Martelli da Guerra

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Capitolo XXIII: È il Turno di Oronzo!

"Ogni studioso sogna di trovare il libro che cambia tutto. Il problema è che di solito quel libro è nascosto nell'ufficio di qualcuno che non vuole essere trovato." — Leonardo Isacco da Ponzacco, appunti a margine


I Piani della Mattina

La colazione alla Corte dei Miracoli fu un consiglio di guerra travestito da pasto.

Leonardo sfogliava i suoi appunti con la frenesia dello studioso che ha troppe piste e troppo poco tempo. Oronzo, seduto con le gambe incrociate su una panca, affilava un coltello che non aveva bisogno di essere affilato. Derryl mangiava pane scuro con la metodicità del nano che pianifica la giornata un boccone alla volta.

"Allora," disse Leonardo, posando il quaderno. "Primo: la figlia di Lessing. Padre Rudolf ha detto che vive nell'Altestadt, quartiere dell'università. Dobbiamo dirle del padre e vedere se ha qualcosa — documenti, lettere, qualsiasi cosa."

"E l'Ordo Scriptoris," aggiunse Oronzo. "Il terzo studioso, quello dell'anello. Il suo ufficio è a due passi da Kronert."

"E i Valentini," continuò Oronzo, senza alzare lo sguardo dalla lama. "Sono una ventina. Li facciamo fuori uno per uno."

"Uno per uno," ripeté Leonardo. "In città."

"Marcus può muovere i suoi canali per trovarli," disse Oronzo. "Interposta persona. Nessuno deve sapere chi colpisce."

"Come la guerra per procura," mormorò Leonardo.

Derryl batté il boccale sul tavolo. "Prima la figlia. Poi il professore. Poi i Cacciatori di Morr per legalizzarci. In quest'ordine."

"L'idea di Marcus," precisò, lisciandosi la barba. "Non è sbagliata. Se ci affiliamo all'Ordine, abbiamo una tutela. Anche minima. Nell'Impero, un foglio con un timbro vale più di una spada."


La Casa dei Ritratti

La casa di Talima Lessing si trovava nella zona dell'università, poco lontano dai giardini — un edificio che era metà abitazione e metà bottega, con un'insegna discreta che annunciava ritratti e cartografia.

Oronzo bussò. Passi leggeri — troppo leggeri per un umano adulto.

La porta si aprì sulla figura di una giovane halfling con i piedi nudi e un'aria da domestica che valuta se i visitatori meritano il disturbo di chiamare la padrona.

"Sì? Desiderate?"

"Buongiorno, signorina," disse Oronzo, con il sorriso calibrato dell'uomo che sa quando usare le buone maniere. "Siamo amici del padre della signorina Lessing. Vorremmo, se possibile, scambiare due parole con lei."

La halfling li squadrò. "Davvero? Non sapevo che avesse degli amici così... grandi."

"Come si chiama?" chiese Leonardo, abbassandosi verso di lei con la curiosità dello studioso che cataloga ogni informazione.

"Pinska Bollow," rispose la halfling.

Leonardo annuì con interesse clinico. "Per curiosità — ha mai sofferto di problemi di puzzopiedite?"

Oronzo gli diede un colpo di gomito. "Non adesso."

"Ma il mio prozio sì," disse Pinska, sorpresa dall'interesse. "Abluzioni di piedi in erba pipa, diceva. Io non ci credo."

Leonardo stava già armeggiando col quaderno. Oronzo lo fermò con un'occhiata che diceva dopo.

Talima Lessing

Talima Lessing scese le scale accompagnata da Pinska. Era una donna giovane — non più di venticinque anni — con i capelli raccolti, le mani macchiate d'inchiostro e di colore, e una voce sottile, quasi flebile.

"Cosa posso fare per voi?"

Oronzo si fece avanti con una gentilezza che Leonardo non gli conosceva. "Signorina Lessing. Ci dispiace molto disturbarla. Le portiamo notizie di suo padre che purtroppo non sono buone."

"Mio padre? Non lo vedo da tanto tempo."

"Suo padre è venuto a mancare," disse Oronzo, con la delicatezza dell'uomo che ha dato brutte notizie troppe volte. "Era impegnato in una delle sue ricerche, nei boschi intorno a Eppiswald."

Il colore abbandonò il viso di Talima come inchiostro lavato dalla pioggia. Pinska le portò un fazzoletto. Oronzo gliene porse un secondo, dei suoi, e le posò una mano sulla spalla.

"I briganti hanno pagato con la vita," aggiunse Leonardo. "E il corpo è stato tumulato con tutti gli onori nella cappella dell'abbazia di Eppiswald."

