Capitolo XXXIX: Il Pugnale di Yul-Kachun
"Esistono maghi che sanno aprire una porta in un'altra stanza, e maghi che sanno aprirla in un'altra dimensione. Quelli del primo tipo li si insegna a Nuln. Quelli del secondo tipo li si studia, di solito, dopo essere già rimasti dentro la porta che hanno aperto." — Leonardo Isacco da Ponzacco, Appunti vergati su un taccuino sporco di vomito, riva est del fiume sotto Kazid Grungnaz, sera del terzo giorno

Le Tracce e il Cantastorie
La nana addetta alla cambusa si chinò sui due cumuli di stoffa e cresta arancione che gli Slayer stavano componendo alla bell'e meglio sulla terra battuta della riva. La sua voce uscì piatta, senza inflessione, come se stesse leggendo dal taccuino che teneva aperto sul ginocchio.
"Ah, Thikad..."
Non disse altro. Si rialzò, ripose il nome dentro il taccuino con la cura di chi sa che certe cose, una volta scritte, restano. Marcus, accanto a lei, le diede un buffetto leggero sulla spalla — il gesto del compagno di lavoro che riconosce un peso senza pretendere di condividerlo — e parlò sottovoce.
"Non vorrei suscitare allarmismo," disse, "ma il capo del loro gruppo è ancora a piede libero."
"Lo so," rispose la nana, e per la prima volta gli occhi le si alzarono dalle pagine. "Devo trovare le sue tracce. Sei in grado?"
Marcus annuì lentamente. Si girò verso il bosco e poi verso il greppo che saliva a est. Aveva già visto, nel modo in cui i cavalli erano arrivati al guado, da che parte venissero. Non c'era bisogno di dirselo a voce.
Più in là, sulla terra battuta, Oronzo passava le dita sul collo di un cavallo che era almeno il doppio di lui. Era una delle due bestie pesanti della scorta della maga: armatura imbottita dipinta di blu, giallo e viola, criniera lunga come una bandiera da torneo. I cavalieri li avevano lasciati legati a un palo nel lembo di bosco prima di scendere a combattere a piedi; nessuno di loro era tornato vivo a riprenderseli. Adesso le due bestie nitrivano piano, snervate dall'odore di polvere da sparo che ancora ammorbava l'aria della riva, ma non avevano gli occhi rossi né la bava del Caos. Erano cavalli da guerra, non strumenti del Disordine.
"Bello, bello," mormorava Oronzo, accostandosi piano. "Tranquillo, fratello. Tu adesso vieni con un padrone migliore."
Derryl, che con i cavalli aveva la mano del nano che li tratta come materiale ingegneristico — fermo, calmo, senza inutili dolcezze — gli si avvicinò dall'altro lato. Insieme calmarono entrambi i destrieri pesanti. Oronzo riuscì a montare il più grosso al secondo tentativo, e si rese conto in sella che la propria gamba arrivava appena a metà del fianco dell'animale. Si chinò verso Leonardo, che lo guardava dal basso col taccuino aperto.
"Mi sento alto come una guglia," disse Oronzo, con un mezzo sorriso. "E piccolo come una mosca. Non c'è mai uno stalliere quando serve. Mi farò accorciare le staffe a Karak Hirn."
Leonardo, che aveva già ricominciato a disegnare gli schizzi dei due Chaos Warrior esplosi — i cumuli viscosi multicolori erano ancora sulla terra, a pochi passi dai corpi degli Slayer — alzò la testa.
"Quella roba lì merita di essere studiata," disse, indicando con la matita i resti delle armature. "Quello scoppia ed escono due entità. Assomigliavano un po' a quello scimmione che abbiamo visto a teatro a Pleidorf. Vediamo se l'avete studiato bene il manuale dei mostri imperiali..."
"Negromanti, Leonardo," sbuffò Oronzo dal cavallo. "Si chiamano negromanti."
"Eh, non si dice 'necromanti'," rispose Leonardo. "Si dice 'negromanti'. Sottigliezze accademiche, certo, ma utili. Però era una buona prova."
Marcus, intanto, era già a venti passi di distanza. Aveva preso il proprio cavallo — uno dei corsieri più piccoli della scorta — e seguiva al passo le impronte sul terreno bagnato della pioggia di settembre, lo sguardo fisso a un metro davanti agli zoccoli, la pipa fra i denti spenta. Le tracce erano nette: due cavalli a galoppo, da soli, partiti dalla scena dello scontro e diretti a est verso un greppo roccioso che saliva oltre il bosco.
"Quando la nave è in condizioni," disse Oronzo a uno Slayer chinato sulle assi della Vecchia Betsy, "potete caricare a bordo queste bestie?"
Lo Slayer, senza alzare lo sguardo dal martello, grugnì una risposta che era già metà ordine eseguito.
"Si può fare qualcosa, sì."
"Bene. Noi andiamo ad ammazzare la maga. Si torna subito."
Lo Slayer non rispose. Continuò a piantare chiodi nel ventre squarciato del dirigibile.
