Capitolo XLIX: Il Calice in Volo
"La differenza tra raggiungere un oggetto e possederlo e' sottile solo per chi non ha mai visto l'oggetto decollare."
-- Leonardo Isacco da Ponzacco, appunto non ancora ordinato

La Finestra Sopra il Tetto
Il monastero in rovina aveva gia' perso la dignita' delle rovine.
Una rovina, quando e' lasciata in pace, sa almeno fingere una certa solennita'. Si lascia coprire dal muschio, si riempie di vento, fa cadere pietre in momenti drammatici e concede ai poeti di parlare del tempo. Quel monastero, invece, non aveva piu' diritto alla poesia. Fumava, urlava e sputava schegge.
Nel cortile, la polvere dei Mangini non si era ancora posata.
Karelia e Thyssen tenevano una linea che non era una linea, ma un accordo precario fra muri rotti, ferite fresche e uomini troppo testardi per ammettere che il muro dietro cui stavano era ormai piu' basso di un tavolo. Gli scout nani si muovevano nelle crepe della pietra come sangue nelle vene di un corpo malato. Gli Slayer cercavano qualcosa di abbastanza grosso da dare un senso al loro entusiasmo.
Dall'altura, Derryl ricaricava con la calma feroce di chi considerava il panico una pessima abitudine umana.
Bartek gli stava accanto, gli occhi stretti, il dito gia' pronto a indicare un nuovo bersaglio.
Nelle macerie, Leonardo teneva una mano alla mascella fasciata e l'altra alla tavoletta. La polvere gli aveva trasformato il mantello in un documento archeologico. Oronzo si muoveva poco piu' avanti, basso, la Spada di San Toswick pronta a fare cio' che gli argomenti non avevano mai fatto con sufficiente rapidita'. Marcus, dietro una fenditura di pietra, guardava alternativamente la torre, il cortile e lo zaino in cui il pugnale di Yul-Kachun restava avvolto.
Il problema piu' importante, poco prima, non era ancora loro.
Poi divenne di tutti.
Sopra il tetto spezzato della torre, una finestra buia si accese di movimento.
Non di luce. Di movimento.
Una figura emerse dall'apertura come una lama tirata fuori da una ferita. Alta, asciutta, troppo rapida per appartenere alla confusione umana del cortile. Per un istante il profilo dell'Elfo Silvano taglio' il fumo e il cielo pallido sopra Blackwood Pass.
Elassir.
Leonardo sollevo' la tavoletta, poi la abbasso'. Non c'era tempo per formulare una domanda elegante. Non c'era nemmeno tempo per formularne una mediocre.
Accanto all'elfo apparve un uomo vestito di rosso.
Non il rosso sobrio di un sigillo, ne' quello dignitoso di una veste liturgica. Era un rosso ricco, arrogante, da uomo che voleva essere visto anche mentre il mondo gli crollava intorno. Combatteva vicino a Elassir, o forse contro di lui; nel fumo, ogni gesto pareva appartenere a due intenzioni diverse.
Poi l'uomo in rosso volto' il capo verso qualcosa oltre il bordo della torre.
La sua voce taglio' il tumulto.
"Fermatelo! Fermatelo!"
Marcus irrigidi' la mano sull'arma.
"Perche' quando un nemico grida una cosa sensata," disse, "di solito e' gia' troppo tardi?"
Oronzo segui' la direzione del grido.
Per un respiro non disse nulla.
Era raro, e per questo piu' allarmante del fumo.
Poi la vide.
Una forma scura, appesa a legno, tela e metallo, si stacco' dal fianco alto del monastero. Non cadde. Non precipito'. Non fece cio' che la decenza e la legge di Grungni avrebbero suggerito a qualsiasi oggetto pesante.
Volava.
E sotto quella cosa, legato o stretto fra le braccia del fuggitivo mascherato, c'era il Calice.
Non un cofanetto.
Non un sospetto.
Non una deduzione di Marcus con tre premesse e una brutta conclusione.
Il Calice.

Oronzo lo vide e bestemmio' in silenzio, che era la forma piu' grave della sua teologia.
"No," disse poi. "C'era il Calice."
Leonardo scrisse una sola parola sulla tavoletta.
`Ovviamente.`
Poi la cancello' con rabbia, perche' non aiutava nessuno e rischiava di essere l'unica frase del giorno davvero corretta.

Non Era un Tappeto
La macchina volante si allontano' dal monastero con la grazia sgraziata delle cose costruite da qualcuno che aveva studiato gli uccelli, ma li odiava.