Talima piangeva in silenzio. Dopo un momento si soffiò il naso e li guardò con una fermezza che tradiva il sangue mercantile della famiglia.

"Se queste parole non me le ha mai dette... me le avesse dette in vita sarebbe stato meglio."

"Sappia," disse Oronzo, prendendole la mano, "che ci aveva raccontato che lei era la sua unica ragione di vita e il suo più grande orgoglio."

Leonardo confermò. "Ero un suo studente. Sono venuto dalla Tilea per presentare la tesi con lui. Era un luminare, rispettato da tutti."

Talima li fece accomodare. Il tè arrivò caldo e forte, portato da Pinska con biscottini e un'espressione che diceva non fatela piangere di nuovo.


La Pietra di Karak Hirn

Oronzo guidò la conversazione con la maestria del truffatore che cerca il punto giusto dove premere — solo che questa volta non c'era inganno, solo la delicatezza misurata di chi vuole ottenere senza ferire.

"Suo padre ci aveva accennato che teneva con sé un liuto, che trattava come uno dei suoi tesori più preziosi."

Talima aggrottò la fronte. "Strano. Non l'ho mai visto suonare."

"Non l'aveva con sé quando l'abbiamo trovato," precisò Oronzo.

"Mio padre aveva amici," disse Talima. "Passava molto tempo con loro — Paulus, Johannes Kronert..."

"E Juden?" chiese Leonardo.

"Sì. Il signor Juden è passato tempo fa e mi ha lasciato qualcosa a nome di mio padre."

Pinska scomparve e tornò con uno scrigno di legno — piccolo, non più di tre palmi, con chiusura semplice.

Leonardo lo aprì con la delicatezza del chirurgo. All'interno, adagiata su un letto di panno, una pietra ottagonale. Non più grande del palmo di una mano, levigata, con un'incisione su un lato.

Derryl la prese. La girò. I suoi occhi si strinsero.

"Rune naniche," disse, con un tono che non ammetteva dubbi.

Lesse lentamente, seguendo con il dito. "Davanti: 'Benvenuti.' Dietro: 'Agli amici di Karak Hirn.'"

Il silenzio che seguì era il silenzio dello stupore.

"Karak Hirn," ripeté Leonardo. "La fortezza nanica del Wissenland."

Derryl annuì gravemente. "Questo è un lasciapassare. Per i non-nani è un onore che si concede a pochissimi. Ti permette di entrare in una delle grandi città naniche."

"Come diavolo l'aveva ottenuto Lessing?" mormorò Oronzo.

Talima osservava senza capire del tutto. Leonardo si rivolse a lei con il tono più rassicurante del suo repertorio.

"Signorina, questa pietra potrebbe essere la chiave per completare le ricerche di suo padre. Le do la mia parola che farò di tutto per restituirla quando avremo concluso."

Talima esitò. Poi annuì. "Se serve a dare un senso alla sua vita e alla sua morte, prendetela."

Mentre gli altri esaminavano la pietra, Oronzo controllò la scatola alla ricerca di doppi fondi. Non ne trovò — ma il suo occhio registrò ogni dettaglio della stanza.


La Compagnia della Lustria

La conversazione si spostò sulla famiglia. Talima, con il distacco di chi racconta una storia sentita troppe volte, spiegò che il padre avrebbe dovuto ereditare l'attività commerciale ma aveva scelto la vita accademica.

"Mia zia non gliel'ha mai perdonato. Ha dovuto prendersi carico di tutto."

"La Lessing Dienest der Lustria Kompanie," elencò Talima. "Commercio di prodotti esotici — metalli preziosi, spezie. Importazione dalla Lustria. Ha sedi ad Altdorf, Marienburg e altre città."

Oronzo e Leonardo si scambiarono un'occhiata. Una compagnia commerciale con rotte lustriane e sede a Marienburg.

"Sua zia è anziana?" chiese Oronzo.

"Quarantacinque, forse quarantasei. Una donna di polso."

Leonardo sorrise. "Signorina, se avesse bisogno di un po' di compagnia per superare questo momento — sarei onorato di invitarla a cena stasera."

Talima lo guardò con quell'espressione di chi non sa se l'uomo davanti è un galantuomo o un imbecille. "Conosce un locale?"

"Il Golden Lion," intervenne Oronzo, che da buon figlio di Nuln conosceva i posti che contano. "Dove vanno i danarosi."

"Se volete," disse Talima, "possiamo far invitare anche mia zia. Così potrete raccontarle cos'è successo."

"Venite con una carrozza, suppongo," aggiunse, e il fantasma di un sorriso le attraversò il viso. "Mia zia non verrebbe altrimenti."

