Martelli da Guerra

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Capitolo LI: La Bambina della Torre

"Le torri non sono fatte per difendersi dal mondo. Sono fatte per guardarlo dall'alto, e per dimenticare che anche le fondamenta possono sanguinare."

-- Appunto anonimo trovato nel margine di una mappa annerita

Il carrozzone nel bosco


La Torre Sotto Le Due Lune

Il carrozzone rimase nel bosco come un animale troppo grande per nascondersi bene.

Derryl lo aveva comprato con l'aria di chi acquista una soluzione ingegneristica, non un veicolo. Leonardo continuava a guardarlo come si guarda un esperimento non ancora esploso. Oronzo, invece, aveva gia' cominciato a pensare a quanta gente si sarebbe potuta ingannare con una porta robusta, un'insegna rispettabile e due cavalli dall'espressione innocente.

Quella notte, pero', nessuno lo porto' avanti.

La Torre Hess stava oltre la linea degli alberi, piantata su uno sperone di roccia come un dente vecchio nella mascella della collina. Non era alta abbastanza da sembrare una fortezza, ma abbastanza da rendere ogni approccio una stupidaggine molto visibile. Il sentiero che saliva dalla strada principale correva per duecento passi e piu' in terreno quasi scoperto. Le due lune, magre e malate, non illuminavano come il sole, ma bastavano a disegnare uomini, armi e intenzioni.

In cima alla torre, fra merli rotti e travi annerite, si intravedeva la sagoma di un grande cannocchiale. Era inclinato verso il cielo con la dignita' offesa degli strumenti abbandonati. La lente, se ancora esisteva, non brillava. Sembrava piu' un occhio cieco che un mezzo per guardare le stelle.

Ai piedi dello sperone, la vegetazione non arrivava fino alla pietra. C'erano cespugli, alberelli storti, rocce abbastanza grosse da nascondere un uomo accucciato e poi, subito dopo, una fascia di terreno scoperto. La torre non aveva bisogno di mura esterne: le bastava costringere chiunque volesse raggiungerla a scegliere fra la strada e la roccia.

Marcus studio' le tracce vicino al sentiero.

"Cavalli recenti," disse.

Derryl sputo' di lato. "Allora non sono pellegrini."

"I pellegrini hanno spesso cavalli," osservo' Leonardo.

"Non se pregano abbastanza."

Oronzo guardo' il sentiero, poi il carrozzone, poi la torre. Aveva l'espressione di chi stava pesando il prezzo di tre cattive idee e cercava quella con lo sconto migliore.

"Se li facciamo uscire," disse, "combattiamo dove scegliamo noi. Se entriamo, scegliamo noi dove morire. Sono due affari diversi."

"Mi colpisce la tua capacita' di presentare entrambe le opzioni come moderatamente fallimentari," disse Leonardo.

"E' esperienza."

"La strada e' un invito a farsi infilzare," disse Marcus, studiando la distanza.

"Un invito scritto male," aggiunse Oronzo. "Ma il senso si capisce."

Derryl si grattava la barba con le nocche, osservando la scarpata laterale. "La torre ha un solo ingresso serio. Se passiamo di li', chiunque tenga un arco o una balestra avra' tempo di scegliere dove bucarci."

Leonardo strinse il mantello sulle spalle. La mascella gli doleva ancora nei cambi d'aria, e la cosa gli dava un'autorita' tragica che nessuno gli riconosceva. "Il nostro fido ingegnere potrebbe sempre proporre una via alternativa. Preferibilmente una che non richieda di morire in ordine alfabetico."

Derryl gli lancio' un'occhiata.

"Ho detto 'fido' con rispetto."

"Hai detto 'ingegnere' come se fossi un attrezzo da prestito."

Il piano del carrozzone ebbe un momento di splendore e cadde subito dopo. Avrebbero potuto presentarsi come viandanti in cerca di riparo, far avanzare il carro lungo il sentiero, costringere la torre a mostrarsi. Forse le guardie avrebbero parlato. Forse avrebbero aperto. Forse, piu' probabilmente, avrebbero atteso che il carro fosse a tiro e avrebbero riempito di frecce il legno, i cavalli, i passeggeri e ogni illusione di furbizia.

