'impugnatura, ali storte impresse, mille piccoli occhi cesellati. Oronzo non lo toccava. Lo presentava col taglio della tela.

"C'è un gruppo di mariuoli," riassunse, "come direbbero a Luccini, che sta cercando di raccogliere questi tre oggetti. Sono legati per leggenda a un personaggio storico che era vivo quando lei è vissuto. Questo famoso Ottavo, protagonista di un culto separatista di Sigmar, che io sospetto essere un necromante, un vampiro, non lo so bene. Qualcuno che cerca di rinascere o avere vita infinita. Noi stiamo raccogliendo questi oggetti per sottrarli a una compagnia mercenaria tileana, e a un necromante che ha dei non morti a pochi chilometri da qui. Il calice ce l'hanno i nani, il coltello forse l'abbiamo sottratto al necromante. E questo è il coltello."

"Ah, questo però," disse Leoden senza emozione apparente, "lo so che cos'è. È meglio liberarsene velocemente."

"Ci spieghi."

Leoden si avvicinò al pugnale ma non vi tese la mano. "Questo è un pugnale che contiene lo spirito, l'essenza di un essere chiamato Xatrodox. È uno dei — come li chiamate voi? Principi demoni."

Leonardo, in piedi a un lato del tavolo, si fermò col taccuino aperto.

"Non ne avevo la più pallida idea," notò Oronzo. "Un collega principe demone?"

"Non in quel senso. Non conosco il vero nome. Nessuno lo conosce, di questo demone. Il nome che ti ho dato è quello con cui lo chiamano. Detto anche... il Volante Rosso. Qualcosa del genere."

"Quindi potrebbe essere," osservò Oronzo, "che la filastrocca non c'entra un cazzo?"

"La filastrocca," disse Leoden, "credo che sia stata inventata da voi umani."

"Io credo," propose Oronzo, "che l'Ottavo cerchi di ritornare facendosi possedere da questo demone."

"Può darsi. Oppure vuole usare il potere del demone per tornare in vita."

"Quindi potrebbe essere esattamente il pugnale che gli serve per fare questa magia."

"È lui," disse Leonardo piano, alla parete, "è lui."

"È possibile," puntualizzò Leoden, "ma non credo che appartenga a uno dei frammenti. Può darsi che gli basti anche solo uno. Tutti insieme servono solamente per riportare a uno l'essere che è rinchiuso in questi oggetti. Questo demone viene diviso in varie parti. Non so in che altre parti sia finito, però..."

"Un teschio, un calice?"

"Secondo la vostra filastrocca, sì."

"È indistruttibile questo coso?"

"Non conosco i dettagli, non ne ho idea. Se vuoi chiedere a qualcuno che ne sa di più, devi andare a Karak Hirn. Lì c'è un mio amico. Elassir. È un elfo silvano."

"L'antica patria degli elfi," spiegò Leoden vedendo l'espressione di Leonardo che chiedeva, "si chiama Ulthuan, ed è al di là del mare. Un luogo non raggiungibile dagli umani. La magia elfica protegge quell'isola da qualunque incombenza. Gli elfi silvani non sono fessacchiotti. Sono quelli rimasti legati alla natura. Si sono ritirati nei boschi invece di venire a Ulthuan."

"Io personalmente di quell'oggetto," concluse Leoden, "me ne libererei al più presto. Queste conoscenze vanno al di là delle mie possibilità."

Oronzo richiuse la tela cerata con due giri precisi. Posò la sacca a fianco del muro.

A notte fonda, mentre Marcus dormiva con la benda agli occhi e Derryl russava col petto pieno di pane, Leonardo restò seduto col taccuino aperto davanti a Leoden. Stavano bevendo da due tazze di terracotta un infuso di erbe che sapeva di sambuco. Leoden parlò a voce bassa, in italiano della Vecchia Lingua, della propria stirpe: la Casata dei Salici, Kindred of the Willow, una delle stirpi antichissime di Athel Loren, al pari del signore e della signora della foresta. Suo fratello Yolat era stato per molto tempo la guida della congrega — "un mago più bravo di me. È stata la cosa più ingiusta dei miei primi sei secoli."

Raccontò di una battaglia antica nella provincia di Quenelles, al fianco dei vecchi bretoniani. Citò Caradryan, il Re Fenice. Raccontò del tentativo degli elfi di Athel Loren di tornare a Ulthuan, attorno al seicentesimo anno prima del calendario imperiale. Spiegò che le divinità umane e i venti di magia erano "fortemente intrecciati" ma non identici, contrariamente a quanto sosteneva una certa necromante di nome Petacci che Leonardo nominò.