"Certo," disse Leonardo, lanciando un'occhiata a Oronzo che significava trova una carrozza.

"Passo a prenderla alle sei. Quando la campana di Sigmar suona sei volte."

Uscendo, Leonardo si voltò un'ultima volta. "Signorina, lei è un'artista. La sua insegna dice ritratti e cartografia. Mi piacerebbe tantissimo imparare le basi della pittura."

"Venga da me quando vuole," rispose Talima, e qualcosa nella sua voce flebile si fece più caldo.

Fuori dalla porta, Derryl si scusò. Era pallido, il braccio gli doleva ancora. "Voi proseguite. Io ho bisogno di riposare." Il nano se ne andò zoppicando leggermente, con la faccia di chi non vuole ammettere di star male.


L'Ufficio del Professore

L'Università di Nuln era un labirinto di corridoi in pietra, placche con nomi illeggibili e l'odore permanente di cera e sapere stantio. Prima di dirigersi verso il dipartimento, Leonardo fece una deviazione alla bacheca della facoltà di Medicina e vi appuntò un avviso scritto di proprio pugno:

Ricerca scientifica a cura di Leonardo da Ponzacco. Soffrite di puzzopiedite? Presentatevi al Signor Leonardo da Ponzacco per un'analisi — mezzo scellino di compenso. Anonimato assicurato. Nessun giudizio. Halfling preferiti.

Oronzo lo guardò con l'espressione dell'uomo che ha visto l'inimmaginabile. Leonardo sorrise con la fierezza dello scienziato.

Poi proseguirono. Passarono davanti alla placca del dottor Lessing — la porta chiusa, il silenzio di un ufficio che non avrebbe più rivisto il suo proprietario. Leonardo vi posò lo sguardo un istante.

La placca di J. Hornborg era pochi uffici più avanti. La porta era chiusa. Un avviso in bella calligrafia annunciava: "Le lezioni sono sospese fino alla prossima primavera. L'attività accademica riprenderà immediatamente dopo."

"Non c'è nessuno nel corridoio," sussurrò Oronzo.

"Le mani d'oro del chirurgo," mormorò Leonardo, e i suoi strumenti erano già nella serratura. Due tentativi, un clic discreto, e la porta cedette.

Oronzo prese posizione nel corridoio. Marcus si piazzò all'altro capo, con la naturalezza di chi non è mai stato lì.

L'ufficio di Hornborg

Lo studio di Hornborg era un gabinetto delle meraviglie in miniatura. Libri dal pavimento al soffitto, cartine geografiche sparpagliate ovunque, e su ogni superficie — mensole, scaffali, angoli della scrivania — oggetti che raccontavano una vita di viaggi e ricerche.

Un ritratto di medie dimensioni occupava la parete di fronte alla scrivania: il volto di un uomo anziano, lo sguardo acuto, la fronte alta. Sotto, la firma dell'artista: Talima Lessing. La figlia aveva ritratto suo padre per l'ufficio dell'amico.

"Erano più che colleghi," disse Leonardo.

Marcus perlustrò la stanza con la metodicità dell'agente. Niente di nascosto dietro il ritratto. Niente di strano nella scrivania. Leonardo intanto scorreva i dorsi dei libri — testi di lingue antiche, nanico, rune enariche, studi sulle lingue perdute del sud, un trattato sugli antichi oggetti provenienti dall'Oriente lontano.

Oronzo, invece, notò subito le cose che gli altri non vedevano. Su un ripiano alto — un elmo appuntito con alette metalliche dorate e una gemma incastonata al centro. Alto, stretto, di fattura che non era imperiale né nanica.

Un talismano nell'ufficio

Accanto all'elmo, un disco solare — un medaglione con un disegno stilizzato, anelli concentrici, di fattura lustriana. Oronzo lo studiò con l'occhio del perito.

"Questo vale parecchio."

"Non siamo qui per rubare," disse Leonardo.

"Per custodire," corresse Oronzo, infilando il disco nella tasca interna del giaccone.

Un drago di giada

Sul ripiano più basso, un drago di giada — piccolo, intagliato con una finezza che tradiva origini orientali lontanissime. Oronzo lo fece sparire con la velocità del prestigiatore.

"Per il bene della ricerca."

"L'elmo no," disse Leonardo. "Non uscirai con una supposta d'acciaio di mezzo metro."

Oronzo posò l'elmo con un sospiro. Le altre due cose rimasero nelle tasche.

E poi — un libro lasciato in evidenza sulla scrivania, aperto a metà. Leonardo lesse il titolo e il cuore gli saltò un battito.

The Bones of the Wolf of the Sacred Comets: A Dissertation over the Lost Knowledge of the Empire.