Aveva una struttura di legno sottile, nervature come costole, superfici tese che prendevano il vento e lo trasformavano in tradimento. Non era bella. Non era nemmeno stabile. Ma funzionava, e in guerra la bellezza e' spesso un lusso dei morti.
Marcus la fisso' per un istante.
"Un tappeto volante?"
Leonardo, che aveva appena ritrovato abbastanza fiato per indignarsi, scosse il capo con violenza e se ne penti' subito per la mascella.
"No," riusci' a dire, la voce spezzata e sottile. "Troppo onesto."
Oronzo lo guardo'.
"Che vuol dire troppo onesto?"
Leonardo gli mostro' la tavoletta.
`Se fosse un tappeto, almeno fingerebbe di essere magia. Questa e' ingegneria con ambizioni criminali.`
Derryl, dall'alto, vide l'oggetto prendere vento.
"Per la barba di Grungni," ringhio'. "Chiunque abbia costruito quella cosa dovrebbe essere arrestato, interrogato e poi assunto sotto supervisione."
Bartek non rise.
Era un brutto segno. I nani non ridevano spesso, ma quando non ridevano davanti a una bestemmia ingegneristica di quel calibro voleva dire che stavano gia' contando le conseguenze.
Il fuggitivo mascherato scivolo' oltre il primo sperone di roccia.
Il Calice lampeggio' una volta nella luce sporca del pomeriggio. Per un battito sembrò quasi un occhio: dorato, antico, offeso di essere trasportato come refurtiva comune.
Leonardo senti' l'anello sotto il guanto.
Non lo guardo'.
Marcus non guardo' lo zaino con il pugnale.
Questo, naturalmente, fece capire a entrambi che ci stavano pensando.
"Calice in mano?" disse Oronzo.
"Abbastanza in mano da rendere inutile la distinzione," rispose Marcus.
"Le distinzioni sono importanti," mormoro' Leonardo.
Oronzo gli lancio' un'occhiata.
"Questo lo dici perche' non hai mai visto una distinzione portarti via il bottino."
Il fuggitivo guadagno' altri metri.
Il congegno non sali' come un falco. Planava, correggeva, perdeva quota e la riconquistava con piccoli scarti nervosi. Una macchina meno sicura di quanto apparisse da lontano, ma abbastanza sicura da essere un problema. Le sue ali improvvisate sfruttavano l'aria fredda che risaliva dalle rocce, e ogni colpo di vento sembrava scritto in anticipo da qualcuno che conosceva la montagna.
O da qualcuno che aveva pagato molto bene chi la conosceva.
L'uomo in rosso era ancora vicino alla torre.
Questo non migliorava le cose.
Se il fuggitivo era un semplice esecutore, allora l'uomo in rosso gli stava coprendo la fuga. Se l'uomo in rosso era un rivale, allora il monastero aveva appena mostrato una seconda frattura. Se erano complici, erano complici che urlavano ordini come marinai ubriachi durante una tempesta.
Marcus preferiva le organizzazioni criminali con un organigramma.
Purtroppo, il Caos aveva sempre avuto una certa ostilita' verso la modulistica.
"Leonardo," disse Marcus, senza togliere gli occhi dal congegno. "Perche' non possiamo averne anche noi uno?"
Leonardo scrisse con molta cura, nonostante la mano tremante.
`Perche' non siamo ancora diventati il tipo di persone che scappa con oggetti apocalittici appesi a una vela.`
Oronzo lesse.
"Dagli tempo."
Il Bersaglio Sbagliato
Il primo colpo non ando' dove doveva andare.
In verita', in quel cortile quasi nulla andava dove doveva andare. Le frecce cercavano spiragli e trovavano pietre. Gli uomini cercavano copertura e trovavano cadaveri. Gli ordini attraversavano il fumo e arrivavano trasformati, come preghiere ascoltate da un dio sordo.
Qualcuno miro' all'uomo in rosso.
Non era una scelta assurda. L'uomo in rosso era armato, vicino a Elassir, abbastanza importante da gridare ordini e abbastanza visibile da meritare una freccia. Ma non era il bersaglio che stava portando via il Calice.
Marcus se ne accorse un istante troppo tardi.
"No," disse. "Quello che scappa. Quello col Calice."
La risposta del monastero arrivo' sotto forma di un colpo che scheggio' la pietra ai piedi di Leonardo.
