De Exemplo et Sophistica Vitanda
Ovvero: Perché un Esempio Vale Più di Mille Argomenti, e Mille Argomenti Spesso Valgono Meno di Niente
Estratto dalle "Lezioni sulla Dimostrazione Pratica e i Suoi Nemici Naturali, Prevalentemente Tileani", di Leonardo Isacco da Ponzacco, Magister Manifestorum
"L'argomento convince chi è già d'accordo. L'esempio convince chi vuole ancora discutere. Per questo i tileani preferiscono gli argomenti: non convincono nessuno, ma permettono di continuare a parlare."
— Magister Ovidio dell'Ovvio, dalla Replica alla Replica della Mia Precedente Replica (opera in sette volumi, dei quali si è conservato solo l'indice).
Premessa: Sulla Necessità di Questo Trattato, Scritto con Imbarazzo da un Tileano
Il lettore attento — e l'attenzione, in un tileano, è sempre un segno di colpa — noterà l'apparente contraddizione. Un magister di Miragliano, formato nelle aule dove la disputa sostituisce la cena, educato a far seguire quattro corollari ad ogni premessa, scrive un trattato contro la sofistica tileana.
È come se un avvelenatore di Pavona pubblicasse un manuale di igiene alimentare.
Ma è proprio per questo che il trattato s'impone. Nessun reiklandese potrebbe scriverlo — non conoscerebbe la malattia abbastanza da diagnosticarla. Nessun bretonniano potrebbe scriverlo — la confonderebbe con l'eloquenza. Solo un tileano, avendo contratto la sofistica fin dall'infanzia e avendo imparato a guarirne per necessità di sopravvivenza, può riconoscerne i sintomi nei suoi fratelli e additarli al mondo.
"Hai appena scritto tre paragrafi per giustificare il fatto che stai per scrivere un trattato," osservò Derryl a Wissenburg, dove inaugurai queste lezioni con un pubblico di quattro persone, una delle quali dormiva.
"È un'introduzione."
"È sofistica."
"È consapevolmente sofistica. È differente."
"No."
Il nano, come spesso accade, aveva ragione. Ma un magister che riconoscesse d'avere torto al secondo paragrafo non sarebbe più un magister: sarebbe un uomo utile, e noi abbiamo troppi di quelli.
Capitolo I: Tassonomia dell'Esempio (O: Le Quattro Specie, di cui Solo Due Meritano di Essere Scritte)
L'esempio, come la moneta, si presenta in tagli diversi, e non tutti hanno lo stesso valore al mercato della persuasione. Ne distinguo quattro specie fondamentali.
Specie I: L'Esempio Concreto
Il solo davvero utile. Un fatto avvenuto, con un nome, una data, un morto — preferibilmente un morto, perché i morti non smentiscono.
Esempio: "Nel 2498 CI, il quartiermastro Hessler di Nuln ordinò trecento polveriere senza accertarsi se la polvere fosse asciutta. Risultato: il deposito esplose, morirono quattordici uomini e la compagnia perse un contratto di ottomila corone."
Il lettore, leggendo questo, non può controbattere. Non può dire "non è vero" perché i nomi sono nomi, i numeri sono numeri, e i morti sono schedati. Può solo leggere, pensarci sopra, e — nei casi fortunati — imparare qualcosa.
L'esempio concreto ha un solo difetto: è noioso da raccogliere. Richiede di leggere rapporti, interrogare testimoni, visitare archivi, e — più spesso di quanto si creda — corrompere un impiegato. Nessun tileano ne è mai morto, per ovvie ragioni: prima dell'esempio concreto, muore di fame.
Habitat naturale: Manuali d'artiglieria, cronache militari, referti medici e qualsiasi documento scritto da qualcuno che deve rispondere delle proprie parole a una persona armata.
Specie II: L'Esempio Analogico
Utile, se maneggiato con cautela. L'autore confronta una cosa ignota con una cosa nota, per illuminare la prima attraverso la seconda.