Sulla passerella di legno spezzato della Vecchia Betsy, intanto, una figura sottile si stava muovendo per la prima volta da giorni. Gabrielle Marsner — il mantello viola ancora fradicio dell'acqua del fiume, il volto pallido nel grigio della mattina — era scesa dallo scafo arenato e camminava verso il cerchio della compagnia con la lentezza calcolata di chi non vuole farsi rimandare indietro a calci. Si fermò a tre passi dal cavallo di Oronzo.
Oronzo, alto sulla sella, fece un mezzo inchino esagerato che era metà cerimonia di corte e metà presa per il culo affettuosa.
"Madama Griselda," esordì, "siamo alla disfida con la maga che l'ha messa in difficoltà l'ultima volta. È il suo momento per vendicarsi. Conosce degli incantesimi per affrontare un mago in singolar tenzone?"
Gabrielle alzò gli occhi verdi acquosi su di lui. La pazienza che aveva imparato in due giorni di vomito e cameriera servita non era ancora finita.
"Non mi chiamo Griselda. Mi chiamo Gabrielle," disse, con la voce bassa. "E se è un necromante sì, sicuramente non ho problemi. Con lei... con lei credo che potrei avere qualche problema. Ma possiamo provarci."
"Gabrielle. Riformuliamo," annuì Oronzo. "E se fosse un mago del fuoco, carico di palle di fuoco, che facciamo? Conosce degli incantesimi in grado di distrarla mentre noi la affettiamo?"
"So richiamare degli spiriti."
"Per giocare a carte?" sbottò Oronzo. "Che carte ci facciamo con gli spiriti, Morr m'è testimone!"
Gabrielle non rispose. Abbassò lo sguardo, paziente. Oronzo si voltò verso Leonardo, allargando le braccia.
"Lei è una maga di Ametista, ma cosa credete che incantesimi conosca? Non lo so, è la prima maga che incontro in vita mia."
"Magari ci danno dei buoni consigli, gli spiriti," intervenne Leonardo, conciliante. "Non potendo più dare il cattivo esempio, hanno avuto il tempo di riflettere."
"Posso controllare i non morti," aggiunse Gabrielle, e per la prima volta in due giorni nella sua voce c'era una nota che assomigliava a una rivendicazione.
"Eh, ma ce ne sono cinquecento laggiù!" sbottò Oronzo, indicando con un gesto vago la direzione di Kazid Grungnaz. "Allora andiamo!"
"Non so," aggiunse Leonardo, mezzo serio, "non conosce un incantesimo che fa degli stalloni eterei? Ora montiamo in groppa e inseguiamo la maga."
Gabrielle sospirò.
"Sarò a cavallo con voi. Anch'io."
"Anzi, fai una cosa," concluse Oronzo, "vieni con me. Discorso di bilanciamento dei pesi. Tu prendi il nano."
Era un compromesso ingegneristico più che gentile. Derryl si infilò in groppa al cavallo di Oronzo senza protestare; Gabrielle salì invece sul corsiere di Leonardo, dove il cerusico le si sistemò dietro tenendosi all'orlo del mantello viola con la prudenza di chi sa di essere in equilibrio precario.
"Reggiti al manubrio, milady," disse Leonardo, e Gabrielle gli rivolse un'occhiata di traverso che sarebbe stata acida se le fosse rimasta abbastanza acidità da tirarla fuori.
Marcus, in testa, aveva già dato di sprone.
I cavalli risalirono il greppo. Le tracce dei due fuggiaschi della scorta erano nette al primo tratto e poi, oltre la cresta del bosco, cominciavano a diventare strane: sparivano per dieci passi e ricomparivano dieci più in là, come se i cavalli si fossero alzati in aria per saltare. Marcus li seguì comunque, sicuro che la mano dietro a quei passaggi non fosse equina.
A circa cinquanta metri sopra il greppo, il sentiero si arrampicava su un costone roccioso che si chiudeva in un picco. Sul picco stesso, contro il cielo grigio di settembre, si stagliava una figura femminile in vesti rosso-porpora — la stessa che Marcus aveva inquadrato col cannocchiale dalla Vecchia Betsy il giorno prima. Stava in piedi al margine del precipizio, le braccia alzate, e cantilenava parole che non erano in nessuna delle lingue che Leonardo aveva studiato a Karak Norn.
Mentre la compagnia si avvicinava, l'aria attorno cominciò a farsi nera. Non era un nuvolone, non era il fumo di un fuoco. Era il giorno stesso che si scuriva, come se qualcuno avesse calato una lama di tessuto pesante sui loro occhi. Marcus, dieci passi davanti agli altri, si rese conto per primo che non era cieco: la maga stava raccogliendo magia.
Tirò le redini, smontò di sella, e si schiarì la voce.
"Tranquilli," disse alla compagnia, asciutto. "Ho un piano diabolico."
Si avvicinò a portata di voce dal picco, si schiarì la voce per la seconda volta, e cominciò a urlare.
"Ehi, ti volevo dire questa cosa, sai. Da quando ero ragazzo a Marienburg, dove tutto è cominciato, attraverso le tante avversità che hanno preceduto questo nostro climax, questo momento apicale della mia esistenza..."