L'autore: Paulus Neumann.

"Paulus. Lo stesso Paulus che Talima ha nominato un'ora fa."

Lo infilò nella saccoccia con il gesto del ladro consapevole e l'espressione dello studioso giustificato.

"Passi in corridoio," sibilò Marcus dalla porta.

Leonardo prese un foglietto dalla scrivania, intinse la penna nell'inchiostro e scrisse in fretta: "Ammirabile Professor Hornborg — Pregasi contattare Benito Musolesi presso la Corte dei Miracoli non appena in suo comodo. Cordiali saluti, in fede."

Poi disse ad alta voce, per farsi sentire oltre la porta: "Bene! Lasciamo la nota qui e il professore ci contatterà appena sarà di rientro!"

La porta si aprì. Un uomo alto, con occhialini e capelli laccati, li fissò dall'ingresso.

"Voi che fate qui dentro?"

Marcus si raddrizzò con l'indignazione del nobile offeso. "Lei chi è? Ma lei sa con chi sta parlando? L'esimio Benito Musolesi, del Collegio della Sapienza di Talabec! Abbia almeno un po' di rispetto per la carica e i titoli, giovanotto!"

L'uomo balbettò qualcosa. Marcus lo sopraffece con un torrente di parole, titoli inventati e indignazione calibrata. "Il mantinente! Su su su, giovanotto! Abbia la cortesia di rendersi utile!" — e gli premette il pizzino in mano come fosse una consegna ufficiale.

Leonardo e Oronzo si dileguarono nel corridoio con la naturalezza di chi non è mai stato lì.

"Ha la faccia da criminale," disse il collega al suo compagno, guardando la nota con sospetto.

Quando Marcus li raggiunse all'angolo del corridoio, aveva il sorriso del sopravvissuto.


Il Professor Kronert

Prima di lasciare la facoltà, si fermarono dall'ufficio di Kronert. Il vecchio professore li accolse con un misto di sollievo e preoccupazione.

"Ragazzi, non dovreste girare sempre per l'università. Avete ancora una taglia sulla testa."

"Lo so," disse Leonardo. "E quel volantino sulla puzzopiedite che ho appena affisso non aiuta la discrezione."

Kronert li guardò come si guarda un figlio che si è messo nei guai per la terza volta nella stessa settimana. Poi il tono cambiò.

"Il professor Hornborg ha cancellato le lezioni fino a primavera. È partito anche lui, poco prima di me, per seguire alcune tracce. Non ha lasciato detto dove."

"E Paulus Neumann?" chiese Leonardo.

Una pausa. "Paulus... è morto. Quasi undici anni fa, ormai. Durante uno scavo presso le parti collinari delle Montagne Nere."

Leonardo e Oronzo si scambiarono un'occhiata. Un altro studioso morto.

"E dell'Ordo Scriptoris?" chiese Leonardo. "Hornborg ne faceva parte?"

"Sospetto di sì, ma era molto riservato sulla cosa. Aveva un amico..." Kronert si sforzò di ricordare. "Un sacerdote. Barthelm, credo si chiamasse. Forse di Sigmar. Si occupava di cultura nanica."

Leonardo annotò il nome con la calligrafia minuta della fretta.

"Professore, stavo pensando — non è meglio che mi faccia passare per qualcun altro?"

Kronert annuì. "Potresti farti passare per un estaliano. Tanto qui a Nuln non lo parla nessuno."

Leonardo ci pensò un momento. "Esteban de Magritta, Altamira y Valiente."

"Gli estaliani usano più cognomi," commentò Kronert. "Ma potrebbe funzionare."

"Vada a trovare qualche parente in campagna, professore," disse Leonardo congedandosi. "Stanno sparendo tutti, quelli che erano vicini a Lessing."

"Statemi bene ragazzi," disse Kronert. "E cercate di non mettervi in ulteriori guai."


La Casa di Roth

Mentre Leonardo si dirigeva verso il Tempio di Morr, Oronzo prese una deviazione. Non lo disse agli altri — non c'era bisogno. Certe cose un professionista le fa da solo.

Roth lo accolse con il sorriso dell'antiquario che fiuta l'affare. Il disco lustriano e il drago di giada passarono di mano con la velocità di chi non vuole dare tempo al venditore di ripensarci.

"Settanta corone," disse Roth, soppesando il disco.

"Vanno bene."

Ma Roth era Roth. Giri di parole, un graffio qui, una scheggiatura là. Alla fine furono sessantacinque.

Quando Oronzo passò il medaglione lustriano all'antiquario, qualcosa si mosse nel suo petto. Una sensazione che non aveva nome — qualcosa di primordiale, di antico, come l'eco di un tamburo battuto in una giungla che non aveva mai visto. Esitò con le dita ancora sul bordo del disco.