Esempio: "L'Impero è come un vecchio carro sovraccaricato: procede solo perché le ruote non si sono ancora accorte di poter rompere."
L'analogia è legittima finché il lettore non la esamina troppo da vicino. Se il lettore comincia a chiedersi cosa corrisponde alle ruote, e cosa al conducente, e chi è il cavallo, l'analogia crolla — e con essa, la fiducia del lettore. L'analogia è un ponte: serve a farti passare, non a farti abitare.
Il mio maestro Ovidio insegnava: "L'analogia è buona come una stampella. Ti regge per una lega. Se provi a correrci, cadi."
Habitat naturale: Sermoni, discorsi elettorali (in Tilea si eleggono i Principi ogni quarant'anni circa, a seconda di chi sopravvive), e trattati di filosofia.
Specie III: L'Esempio Ipotetico
Pericoloso. L'autore inventa una situazione plausibile per illustrare una regola. "Supponiamo che un uomo..." — e già il lettore si insospettisce, perché nessun uomo supposto ha mai pagato una tassa o ricevuto una coltellata.
Esempio: "Supponiamo che un cavaliere bretonniano incontri un ogro nella nebbia. Come dovrebbe comportarsi?"
La risposta corretta è: dovrebbe avere evitato la nebbia, ma questo non ha mai soddisfatto nessuno. L'esempio ipotetico è la forma larvale del sofisma: non ancora malato, ma già infetto. Il problema è che, non essendo reale, può essere piegato a dimostrare qualsiasi cosa. Il cavaliere supposto combatte o fugge a seconda di ciò che l'autore ha bisogno di dimostrare. Se ha bisogno di dimostrare il coraggio, combatte. Se ha bisogno di dimostrare la prudenza, fugge. Se l'autore è abbastanza tileano, fa entrambe le cose, contemporaneamente, e ne ricava tre corollari.
Habitat naturale: Università tileane, dispute giuridiche di Remas, e conversazioni tra magister che non si sopportano.
Specie IV: L'Esempio Assente
Il più imperiale. L'autore enuncia una tesi e procede a ripeterla con parole diverse per settanta pagine, senza mai offrire un singolo caso concreto.
Esempio (per sottrazione): "La virtù deve essere coltivata perché è virtù. Dove manca la virtù, regna il vizio. Il vizio corrompe la virtù. Dunque la virtù deve essere coltivata."
Questo è quattro volte la stessa frase. È ciò che a Miragliano chiameremmo giro a vuoto argomentativo, e ciò che nell'Impero chiamano trattato etico. La differenza è nomenclativa.
Chi scrive così ha una scusa invincibile: "La verità non ha bisogno di esempi, essendo autoevidente." Quando senti questa frase, corri. L'autore sta per venderti qualcosa, o farti firmare qualcosa, o — più probabilmente — entrambe le cose.
Habitat naturale: Editti del Teogonista, sermoni di Ulric, dissertazioni di filosofia morale della Scuola di Altdorf, e qualsiasi testo il cui autore abbia più titoli accademici che denti.
Capitolo II: La Malattia Tileana (O: Diagnosi Clinica della Sofistica)
Qui vengo al nocciolo, e qui parlerò contro la mia stessa gente — cosa che ogni tileano fa volentieri, purché non sia presente altra gente tileana.
La sofistica tileana è la malattia per cui l'argomento, invece di servire la verità, si serve di sé stesso. È il ragionamento che diventa fine. È la dialettica che si ripiega, si avvita, si moltiplica, fino a produrre venti pagine sul dubbio se sia davvero necessario produrne altre venti.
Ne distinguo tre stadi clinici.
Stadio I: La Distinzione Superflua
Il paziente, di fronte a una proposizione semplice, sente il bisogno di introdurre una distinzione. Poi, per giustificare la distinzione, un'altra distinzione. La proposizione originaria, a questo punto, è sepolta sotto tre strati di aggettivi.
