Capitolo XXXIV: La Birra di Mare
"C'è un proverbio tileano che dice: quando un nano ti offre da bere, accetta. Quando uno Slayer ti offre da bere, prega. Quando uno Slayer pirata ti offre da bere, scrivi testamento." — Leonardo Isacco da Ponzacco
Trombor Goldson Vince Sempre
Il mercato di Karak Norn ardeva di torce e di voci nel secondo giorno della loro permanenza, e il vociare nanico rimbombava sotto le volte come una marea che non smetteva mai di salire.
Il carro coi tessuti di Nuln stava esattamente dove l'avevano lasciato, in mezzo alla grande sala dei commerci, e nessuno l'aveva toccato. Marcus lo notò con quell'apprezzamento sobrio che riserva alle cose ben fatte: nei mercati dell'Impero, lasciare un carro incustodito una notte significava trovarlo all'alba sui mattoni, senza ruote e senza dignità.
"Qui c'è ancora il rispetto della proprietà altrui," osservò Leonardo, tirando fuori il taccuino per annotare la cosa come fosse un'osservazione scientifica. "Lo metterò nella sezione antropologica del trattato."
"Mettici anche che a Nuln il carro l'avrebbero trovato sui mattoni," aggiunse Marcus.
"E con un biglietto di ringraziamento, se sono educati," concluse Oronzo.
Si avvicinarono due nani panciuti, vestiti come mercanti di pelli, con quelle barbe biforcute che segnalavano l'appartenenza a una qualche corporazione del tessile. Squadrarono il carro con l'occhio del professionista, palparono una pezza, annusarono i colori, e poi uno dei due alzò gli occhi su Oronzo.
"È il vostro carico?"
"È il nostro carico," confermò il tileano, e in quell'attimo il suo sguardo si trasformò in qualcosa di liturgico. La trattativa era cominciata, e per Oronzo Cassano da Remas la trattativa era una cerimonia sacra non meno della messa di Sigmar.
"E a quanto sareste disposti a venderlo?" chiese il nano, con la pacatezza di chi conosce il mestiere.
"Voi quanto sareste disposti a offrire?"
"Nove scellini al metro."
Oronzo si portò una mano al petto come se gli avessero appena pugnalato qualcosa di prezioso.
"Come... come scusi?"
"Nove scellini."
"Guardi, signore, io non so se lei s'intende di stoffe." La voce di Oronzo si fece morbida, suadente, intessuta di quella ferita che solo chi ha vissuto i bassifondi sa fingere così bene. "Non prenderò la sua, chiamiamola offerta, come offesa, perché immagino che lei non abbia avuto modo di apprezzare la qualità di questo tessuto. È una stoffa talmente pregiata che normalmente andrebbe a una corona oltre il prezzo che lei m'ha proposto. Ma siccome lei ha la faccia simpatica e gentile, e per la precisione è stato il primo che è venuto a vedere, e questo merita un piccolo riconoscimento — sempre che i miei colleghi siano d'accordo, perché è un affare che abbiamo fatto insieme — potrei mettere una buona parola e lasciargliela per una corona al metro. Ma veramente, le faccio uno sforzo enorme. Mi piange il cuore, perché so di poterci fare di più."
Il nano lo guardò con la diffidenza di chi ha sentito quel discorso troppe volte, ma anche con quell'ammirazione professionale che un buon mercante riserva a un altro buon mercante.
"Undici scellini."
In quel momento si avvicinò un secondo nano, di mole più imponente, che fino a quel momento aveva girato attorno al carro come un avvoltoio paziente.
"Lo compro io a una corona al metro."
"Ehi! C'ero prima io!" protestò il primo.
"Lo prendo io."
"Facciamo metà per uno?" propose Oronzo, con la generosità di chi sa di aver vinto. "Non vorrei che nessuno andasse via di qui scontento."
"Voglio tutto il carico!" sbottò il nuovo arrivato.
Leonardo, che fino a quel momento aveva osservato la scena con la fascinazione del biologo davanti a una specie nuova, intervenne con la solennità del banditore. "Allora facciamo alla tileana — al miglior offerente!"
I due nani si guardarono con quell'antagonismo cordiale che precede gli affari riusciti. Il primo si fece sconsolato.
"Non posso andare oltre."
"E allora," sentenziò Oronzo, "mi dispiace, ma una corona e uno scellino batte una corona, per cui aggiudicato al signore qui presente! Ha fatto un ottimo affare."
"Trombor Goldson vince sempre!" ruggì il vincitore, e si batté il pugno sul petto con un orgoglio che fece tremare la barba.
Il pagamento arrivò in monete sonanti: trecento corone e qualche scellino, da dividersi tra quattro. Era più di quanto si fossero portati appresso da Nuln, e per un momento Leonardo si concesse il lusso di pensare al suo workshop d'ingegneria immaginario, al banco di cesello, ai modellini di Ponzacchina che avrebbe potuto finanziare con quei denari.
Poi ricordò che a Nuln un workshop ne costava mille, e tornò pratico.
"Coi soldi non ci si fa niente, lo sapete," sospirò Oronzo, intascando la sua quota. "È solo che senza ce ne facciamo ancora meno."
L'Insaziabile Inventario
Liquidato il carico, restava il problema dell'equipaggiamento.
Avevano attraversato mezzo Impero in mutande — o quasi — e la generosità del villaggio di Eisenberg si era fermata ai jerkin di cuoio. A Karak Norn, dove le forge non si spegnevano mai e l'acciaio si vendeva al peso del pane, c'era da rifornirsi sul serio.
"Maglia per tutti," ordinò Marcus con la praticità del veterano. "Il cuoio lo lasciamo a chi non se lo può permettere meglio."
"E le pistole," aggiunse Derryl, che da quando aveva rimesso piede sotto la montagna pareva aver recuperato anche la voce. "Le pistole per me, per Marcus, e una mano gun se la trovo."
"Anche per il prete?" chiese Oronzo.
"Anche per il prete," confermò Leonardo, che ormai aveva accettato l'idea di delegare la teologia ai sacerdoti veri e l'ingegneria a se stesso. "Vade retro, balestra. Una pistola di Karak Norn vale tre balestre dell'Impero."