"Non l'hanno mai visto," disse Derryl. "Questo e' un vantaggio."

"E' anche grosso, lento e impossibile da girare in fretta," rispose Marcus. "Questo e' un necrologio con ruote."

Oronzo annui'. "Se il bersaglio e' uno stregone, lo vogliamo vivo solo finche' resta possibile. Dopo, la filosofia cambia."

Nessuno rise. Non perche' la frase fosse sbagliata, ma perche' era troppo pratica.

Elassir ascoltava in silenzio. L'Elfo Silvano sembrava meno una presenza accanto a loro e piu' una parte del bosco che aveva deciso, per ragioni sue, di stare in piedi. La sua spada argentea restava nascosta sotto il mantello, ma Leonardo aveva ormai imparato che certe lame non diventano meno presenti solo perche' non si vedono.

"Posso girare attorno," disse infine Elassir. "La roccia non e' liscia ovunque. Se c'e' un punto dove salire senza passare dal sentiero, lo trovero'."

"E se non torni?" chiese Marcus.

Elassir lo guardo' con calma antica. "Allora avrete una risposta."

"Gli elfi hanno un modo sgradevole di far sembrare ragionevole il pessimismo," mormoro' Leonardo.

Oronzo si sistemo' la spada di San Toswick. "Meglio un elfo pessimista che un tileano ottimista. Il tileano ottimista di solito vende qualcosa."

La decisione fu presa senza cerimonie: niente carrozzone sul sentiero, niente avanzata frontale, niente martirio volontario sotto le feritoie. Avrebbero aggirato la torre, scendendo nella boscaglia e risalendo lo sperone dal lato meno esposto. Se la roccia permetteva una corda, la corda avrebbe sostituito la strada.

Il carrozzone resto' indietro, scuro fra i tronchi.

Dentro, sotto strati di legno, stoffa, ferro e prudenza, viaggiava il peso vero della compagnia: cose che non avrebbero dovuto condividere lo stesso mondo, figurarsi lo stesso itinerario.


Gli Oggetti Nel Bosco

Prima di muoversi, discussero degli oggetti.

Non li chiamarono per nome a voce alta, non tutti. Il bosco aveva gia' abbastanza orecchie senza invitarne altre. Ma ciascuno sapeva quali fossero.

Il pugnale di Yul-Kachun.

Il Teschio d'Ottone.

L'anello dell'Ordo Scrittoris, col lupo nascosto sotto il sigillo.

Il Calice dell'Ira non era con loro. Quella assenza era diventata una presenza propria, piu' fastidiosa di un peso nello zaino. Il Calice era altrove, in fuga, portato via da un uomo mascherato e da un congegno volante che offendeva insieme la proprieta', la gravita' e il buon senso.

"Se ci prendono," disse Marcus, "non devono prendere anche cio' che cercano."

"Se ci prendono," rispose Oronzo, "il problema piu' urgente sara' convincerli che non ci hanno presi abbastanza."

Derryl scosse la testa. "Tre posti diversi. Nel bosco. Separati. Ben segnati per noi, invisibili per chi non sa cosa cercare."

Leonardo guardo' gli alberi. "La frase 'ben segnati per noi' ha spesso preceduto catastrofi topografiche."

"Allora segnali tu."

"Io posso redigere una mappa."

"Appunto. Segno io."

Nascondere quegli oggetti fu un atto piu' religioso che pratico. Non pregarono, ma il silenzio aveva la stessa forma. Marcus si occupo' del pugnale con quella cautela quasi burocratica che gli permetteva di trattare il soprannaturale come una pratica mal protocollata. Leonardo si allontano' con l'anello, sentendolo freddo anche attraverso il guanto. Derryl scelse un punto per il Teschio d'Ottone con l'espressione di un nano che avrebbe preferito murarlo sotto una montagna e poi insultare la montagna per scarsa profondita'.

Stabilirono anche una menzogna.

Se qualcuno li avesse catturati, avrebbero detto che gli oggetti erano stati affidati a sigmariti lontani dalla torre. Era una bugia abbastanza plausibile da vivere qualche minuto, e qualche minuto, in quelle faccende, poteva essere la differenza fra una confessione e un coltello.