Poi lo lasciò andare. Sessantacinque corone valgono più di una sensazione.

Ma la sensazione rimase, come un'eco che non voleva spegnersi.


Il Tempio di Morr

I Giardini di Morr erano un cimitero ben tenuto — mausolei, pietre tombali, statue di santi alati con spada e libro, figure incappucciate con la falce. Al centro, un albero nero e contorto che sembrava pronunciarsi su tutto ciò che lo circondava. Attorno, rose nere.

Oronzo li raggiunse poco dopo — che a Nuln c'era cresciuto — e colse una rosa senza esitare. "Segno di rispetto per i morti," spiegò.

Leonardo fece lo stesso. Al casottino davanti al tempio pagarono un penny ciascuno per le vesti nere rituali, poi entrarono. L'interno era scuro, illuminato solo da candele, l'aria densa di incenso che mascherava l'odore più profondo del luogo. Tutto era pulito, ordinato, pronto.

"Cercavamo il Capitano Von Mackensen," disse Oronzo al primo prete che incrociarono.

L'uomo, emaciato sotto la tunica, alzò una mano ossuta. "Proseguite di là e scendete le scale. Vi troverete presso i quartieri dei Templari del Corvo."

La scala in pietra scendeva tra pareti decorate da rilievi — o forse parti di scheletro reali, nessuno voleva indagare. In basso, uno spiazzo con un uomo d'arme in armatura nera e un corvo bianco dipinto sul pettorale.

Marcus si fece avanti con la lettera. "Marcus Ghast. Cerchiamo il Capitano Von Mackensen."

L'uomo — pelato, un occhio vitreo — lesse la lettera e indicò un corridoio con arazzi di corvi su sfondo rosso. "Seconda porta a sinistra."

Von Mackensen li accolse nella sua stanza — un tavolo esagonale al centro, armi al muro, una piccola libreria, lo scrittoio in fondo. Con lui, Frank, uno degli uomini che lo accompagnavano quando si erano incontrati.

"Benvenuti. Grazie per il servizio che avete reso." Von Mackensen versò da bere. "Avete avuto nuove notizie?"

"Com'è finita con la vecchia?" chiese Marcus.

Von Mackensen raccontò. La Petacci aveva parlato — doveva consegnare al suo amante oggetti e un libro di segreti necromantici dalla Sylvania. Avevano perquisito il carrozzone degli Strigany, interrogato alcuni di loro, ma del libro non c'era traccia.

"Comunque la vecchia ha fatto la fine che meritava," concluse Von Mackensen.

Marcus passò alle informazioni sul necromante. "Si è unito alla compagnia mercenaria dei Valentini. Un tileano di Remas."

Frank intervenne: "Ho sentito parlare di quella compagnia. Si sono messi al servizio delle autorità di Nuln per dare la caccia ai pelleverde nella zona. Un contingente è rimasto in città per i rifornimenti. Al comando c'è un certo Ottavio Franchino."

"Detto?" chiese Marcus.

"Orso Bruno. Piuttosto grosso e barbuto."

Von Mackensen tornò al punto. "Mi domando se questa vostra voglia di lavorare con noi non sia legata a un recente avviso diffuso dal Tempio di Sigmar."

Leonardo non batté ciglio. "Quella è una questione separata."

"Ho preso informazioni su di lei," disse Von Mackensen a Marcus. "So che lavora alle poste e che il capo delle poste di Nuln la tiene in grande considerazione."

Marcus accettò il complimento senza scomporsi. "A volte presentarsi come un diligente funzionario delle poste non basta ad aprire certe porte."

"Capisco il succo del suo discorso. Noi possiamo darvi l'appoggio del Culto di Morr, che su vicende di necromanzia ha autorità assoluta." Von Mackensen si fece serio. "Per le forze mercenarie, servirebbe l'autorità della Signora di Nuln. Ma se riusciste a far scomparire il necromante senza scontri diretti, sarebbe la soluzione ottimale."

"Rientra nelle nostre abilità," disse Oronzo.

"Sarete ricompensati in maniera adeguata. E possiamo offrirvi un addestramento — protezioni contro i non-morti, conoscenza delle arti oscure, come trattare artefatti corrotti."

"Un corso intensivo," disse Leonardo. "Sarebbe estremamente utile."

"Per quanto riguarda l'avviso del Tempio di Sigmar," aggiunse Von Mackensen, versandosi un secondo bicchiere, "dovreste parlare con un cacciatore di streghe. Un arbitrator — quelli dell'Ordo Arbitratum, che indagano sulla corruzione interna alla Chiesa. Se la vostra storia è vera, un arbitrator è l'unico che può togliervi la taglia di dosso senza farvi bruciare."