I nani li mandarono a fare un pellegrinaggio per le botteghe. Le balestre naniche le vendevano a otto corone — quadrelli inclusi, di quelli pesanti che bucano una corazza come un dito buca la carta. Le pistole, invece, erano un'altra faccenda: a un umano non le vendevano. A un nano sì.
"Mastro Derryl," gli disse Marcus, abbassando la voce, "compra tu. Per cortesia."
Derryl andò, contrattò, tornò con tre pistole naniche dalla canna corta e dall'impugnatura lavorata a runa. Erano pesanti come piccoli mortai, e più precise di qualunque arma che avessero mai impugnato. Il nano le accarezzò con quella tenerezza che gli uomini riservano alle donne e i nani all'acciaio.
"Polvere e proiettili nanici," aggiunse Marcus. "Un barile, almeno. E un sacchetto di munizioni."
"Anche più di un barile," corresse Oronzo, con l'occhio del mercante. "Se un giorno torniamo a Nuln con un barile di polvere nanica, lo rivendiamo al peso dell'oro."
"Se torniamo a Nuln," precisò Leonardo.
"È un dettaglio."
Per Leonardo, che con le pistole aveva un rapporto puramente teorico e con le spade ne aveva uno ancora più teorico, l'unica concessione fu un fioretto. Lo trovò al Guest Village — il villaggio umano dentro Karak Norn, di cui aveva sentito parlare la sera prima. Era un quartiere strano, una piccola Galata sotto la montagna, con case a misura d'uomo e botteghe gestite da nani austeri che mantenevano l'ordine con la cortese intransigenza del padrone di casa che non si fida degli ospiti.
"Longbeards senza tante storie," spiegò un mercante a Leonardo, mentre questi ammirava il fioretto. "I nani sanno che gli umani sono un po' coglioni, e ci mandano i vegliardi barbuti a tenerci buoni."
"Lusinghiero," commentò Leonardo.
"Funziona."
Il fioretto era leggero, ben bilanciato, con un pomolo a cuore d'aquila che tradiva fattura imperiale. Costava più di quanto Leonardo volesse spendere, ma meno di quanto valesse, e lui lo pagò senza contrattare — perché contrattare le armi, gli aveva insegnato suo padre a Miragliano, è come contrattare le candele per il funerale: si fa per principio, non per risparmio.
"Un fioretto?" mugugnò Derryl quando glielo mostrò. "Padre Giuliano, ma cosa ne faresti?"
"Lo brandisco un po' a caso, e poi vedo come va."
"Sei un disastro."
"Sono un chirurgo," ribatté Leonardo con dignità. "Le mie mani sono fatte per cucire, non per tagliare. Se proprio devo, preferisco un fioretto a una spada a due mani — almeno non rischio di rompermi un piede da solo."
La Ciurma di Drong
Il Martello d'Argento li accolse per la seconda volta con la stessa fragorosa indifferenza, ma quella mattina la sala era già piena nonostante l'ora. Centinaia di nani mangiavano, bevevano e ruttavano, e sopra le loro teste il martello d'argento gigante pendeva dal soffitto come un cuore di luna che nessuno si era mai degnato di staccare.
"Eccoli," disse Derryl, indicando un gruppo di una decina di nani che occupavano un angolo lontano della taverna.
Erano inconfondibili. Tutti Slayer — la cresta di capelli tinti, le barbe arancione e rosso fuoco, i bracci nudi ricoperti di tatuaggi che parevano runici e di cicatrici che parevano antiche. Cantavano canzoni marinaresche in una lingua che era nanico ma con accenti di porti meridionali, e bevevano da boccali grandi quanto i loro elmi.
Uno in particolare ballava sopra un tavolo. Aveva una bandana rossa sulla testa, naso aquilino, sguardo allampanato, denti mancanti che mostrava ogni volta che rideva. Sul braccio sinistro un teschio con due ossa incrociate, e a tracolla — Leonardo dovette fissarli due volte per crederci — non una, non due, ma tre pistole infilate in una bandoliera di cuoio scuro.
"Tre pistole," mormorò Leonardo. "L'ingombro zero esiste."
"Quel nano è la prova vivente che le leggi dell'inventario sono opinabili," osservò Oronzo.

Derryl si avvicinò con la cautela del nano che riconosce una presenza familiare. Quando arrivò al tavolo, gli Slayer smisero di cantare e lo squadrarono.
"C'è venuto a interromperci?" chiese il nano dei tatuaggi, asciugandosi la birra dalla barba.
"No, anzi," rispose Derryl. "Ho sentito le canzoni. Le conosco. Mi è presa un po' di nostalgia, e mi volevo unire."
"Ah! Bravo ragazzo!" L'altro lo guardò un attimo, valutando. "Ma non c'hai nemmeno cent'anni!"
"No, infatti. Però la vita di mare è già vita passata, per me. Fui... corsaro. Per i mari di Zhufbar."
"Un corsaro di Zhufbar!" Il nano alzò il boccale, e tutta la ciurma lo imitò. "Vieni allora, vieni a bere con noi! Io sono Kazrik Sharkbiter, timoniere del Capitano Long Drong!"
"Alla tua," disse Derryl, accettando un boccale che pareva una piccola botte.
"Si possono unire anche i miei amici?" chiese poi, indicando i tre umani che lo seguivano a distanza prudente. "Non sono marinai, non hanno mai veduto il mare, ma sono persone goliardiche."
"Non hanno mai visto il mare?" sbottò Sharkbiter, con genuino sgomento.
"Veramente noi siamo tileani," protestò Oronzo, "e in Tilea il mare ce l'abbiamo praticamente dentro casa."
"Ah! Tileani! Allora va bene!" Lo Slayer fece spazio sulla panca. "Bevete, allora! Ma attenti, che la nostra non è birra da mammolette!"