Quando Elassir torno', nessuno gli chiese come avesse camminato cosi' a lungo senza produrre un suono. Derryl lo avrebbe considerato un insulto tecnico. Leonardo un argomento per una nota. Marcus una competenza da catalogare. Oronzo una cosa utile.

"La scarpata si puo' scalare," disse l'Elfo Silvano. "Sotto c'e' boscaglia. Non dovremmo essere in vista dal sentiero."

"Dovremmo," ripete' Marcus.

"Dovremmo," concesse Elassir.

Elassir traccio' con un bastoncino una mappa minima nella terra umida: la strada, il sentiero, lo sperone, la macchia sotto il lato rovinato. Non era una mappa da cartografo, e Leonardo se ne risenti' per principio, ma era una mappa da sopravvivenza. Diceva dove si poteva respirare, dove si poteva cadere e dove si poteva essere visti.

"Qui," disse Elassir, indicando il lato basso. "La roccia e' spezzata. Non comoda. Possibile."

"Possibile e' una parola che in bocca agli elfi significa sempre 'voi farete molta fatica'," disse Derryl.

"In bocca ai nani significa altro?"

"In bocca ai nani significa che qualcuno ha controllato i chiodi."

Leonardo si inginocchio' accanto al disegno. "Se la torre ha una muratura interna, allora non basta entrare. Potremmo trovarci in un anello esterno senza accesso al cuore."

Marcus annui'. "O peggio: in un anello esterno che serve a farci girare mentre loro ci colpiscono dall'alto."

"Ogni architettura e' una confessione morale," disse Leonardo.

Oronzo lo guardo'. "Questa confessa che ci vuole morti."

La torre, secondo il suo rapporto, era piu' viva di quanto apparisse. Al piano basso c'erano almeno due uomini di ronda. Sopra, passi e voci indicavano altri gruppi. In tutto, contando quelli non visti, la stima oscillava fra una decina abbondante e quindici uomini. Portavano corpetti, elmi aperti, spade e pugnali; non erano contadini spaventati ne' devoti improvvisati. Alcune insegne e modi richiamavano Ubersreik.

"Uomini pagati," disse Oronzo.

"O uomini convinti," disse Leonardo.

"I primi li compri. I secondi li ammazzi. Entrambi sanguinano uguale."

Elassir non sorrise. "C'e' anche l'uomo che cercate. O quello che potrebbe esserlo. Lo chiamate stregone, demonologo, necromante: non so ancora quale nome sia giusto."

Marcus sollevo' appena il mento. "Era solo?"

"No."

Quel no cadde con piu' peso di quanto avrebbe dovuto.

"Con lui c'e' una ragazzina. Dodici anni, forse tredici. Correva sul camminamento. Lui la richiamava. Non mi e' sembrata una prigioniera."

Per un momento parlarono tutti e nessuno. Figlia. Ostaggio. Allieva. Scudo. Vittima. Complice. I Valentini vennero nominati e subito rimessi al loro posto, che era quello delle ipotesi utili ma non ancora prove.

Leonardo si passo' due dita sulla mascella. "Una bambina in una torre piena di uomini armati e un possibile stregone. La mia esperienza accademica mi dice che nessuna delle interpretazioni e' rassicurante."

"La tua esperienza accademica ti ha mai rassicurato?" chiese Derryl.

"Una volta. Era un errore di traduzione."

Elassir descrisse l'interno: un camminamento che correva lungo la muratura, una struttura centrale piu' chiusa, forse una stanza, forse un nucleo di scale. La torre non era vuota. Era stata ripulita quanto bastava per usarla, lasciando rovine dove le rovine servivano e passaggi dove servivano i passaggi.

"Uno stregone va trattato come il pericolo piu' grande," disse Marcus, "anche prima che apra bocca."

"E dopo?" chiese Oronzo.

"Dopo di solito e' tardi."

Leonardo fisso' il disegno nella terra e penso' al modo in cui i nomi tornavano. Hess. Schubert. Valentini. Ogni volta parevano cognomi di uomini, finche' non diventavano luoghi, debiti, stanze chiuse, bambini nel posto sbagliato. La storia, decise, non aveva immaginazione: usava sempre gli stessi coltelli, limitandosi a cambiarne l'impugnatura.