Marcus e Leonardo si scambiarono un'occhiata. Sigmund Junker. Il nome che Voss aveva dato a Marcus mesi fa. Era già a Nuln.

Von Mackensen chiamò Frank. "Avverti Renard. Fai in modo che Mastro Tuken insegni a queste persone quanto possibile. Presentatevi domani mattina alle sette."


Il Santo Vivente

Quella sera, Leonardo si chiuse nella sua stanza alla Corte dei Miracoli con due libri e una candela. Il primo era Portenti Oscuri di Erasmus Teuber — il volume rosso dalla biblioteca di Verena, quello dai ventisette racconti che Lessing aveva studiato. Il secondo, The Bones of the Wolf of the Sacred Comets di Paulus Neumann, rubato dall'ufficio di Hornborg.

Marcus, che aveva trascorso il pomeriggio a tessere la rete di contatti sui movimenti dei Valentini, si unì alla lettura.

Leonardo aprì il Neumann. La copertina era di cuoio scuro, con il titolo impresso in lettere dorate che il tempo aveva reso opache. All'interno, una dedica scritta a mano: "Per J.H. — che la conoscenza non sia mai un peso, ma un'arma."

J.H. — Juden Hornborg.

Il libro era una dissertazione accademica — densa, meticolosa, piena di riferimenti incrociati. Neumann analizzava le conoscenze perdute dell'Impero, le lacune nella storiografia ufficiale, i buchi nella memoria collettiva. Ma era il Teuber a raccontare la storia vera.

Leonardo tornò ai Portenti Oscuri. Tra i ventisette racconti — quell'incongruenza che gli sfuggiva dal capitolo precedente — ne trovò uno che gli gelò il sangue.

Si intitolava Il Santo Vivente, ed era diviso in parti.


Parte I: Il Martello Dorato

Questa è una storia dell'Impero, dove la fede è uno scudo d'acciaio e l'eresia è un fuoco che consuma sia i malvagi che i giusti. È la storia di Wulfric, che ascese troppo in alto, cadde troppo in fretta e scoprì che la morte era solo un cambio di... necessità logistiche.

Wulfric non era nato tra i raffinati artigiani di Altdorf o nella nobiltà delle accademie militari di Nuln. Era un trovatello delle foreste dell'Ostland, cresciuto da un Prete Guerriero errante il cui volto era più tessuto cicatrizzato che pelle. Wulfric crebbe respirando odore di sangue, vino aspro e il profumo di ozono delle preghiere rese manifeste.

Al suo ventesimo anno, era una figura imponente, un uomo la cui fede non era una contemplazione silenziosa ma una fornace ruggente. Non si limitava a citare il Deus Sigmar; lo brandiva, rilegato nell'acciaio, contro i crani dei bray-beastmen.

L'Incidente accadde durante l'Assedio di Hergig. Un negromante di Nurgle aveva aperto una breccia nelle mura, la sua sola presenza faceva appassire le pietre. I difensori vomitavano le proprie viscere; il morale era in frantumi.

Wulfric, allora un semplice iniziato, si stagliò nella breccia. Impugnava un martello da guerra ammaccato che aveva visto giorni migliori. Mentre lo stregone scatenava una marea di melma necrotica, Wulfric non vacillò. Sollevò il martello e urlò una preghiera così primordiale che parve lacerargli la gola.

Non fu solo fede. Qualcosa rispose.

Una luce dorata, più luminosa del sole di mezzogiorno, eruppe dal petto di Wulfric. Era accecante, bruciante e assolutamente pura. La marea necrotica evaporò. Lo stregone lanciò un grido mentre la sua carne diventava cenere dorata. Wulfric rimase in piedi tra la carneficina, i suoi occhi ardenti del fuoco della cometa a due code, il suo martello mondano tramutato in rilucente gromril forgiato dal sole.

Per tre ore, Wulfric fu l'ira del Dio-Re. Si muoveva con una velocità incredibile per la sua stazza, i suoi colpi spaccavano il ciottolato, la sua voce rimbombava con un'eco simile a una valanga nanica. Quando la battaglia finì, i soldati dell'Impero non esultarono. Caddero in ginocchio, piangendo di terrore e devozione.

Lo chiamarono il Santo Vivente.


Parte II: Il Concilio dei Corvi

La promozione fu rapida. La politica lo esigeva. Divenne Lettore, poi Gran Lettore. Quando il vecchio Gran Teogonista morì (opportunamente soffocato da un osso di pollo poco dopo aver incontrato Wulfric), l'acclamazione fu universale. Wulfric divenne l'Ottavo.