La Birra di Mare
Quello che Sharkbiter porse a Oronzo e a Leonardo era qualcosa che, alla vista, ricordava una birra bionda. All'olfatto ricordava cherosene. Al gusto — quando Leonardo trovò il coraggio di portarsela alle labbra — ricordava la trementina che gli speziali di Miragliano usavano per pulire i pennelli dei pittori.
"Sentite questo profumo?" disse Sharkbiter con orgoglio. "È la nostra birra speciale. Birra di mare. Distilliamo una versione apposta sulla nave, ma il barile è rimasto a bordo, qui ne abbiamo una variante più... terrestre."
"Birra di mare," ripeté Leonardo, valutando l'ipotesi che il liquido contenesse effettivamente acqua marina e qualche sottoprodotto della distilleria di una raffineria.
"Per la birra non serve l'acqua dolce?" chiese, accademico fino in fondo.
"Mhm. Più o meno."
"Più o meno?"
"Più o meno."
Oronzo trangugiò il suo boccale con quella temerarietà che gli era costata le tre giornate peggiori della sua giovinezza nei vicoli di Remas. Tossì, sputò, si massaggiò la gola, e poi dichiarò solennemente che era buona.
Leonardo invece bevve un sorso, uno solo, piccolissimo, e nel giro di mezzo minuto cominciò a sentire la testa diventare leggera. Non leggera di alcol — leggera di chimica. Il chirurgo che era in lui cominciò a elencare i sintomi: vista offuscata, vertigine, sapore metallico in bocca, pulsazioni anomale.
"Avvelenamento da alcol," sentenziò.
"Peggio," lo corresse Sharkbiter, ridendo.
"Trementina?"
"Anche."
"E questo lo bevete spesso?"
"Tutti i giorni."
Leonardo si sedette, perché stare in piedi cominciava a essere un'attività complessa. "Mi servirebbe una fetta di pane, se è possibile."
"Pane?" I nani si girarono tutti verso di lui, increduli, come se avesse chiesto un balsamo per le occhiaie. "Ma come, pane?"
"Il ragazzo non è avvezzo all'alcol nanico," intervenne Derryl, mediando. "È giovane, deve farsi le ossa."
"Sono ubriaco a un sorso," mormorò Leonardo, con la dignità del condannato. "Mi sento male."
Mentre i nani gli portavano una pagnotta nera che pareva mattone, Oronzo si era già lanciato in una conversazione fitta con Sharkbiter, che gli stava raccontando di un certo amico corsaro di Sartosa che li aveva accompagnati fin lì su una nave volante.
"Una nave volante?" fece eco Leonardo, quasi sobrio per un istante. "Esistono davvero?"
"Certo che esistono. Ne abbiamo regalata una al Conte Elettore del Middenland, ma quella la tengono in un museo."
"Ma come fa a volare?"
"Si gonfia un pallone," spiegò Sharkbiter con la sintesi di chi non si è mai posto il problema in termini ingegneristici.
Leonardo, anche nel pieno della sua sbornia, intuì che quella semplice risposta nascondeva il principio fisico di una rivoluzione. Avrebbe voluto chiedere mille cose — il volume del pallone, il gas usato, la struttura del fasciame, il sistema di propulsione — ma in quel momento sentì il pavimento che si avvicinava.
To-Tunk, To-Tunk
Fu allora che la sala si zittì.
Prima venne una voce, da qualche parte verso l'ingresso, profonda come una caverna: "Taci, idiota!"
Poi il rumore. Un suono che né Marcus né Leonardo né Oronzo avevano mai sentito, ma che riconobbero immediatamente per quello che era — il tonfo sordo di un uncino di ferro che batteva sul legno.
To-tunk, to-tunk.
Tutta la ciurma si voltò. Sharkbiter abbassò il boccale. Anche i nani agli altri tavoli si fecero più silenziosi, e nel silenzio relativo della taverna quel battito si fece largo come la marcia di un boia.
To-tunk, to-tunk.
Apparve.
Drong il Lungo era più alto della media nanica — un metro e cinquanta abbondante, forse cinquantacinque — e torreggiava sopra la sua ciurma di Slayer come una torre torreggia su una cinta muraria. Aveva un occhio solo, l'altro coperto da una benda di cuoio scuro. Il volto era una mappa di cicatrici antiche, e dove avrebbe dovuto avere la mano destra c'era un uncino di ferro lucido, lavorato a runa, appeso a un moncherino fasciato di cuoio. Camminava con quel passo deciso di chi ha imparato a non zoppicare nemmeno quando avrebbe il diritto di farlo.

"Stupido!" ruggì alla sua ciurma, e Sharkbiter abbassò la testa come un cucciolo colto in fallo. "T'avevo detto di non bere troppo! Che diavolo state combinando?"
"Dice a noi?" sussurrò Leonardo, con la voce impastata.
"Dice a loro," sussurrò di rimando Oronzo. "Stai zitto."
Drong appoggiò l'uncino sopra il tavolo con un clang metallico che fece sobbalzare i bicchieri. "Ti dovrei spellare con quest'uncino, Sharkbiter."
Poi i suoi occhi — il suo occhio — si posarono sui tre stranieri.
"E voi?" La voce era bassa, calma, ma di una calma che Marcus aveva imparato a temere più degli ululati. "Drong il Lungo. Chi siete? Che volete? Perché fate domande alla mia ciurma di ubriaconi?"
Oronzo si raddrizzò sul suo sgabello con la dignità del tileano che ha bevuto solo mezzo boccale di sostanza chimica e sente di poter ancora rappresentare la propria nazione.
"Oronzo Cassano da Remas, al suo servizio."
Drong lo annusò come un cane annusa una pista. "Accento tileano."
"Tileano puro, capitano. La mia famiglia ha radici a Remas che risalgono a prima dei Cesari. Ho viaggiato molto, e ho sempre sentito grande rispetto per i marinai del vostro popolo. Si dice che a Tilea, anticamente, vi pagaste il vostro soldo, e che foste i corsari più temuti del Mar Tirreno."
Era un'esagerazione, ma era un'esagerazione lusinghiera, e Drong la riconobbe come tale.