"Se la ragazzina parla," disse, "non supponiamo che dica la verita'. Ma non supponiamo nemmeno che sappia mentire."

"Una bambina in una torre con un demonologo sa qualcosa," rispose Marcus.

"O qualcuno ha fatto in modo che non sappia la differenza fra sapere e obbedire."

Per una volta, Oronzo non fece battute.

La notte si fece piu' fredda.

I Martelli lasciarono il carrozzone, lasciarono gli oggetti nascosti nel bosco, lasciarono dietro di se' una bugia pronta all'uso e presero la via lunga.


La Corda Sullo Sperone

Aggirare la Torre Hess significo' camminare piu' del previsto.

Le colline, al buio, smettono di essere geografia e diventano cattive intenzioni. Ogni radice prende il piede. Ogni ramo gratta il viso. Ogni sasso rotola piu' forte di quanto dovrebbe. Elassir avanzava davanti a loro come una frase scritta in una lingua che il bosco ricordava ancora. Gli altri lo seguivano con minore grazia e maggiore peso.

Derryl odiava il terreno per principio. Non perche' fosse difficile, ma perche' non era stato progettato bene.

"Un sentiero serio avrebbe gradini," borbotto'.

"Un sentiero serio porterebbe alla porta," rispose Marcus.

"Una porta seria avrebbe cardini che posso capire."

Leonardo, dietro, procedeva con una mano sulla spalla di chi vedeva meglio di lui. "Quando iniziera' il combattimento accendero' la lanterna."

"Quando iniziera'?" fece Oronzo.

"Mi sforzo di mantenere una forma di ottimismo grammaticale."

Arrivarono alla base dello sperone dove la roccia era scura e umida. Sopra, la torre respirava luce da feritoie e crepe. Voci lontane passavano nel buio, ora vicine, ora smorzate. Qualcuno rideva. Qualcuno tossiva. Qualcuno camminava con il passo di chi fa la ronda perche' deve, non perche' ama farla.

Elassir sali' per primo.

Non arrampico' come un uomo. Nemmeno come un ladro. Saliva come se la roccia si ricordasse di lui e gli offrisse punti d'appoggio che per gli altri non esistevano. Raggiunse una sporgenza, pianto' un grosso chiodo e fece scendere la corda.

Il chiodo entro' nella pietra con un colpo secco, soffocato dalla distanza e dal vento. Derryl ascolto' quel suono come un medico ascolta un cuore.

"Buono," disse.

"Hai sentito la qualita' del chiodo?" chiese Leonardo.

"Ho sentito che non e' stato piantato da un idiota."

"Un criterio scientifico ammirevole."

Elassir, dall'alto, non replico'. Tiro' la corda una volta, poi due, e il segnale fu chiaro abbastanza anche per chi non conosceva l'alfabeto degli elfi e delle scarpate.

Derryl la prese fra le mani e la provo' con una trazione secca.

"Tiene?" chiese Leonardo.

"Se non tiene, lo scopriremo nel modo piu' convincente."

Salirono uno alla volta.

Marcus si mosse con la precisione di chi misura il rischio e si irrita quando il rischio non collabora. Oronzo sali' leggero, bestemmiando a bassa voce in tileano quando la roccia gli graffio' un ginocchio. Leonardo fece del suo meglio, il che significava non cadere, non urlare e non trasformare ogni appiglio in un dibattito con la fisica.

Derryl, ultimo fra i piu' pesanti, sali' con un orgoglio roccioso che non impediva alla roccia di essere scivolosa.

Ogni metro guadagnato cambiava il suono della torre. Dal basso le voci erano macchie. A meta' salita diventarono sillabe. In cima, quasi parole. Il problema era che nessuna parola bastava a dire se chi parlava fosse annoiato, allarmato o gia' pronto a uccidere.

Leonardo tenne la lanterna spenta sotto il mantello. Gli sembrava di portare un piccolo sole proibito, una cosa utilissima e compromettente. La luce, in teoria, serviva a salvare la compagnia quando il combattimento fosse iniziato. In pratica, era anche un modo elegante per dire a ogni arciere della torre dove mirare.