"La guerra è cattiva" diventa "La guerra — intesa come conflitto armato tra entità politiche riconosciute, distinguendola dalla faida, dalla sommossa e dalla rappresaglia, e tenendo conto della specificazione ulteriore tra guerra giusta, ingiusta, e inevitabile — è in certi sensi e a determinate condizioni moralmente deprecabile."
La seconda frase non dice niente di più della prima. Dice le stesse cose in modo che nessuno possa rimproverare all'autore di averlo detto.
Stadio II: La Proliferazione delle Premesse
Il paziente, chiamato a dimostrare una tesi in tre righe, sente il bisogno di premettere la storia della filosofia tileana. Non perché serva. Perché ha tempo, e perché l'ascoltatore non ne ha.
È una forma di aggressione passiva travestita da rigore.
Stadio III: L'Autofagia Argomentativa
Lo stadio terminale. Il paziente costruisce argomenti che dimostrano la propria impossibilità di dimostrare, confutando se stessi nell'atto stesso di affermarsi.
È a questo punto — e non prima — che il paziente viene celebrato a Remas come grande pensatore.
Registro dei Sofisti Tileani Celebri e della Loro Specialità:
| Sofista | Scuola | Celebre per | Fine Conosciuta |
|---|---|---|---|
| Federigo il Disquisitore di Luccini | Luccinese | Ventisette distinzioni preliminari prima di ammettere che piovesse | Morto di sete nel proprio studio. Il bicchiere era pieno. Stava distinguendo tra sete propria e sete percepita. |
| Aurelia delle Mille Distinzioni di Miragliano | Mirglianese | Un trattato di 600 pagine sul concetto di "abbastanza" | Viva, insegna ancora. Nessuno ha ancora capito se "abbastanza" sia stato definito. |
| Pratinola il Ragionevole di Remas | Remasca | Dimostrò filosoficamente l'inesistenza del martedì | Fu colpita da un vaso di lunedì. Dal suo balcone, il martedì. |
| Anselmo delle Tre Scuole di Pavona | Pavonese | Passava da una scuola all'altra ogni volta che veniva confutato | Avvelenato durante un simposio. Gli avversari sostennero d'avere agito per ragioni puramente dialettiche. |
| Orazio il Paradossale di Verezzo | Tolentina | Sostenne che la propria opera non esisteva | La tesi si rivelò autoconfermante: nessuno la conserva. |
"Li hai conosciuti di persona?" chiese Giuliano, che come prete di Myrmidia ha una rispettabile indifferenza verso la filosofia ma una curiosità inquieta per i suoi esponenti.
"Federigo sì. Aurelia ancora insegna. Gli altri erano già morti prima che io nascessi, ma i loro discepoli sono peggio di loro."
"Perché?"
"Perché ripetono le loro idee senza averle comprese. Un sofista che sa di essere sofista è uno spettacolo triste ma istruttivo. Un sofista che crede d'essere un saggio è una catastrofe pubblica."
Habitat naturale del sofisma tileano: Simposi di Remas, accademie di Miragliano, sinodi religiosi dovunque, e qualsiasi stanza dove due o più tileani si trovino con un calice e nessuna scadenza.
Capitolo III: I Sintomi del Contagio (O: Come Riconoscere il Sofisma in Te Stesso Prima che Sia Troppo Tardi)
Il sofisma tileano è una malattia auto-immune del ragionamento: sono le stesse difese del pensiero — il rigore, la distinzione, la cautela — che, ipertrofizzate, si rivoltano contro il pensatore.