"Hai studiato, ragazzo," concesse il pirata. "Ma non basta lusingarmi per ottenere la mia amicizia. Cosa volete?"
Fu Derryl a parlare, perché parlare nano-a-nano era una grammatica che gli umani non potevano padroneggiare.
"Volevamo conoscervi, Capitano. Mi è stato detto che siete a Karak Norn al servizio del Re. Mi è stato detto che avete una nave volante. Mi è stato detto, soprattutto, che siete un nano d'onore."
Drong lo squadrò. "E qui cosa abbiamo? Un ragazzino?"
"Beh, sì," ammise Derryl, con la modestia del nano di Zhufbar. "Sono giovane. Ma ne ho viste, nella mia giovane età. Mi so difendere bene."
"Ti sai difendere bene? Vediamo. Visto che ti piace bere..."
Drong prese da cintura un barilotto di legno scuro, fasciato di rame, sigillato con la cera nera. Lo stappò con i denti. Versò il contenuto in un bicchiere — un liquido scuro, denso, che ricordava una Guinness ma non lo era. L'odore arrivò fino al tavolo dei tileani: rum, sicuramente, ma anche qualcos'altro. Qualcosa di ferroso. Qualcosa di chimicamente sbagliato.
"Bevi questo, ragazzo," disse Drong. "Se reggi un bicchiere di questo, sei dei nostri."
Derryl prese il bicchiere senza esitazione e lo trangugiò.
Oronzo, che fino a quel momento aveva osservato con la fascinazione del condannato che vede la ghigliottina, si sporse. "Lo posso provare anch'io, Capitano?"
Drong sorrise per la prima volta — un sorriso solo a metà, perché l'altra metà del volto era cicatrice. "Fatti avanti, tileano."
Versò un secondo bicchiere. Oronzo lo bevve. Fu come bere una candela accesa con dentro la polvere da sparo. Il sapore era forte, alcolico, di rum, ma con qualcosa di ferroso e qualcosa che Oronzo riconobbe — perché aveva passato l'infanzia tra gli artificieri di Remas — come odore di salnitro.
E poi lo stomaco fece brrrlrlrl.
E poi Oronzo tirò una scoreggia che parve il colpo di una pistola.
Tutta la sala scoppiò a ridere. Anche i nani agli altri tavoli si voltarono e applaudirono. Derryl, dal canto suo, ebbe lo stesso effetto a frequenza maggiore — una rapida sequenza di flatulenze ritmiche che pareva il tiro di una mitragliatrice.
E la cosa più inquietante era che dai loro pantaloni saliva del fumo nerastro.
"Polvere da sparo," mormorò Leonardo, che aveva il fegato di un chirurgo e l'olfatto di un chimico. "Capitano, perdoni la domanda professionale, ma c'è polvere da sparo in quel rum?"
Drong gli mise una mano enorme sulla spalla. "Ragazzetto. Sei un medico?"
"Mi diletto in chirurgia, sì. E in ingegneria. E un poco anche nella teologia, quando la mia vocazione lo consente."
"Come te la cavi col bisturi? Sei un semplice segaossa, o le ferite le sai curare davvero?"
"È il nostro medico di battaglia," intervenne Oronzo, fiero. "Ci cura mentre combattiamo."
"Veniamo da uno scontro con orchi nelle colline ferrose," aggiunse Leonardo. "E poi anche da una Wraith, nelle caverne sotto Karak Norn — non so se Vostra Capitano ha presente, quei fantasmi che gridano in silenzio."
Drong inarcò il suo unico sopracciglio. "Una Wraith, eh?"
"Era piccolina," minimizzò Oronzo.
"Però c'era," puntualizzò Leonardo.
"Mi piaci, ragazzo," disse Drong, a Leonardo. "Il nostro medico di bordo è morto da poco. Un grave incidente."
"Il leviatano?" chiese Leonardo, con la curiosità del cronista.
"No. L'ho buttato fuoribordo."
Si fece un silenzio breve.
"Era un incidente," aggiunse Drong, con la calma di chi ha già spiegato la cosa a se stesso e ne è soddisfatto. "Gli incidenti capitano."
"Capitano," tagliò corto Oronzo. "E lo capisco perfettamente."
Più Antiche della Terra
La conversazione si spostò dal medico defunto alla Vecchia Betsy — la nave di Drong, che a quanto pareva non era una nave normale, ma una di quelle navi che combattevano con le creature del fondo degli oceani e ne portavano addosso le ferite come un guerriero porta le sue cicatrici. Drong parlava poco, ma quando parlava non sprecava una sillaba.
"E come siete arrivati a Karak Norn?" chiese Marcus, che era apparso a quel punto, pulendosi le mani dal viaggio. "È un po' lontano dal mare."
"Da Sartosa," rispose Drong. "Su una nave volante. Un mio amico ne ha una. Ha una fortezza tutta sua, lì a Sartosa."
"Una fortezza nanica a Sartosa?" Leonardo si raddrizzò, l'erudizione che combatteva contro la trementina. "È un corsaro, immagino?"
"Diciamo corsaro, sì."
"E perché siete venuti fin qui?"
Drong si versò un dito di liquore scuro nel proprio bicchiere e lo guardò controluce, come si guarda una pietra preziosa.
"Perché il Re ha bisogno di noi."
Lo disse con la naturalezza di chi non ha bisogno di spiegare ulteriormente, ma Leonardo, che era ubriaco e quindi temerario, insisté.
"Per ripulire i piani bassi della fortezza, immagino?"
Drong gli rivolse un'occhiata che avrebbe fatto sciogliere il ghiaccio di Naggaroth. "Non si potrebbe dire."
"Ah, via, Capitano, ormai siamo compagni di bevuta. Cosa c'è di tanto segreto?"
Per un istante parve che Drong stesse per sollevare l'uncino. Poi rilassò la spalla, come se l'idea di squartare un ubriaco gli paresse, dopotutto, troppo facile.
"Sotto la zona del grande tesoro reale," disse, "giù, nelle profondità — sotto il tesoro stesso, ben più sotto — ci sono caverne abitate da creature più antiche della terra stessa. Ogni tanto qualcuna di queste emerge e viene a rompere le scatole. Il Re ci ha chiamato per ricacciarle giù."