"Lo stesso Sigmar," disse Leoden, "d'altronde non era forse un uomo prima?"

"Se devi imparare qualcosa per curare," concluse, "devi usare il Ghyran, il vento di magia della vita. Non mi è permesso insegnarti le vie del Ghyran. Voi li chiamate druidi. Sui nani — sono strani nel loro modo di esprimere la magia. La esprimono attraverso la loro arte, nella scultura, nelle armi, nella pietra, e la incanalano nelle rune. Sui pelleverde — una specie di comunione di intenti."

Leonardo scriveva.

"Il mondo va avanti," mormorò Leoden, "va sempre avanti. Non ha bisogno degli esseri che lo abitano."


L'Alba e la Rotta

All'alba Marcus si tolse la benda. Vedeva sfocato — sagome più scure dentro sagome più chiare. Leoden gli aveva preparato un impacco umido che faceva bene al bruciore.

"Vedo," annunciò Marcus, "però è ancora un po' appannato. Vedo un po' sfocato. Non che questo influisca particolarmente sulle mie abilità di tiratore."

Si sedettero attorno al tavolo per la colazione. Frutta, pane scuro, una formaggella che Derryl approcciò con sospetto e poi con interesse. Marcus si voltò verso Leoden.

"Avevo una proposta o richiesta da farti. Perché non ci trasmetti un po' delle tue conoscenze?"

"Mi è proibito insegnare agli umani."

"E potresti praticare le tue arti e magari per caso Leonardo si trova a passare da lì e ti guarda con attenzione?"

"Dovrebbe passare da qui diversi mesi," disse Leoden, "per diverse volte."

Marcus restò un istante in silenzio. Leoden lo osservò.

"Tu," disse, "hai probabilmente una magia innata. Il fatto che tu dica di conoscere dei trucchetti o della magia... qualcuno te l'ha mai insegnata?"

"Eh, sì, qualcosa sì. Quelle poche... molte cose le ho apprese da autodidatta."

"Perché è innata dentro di te. E hai imparato a utilizzarla poco, perché chiaramente non hai avuto dei maestri."

"Non è la mia," disse Marcus piano. "Non è roba che fa per me la stregoneria."

"E allora ti consiglio di non farlo sapere in giro. So che voi non trattate molto bene..."

"Ho un documento," lo prevenne Marcus, "che attesta che sono ufficialmente l'apprendista della Lady Elspeth di Nuln."

Leoden fece un cenno della testa che, in elfo, valeva forse rispetto. "Devo dire la verità, sinceramente pensavo saresti morto. Hai dimostrato una volontà abbastanza forte per un umano."

"Non hai mai avuto a che fare con i burocrati dell'Impero allora. Difficilmente molliamo l'osso. Gli impiegati del servizio postale imperiale sono come segugi quando hanno un compito da assolvere."

"Spero allora di rimanere qui nel bosco e non averci mai a che fare. Sono più pericolosi di un demone di Tzeentch."

Oronzo aveva sguainato lentamente, sopra il tavolo, la Spada di San Toswick. Il pomello aveva ancora il segno di Marcus svenuto sull'incudine — un piccolo graffio sul ferro nero. "Sono un benedetto da Morr, io," disse Oronzo. "Mi ha donato questa."

"Ma quello è un cimelio di famiglia!" protestò Leonardo per riflesso accademico, perché aveva annotato la spada come cimelio di famiglia di Oronzo Cassano dei Cassano di Remas nel proprio taccuino delle dotazioni.

"Sì, della mia famiglia!" concesse Oronzo, mettendola via. Poi si voltò: "Aspetta un attimo. Ma tuo fratello Elassir sta tra i nani?"

"Non è mio fratello. È un mio amico."

"Sai se aveva un elmo con un rubino grosso come un'arancia incastonato in fronte?"

Leoden sollevò un sopracciglio. "È sceso in battaglia una volta, so che è stato anche un combattente. Non posso dire, non ne ho idea. Anche se sia il suo."

Si congedarono. Oronzo, sulla soglia, fece il piccolo gesto del tileano che riconosce un debito. "Mastro Elfo, noi siamo debitori della vita di due compagni. Se avesse bisogno..."

"Evitate," gli tagliò la parola Leoden, "di essere debitori di un nano." Dietro Oronzo, Derryl roteò gli occhi sotto la frangia rossa.