Leonardo interruppe la lettura. L'Ottavo. L'Ottavo Gran Teogonista.

Ma più Wulfric saliva in alto, più l'aria diventava fredda. Gli alti vertici del Culto di Sigmar non sono costruiti solo sulla fede; sono costruiti su decime, influenza e la rigida conservazione dello status quo.

Wulfric era un disastro per lo status quo. Rifiutava la carrozza dorata per camminare tra i poveri. Guariva i malati con un tocco delle sue mani luminose — miracoli che non si vedevano da secoli. Iniziò a predicare contro la corruzione degli Elettori, sostenendo che l'Impero di Sigmar stesse marcendo dall'interno.

Cosa peggiore, credeva davvero di essere Sigmar rinato. Non lo diceva — non ne aveva bisogno. Gli si leggeva negli occhi.

La reazione fu inevitabile. Fu guidata dal Lettore Astor von Hess, un uomo la cui pietà era eguagliata solo dalla sua spietata efficienza burocratica. Vide in Wulfric non un salvatore, ma l'eretico supremo: un uomo che usurpava il posto di Dio. Se Sigmar camminava sulla terra, la Chiesa era superflua.

Il processo fu una farsa tenuta dietro porte di quercia chiuse nelle catacombe più profonde della Gran Cattedrale di Altdorf.

"Rivendichi la divinità," sputò Astor, il volto illuminato da candele di sego scoppiettanti. I Cacciatori di Streghe stavano nell'ombra, le pistole cariche di proiettili d'argento.

"Rivendico solo di essere il vascello che Egli ha scelto," rispose Wulfric. La sua voce era più calma di quanto avesse diritto di essere. "L'Impero è assediato. Egli è tornato per forgiarlo di nuovo."

La terza parte mancava. Il racconto di Teuber si interrompeva lì — una nota a margine, probabilmente di Lessing, diceva: "La continuazione esiste. Dove?"

Leonardo chiuse il libro. Le mani tremavano.

Aprì la dissertazione di Neumann. Il collegamento era immediato — Neumann aveva studiato gli stessi eventi, le stesse lacune. La conoscenza perduta dell'Impero di cui scriveva era questa storia. La storia che qualcuno aveva cercato di cancellare.

Marcus, che aveva ascoltato in silenzio, parlò. "Un trovatello delle foreste dell'Ostland, cresciuto da un prete guerriero col volto di tessuto cicatrizzato."

"E?"

"Ti ricorda qualcuno? A Pfeildorf."

Il silenzio che seguì fu lungo. Leonardo ripensò al prete guerriero incontrato sulla strada — Padre Rickard Wulfgard, il colosso sigmarita, col suo giovane protetto dal volto stranamente luminoso.

"Sono storie di cinquecento anni fa," disse Leonardo.

"La storia ha il vizio di ripetersi," rispose Marcus.

Leonardo aprì il quaderno e cominciò a scrivere:

Wulfric = l'Ottavo Gran Teogonista. Condannato per eresia dalla Chiesa che egli stesso guidava. Miracoli autentici — luce dorata, guarigioni, potere divino. Von Hess guidò il processo. I Cacciatori di Streghe eseguirono. Ma Wulfric disse: "la morte è solo un cambio di necessità logistiche." Cosa significa? È morto davvero?

Collegamento: Lessing e Neumann studiavano lo stesso periodo. Hornborg aveva il Neumann in evidenza sulla scrivania. La pietra di Karak Hirn. La terza parte della storia manca — nel Teuber e nel Neumann. Paulus Neumann morto undici anni fa nelle Montagne Nere. Tutto converge.

E quel ragazzo a Pfeildorf — con Wulfgard il Prete Guerriero dal volto cicatrizzato...

Leonardo soffiò sulla candela e si distese sul letto con gli occhi aperti.

Il sonno non venne. Ma le idee sì.


Stato della Compagnia

Nuovi personaggi:

  • Talima Lessing — Figlia del Professor Lessing, artista e cartografa. Vive nell'Altestadt di Nuln in una casa-bottega. Ha consegnato al gruppo la pietra di Karak Hirn. Leonardo l'ha invitata a cena al Golden Lion
  • Pinska Bollow — Halfling, domestica di Talima Lessing. Pratica, diretta, soffre di escrescenze ai piedi
  • Padre Barthelm — Sacerdote, probabilmente di Sigmar, amico di Hornborg, legato alla cultura nanica. Non ancora incontrato di persona
  • Ottavio Franchino detto Orso Bruno — Capo operativo del contingente Valentini a Nuln. Grosso e barbuto. Si occupa della logistica
  • La zia Lessing — Sorella minore del professor, gestisce la Lustria Kompanie. Quarantacinque anni, donna di polso. Invitata alla cena al Golden Lion