"Più antiche della terra?" ripeté Marcus, con quella scettica sobrietà che era il suo marchio. "Non saranno mica non-morti?"
"Sarebbe la nostra specialità," aggiunse Oronzo, con un certo orgoglio professionale. "Abbiamo distrutto una Wraith giusto la settimana scorsa."
"No," disse Drong. "Non sono non-morti. Sono creature più grosse, potenti e poderose. Antiche come le radici della montagna."
Leonardo, nonostante la nebbia chimica nella sua testa, cominciò a fare due più due. "E voi, Capitano, vi ci buttate volontariamente?"
"Lo Slayer cerca la morte gloriosa, ragazzo. Più grossa è la creatura, più gloriosa è la morte. Il mio dio Grimnir apprezzerebbe."
"Capisco," disse Marcus, con quella calma del diplomatico che ha appena valutato e scartato ogni possibilità di alleanza.
"Però, se vi interessa," continuò Drong, con un'espressione che era quasi un invito, "domani all'alba saremo davanti all'entrata delle Grandi Miniere di Karak Norn. Se volete distinguervi agli occhi del Re, è probabilmente l'unico modo. Il Re Brock Ironpick non riceve umani. Ma riceve eroi."
"E come paga?" chiese Oronzo, perché Oronzo era Oronzo.
"Parte del bottino, divisa equamente. Ci sono reliquie antichissime nelle profondità — perdute nel tempo. Tesori, tesori veri, di cui i nani si sono dimenticati."
"Tutti maledetti, immagino," mormorò Marcus.
"Probabilmente."
"Capitano," disse Marcus, con quel tono ufficiale che riservava ai negoziati che non gli piacevano, "avremmo solo un piccolo problema. Le nostre armature sono dalla forgiatrice. Tornano fra una settimana."
"Non posso aspettare una settimana," tagliò corto Drong. "All'alba di domani, alle Grandi Miniere. Altrimenti — forse sarà meglio per voi preservare le vostre vite."
E con questo, si voltò, e il to-tunk to-tunk del suo uncino sul pavimento si allontanò verso una porta sul retro, dove la sua ciurma lo aspettava già pronta.
La Posta dell'Impero
Mentre Oronzo, Leonardo e Derryl smaltivano la birra di mare ai tavoli del Martello d'Argento, Marcus si scusò con un cenno e si avviò verso il Guest Village.
C'era una cosa, una sola cosa, che lo aveva tormentato dal momento in cui era entrato a Karak Norn: la spilla.
Aveva dimenticato di averla. La spilla dell'Occhio dell'Aquila — il falco stilizzato che il Servizio di Sicurezza Imperiale dava ai suoi agenti per riconoscersi tra colleghi quando i sigilli erano troppo compromettenti da portare in viaggio. L'aveva sotto la giubba, cucita nell'orlo interno, e il suo amore per le procedure burocratiche aveva deciso che, in una città dove c'era un ufficio postale imperiale, andare a salutare i colleghi era tanto un dovere quanto un'occasione.
Il Guest Village era una grande sala scavata nella roccia, con stanzoni laterali che fungevano da uffici e botteghe. C'era l'ambasciata dell'Impero, il trading post, l'immancabile postribolo, e la posta — una stanzetta polverosa con due dipendenti che sembravano usciti da un'incisione satirica del Bollettino di Altdorf.
Una signora con gli occhiali, di mezza età. E un omino dal naso adunco e dal riportone di capelli pettinati in avanti per coprire una calvizie evidente.
Marcus prese il numerino dal tavolino di legno e si sedette ad aspettare.
Quando il suo turno arrivò, l'ometto lo guardò con sospetto professionale.
"Mi chiedevo se gli archivi sono pronti," disse Marcus, sottovoce.
L'ometto lo studiò un attimo. "L'Occhio è vigile?"
"Solo per chi sa consultarli."
"Forse è il caso di aggiornarsi."
Marcus inarcò un sopracciglio. "L'hanno cambiata?"
"Hanno mandato una circolare. Mi sembra strano che non l'abbiate ricevuta a Nuln."
"I Teogonisti hanno fatto marcire le basi delle istituzioni imperiali, collega. Non si arrabbi se ci scappa qualche aggiornamento mancato."
"Dovrà parlare col direttore. Prima porta a destra, in fondo al corridoio."
Marcus seguì le indicazioni — precise, come si addiceva a una posta imperiale di provincia — e bussò.
"Avanti."
Entrò in una stanza piena di rotoli, faldoni, carte sparse su una scrivania troppo piccola per contenerle tutte. C'era una poltrona di schiena, e da dietro la poltrona venne una voce: "Desidera? Se è per i reclami ha sbagliato posto."
"Vengo dalla sede di Nuln, collega."
La poltrona girò.
L'uomo era corpulento, con una di quelle facce tonde che sopra i quarant'anni si rifiutano di smettere di sembrare bambinesche. Capelli laccati e tirati indietro con l'arte di chi ha rinunciato a fingere giovinezza. Si sistemò gli occhiali sul naso e sorrise con stupore genuino.
"Oh, oh, oh! Da quanto tempo non vedevo un volto nuovo! Qualche cosa di interessante? Qualche missione importante?"
"Marcus Ghast, agente di Nuln."
"Kessel. Direttore della sede di Karak Norn. Si sieda, prego."
Si sedettero.
"Cosa la porta a Karak Norn?" chiese Kessel.
"La gang di Taldorf, principalmente."
Kessel si illuminò come un bambino che ha appena ricevuto un giocattolo nuovo. "Ah! Finalmente! I nani avevano detto che se ne sarebbero occupati loro, ma sono lenti, come sempre. Mi avevano raccomandato caldamente di richiedere il vostro appoggio. Per fortuna siete arrivati. Quanti uomini con voi? Quaranta? Cinquanta?"
"Quanti saranno necessari."
"Ah, ottima risposta. La nostra efficienza imperiale non ha nulla da invidiare ai nani."