"Mi dispiace," aggiunse Leoden a Leonardo, "raccontare le storie. Però dovreste veramente restare quattro vite qui per ascoltarle. Forse anche di più."

"Magari mandate il cervo," propose Leonardo, "che alla fine mi sono affezionato."

"Ma il cervo," notò Marcus, "probabilmente finirebbe in pentola."

"Magari," disse Leoden alzando la mano, "omettiamo questa cosa della pentola."

Al tempio di Taal, i sacerdoti vestiti di foglie li accolsero a metà mattina. Marcus chiese loro di controllare lui e il nano per ogni traccia residua di possessione. Uno dei sacerdoti — "non molto lontano da Fald," disse, "nella zona delle colline, ci dovrebbe essere un antico Ogham — un circolo di pietre erette. Lì ogni tanto ancora qualche druido dei culti della Madre Terra primordiale ci si reca per offrire una preghiera e un piccolo sacrificio alla madre della fertilità. Che molti oggi chiamano Rhya, ma ha altri nomi nell'antichità. Generalmente in occasione dei solstizi. Ma alle volte anche in altre occasioni, quando viaggiano." — indicò la direzione est. Era la risposta alla domanda di Leonardo sui druidi del Ghyran.

Leonardo annotò Ogham di Fald, circolo di pietre erette, druidi del Ghyran, Rhya — solstizi e passaggi.

Sulla Vecchia Betsy, Drong riprese quota. La nuova vela laterale sventolava troppi colori, ma sventolava. Discussero la rotta. Marcus proponeva una ricognizione delle colline dove era accampato l'esercito Valentini. Oronzo, da pragmatico, preferiva avere alle spalle una pianura e non una catena di montagne. Leonardo, accademico fino in fondo, tagliò: "La cosa più sensata è andare dai nani e distruggere l'oggetto. Invece di andare in giro a morire — che se si muore per sbaglio, si muore col manufatto in mano."

"Ci facciamo sbarcare dai nani," sintetizzò Marcus, "andare a dire 'sta cosa e poi torniamo indietro e vediamo di risolvere 'sta situazione del negromante. Che se ci beccano in castagna con la roba, ci sfondano. Ci fanno un danno gigante."

Decisione presa: rotta su Karak Hirn, consegna del pugnale di Yul-Kachun all'Elfo Silvano Elassir e ai Forgiarune dei nani per la distruzione. Poi, e solo poi, ricognizione e affrontamento del necromante.

Leonardo aggiunse, sottovoce: "Comunque mi devo ricordare, magari la prossima volta, di leggere quei documenti." Si riferiva alle pergamene del laboratorio della maga del caos che Gabrielle aveva stretto al petto durante l'ultima fuga — pergamene che nessuno aveva ancora aperto.

Oronzo, con la grafia gestionale dei tileani, fece un'aggiunta al taccuino comune: una parola d'ordine della compagnia, da usare in caso di sospetta impersonazione, Magritta imperatrice per sempre.

La Vecchia Betsy puntò la prua a sud-est.


Stato della Compagnia

Caduti (dal giorno precedente, già canon):

  • Padre Giuliano dell'Aquila — corpo nel santuario chiuso. Sepoltura in contumacia da pianificare.
  • Gabrielle Marsner — corpo nel santuario chiuso. La maga del caos ne aveva rubato le sembianze.

Sopravvissuti — stato dei PG:

  • Leonardo Isacco da Ponzacco — intatto. Taccuino fitto di appunti: la stirpe di Leoden (Casata dei Salici, Athel Loren), il fratello Yolat (mago più bravo, diverbio aperto), Caradryan il Re Fenice, Quenelles, il tentativo di tornare a Ulthuan, le distinzioni fra venti di magia e divinità, il Ghyran come vento della vita. Ha preso le misure della mano sana di Drong per una protesi con tool intercambiabili (gancio, dita, pistola, spara-arpioni). Ha deciso di cercare l'Ogham di Fald per un druido del Ghyran. Continua a pensare di leggere prima o poi le pergamene della maga del caos.
  • Oronzo Cassano — graffi vecchi, mantello rappezzato, Sventratore al fianco, Spada di San Toswick a Morr alla cintura. Ha gestito tutta la diplomazia col bosco sacro (Drong → tagliare oltre il fiume). Si è offerto come debitore a Leoden, che lo ha congedato con eleganza tagliente ("evitate di essere debitori di un nano"). Ha riconosciuto, parlando di Elassir, un possibile collegamento col vecchio elmo dal rubino grosso come un'arancia che lui crede appartenuto alla propria famiglia.
  • Marcus Ghastliberato dall'entità di Tzeentch. Esorcismo eseguito da Leoden alla pietra rituale fuori dal capanno. Resistenza interiore basata sulla cieca fede nella burocrazia imperiale. Temporaneamente cieco al risveglio del rituale; al mattino vede ancora sfocato, "alcune ore al più un giorno" secondo Leoden. Diagnosi inattesa di Leoden: Marcus possiede una magia innata ("hai imparato a utilizzarla poco perché chiaramente non hai avuto dei maestri"). Consiglio di Leoden: non farlo sapere in giro. Marcus replica di avere già un documento ufficiale di apprendista della Lady Elspeth di Nuln come copertura. Non vuole praticare la stregoneria. Resta volontariamente cauto.
  • Derrylliberato dal sangue parassita. Risveglio nel capanno con fame, scoiattolo curioso, marmellata di Leoden mangiata senza permesso ("mi sembrava il minimo"). Polemica con Leoden ("in duemila anni non hai avuto possibilità di incontrare qualche nano"). Ha capito da solo, ricostruendo il momento in cui era con "Gabrielle" diretta a prendere la negromante, che era stata la maga del caos sotto sembianze rubate. Si è proposto di dimostrare la propria guarigione a Drong con un taglietto rituale una volta alla Vecchia Betsy. Padre Runolf ha confermato la guarigione al tempio di Taal prima della partenza.

Nuovi alleati:

  • Leoden — il rituale di esorcismo gli è costato una ferita al petto. Resta nel suo capanno con vento verdastro alle finestre. Ha indirizzato la compagnia all'Elfo Silvano Elassir di Karak Hirn (suo amico, "abbastanza vecchio"). Ha rivelato suo fratello Yolat (mago della Casata dei Salici di Athel Loren, diverbio aperto). Filo aperto: l'elmo col rubino grosso come un'arancia che Oronzo gli ha citato, possibile collegamento alla pista di Elassir.

Nuovi PNG / persone nominate:

  • Yolat — fratello di Leoden, mago più bravo, per lungo tempo guida della Casata dei Salici di Athel Loren. Diverbio aperto con Leoden.
  • Elassir — Elfo Silvano amico di Leoden, residente a Karak Hirn, "abbastanza vecchio". Conosce molto di più sui principi demoni e gli artefatti. Possibile collegamento con l'elmo dal rubino grosso come un'arancia citato da Oronzo, ancora da verificare.
  • Caradryan, il Re Fenice — citato nei racconti di Leoden, autorità storica degli Alti Elfi.

Scoperte:

  • Il pugnale di Yul-Kachun È autentico — contiene lo spirito del principe demone Xatrodox, "il Volante Rosso". Il suo vero nome non è conosciuto da nessuno.
  • La "filastrocca dello Scorticatore Rosso" è invenzione umana (Leoden).
  • Xatrodox è frammentato in tre artefatti — pugnale, calice, teschio. Riunirli serve a "riportare a uno l'essere rinchiuso negli oggetti". Ne basta UNO SOLO all'Ottavo per i suoi scopi (possessione o resurrezione tramite il demone).
  • Marcus ha magia innata (rivelazione di Leoden).
  • Athel Loren / Casata dei Salici — origine di Leoden, stirpe antichissima al pari del signore e della signora di Athel Loren.
  • Ulthuan — antica patria degli elfi oltre il mare, irraggiungibile per gli umani.
  • L'Ogham di Fald — antico circolo di pietre erette nelle colline, sacro alla Madre Terra primordiale (Rhya). Punto di passaggio dei druidi del Ghyran ai solstizi.
  • Ghyran — vento di magia della vita, la magia dei "druidi". Da imparare se Leonardo vuole curare il sovrannaturale.
  • Gli elfi insegnarono la magia agli umani ("uno di noi") — conferma diretta di Leoden.

Combattimenti:

  • Esorcismo di Marcus alla pietra rituale — VINTO. Leoden ha bandito l'entità di Tzeentch. Costo: ferita al petto di Leoden, cecità temporanea di Marcus.