Scoperte:

  • Pietra di Karak Hirn — Lasciapassare nanico ottagonale con rune: "Benvenuti / Agli amici di Karak Hirn." Affidata da Hornborg a Talima. Ora in possesso del gruppo
  • "Il Santo Vivente" (da Portenti Oscuri) — Racconto di Erasmus Teuber trovato nel libro dalla biblioteca di Verena. Narra di Wulfric, trovatello dell'Ostland che divenne l'Ottavo Gran Teogonista grazie a miracoli autentici, poi processato per eresia dal Lettore Astor von Hess. La terza parte del racconto manca
  • "The Bones of the Wolf of the Sacred Comets" di Paulus Neumann — Dissertazione accademica trovata nell'ufficio di Hornborg, dedicata "Per J.H." Analizza le conoscenze perdute dell'Impero — gli stessi eventi del racconto di Teuber
  • Wulfric = l'Ottavo Gran Teogonista — Miracoli autentici (luce dorata, guarigioni), condannato per eresia. Marcus nota la somiglianza con il ragazzo di Pfeildorf e Padre Rickard Wulfgard
  • Paulus Neumann è morto — Undici anni fa, durante uno scavo nelle Montagne Nere. Confermato da Kronert
  • Hornborg e l'Ordo Scriptoris — Confermato (con riserve) da Kronert. L'amico sacerdote Barthelm potrebbe essere un altro collegamento
  • Lessing Dienest der Lustria Kompanie — Compagnia commerciale della famiglia, gestita dalla zia. Importa dalla Lustria, con sedi ad Altdorf e Marienburg
  • La Petacci — Interrogata dai Cacciatori del Corvo. Doveva consegnare un libro di necromanzia al suo amante (il necromante). Il libro non è stato trovato
  • "Esteban de Magritta, Altamira y Valiente" — Nuova copertura estaliana di Leonardo, suggerita da Kronert
  • "Benito Musolesi" — Nome usato da Leonardo nel pizzino lasciato nell'ufficio di Hornborg

Oggetti acquisiti:

  • Pietra ottagonale di Karak Hirn (dal lascito di Lessing)
  • "The Bones of the Wolf of the Sacred Comets" (dall'ufficio di Hornborg)
  • 65 corone (vendita degli artefatti lustriani a Roth)

Situazione attuale:

  • Leonardo studia Portenti Oscuri e la dissertazione di Neumann, e ha un appuntamento a cena con Talima e la zia Lessing al Golden Lion
  • Marcus coordina la raccolta informazioni sui Valentini e su Ottavio Franchino
  • Oronzo ha venduto gli artefatti lustriani a Roth — il medaglione gli ha dato una sensazione primordiale inquietante
  • Il gruppo inizia l'addestramento con i Cacciatori del Corvo (Lore Non-Morti, Lore Magia)
  • Hornborg è assente — il pizzino firmato "Benito Musolesi" lo aspetta nel suo ufficio
  • Derryl è a riposo

Fili narrativi aperti:

  • Cosa contiene la terza parte della storia di Wulfric? Come finisce?
  • Chi è davvero Paulus Neumann e come è morto nelle Montagne Nere?
  • La pietra di Karak Hirn — perché Lessing aveva un lasciapassare nanico?
  • Padre Barthelm — chi è? Dove trovarlo?
  • Il piano contro i Valentini — Marcus e Oronzo contro Ottavio l'Orso Bruno
  • Il medaglione lustriano — cosa rappresentava? Perché dava quella sensazione primordiale?
  • Talima, la zia e la Kompanie della Lustria — Hornborg comprava artefatti da loro?
  • Il ragazzo di Pfeildorf — Marcus vede un parallelo con la storia di Wulfric
  • Il libro di necromanzia della Petacci — è in mano al necromante dei Valentini?
  • Sigmund Junker, l'Arbitrator — Von Mackensen conferma che serve un cacciatore di streghe dell'Ordo Arbitratum per risolvere la taglia
  • Hornborg tornerà a primavera — e troverà il suo ufficio visitato

"Wulfric disse: 'La morte è solo un cambio di necessità logistiche.' Teuber scrisse la storia in tre parti e la terza manca. Neumann cercò le risposte e morì nelle Montagne Nere. Io dico: stiamo cercando nel posto giusto. Ma la verità ha l'abitudine di morderti quando ti avvicini troppo — e questa ha i denti di cinquecento anni." — Leonardo Isacco da Ponzacco, diario personale