Marcus, che aveva quattro persone in tutto al seguito di cui due ubriache di trementina, annuì con la massima serietà. "Lasciamoli illudere, collega."
"Cosa posso fare per lei?"
"Informazioni. Sulla gang di Taldorf, prima di tutto. Numero, rifugi, contatti, famiglie nella zona."
Kessel aprì un cassetto e ne estrasse un faldone spesso, ben rilegato. Lo posò sulla scrivania.
"Questo è il dossier completo. Vigor Taldorf è del nord. Si è impiantato qui qualche anno fa e ha messo su questa banda di taglieggiatori — circa quaranta uomini, anche se di tanto in tanto qualcuno crepa e qualcun altro lo rimpiazza. Hanno famiglie a sud, nelle aree di Khilfazzund e Varagund. Le carovane naniche sono il loro pane quotidiano."
"Prendo il fascicolo," disse Marcus, "e me lo studio con calma."
"E questo," aggiunse Kessel, porgendogli un secondo volume, più piccolo ma più imponente nel suo rilegato di cuoio scuro, "è il KIT."
"Il KIT?"
"Knowledge Interspecies Tome. Il mio sistema personale di catalogazione. C'è dentro tutto quello che sappiamo sulle creature non-umane della zona. Lei lo studi, le tornerà utile."
Marcus prese anche il KIT, ringraziando con il professionale entusiasmo che il caso richiedeva.
Poi, con la disinvoltura del giocatore di carte che gioca un asso, abbassò la voce.
"Una curiosità più che altro, Direttore. Ho sentito delle voci sulle zone più profonde della città."
Kessel si fece serio. Si tolse gli occhiali, li pulì con uno straccetto sporco, e li rimise.
"Ah. Quelle. I nani non lo dicono, ma sì. La storia è più o meno questa. Molto tempo fa scavarono un po' troppo a fondo. Ingordi, come sempre. E nelle profondità — i nani le chiamano lo Stradisotto, o cose così, noi per semplicità le chiamiamo le Profondità — incapparono in qualcosa di simile a quello che si dice ci sia anche sotto Altdorf, ma che non si può dire."
"Non ne so niente," mentì Marcus, con il viso del ragioniere onesto.
"Vengo dalla sede di Nuln, collega."
"Ah, allora forse lei non ha accesso a queste informazioni. Le descrivo la situazione. Ha presente i grossi roditori?"
"Tipo nutrie?"
"Più grossi. Solo che questi parlano."
Marcus si tenne il volto neutro. "Mutanti?"
"Probabilmente sì, ma non solo. Sono creature senzienti che scavano nel terreno proprio come fanno i nani. Vivono in grandi tane, ce ne sono parecchi quando se ne trova un nido. Pare che abbiano colonie sotto buona parte dell'Impero, e ne ammazziamo qualcuno ogni tanto sotto Altdorf, giusto per mantenere il decoro della capitale."
"E come si chiamano?"
"Noi li chiamiamo, in codice, Ratti Senzienti e Fastidiosi. RSEF."
"RSEF," ripeté Marcus, mantenendo la faccia seria.
"Però i nani — perché i nani devono dare un nome strano a tutto invece di essere operativi — li chiamano Skaven, o Scavatori. Più semplice, va bene, ma manca di rigore."
"E quanti ce ne sono sotto Karak Norn?"
"Difficile dirlo. I nani parlano poco. Le ultime spedizioni risalgono a un centinaio d'anni fa. Le notizie più dettagliate riguardano il periodo della Regina Argin — molto avida, scavò un po' troppo. Centinaia, dicevano. Ma considerato il tempo passato, le cose si saranno... moltiplicate."
"Saranno milioni, ora," commentò Marcus, con la calma del professionista che apprende una catastrofe.
"Probabile."
"E i nani non fanno niente?"
"Hanno provato. Sono stati respinti. Hanno chiuso le aperture e si sono ritirati, e da allora ogni tanto scendono in spedizione e tornano con le pive nel sacco. Però c'è anche un'altra voce, questa più... esagerata."
"Mi dica."
"Si dice che, sotto la montagna, oltre agli Skaven, oltre ai goblin notturni che infestano le gallerie minori, oltre alle creature antiche di cui i nani non vogliono parlare... ci sia anche un drago."
Marcus posò il KIT.
"Un drago."
"Una voce. Solo una voce. Io non ci credo, sinceramente. Goblin, topi, draghi — sembra una sagra paesana. Sarà esagerazione."
"Sarà," disse Marcus, e in cuor suo cominciò a calcolare quanto velocemente sarebbe riuscito a far cambiare idea a Oronzo sulla spedizione di Drong.

"Ah, e poi," aggiunse Kessel, come se gli fosse appena tornato in mente, "se le serve una rete di informatori per sgominare la gang di Taldorf, abbiamo qui un agente di prim'ordine. Uno specialista. Yannick Blank."
"Blank?"
"Sì. Fratello dello stesso Emmanuel Blank — non so se le dice nulla, ma è una delle spie di valore più alto al servizio diretto dell'Imperatore. Un po' il James Bond dell'Impero, se vuole. Per anni nemmeno noi sapevamo della sua esistenza. Solo il Duca von Fuchs, il maestro delle spie, era al corrente della sua identità. Poi, dopo la cospirazione dei Teschi del 2519, l'Imperatore Karl Franz gli ha dato un riconoscimento pubblico, e così è venuto fuori."
"E il fratello, Yannick, è qui?"
"Sì. Sinceramente non capisco perché ce l'abbiano mandato — è uno scorbutico e detesta il posto — ma è efficientissimo. Glielo manderò al Martello d'Argento entro stasera."
"La ringrazio, collega."
"Ah, una cosa," aggiunse Kessel, mentre Marcus si alzava. "Lei è alloggiato dove?"
"Al Martello d'Argento, ovviamente."
"Ovviamente. Dove altro? Una persona della sua levatura non andrebbe mai nella bettola con le mignotte qui sotto."
"Ovviamente."