"Se inciampo," sussurro', "voglio che si sappia che ho sempre preferito le scale."

"Se inciampi," rispose Oronzo, "si sapra' dal rumore."

Quando arrivarono sotto la breccia, la torre era cosi' vicina che il freddo della pietra pareva passare nei denti. C'era un cespuglio cresciuto male contro la muratura, abbastanza folto da nascondere un elfo e abbastanza crudele da odiare un nano.

Elassir si appiatti' presso il varco.

Gli altri avanzarono.

Per quasi un minuto, il piano funziono'.

Poi Derryl rimase impigliato nei rovi.

Il cespuglio lo prese per la manica, per la barba, per una fibbia, per l'onore e forse per qualche colpa ancestrale degli ingegneri di Zhufbar. Il nano tento' di liberarsi senza rumore. Il risultato fu un fruscio, poi uno strappo, poi un tonfo che parve molto piu' forte nel silenzio.

Da dentro la torre una voce scatto'.

"Fermo dove sei! Chi sei?"

Derryl, mezzo inginocchiato e mezzo furioso, alzo' lo sguardo verso l'apertura. "Avanzare in silenzio non e' mai stato il mestiere di un nano."

"Ora che ci hanno sentiti," disse Leonardo, con una calma che non gli apparteneva davvero, "non resta che entrare."

Una guardia apparve nella breccia con spada e pugnale. L'elmo aperto le lasciava il viso in ombra; il corpetto portava graffi recenti. Non ebbe il tempo di capire quanti fossero.

Un colpo di pistola ruppe la notte.

La guardia barcollo' indietro, il braccio aperto dal ferro e dalla polvere. L'allarme, ormai, non era piu' un rischio. Era cominciato.

"Un'ora di piani," disse Oronzo, estraendo la spada, "e poi bastano i rovi."


La Lama Di Elassir

La breccia divenne una gola.

Non era larga abbastanza per far passare tutti insieme, non stretta abbastanza da impedire al sangue di uscire. Elassir vi entro' per primo, argento e ombra, e le due guardie che gli si fecero incontro scoprirono subito la differenza fra un uomo abile e qualcosa che aveva avuto secoli per trasformare la perizia in pazienza.

La prima lama scivolo' sulla sua parata senza trovare carne.

La risposta di Elassir sali' dal basso, un movimento cosi' pulito da sembrare quasi gentile. Il braccio armato della guardia si stacco' prima che l'urlo trovasse voce.

Leonardo vide la scena e dimentico' per un battito di respirare.

"La spada elfica non colpisce," mormoro'. "Decide."

"Allora che decida in fretta," ringhio' Derryl, spingendosi dentro.

Oronzo scivolo' dietro un avversario impegnato e colpi' dove la corazza non proteggeva abbastanza. Il tileano non amava gli scontri onesti: li considerava una superstizione dei ricchi, dei morti e dei narratori pigri. La guardia cadde con un suono breve. Nessuno ebbe tempo di commemorarla.

Dentro la torre, il buio non era uniforme. Lanterne e bracieri creavano pozze di luce che rendevano tutto piu' confuso: una scala vista a meta', una feritoia, un corridoio, una porta interna, pietre cadute, travi bruciate, gradini che salivano e scendevano dove non avrebbero dovuto. La Torre Hess non era una costruzione; era un problema verticale.

Marcus prese quota cercando un accesso al livello superiore, verso il tetto e il cannocchiale. Si mosse lungo una parete, pistola pronta, occhi freddi. Ogni apertura poteva nascondere un uomo, ogni ombra una lama.

Poi vide la bambina.

Era seduta su una cassa, i piedi che ciondolavano oltre il bordo di un'apertura. Aveva l'eta' incerta in cui i bambini sono ancora bambini e gia' capaci di guardare gli adulti come se li avessero giudicati da tempo. Non piangeva. Non tremava. Non chiedeva aiuto.

Guardo' Marcus e chiamo' verso l'alto.

"Signore! Signore!"

Marcus rallento'.

"Ora guariremo tutte le tue ferite," disse, con una dolcezza cosi' controllata da sembrare un'arma riposta nel fodero. "Non ti preoccupare."