Oggetti:

  • Pugnale di Yul-Kachun — confermato come prigione di Xatrodox il Volante Rosso. Decisione: portarlo a Karak Hirn per la distruzione (Elassir + Forgiarune nani).
  • Spada di San Toswick (Oronzo) — riconosciuta da Oronzo come "cimelio di famiglia"; conferma indiretta che la lama lo accetta come legittimo portatore.
  • Calice dell'Ira — il primo dei frammenti di Xatrodox. Ai nani di Karak Hirn (re Brock).
  • Teschio d'Ottone — terzo frammento, ancora ignoto.
  • Pergamene del laboratorio della maga del caos — Oronzo le ha ancora, da leggere. Lasciate intoccate per troppo lutto.
  • Le 50 monete d'oro maledette di Tzeentch — confermate abbandonate nel santuario crollato.
  • Misure per la protesi di Drong — Leonardo le ha sul taccuino, da progettare.

Fili narrativi aperti:

  • Rotta su Karak Hirn — consegna del pugnale a Elassir + Forgiarune nani, distruzione del pugnale.
  • Verifica nanica della guarigione di Derryl col taglietto rituale, una volta a bordo.
  • Cecità residua di Marcus — vista sfocata, normale entro un giorno.
  • Magia innata di Marcus — da non far sapere in giro. Copertura: apprendistato con Lady Elspeth di Nuln.
  • Ogham di Fald — Leonardo cerca un druido del Ghyran ai solstizi.
  • Elassir, l'Elfo Silvano di Karak Hirn — incontro programmato. Possibile collegamento con la pista dell'elmo col rubino grosso come un'arancia.
  • Diverbio fra Leoden e Yolat — sospeso, in attesa di occasione futura.
  • Protesi a Drong — Leonardo a progetto, tool intercambiabili.
  • Esercito Valentini + necromante ancora a nord — ricognizione e affrontamento dopo la consegna del pugnale.
  • Teschio d'Ottone — il terzo frammento di Xatrodox, da rintracciare.
  • Pergamene del laboratorio della maga del caos — ancora da leggere.
  • Sepoltura in contumacia di Padre Giuliano e Gabrielle — sempre in sospeso.
  • Parola d'ordine della compagnia"Magritta imperatrice per sempre", contro impersonazioni.
  • Bartek Tengansson, Padre Richard a Pfeildorf, Yannick Blank, Skretch Mezzomorto, taglia 500 corone, drago sotto Karak Norn, apprendistato Leonardo / Alrik Nunnelson — sospesi.

Situazione attuale:

La compagnia è in volo sulla Vecchia Betsy, prua a sud-est verso Karak Hirn. Marcus con la benda agli occhi semialzata, Derryl col petto pieno di pane scuro, Oronzo che ha rimesso il pugnale di Yul-Kachun nella tela cerata e nella sacca al sicuro, Leonardo che disegna sul taccuino la protesi a tool intercambiabili per Drong e a margine annota Xatrodox, il Volante Rosso, principe demone non nominato — frammentato in tre, basta uno. Drong al timone, mano libera sul comando, uncino di fortuna sul moncherino. Thyssen sul ponte di poppa, balestra al fianco, occhi che valutano. La nana addetta alla cambusa che cuoce un brodo. Il cervo, sulla riva ormai lontana, che torna nel bosco.


"Cap. XLII. Stanotte un elfo che dichiara di essere nell'Impero da oltre duemila anni mi ha detto, fra una tazza di sambuco e un nano che russa, che la filastrocca dello Scorticatore Rosso è di invenzione umana, ma che dentro il pugnale di Yul-Kachun siede un essere chiamato Xatrodox, di cui nessuno conosce il vero nome — il Volante Rosso, lo chiamano quelli che ne sono sopravvissuti. Marcus ha resistito all'esorcismo aggrappandosi alla burocrazia imperiale. Derryl ha mangiato la marmellata di un elfo che arrivò nelle terre imperiali nel duecentonovantacinquesimo anno del calendario, e gli ha sostenuto lo sguardo con l'aplomb di un nano della propria età. Oronzo ha riconosciuto, parlando di Elassir, un possibile legame con un elmo che lui crede della propria famiglia. Io ho preso più appunti stanotte di quanti ne avessi presi nelle ultime tre stagioni messe insieme, e mi sono ricordato — per la prima volta — che dovrei prima o poi leggere quelle pergamene viola che Oronzo ha ancora nella sacca da quando uscimmo dal santuario. Domani arriviamo a Karak Hirn. Se Elassir mi dice qualcosa che non è scritto in nessun libro umano, riporto a casa due trattati, non uno solo." — Leonardo Isacco da Ponzacco, Appunti vergati sulla Vecchia Betsy in volo sopra il Tantar, mattino del secondo giorno dopo il santuario