Marcus uscì dall'ufficio col faldone di Taldorf sotto un braccio, il KIT sotto l'altro, e nella testa il pensiero — non nuovo ma stranamente confortante — che la sua giornata, iniziata con la trattativa per dei tessuti, si era conclusa con la conferma che sotto i suoi piedi c'erano migliaia di topi parlanti e probabilmente un drago.
E che lui aveva detto sì a una spedizione laggiù.
Il Ritorno al Martello
Quando Marcus rientrò al Martello d'Argento, trovò gli altri al loro tavolo, in uno stato di esaltazione che sapeva di postumi imminenti.
"Marcus!" gridò Derryl, alzando un boccale ancora pieno. "Abbiamo fatto dei grandissimi passi avanti! Siamo praticamente già dal Re!"
"Sì, passi avanti verso il suicidio," commentò Marcus, sedendosi.
"C'è solo da fare una piccola cosa prima," aggiunse Oronzo. "Andiamo un attimo nel sottosuolo."
"Non ci siamo già nel sottosuolo?"
"Più giù. Più giù nel sottosuolo. Una scampagnata."
"E a fare cosa?"
Fu Leonardo a spiegare, con quella lucidità intermittente che solo i veri ubriachi sanno raggiungere. "Il Capitano Drong ci ha proposto di unirci alla sua spedizione. In cambio, ci garantisce un'udienza dal Re. La mia ipotesi, ora che i fumi dell'alcol cominciano a svanire, è che i nani non abbiano più il controllo dei livelli inferiori della fortezza. Hanno chiamato la compagnia di Drong per ripulirli. E noi andiamo a dare una mano."
Marcus rimase in silenzio per qualche istante.
Poi parlò.
"Mi sono informato anch'io, in posta. Pare che giù ci siano dei rattoblin — un incrocio fra ratti e goblin, molti, molti, molti. Qualche centinaio almeno. E qualcosa di più grosso, descritto come un re dei ratti grande quanto cinque tori. E goblin notturni nelle gallerie minori. E secondo una voce, anche un drago."
Si fece silenzio attorno al tavolo. Anche Leonardo, per un istante, parve sobrio.
"Sì, ha parlato di qualcosa di grosso, più vecchio della terra," mormorò Oronzo. "Ma sai com'è, sono pirati. Esagerano."
"Ah," disse Derryl, e qualcosa nella sua voce era cambiato. "Ecco perché lo Slayer era così ansioso di andare sottoterra."
"Ansioso di andare sottoterra nel senso letterale," concluse Marcus. "Di farsi inumare vivo."
"Se ci sono gli Skaven," mormorò Derryl, e la parola gli uscì dalla bocca con quella mestizia che solo i nani sanno esprimere quando nominano i loro nemici antichi, "non è uno scherzo. Lo so io, lo sa ogni nano. Anche i tileani lo sanno."
"Tutti per tristi motivi lo sanno," confermò Leonardo, e citò due o tre fonti che nessuno chiese di verificare.
"E voi," disse Marcus, "andate ad affrontare le creature più antiche della terra senza nemmeno un'armatura?"
"Oh, ma le armature," obiettò Oronzo, "sono state un nostro pallino fisso. Insomma, non staremo mica lì a farne un dramma."
"Oronzo, è proprio per questo che dovremmo farne un dramma."
"È un'opportunità unica, Marcus. Una nave volante. Un'udienza dal Re. Tesori antichi. E forse, dico forse, l'occasione per portare a casa quello strappo verso Karak Hirn che cerchiamo da settimane."
"E forse, dico forse," ribatté Marcus, "l'occasione per lasciarci le ossa sotto a un milione di tonnellate di pietra nanica."
"Anche."
Leonardo, che fino a quel momento aveva nicchiato, intervenne con quella che era forse l'unica osservazione lucida della serata.
"Io sono d'accordo, perché voglio vedere una di quelle navi volanti. Voglio toccarla, voglio farne uno schizzo, voglio capire come funziona. È il principio fisico più rivoluzionario di cui io abbia mai sentito parlare. Però vorrei anche, se possibile, non morire nel processo."
"La media algebrica dei nostri incontri," aggiunse, con la malinconia dell'ingegnere, "è negativa. Pareggiamo in casa e perdiamo in trasferta. Forse perdiamo anche in casa."
"Allora?"
Si guardarono tutti e quattro. Quattro umani — e un nano — al tavolo del Martello d'Argento, con un boccale di trementina davanti, una settimana di armature da modificare alle spalle, una città di pietra sopra la testa, e sotto i piedi le Profondità di Karak Norn con tutto quello che vi abitava.
"All'alba," disse Marcus.
"All'alba," confermò Oronzo.
"All'alba," aggiunse Derryl.
"Mi serve un'altra fetta di pane," disse Leonardo.