Lo studioso fece un passo indietro con dignita' sorprendente per un uomo che, dentro di se', aveva appena composto una lettera di protesta lunga sei pagine al concetto stesso di traiettoria.
Oronzo lo afferro' per il mantello e lo trascino' dietro un blocco caduto.
"Stai basso."
Leonardo mostro' la tavoletta.
`Ero basso. Il monastero ha abbassato il pavimento.`
"Allora stai piu' basso del monastero."
Sulla torre, Elassir spari' di nuovo dalla finestra come una cosa fatta di nervi, acciaio e luce fredda. La sua spada elfica traccio' un arco pallido vicino all'uomo in rosso. Non bastava. Il Calice si allontanava, e con esso la differenza tra un disastro imminente e uno gia' cominciato.
Derryl porto' il fucile alla spalla.
Bartek indico' il cielo basso sopra le rocce.
"Li'."
"Lo vedo."
"Non sembra."
"Ho detto che lo vedo. Non ho detto che mi piace."
Il nano seguì la traiettoria del congegno volante. Troppo vento. Troppa distanza. Troppi uomini fra lui e una linea pulita. Il fuggitivo non volava alto, ma non aveva bisogno di farlo. Bastava che restasse fuori dal punto in cui la precisione diventava speranza.
Marcus si mosse fra due pietre.
Non corse. Correre era un modo eccellente per morire con aria convinta. Si sposto' con la rapidita' fredda di chi conosce il valore di quattro passi ben scelti. Alzo' la pistola, la abbasso', cambio' angolo, la rialzo'.
"Se lo ferisco, cade?" chiese Oronzo.
"Se cade, cade anche il Calice," disse Marcus.
"Meglio in basso che lontano."
Leonardo scrisse.
`Dipende dalla definizione di basso.`
Oronzo non lesse. Aveva gia' una definizione, e coinvolgeva il suolo.
Marcus sparo'.
Il colpo si perse verso il fuggitivo, inghiottito dal vento, dal fumo e dalla geometria ostile della montagna. Il congegno sobbalzo', o forse fu solo una raffica. Per un istante tutti trattennero il fiato.
Poi la macchina si piego' verso una lama di roccia e scomparve dietro la linea spezzata del pendio.
Il Calice scomparve con lei.
Il monastero non tacque.
Questo fu il vero insulto.
Se il mondo avesse avuto un minimo senso del teatro, si sarebbe fermato. Un silenzio, almeno. Un tuono lontano. Un coro di monaci morti. Qualcosa. Invece continuarono le grida, il raschiare delle armi, il respiro pesante dei feriti e il fischio remoto delle maschere che cercavano un nuovo ordine.
L'uomo in rosso era ancora la'.
Elassir era ancora nella parte alta del complesso, vivo abbastanza da continuare a essere in pericolo.
Lo stregone era da qualche parte nel ventre del monastero, offeso ma non morto.
E il Calice era di nuovo perduto, questa volta non dietro una porta, non in una cassa, non in un tesoro nanico o in un cofanetto sospetto.
Era nel cielo.
Per alcuni respiri, nessuno parlo'.
Poi Derryl abbasso' lentamente il fucile.
"Odio le cose che volano."
Bartek lo guardo'.
"Anche gli uccelli?"
"Gli uccelli almeno non rubano artefatti."
Marcus rimise via la pistola con una cura quasi religiosa.
"Correzione," disse. "Non sappiamo ancora se gli uccelli non rubino artefatti. Sappiamo solo che non li abbiamo mai colti sul fatto."
Leonardo scrisse qualcosa sulla tavoletta, poi la volto' verso gli altri.
`Propongo di abolire l'aria.`
Oronzo annui'.
"Finalmente una riforma utile."
Il Monastero Che Non Sapeva Arrendersi
Il Calice era sparito oltre le rocce.
Il monastero, con l'ostinazione tipica delle cose mal costruite e peggio consacrate, continuo' pero' a produrre nemici.
Non era piu' una battaglia ordinata, ammesso che lo fosse mai stata. Era un lavoro sporco di scale rotte, corridoi pieni di fumo, stanze in cui la pietra aveva deciso di occupare lo spazio dei vivi e uomini che comparivano da porte senza piu' stipiti. I mercenari dei Valentini avevano perso il centro. I mascherati del Sacro Martello avevano perso la certezza di essere dalla parte del destino. Entrambe le cose li rendevano meno eleganti, ma non meno pericolosi.
Karelia avanzo' con Thyssen tra le macerie basse.