La bambina inclino' la testa. "Perche' non si ferma a giocare con me e con il mio amico?"

La frase fu piccola, quasi cantilenata.

La torre parve ascoltarla.

"Come ti chiami?" chiese Marcus.

"Bernadette Schubert."

Il cognome corse giu' per i gradini invisibili della memoria prima ancora che Marcus lo riferisse. Schubert. Un nome gia' visto nelle carte sporche di Pleidorf, in vecchie catene ecclesiastiche, in quella zona grigia dove la pieta' e l'eresia spesso si scambiano i vestiti.

Non una prova.

Ma abbastanza da rendere il buio piu' stretto.

Marcus non cambio' espressione. Era una delle sue qualita' migliori e peggiori: le informazioni potevano colpirlo senza avere la soddisfazione di vederlo sanguinare. Dentro, pero', il nome si mise al suo posto fra altri nomi. Schubert non era Valentini. Non era Seyss-Inquart. Non era il Sacro Martello. Ma stava abbastanza vicino alle vecchie ferite da non potersi fingere innocente.

La bambina lo guardava come se stessero giocando davvero.

Aveva polvere sulle scarpe e i capelli in disordine, ma non la trascuratezza di chi e' stato trascinato li' contro la propria volonta'. Sembrava piuttosto una piccola regina di una rovina assurda, lasciata seduta dove altri avrebbero messo una sentinella, un'esca o un presagio.

"Bernadette," disse Marcus piano, "chi e' il tuo signore?"

Lei oscillo' i piedi.

"Quello che sa le cose."

"Quali cose?"

Bernadette si porto' un dito alle labbra, non per paura, ma per segreto. "Quelle che fanno tornare gli amici."

Marcus senti' il peso di quelle parole arrivare fino allo scheletro intravisto sotto.

"Bernadette," disse Marcus piano, "manda il tuo amico giu' nel burrone. Ne stanno arrivando altri."

La bambina sorrise appena.

"Anche lui sta arrivando."

Attraverso uno sbreccio nel pavimento, Marcus vide il piano sottostante per un istante: uno scheletro, immobile o quasi, e un uomo in armatura. Non abbastanza per capire. Troppo per ignorare. Il metallo dell'uomo prendeva la luce male; le ossa accanto a lui sembravano attendere un ordine.

Sotto, le guardie si muovevano.

"Marcus?" chiamo' Leonardo dal basso, senza alzare troppo la voce.

"Abbiamo una bambina," rispose Marcus. "Uno scheletro. Un uomo in armatura. E qualcosa sopra."

Oronzo, che in quel momento stava evitando una lama, trovo' comunque il tempo per rispondere.

"Ottimo. Mancava solo il buffet."

Derryl sparo' un'occhiata verso l'alto. "Lo scheletro cammina?"

"Non ancora."

"Per la barba di Grungni, questa e' la frase peggiore che potevi scegliere."

Derryl avanzo' verso una scala, ringhiando qualcosa a Grungni che poteva essere una preghiera, una protesta o entrambe. Leonardo accese infine la lanterna, e il cerchio di luce trasformo' polvere, sangue e pietra in dettagli troppo precisi.

"Siamo gia' dentro," disse Leonardo.

"Dentro non vuol dire vivi," rispose Oronzo.

"No. Ma e' statisticamente piu' promettente di fuori sotto le feritoie."

"Leonardo."

"Si'?"

"Parla meno e cammina."

Obbedi'. Era una forma di saggezza che gli riusciva raramente, ma quella notte aveva buoni argomenti.


Il Raggio Violaceo

La Torre Hess comincio' a muoversi attorno a loro.

Non davvero. Le pietre restavano pietre, i gradini gradini, le feritoie feritoie. Ma ogni passaggio sembrava cambiare significato appena veniva attraversato. Una scala saliva verso una minaccia e scendeva verso un'altra. Una porta laterale sputava un uomo armato. Una passerella si apriva su un vuoto. Il tetto, sopra, respirava con un suono che nessuna torre avrebbe dovuto avere.

Marcus si riparo' dietro una botte e attese.

Una guardia scese i gradini di corsa, cercando di raggiungere il livello basso. Marcus le lascio' fare tre passi. Al quarto, sparo'. Il colpo la prese alle spalle e la piego' in avanti contro la pietra.