Dodecalogo dei Sintomi Precoci:
| Sintomo | Traduzione Onesta |
|---|---|
| Hai scritto "è opportuno distinguere" tre volte in una pagina | Non sai cosa vuoi dire. |
| La tua introduzione è più lunga dell'argomento | L'argomento non esiste. Hai scritto solo un'introduzione. |
| Citi più autori di quanti ne abbia letti il lettore | Speri che il lettore si arrenda prima di accorgersi che neanche tu li hai letti. |
| I tuoi esempi sono "supponiamo che..." senza mai "è accaduto che..." | Stai inventando la realtà perché quella vera non corrobora la tua tesi. |
| Hai confutato un avversario che nessuno aveva menzionato | Ti stai confutando da solo, ma preferisci darne la colpa a un altro. |
| La tua conclusione comincia con "si potrebbe dunque sostenere, con le dovute cautele..." | Non sostieni niente. Stai coprendo le tracce. |
| Usi parole latine quando quelle tileane basterebbero | Speri che il latino nasconda la debolezza del pensiero. Non la nasconde: la evidenzia. |
| Le tue note a piè di pagina sono più lunghe del testo | Il libro andava scritto a piè di pagina, e il testo omesso. |
| Hai usato "in un certo senso" più di quattro volte | Nessun senso è certo. |
| Concludi citando il tuo maestro | Il maestro, se vivo, ti chiederebbe di smettere. |
| Hai scritto un paragrafo per dire che potresti, ma non lo farai | Lo hai già fatto. |
| Stai leggendo questa tabella con un sorriso di superiorità | Sei già contagiato. |
Consigliai a Oronzo di consultare questa tabella prima di ogni sua contrattazione commerciale. Mi rispose che la sua professione — commerciante di lane e, occasionalmente, di notizie — richiedeva il sofisma come strumento di lavoro.
"Senza sofisma," disse, "venderei la lana al suo prezzo. E dove sarei, allora?"
"A casa, probabilmente."
"Appunto. E chi vuole essere a casa?"
Non seppi rispondere. È una delle poche dispute in cui un tileano di Miragliano ammette la superiorità di un tileano del sud.
Capitolo IV: Le Sei Leggi dell'Esempio secondo Leonardo Isacco
Se debbo fornire regole — e abbiamo stabilito nel precedente trattato che un magister è tenuto a fornirle, pena il disprezzo degli studenti — eccole.
Le Sei Leggi della Dimostrazione Pratica:
| Legge | Enunciato | Corollario |
|---|---|---|
| I | Un esempio vale più di un argomento. Due esempi valgono più di un esempio. Tre esempi valgono meno di due. | Il lettore, al terzo esempio, sospetta che tu stia riempiendo pagine. Ha ragione. |
| II | L'esempio concreto batte sempre l'esempio ipotetico. | Se devi inventare un caso per sostenere la tua tesi, la tua tesi non sta in piedi. Cambia tesi o cambia mestiere. |
| III | L'analogia è un utensile, non una dimostrazione. | Serve a far capire, non a provare. Chi prova per analogia, mostra di non saper provare altrimenti. |
| IV | Se l'esempio contraddice la regola, il torto è della regola. | Il reiklandese, di fronte al contrario, riscrive l'esempio. Il tileano riscrive la regola. Il tileano ha ragione una volta su cento. Quella volta vale tutte le altre. |
| V | Un esempio mal scelto è peggio di nessun esempio. | Meglio una tesi nuda che una tesi vestita male. Il lettore perdona la scarsità, non il cattivo gusto. |
| VI | Se non trovi un esempio, la tua idea non è un'idea: è un'opinione. | Le opinioni sono gratuite e dunque abbondanti. Le idee costano esempi e dunque rare. |
Giuliano lesse queste leggi e mi chiese: "La Quarta non è pericolosa? Dire che il torto è della regola legittima l'erranza."
"Legittima l'osservazione. Se la regola non regge al caso, o la regola è mal formulata, o il caso è mal osservato. In entrambi i modi, c'è lavoro da fare. Il peggior teologo è quello che, davanti al miracolo, nega il miracolo per salvare la dottrina. Il peggior filosofo è quello che, davanti al contrario, nega il contrario per salvare la premessa."
"E il peggior ingegnere?"
"Quello che, davanti al ponte crollato, incolpa il fiume."
Derryl, che ci ascoltava mentre riaffilava per la quarta volta la stessa ascia, commentò: "Conosco qualcuno così. Si chiama ogni ingegnere dell'Impero."