Non gridava. Non predicava. Indicava, colpiva, faceva spazio. Aveva la qualita' rara degli ufficiali che non chiedono al mondo di diventare semplice prima di agire.
Thyssen le stava mezzo passo dietro, martello alzato, volto coperto di polvere bianca. Ogni volta che la sua arma cadeva, qualcosa di molto sicuro di se' scopriva di essere un errore.
Oronzo scese con loro.
Questo, di per se', rese il corridoio piu' pericoloso per tutti tranne che per Oronzo.
"Dove sono finiti quelli che prima avevano tante opinioni?" domando', superando una soglia sbrecciata.
Da dietro una colonna caduta arrivo' una risposta sotto forma di coltello.
Oronzo la considero' un argomento debole.
La Spada di San Toswick entro' nella penombra con un taglio secco, senza enfasi. Il coltello cadde. Poco dopo cadde anche il proprietario, con una sorpresa sincera che nessuno ebbe il tempo di consolare.
Leonardo, piu' indietro, prese nota.
`I dibattiti teologici continuano a peggiorare.`
Nessuno lesse.
Lo stregone del monastero fu trovato nella sala interna dove il fumo faceva sembrare i colori piu' vivi e i vivi piu' malati.
Vesti azzurre, viola e gialle. Mani sporche di cenere. Occhi troppo lucidi per un uomo che aveva appena visto il proprio accordo crollare intorno a lui. Non stava piu' trattando con i mascherati. Non stava piu' ordinando ai Valentini. Stava tentando di trasformare la sconfitta in un'uscita.
I Martelli non gliela concessero.
Derryl sparo' dalla soglia, non per ucciderlo subito, ma per obbligarlo a scegliere il punto sbagliato dove nascondersi. Bartek, ancora piu' in alto, urlo' una correzione che nessun umano capi' e che il nano comprese benissimo.
"A sinistra!"
"La tua o la mia?"
"Quella giusta!"
Derryl sparo' di nuovo.
Questa volta la parete alle spalle dello stregone esplose in schegge. Il mago arretrò, alzando una mano piena di luce cangiante.
Oronzo gli arrivo' addosso prima che la luce diventasse una frase completa.
La Spada di San Toswick non amava i discorsi lunghi. Scese in diagonale e taglio' la magia insieme al respiro. Lo stregone cadde tra i frammenti di pietra dipinta, portandosi dietro l'ultimo grido.
Gli scagnozzi che restavano scelsero allora la strategia piu' antica della guerra: morire male in piccoli gruppi.
Non fu glorioso.
Fu necessario.
Alla fine il monastero ebbe finalmente il buon gusto di tacere.
O quasi.
Da fuori, oltre il lato spezzato della rupe, arrivo' un rumore diverso. Non il clamore del cortile, non il metallo, non la polvere.
Un richiamo breve.
Elassir.
Marcus lo senti' prima degli altri, o forse semplicemente lo riconobbe come il tipo di suono che precede una pessima notizia.
Il pugnale di Yul-Kachun pesava nello zaino come una domanda mal posta.
"Io vado," disse.
Derryl lo guardo' come si guarda un uomo che annuncia di voler controllare se un ponte sta crollando standoci sopra.
"Da solo?"
"No," disse Marcus. "Con tutti i miei errori."
Leonardo alzo' la tavoletta.
`Statisticamente sono numerosi.`
Marcus non si volto'.
"Appunto. Ottima compagnia."
La Rupe dell'Uomo in Rosso
La pista dell'uomo in rosso scendeva male.
Non era un sentiero. Era una decisione presa dalla montagna contro le ginocchia umane. Pietre mobili, radici nude, ghiaia pronta a mentire sotto il piede. La torre era alle loro spalle, il monastero sopra di loro, e sotto c'era quella lingua di roccia dove il vento faceva girare la polvere come se cercasse ancora il Calice.
Elassir apparve tra due massi senza fare il minimo rumore.
Marcus lo trovo' irritante.
Era sporco di sangue, ma non sembrava appartenergli tutto. La spalla portava il segno di un urto recente. La lama elfica aveva una linea scura lungo il filo.
"E' caduto?" chiese Marcus.
Elassir indico' piu' in basso.
"Non abbastanza."
L'uomo in rosso era vivo.
Questo fu il primo dispiacere.