Stato della Compagnia
Scoperte:
- Trombor Goldson — Mercante di tessuti nanico di Karak Norn. Ha acquistato l'intero carico di stoffe di Nuln per ~301 corone (1 corona e 1 scellino al metro)
- Esiste un Guest Village (villaggio umano) all'interno di Karak Norn, vicino alla zona dei mercati e dell'ambasciata imperiale. Custodito da Longbeards nanici "no-nonsense"
- Drong il Lungo è davvero al Martello d'Argento. È nano alto un metro e cinquantacinque, con un occhio solo, uncino di ferro al posto della mano destra, volto pieno di cicatrici. Slayer pirata di Sartosa, capitano della Vecchia Betsy. Cerca un nuovo medico di bordo (il precedente è stato gettato fuoribordo personalmente)
- Kazrik Sharkbiter — Timoniere di Drong. Nano Slayer dall'aspetto allampanato, naso aquilino, bandoliera con tre pistole, tatuato dalla testa ai piedi
- La Birra di Mare dei pirati nanici è una distillazione contenente trementina, polvere da sparo, residui ferrosi e — probabilmente — frammenti di carbonio. Effetto: ubriacatura immediata e flatulenze fumanti pirotecniche
- Drong è stato chiamato dal Re Brock Ironpick per gestire un problema nelle profondità di Karak Norn — al di sotto della tesoreria reale. La compagnia è arrivata da Sartosa su una nave volante, prestata da un corsaro amico
- Le Profondità di Karak Norn ospitano: Skaven (RSEF — "Ratti Senzienti e Fastidiosi" nel codice imperiale), goblin notturni nelle gallerie minori, "creature più antiche della terra" di cui i nani non parlano. E forse — voce non confermata — un drago
- Il problema risale al periodo della Regina Argin, antica regnante di Karak Norn che scavò "un po' troppo a fondo". Un secolo fa l'ultima spedizione organizzata, fallita
- Yannick Blank — Agente del Servizio di Sicurezza Imperiale a Karak Norn. Fratello di Emmanuel Blank, leggendario "James Bond dell'Impero", spia personale del Duca von Fuchs (Maestro delle Spie). Yannick è "scorbutico ma efficientissimo", in servizio nel Wissenland. Marcus deve incontrarlo al Martello d'Argento entro la giornata
- La Cospirazione dei Teschi del 2519 è il fatto storico per cui l'esistenza di Emmanuel Blank è venuta alla luce — un attentato sventato contro l'Imperatore Karl Franz
- Direttore Kessel — Capoufficio della Posta Imperiale di Karak Norn. Corpulento, con riportone, ha consegnato a Marcus il dossier sulla gang di Taldorf e il KIT (Knowledge Interspecies Tome — manuale di catalogazione delle specie non-umane della zona)
- La parola d'ordine del Servizio di Sicurezza Imperiale è cambiata. La nuova è "Solo per chi sa consultarli" (in risposta a "L'Occhio è vigile?"). Marcus è leggermente in arretrato sulle circolari
- Esistono gunblade (sciabole con pistola incorporata nell'elsa) ma non sono di fattura nanica e sono considerate poco pratiche
Nuovi alleati / contatti:
- Drong il Lungo — Capitano Slayer pirata, comandante della Vecchia Betsy. Ha proposto al gruppo di unirsi alla sua spedizione nelle Profondità in cambio di un'udienza dal Re Brock Ironpick. Appuntamento all'alba del giorno successivo, entrata delle Grandi Miniere
- Kazrik Sharkbiter — Timoniere di Drong, nano simpatico (per gli standard Slayer), affezionato a Derryl che gli ricorda i giovani corsari di Zhufbar
- Direttore Kessel — Direttore della Posta Imperiale a Karak Norn, contatto utile per informazioni e provviste imperiali
Equipaggiamento acquisito:
- Cotte di maglia naniche per Leonardo, Marcus e Oronzo (consegna dopo la modifica di Helga, fra una settimana)
- Cotta di maglia nanica per Derryl (utilizzabile immediatamente — taglia nanica)
- Skullcap di cuoio per Derryl
- Tre pistole naniche con polvere da sparo e proiettili per Derryl (e una per Marcus tramite acquisto da nano)
- Fioretto imperiale per Leonardo (acquistato al Guest Village)
- Rete pesata da Pit Fighter per Marcus
- ~300 corone in contanti dalla vendita dei tessuti di Nuln
- Dossier "Gang di Taldorf" — fascicolo completo della Posta Imperiale (numero, rifugi, famiglie, contatti)
- KIT (Knowledge Interspecies Tome) — manuale di catalogazione delle creature non-umane della regione, sistema personale del Direttore Kessel
Combattimenti:
- Nessuno scontro questa volta. Solo una contrattazione vinta da Oronzo (Trombor Goldson) e una bevuta sopravvissuta da Oronzo e Derryl (Drong il Lungo). Leonardo è stato chimicamente sconfitto da un sorso di Birra di Mare
Situazione attuale:
- Il gruppo è al Martello d'Argento, post-bevuta, con nove ore alla missione più rischiosa della loro vita
- Le armature naniche sono ancora in modifica da Helga (mancano sei giorni)
- Hanno accettato la proposta di Drong il Lungo: domani all'alba si presenteranno alle entrate delle Grandi Miniere per scendere nelle Profondità con la ciurma Slayer
- Marcus aspetta l'arrivo di Yannick Blank al Martello d'Argento entro stasera — un possibile alleato per la questione di Taldorf e per le indagini più ampie
- Leonardo ha la testa piena di trementina, polvere da sparo, e l'idea di una nave volante che lo perseguiterà fino a domattina
- Oronzo ha accettato la proposta soprattutto per il bottino e per la vaga speranza di guidare il gruppo "da dietro"
- Derryl è cupo: lui sa cosa sono gli Skaven. Lui sa cosa sono i goblin notturni. Lui sa, soprattutto, cosa significa che un nano abbia chiamato dei mercenari da Sartosa per ripulirsi i sotterranei di casa
Fili narrativi aperti:
- La spedizione nelle Profondità di Karak Norn — domani all'alba alle Grandi Miniere
- L'incontro con Yannick Blank — informazioni preziose, contatti, possibile aggancio per il Wissenland e per Pfeildorf
- La gang di Taldorf — il dossier è in mano a Marcus, ma la priorità è ora il sottoterra
- L'eventuale drago sotto Karak Norn — voce o realtà?
- Il Re dei Ratti descritto come "grande quanto cinque tori"
- Le navi volanti naniche — Leonardo vuole vederne una a tutti i costi
- Helga e le armature in modifica (sei giorni residui) — il gruppo dovrà tornare a riprenderle, ammesso che torni
- I banditi di Taldorf attendono ancora una resa dei conti
- Il necromante Adolf Seyss-Inquart e i Valentini — sempre in viaggio verso Karak Hirn
- Padre Richard prigioniero a San Quintus a Pfeildorf
- La taglia di 500 corone su Oronzo, Leonardo e Marcus
"Quando uno Slayer ti dice che un'impresa è gloriosa, intende che è certamente mortale. Quando un Capitano Slayer ti dice che ci sarà del bottino, intende che lui non lo userà. Quando un nano ubriaco di rum-polvere-da-sparo dice 'all'alba', tu sai già che all'alba sarai lì. Maledizione." — Marcus Ghast, agente del Servizio di Sicurezza Imperiale, prima dell'ultima notte tranquilla