Capitolo V: Un Aneddoto Tileano (O: Il Magister che Dimostrò Troppo)
A Miragliano, nell'anno 2480 CI — un anno altrimenti tranquillo, caratterizzato dal consueto numero di avvelenamenti ordinari — si tenne al Collegio Civico-Strategico una disputa pubblica che la mia generazione di studenti studia ancora come caso clinico.
Il protagonista era Magister Bartolomeo delle Cinque Conclusioni, accademico di vaglia, che in una singola lezione si proponeva di dimostrare:
- che il tempo esiste;
- che non esiste;
- che esiste solo in parte;
- che la questione è mal posta;
- che dunque esiste, ma in modo diverso da come si credeva.
La lezione durò nove ore. Alla terza conclusione, il pubblico era dimezzato. Alla quarta, era ridotto a tre persone. Alla quinta, Bartolomeo si accorse di parlare a se stesso.
A quel punto, secondo il verbale d'aula, avvenne il paradosso.
Bartolomeo, constatando che nessuno aveva compreso, concluse che "la verità dimostrata senza testimoni è ancora verità dimostrata." E si proclamò vittorioso della disputa.
Fu trovato morto la mattina seguente, nella sua stanza, con ventitré pagine di appunti sul tavolo in cui dimostrava — con rigore ammirabile — che la morte è solo una forma particolare di distrazione.
Cronologia del Caso Bartolomeo:
| Anno | Evento |
|---|---|
| 2480 CI | La disputa pubblica. Cinque conclusioni contraddittorie. |
| 2480 CI | Bartolomeo trovato morto. Tesi postuma sulla distrazione mortale. |
| 2481 CI | I suoi studenti fondano la Scuola della Cinquina, dedicata a dimostrare contemporaneamente una cosa e il suo contrario. |
| 2483 CI | La Scuola viene chiusa per bancarotta intellettuale. Gli studenti si riciclano come notai. |
| 2485 CI | Un anonimo pubblica un pamphlet di una sola riga: "Un esempio sarebbe bastato." |
| 2485 CI | Il pamphlet diventa il testo più letto dell'anno nel Collegio. |
La morale, che il mio maestro Ovidio non smetteva di ripetermi, è che Bartolomeo aveva quattro argomenti in più di quanti gli servissero, e nessun esempio per sorreggerne uno. Se al posto di cinque conclusioni avesse portato un solo fatto — un orologio rotto, un calendario sbagliato, una clessidra capovolta — avrebbe convinto. Invece convinse sé stesso, e un sofista che convince solo sé stesso muore di fame o di paradosso. Bartolomeo ebbe la decenza di morire di paradosso, il che a Miragliano è considerato un finale dignitoso.
"E se fosse morto di un'ascia?" chiese Derryl, a cui la filosofia causa allergia.
"Sarebbe stata un'altra forma di esempio. Più breve. Più convincente."
"Ecco," concluse Derryl. "Questo è un insegnamento che capisco."
Capitolo VI: Il Paradosso Finale (O: Questo Trattato è Esso Stesso un Esempio)
Il lettore attento — torniamo a lui, ammesso che non sia andato via — avrà notato una cosa curiosa. Questo trattato, nominalmente contro la sofistica tileana, contiene:
- sei capitoli (eccessivo);
- cinque tabelle (una sufficiente);
- tre aneddoti (due di troppo);
- numerose distinzioni superflue (l'intero Capitolo II);
- un epigrafe fittizio (il solito);
- un dialogo ricostruito con compagni che non necessariamente acconsentono a essere citati (Marcus Ghast, in particolare, legge tutto quello che scrivo, non firma mai, e la cosa mi preoccupa).
In altre parole: è esso stesso un saggio sofista tileano.
Non si tratta di un errore. Si tratta di una dimostrazione per via d'esempio — l'unica che prendo sul serio. Non potevo spiegare la sofistica tileana senza esibirla. Sarebbe stato come insegnare l'avvelenamento senza avvelenare nessuno: teorica, inefficace, e — cosa peggiore — noiosa.