Era mezzo appoggiato a una roccia, una gamba piegata in un modo che nessun sarto avrebbe saputo giustificare, il mantello lacerato, il rosso ormai diventato fango e sangue. Aveva combattuto con Elassir sulla torre ed era precipitato dalla rupe senza ottenere dalla gravita' la collaborazione definitiva che tutti si sarebbero aspettati.
Il secondo dispiacere fu che non era solo.
Davanti a lui, sullo sperone basso, stava una creatura che occupava troppo spazio per il mondo.

Aveva ali non del tutto ali, artigli non del tutto artigli, e una testa che sembrava nata da un incubo incapace di scegliere una sola bocca. La pelle cambiava colore dove la luce la toccava, fra blu malato, viola scuro e bianco d'osso. Gli occhi erano troppi, e tutti sembravano aver gia' visto una versione peggiore del futuro.
Una viverna.
O cio' che Tzeentch considerava una viverna dopo averla corretta con entusiasmo.
Sul dorso della bestia sedeva uno stregone.
Non il mago colorato del monastero, morto fra le pietre. Questo era piu' antico nel modo di stare fermo, piu' comodo nel pericolo, piu' vicino alla vera corrente del Caos. Le sue vesti non sventolavano: si muovevano come se il vento fosse stato assunto da lui e pagato in segreti.
L'uomo in rosso gli stava parlando.
Marcus non senti' tutto.
Non aveva bisogno di tutto.
Ci sono conversazioni che si riconoscono dalla postura. Il ferito chiedeva tempo, spiegava un fallimento, forse vendeva un colpevole. Lo stregone ascoltava come ascoltano i padroni quando un servo cerca di trasformare il disastro in relazione utile.
Elassir fece un passo.
Marcus gli mise una mano davanti.
L'elfo lo guardo', e per un istante nei suoi occhi passo' un freddo molto antico.
"Se si alza in volo," disse Marcus piano, "non lo prendiamo piu'."
"Allora non lasciarlo alzare."
"Pensavo piu' a non lasciarmi morire."
Elassir non sorrise.
"Ambizione modesta."
"Sono un funzionario imperiale. Ci addestrano cosi'."
La viverna sollevo' la testa.
Aveva sentito qualcosa.
O qualcuno glielo aveva detto nel modo in cui le cose del Caos ricevono ordini: senza parole, senza gentilezza, senza il disturbo della distanza.
Lo stregone volto' appena il capo.
Marcus vide gli occhi.
Per un istante senti' il pugnale nello zaino come se fosse diventato caldo. Non abbastanza da bruciare. Abbastanza da ricordargli che portava con se' un pezzo di una storia che tutti i presenti, vivi o mostruosi, volevano finire in modo diverso.
"Adesso," disse Elassir.
E si mosse.
Pistole Contro il Cielo
Elassir non corse verso la viverna.
La invito'.
Fu un gesto quasi impossibile da spiegare a chi non avesse mai visto un Elfo Silvano usare il proprio corpo come insulto strategico. Una deviazione di spada. Un passo troppo vicino. Una luce sul filo. Quanto bastava per dire alla bestia: qui c'e' qualcosa di vivo, veloce e degno di odio.
La viverna accetto'.
Spalanco' le ali e balzo' giu' dallo sperone con una furia che fece tremare la ghiaia. Il vento la prese male, poi bene, poi peggio. Ma la prese. Il corpo enorme sfioro' la roccia, gli artigli tracciarono scintille, e la bestia si getto' dietro Elassir lungo il fianco della montagna.
Elassir spari' fra due costoni.
La viverna lo segui'.
Marcus rimase con lo stregone.
Per un uomo prudente, era un risultato insoddisfacente.
Per un uomo vivo, era un miracolo provvisorio.
Lo stregone della viverna scese lentamente dalla sella, come se il tempo fosse una stanza privata.
L'uomo in rosso, a terra, rise una volta. Fu una risata piccola e brutta, subito interrotta dal dolore.
"Tu sei quello con il pugnale," disse lo stregone.
Marcus estrasse la prima pistola.
"Io sono quello con il mandato."
Lo stregone inclino' il capo.
"Non ne hai uno."
Marcus estrasse la seconda.
"Ho una calligrafia convincente."
Sparo'.
Il primo colpo ruppe l'aria davanti allo stregone e gli strappo' un lembo della veste. Il secondo arrivo' quasi insieme, piu' basso, piu' cattivo, diretto al punto in cui un uomo normale avrebbe avuto organi con opinioni semplici.
Lo stregone non era normale.
Ma questo non rese i proiettili meno maleducati.