Non basto'.

Altri uomini arrivarono da stanze laterali. Alcuni cercavano Elassir, altri Oronzo, altri ancora puntavano verso la luce della lanterna di Leonardo. La confusione favoriva chi conosceva la torre, e i Martelli non la conoscevano. Ogni vittoria piccola apriva un nuovo angolo da cui qualcuno poteva colpirli.

Oronzo si trovo' preso fra due lame e una terza intenzione.

Paro', arretro', rientro' con la spada di San Toswick in una linea breve. Il ferro sacro di Morr disegno' un arco freddo, abbastanza rapido da far cedere un uomo e abbastanza pesante da ricordare agli altri che il tileano non era solo bocca e fortuna.

"A sinistra!" grido' Derryl.

Oronzo si abbasso' senza chiedere perche'. Una lama gli passo' sopra la spalla, tanto vicina da portarsi via un filo di mantello. Lui rispose con il gomito, poi con la spada, poi con un insulto in remasiano che nessuno nella torre merito' di capire.

Leonardo teneva la lanterna alta e lo scudo piu' alto ancora. Ogni istinto gli diceva di arretrare, ma dietro di lui c'erano compagni, scale, vuoti e quella parte della dignita' che diventa fastidiosa proprio quando sarebbe utile abbandonarla.

"Marcus, se hai un piano freddo e imperiale, questo e' il momento storico adatto!"

Da qualche parte sopra, Marcus rispose senza voltarsi. "Sto raccogliendo informazioni."

"Siamo lieti di morire istruiti!"

"Non morite prima che siano complete."

Poi Oronzo senti' qualcosa.

Non dolore. Non ancora.

Un vuoto.

Come se per un battito il mondo si fosse dimenticato di tenerlo in piedi.

"Oronzo!" chiamo' Leonardo.

Dall'alto venne un rumore profondo. Pietra grattata. Legno spinto. Un respiro troppo grosso.

Bernadette, da qualche parte sopra di loro, rise o parlo'. Il suono si perse nella torre.

Derryl alzo' la pistola verso il buco nel soffitto. "Sta arrivando qualcosa dal tetto."

Leonardo vide prima le corna.

Non bene. Non abbastanza per dare un nome alla cosa, e forse era meglio cosi'. Una massa scura si mosse oltre l'apertura, piu' grande di un uomo, piu' pesante di un animale normale. Le corna tagliarono la luce alta come rami di ferro. L'odore che scese con essa sapeva di pelo bagnato, pietra calda e tempesta chiusa in una stanza.

Lo scheletro sotto si mosse, o parve muoversi. Leonardo non avrebbe saputo giurarlo, e non ebbe il tempo di trasformare il dubbio in certezza. La torre era piena di cose viste a meta': un braccio dietro una feritoia, una lama fra due ombre, il sorriso di Bernadette sopra una cassa, l'armatura immobile sotto il pavimento. Tutto chiedeva attenzione. Tutto la meritava. Nessuno aveva abbastanza occhi.

La creatura raschio' qualcosa sopra di loro.

Una pietra cadde dal bordo dell'apertura e si spacco' sul pavimento fra Leonardo e Derryl.

"Se entra da li'," disse Derryl, "la torre non e' abbastanza larga."

"Per noi o per lei?" chiese Leonardo.

"Si'."

"Tenetevi pronti," disse Leonardo, e la voce gli usci' sottile. "Non e' solo una guardia."

"Allora avanti," rispose Oronzo.

Elassir, circondato da uomini troppo vicini, cambio' ritmo.

La sua spada e il pugnale si mossero insieme. Non fu una danza; le danze hanno spettatori e vanita'. Fu una rotazione breve, brutale, perfetta. Chi gli stava attorno entro' in un cerchio d'argento e ne usci' diverso: aperto, mutilato, spinto indietro. Per un istante l'Elfo Silvano parve al centro di una ruota che macinava ferro.

Poi la luce viola attraverso' la torre.

Non era fiamma. Non era fulmine. Era un raggio sottile e cattivo, del colore dei lividi quando diventano preghiera sbagliata. Scese dall'alto, o da qualcosa vicino all'alto, e prese Oronzo in pieno.