Il lettore che arrivi fin qui senza essersi addormentato ha, dunque, ricevuto due lezioni contemporaneamente:
- cos'è la sofistica tileana (descritta nel testo);
- come la si riconosce (esibita dal testo).
La terza lezione — come evitarla — non posso impartirla io. Un magister di Miragliano può denunciare la malattia. Può diagnosticarla. Può persino confessarsene affetto. Non può però guarirne del tutto, perché la sofistica, per un tileano, è la forma naturale del pensiero, e la guarigione equivarrebbe alla cessazione.
L'unico rimedio credibile l'ho trovato viaggiando con un nano, un prete di Myrmidia, un mercante del sud e una spia che scrive più di quanto parla. Quando mi dilungo, Derryl mi interrompe. Quando argomento, Giuliano mi chiede un fatto. Quando distinguo, Oronzo mi vende qualcosa. Quando concludo, Marcus prende appunti e non dice niente — ed è il suo silenzio, più di ogni altra critica, che mi costringe a misurare le parole.
Una compagnia, se ben scelta, è il miglior antidoto al sofisma. Meglio di una biblioteca. Meglio di un maestro. Meglio di una disciplina interiore, che in un tileano non ha mai attecchito.
Conclusione: Sull'Esempio Come Forma di Rispetto
Perché dare esempi è importante?
Non per pedagogia. Non per eleganza. Non per la gloria dell'arte retorica.
È importante perché il lettore è una persona e merita fatti, non fumo. L'argomento astratto è un'offesa: dice al lettore fidati di me, non ti mostro nulla. L'esempio è una cortesia: dice al lettore eccoti la prova, giudica tu.
Un trattato senza esempi è un pugno chiuso: l'autore nasconde qualcosa. Un trattato pieno di esempi è una mano aperta: puoi rifiutarla, ma almeno la vedi.
Tra le due forme, scegli sempre la seconda. Anche se sei tileano. Soprattutto se sei tileano.
"Hai finito?" mi chiese Derryl, che a questo punto aveva messo via l'ascia e stava per mettersi via anche lui.
"Sì."
"Bene. Perché volevo chiederti una cosa."
"Dimmi."
"Tutto questo trattato — contro la sofistica — lo hai scritto per illustrare un punto che potevi fare in una frase?"
"Quale frase?"
"'Portate esempi, non argomenti.' Ecco."
Annotai mentalmente la frase. Poi risposi:
"Certo. Ma se avessi scritto solo quella, tu non mi avresti ascoltato."
"È vero."
"Ecco perché ci volevano sei capitoli."
Derryl ci pensò un momento.
"Allora non era sofistica. Era strategia."
"Fingi di non capire la differenza."
"Non fingo. Per un nano, non c'è differenza. Per un tileano, neanche."
"Lessi un giorno al Collegio di Miragliano un trattato contro la sofistica. Durò quattro ore. Alla fine, tre studenti mi accusarono di essere sofista. Un quarto mi accusò di non esserlo abbastanza. Il quinto — quello che più stimavo — si alzò e disse soltanto: 'Portaci un esempio.' Fu il giorno in cui capii che avevo scritto il trattato al pubblico sbagliato. Il pubblico giusto mi aspettava fuori dalle aule, lungo le strade dell'Impero, con la testa dura, le mani sporche, e nessuna pazienza per chi non dimostra ciò che dice."
— Leonardo Isacco da Ponzacco, Annotazione di Viaggio n. 67
Fine del Trattato
Depositato presso l'Archivio dell'Università Civico-Strategica di Miragliano, Sezione "Retorica Applicata e Suoi Effetti Collaterali". Una copia è conservata anche nella bisaccia di Derryl, che se ne serve per accendere il fuoco quando la legna è bagnata. Leonardo Isacco considera questo l'uso più onesto mai dato a un suo scritto.