La sua protezione si accese in un colore che Leonardo, se fosse stato presente, avrebbe disapprovato con lessico tecnico e disgusto personale. La luce tremo'. Non cedette.
Non del tutto.
Marcus avanzo' di un passo.
Il mondo si ridusse a tre cose: il peso delle pistole, il respiro della montagna e il pugnale di Yul-Kachun nello zaino.
Dietro la roccia, l'uomo in rosso cercava di trascinarsi via.
Sopra, lontano, la viverna urlo' inseguendo Elassir.
Sotto, davanti a Marcus, lo stregone di Tzeentch sollevo' una mano.
Marcus ricarico' senza abbassare gli occhi.
"Sono un impiegato dell'Impero," disse. "La mia specialita' e' continuare quando sarebbe ragionevole smettere."
Il secondo scambio comincio' con il lampo delle pistole.
E con la montagna che, per una volta, ebbe il buon senso di trattenere il fiato.
Stato della Compagnia
Alleati attivi:
- Elassir e' vivo: dopo il fallimento del recupero del Calice, combatte con l'uomo in rosso, lo fa precipitare dalla rupe e poi attira lontano la viverna di Tzeentch.
- Bartek Tengansson resta in altura con Derryl come osservatore e testimone della fuga.
- Karelia Meitner, Heinrich Thyssen, Slev Karbuson, gli scout nani e i due Slayer partecipano alla pulizia finale delle rovine dopo la fuga del Calice.
Nemici recenti:
- Mascherato volante con il Calice -- nemico non identificato, fuggito dal monastero con il Calice dell'Ira su uno strano aggeggio volante.
- Uomo in rosso -- figura armata vicino a Elassir; precipita dalla rupe dopo il loro scontro, sopravvive abbastanza da parlare con lo stregone di Tzeentch.
- Stregone del monastero -- ucciso durante la discesa nelle rovine.
- Stregone di Tzeentch sulla viverna -- nuova minaccia sul costone sotto il monastero; Marcus lo affronta a pistolettate mentre la viverna insegue Elassir.
- Mascherati del Sacro Martello e mercenari dei Valentini -- dispersi, abbattuti o in rotta nel complesso.
- Pietro e Lorenzo Mangini -- restano abbattuti dal precedente scontro.
Oggetti:
- Calice dell'Ira -- visto direttamente e non recuperato; ora in fuga nelle mani del mascherato volante.
- Pugnale di Yul-Kachun -- resta con Marcus, avvolto e nascosto.
- Anello dell'Ordo Scrittoris / lupo nascosto -- resta con Leonardo.
- Spada di San Toswick -- resta con Oronzo.
- Licenza di Verena -- resta con Leonardo.
- Teschio d'Ottone -- ancora non localizzato.
Scoperte e valutazioni:
- Il Calice non era soltanto nel cofanetto o nella torre: e' stato trasferito abbastanza da essere portato via sotto gli occhi della compagnia.
- Il nemico dispone di un congegno volante, simile a un aliante o a una macchina da Catrazza, non confermato come magia pura.
- L'uomo in rosso non e' il mascherato volante: cade dalla rupe dopo lo scontro con Elassir e viene poi trovato in contatto con un altro stregone di Tzeentch.
- La presenza della viverna conferma che la pista del Calice resta collegata a forze caotiche mobili e non solo ai mascherati del Sacro Martello.
Situazione attuale:
- La compagnia controlla il monastero in rovina meglio di prima, ma e' divisa fra rovine e costone.
- Il Calice si allontana verso le rocce e la montagna su un mezzo volante.
- Marcus e' sul costone con il pugnale di Yul-Kachun, impegnato contro lo stregone della viverna.
- Elassir e' inseguito dalla viverna lungo il fianco della montagna.
- Il rischio che Calice, pugnale e anello entrino nello stesso disegno di Xatrodox aumenta.
Fili narrativi aperti:
- Inseguire o ritrovare il mascherato volante.
- Capire chi abbia costruito o fornito il congegno.
- Capire chi sia l'uomo in rosso e cosa stesse riferendo allo stregone di Tzeentch.
- Sopravvivere alla viverna e allo stregone sul costone.
- Scoprire dove si trovi il Teschio d'Ottone.
"Nota: rubare un oggetto e' biasimevole. Farlo volare via e' una dichiarazione filosofica contro la proprieta', la gravita' e il buon senso. Deploro soprattutto la terza."
-- Leonardo Isacco da Ponzacco, appunto scritto con grafia inclinata dal vento