Il tileano ebbe il tempo di stringere i denti.

Poi cadde.

La spada di San Toswick urto' la pietra con un suono chiaro, quasi offeso. Leonardo si volto' di scatto. Marcus bestemmio' a mezza voce. Derryl fece un passo avanti prima ancora di decidere dove sparare.

Sopra di loro, la creatura cornuta si mosse ancora.

Bernadette Schubert non urlava.

Questo, piu' del raggio, piu' del sangue, piu' dello scheletro intravisto sotto, fece sentire a Leonardo che la torre non stava difendendo un segreto.

Lo stava allevando.


Stato della Compagnia

Alleati attivi:

  • Elassir e' dentro la Torre Hess con i Martelli. Ha aperto la breccia, abbattuto e mutilato piu' guardie di Ubersreik, ma la creatura cornuta dall'alto cambia il peso dello scontro.

Nuovi o chiariti:

  • Bernadette Schubert e' una ragazzina di circa dodici anni trovata nella Torre Hess. Non sembra una prigioniera: parla con confidenza del "signore" e del suo "amico" in arrivo. Il cognome richiama piste ecclesiastiche corrotte gia' note, ma il legame non e' ancora provato.
  • Guardie di Ubersreik presidiano la torre con corpetti, elmi aperti, spade e pugnali.
  • Uomo in armatura e scheletro sono stati visti da Marcus attraverso uno sbreccio al piano inferiore; identita' e ruolo restano incerti.
  • Creatura cornuta della Torre Hess e' comparsa o sta entrando dal tetto. Non e' identificata, ma la sua presenza e' chiaramente sovrannaturale o mostruosa.

Nemici recenti:

  • Alcune guardie della torre sono state ferite o abbattute durante l'irruzione.
  • Il possibile stregone o demonologo della torre non e' ancora stato neutralizzato ne' identificato con certezza come Necromante dei Valentini.

Oggetti:

  • Pugnale di Yul-Kachun -- nascosto nel bosco prima dell'assalto, separato dagli altri artefatti.
  • Teschio d'Ottone -- nascosto nel bosco prima dell'assalto, separato dagli altri artefatti.
  • Anello dell'Ordo Scrittoris / lupo nascosto -- nascosto nel bosco prima dell'assalto, separato dagli altri artefatti.
  • Calice dell'Ira -- ancora fuori scena, in fuga con il mascherato volante.
  • Carrozzone di Schambeck -- nascosto nel bosco poco distante dalla Torre Hess.

Scoperte:

  • La Torre Hess e' occupata da uomini armati, usa ronde interne e presenta piu' livelli comunicanti in verticale.
  • Sul tetto o presso il livello superiore si trova un grande cannocchiale rovinato.
  • Bernadette Schubert conosce o attende una creatura chiamata da lei "amico".
  • Un raggio violaceo ha colpito Oronzo durante lo scontro.

Situazione attuale:

  • I Martelli sono dentro la Torre Hess, ma non la controllano.
  • Oronzo e' a terra dopo il raggio violaceo; la sua condizione precisa resta da verificare.
  • Marcus, Derryl, Leonardo ed Elassir sono ancora impegnati nello scontro.
  • Gli artefatti lasciati nel bosco restano separati e nascosti, ma diventano vulnerabili se la compagnia cade o viene catturata.

Fili narrativi aperti:

  • Identificare Bernadette Schubert e il suo legame con la torre.
  • Scoprire se il sospetto stregone sia davvero il Necromante dei Valentini.
  • Capire cosa siano lo scheletro, l'uomo in armatura e la creatura cornuta.
  • Sopravvivere al combattimento e recuperare gli artefatti nascosti nel bosco.
  • Riprendere la caccia al Calice dell'Ira quando la Torre Hess sara' risolta.

"Cap. LI. Ho sempre sostenuto che una buona torre debba avere fondamenta, scale e, nei casi piu' ambiziosi, una biblioteca. La Torre Hess possiede invece una bambina serena, uno scheletro, un uomo in armatura e qualcosa con le corna. Devo rivedere la mia definizione di architettura difensiva."

-- Leonardo Isacco da Ponzacco, taccuino da viaggio