La voce era quella, ufficiale e seccante, del messaggero del Servizio Postale che ha rincoglionito di chiacchiere mezzi mercanti e mezza nobiltà imperiale per dieci anni. La maga sul picco interruppe la cantilena, si affacciò di un palmo oltre il bordo, e lo guardò con uno sdegno che traversò cinquanta metri di aria oscurata. Poi si tirò indietro, sparendo dentro la parete della roccia.
Contemporaneamente, dall'altro lato del greppo, Derryl si era già appoggiato al fianco del cavallo, aveva tirato fuori l'archibugio lungo e aveva preso la mira con la calma del nano che sa che centoventi metri sono tanti, ma non impossibili. Sparò.
Il colpo passò alto. La maga era già in copertura.
L'oscurità intorno a loro cominciò a dissiparsi, almeno in parte, come se l'incantesimo in formazione fosse stato spezzato a metà. Marcus si tolse il cappello e si asciugò la fronte con la manica.
"Ok, dai. Almeno sono riuscito nel mio intento. Per qualche istante è stordita, almeno."
"Marcus," mormorò Oronzo, smontando dal cavallo grosso, "perché ci sta ignorando? Sei più seccante di un postino?"
"Non possiamo sparare al mago a cinquanta passi se la luce ne illumina venti," osservò Leonardo, indicando il punto in cui la figura era svanita nella roccia. "Suggerisco di salire e vedere dove ci ha condotti."
Il Colpo nella Schiena
Il picco, esaminato a ritroso lungo il sentiero che la maga aveva percorso per arrivarci, si apriva in un anfratto stretto: un corridoio naturale di roccia, inizialmente a cielo aperto, che si insinuava nella parete della montagna come una crepa che qualcuno aveva piallato dall'interno. Le tracce dei due cavalli si fermavano all'imbocco. Le impronte di stivali da donna proseguivano dentro.
Marcus, in testa, si fermò all'ingresso. Pistola spianata, sguardo dentro il buio.
"Mi sa di trappola, questo anfratto," disse.
Derryl, che gli era arrivato accanto con l'archibugio già ricaricato, annuì.
"Anche a me. Ma non abbiamo altra scelta."
"Lei come faceva a sapere di questa montagna, di questo anfratto?" mormorò Leonardo, perplesso, smontando di sella. "L'istinto mi direbbe di cercare un altro ingresso, ma ci potremmo mettere una settimana. E nel frattempo i Valentini hanno già marciato su Kazid Grungnaz."
Oronzo aveva già legato il cavallo grosso a uno spuntone roccioso, accarezzandogli il muso una volta sola.
"Vai. Vieni, mio possente scudo nanico, mettiti al mio fianco," disse a Derryl, e infilò la mano nella propria sacca per estrarne lo Sventratore.
"Sfruttiamo l'effetto sorpresa," aggiunse Marcus, voltandosi verso Leonardo. "Suggerisco il più silenzio possibile. Parliamo coi segni del linguaggio da battaglia."
Gabrielle, scesa per ultima dalla sella, aprì il palmo della mano destra. Una piccola fiamma fredda viola le si formò sul dorso, danzò un momento, poi si stabilizzò: bastava a illuminare cinque-sei passi davanti a sé. Non scaldava.
Si misero in fila indiana. Davanti Derryl, perché vedeva al buio meglio di tutti loro. Subito dietro Gabrielle, col palmo aperto a fare da lanterna. Oronzo dietro di lei, una mano sulla spalla del nano per non perdersi nella penombra. Leonardo dietro Oronzo, e — non sapendo bene a cosa tenersi — afferrò un lembo del mantello viola di Gabrielle che gli arrivava all'altezza del ginocchio.
"Tipo sposa che va all'altare, eh?" sussurrò Leonardo a Oronzo, mentre entravano. "Un'immagine poetica."
Oronzo non rispose. Aveva i denti stretti e gli occhi fissi sul buio davanti.
Marcus chiuse il corteo, pistola in pugno, l'altra mano al cordame della sacca-mina come un postino ossessivo che teme di perdere la posta.
L'anfratto si insinuò nella roccia per una ventina di passi, poi si fece spelonca: due persone potevano camminarci appaiate, ma tre era già stretto. Le pareti, che alla luce viola del palmo di Gabrielle apparivano lisce, sembravano lavorate — non come quelle di una caverna naturale, ma come quelle di un corridoio dimenticato. Era difficile dire, in quella penombra fredda, se fosse impressione o realtà.
Da qualche parte davanti a loro, una cantilena — la voce della maga del caos, ripresa da capo — risuonò contro la pietra. La galleria si biforcò. Andarono a destra, perché di lì veniva la voce.
Avanzarono in silenzio per un altro tratto. Poi, in fondo, dove la luce viola del palmo di Gabrielle riusciva appena a stendere un cono pallido, si vide quello che cercavano: la figura della maga, di nuovo nelle vesti rosso-porpora, in piedi con le braccia alzate. Stava raccogliendo magia di nuovo. Il volto non era distinguibile.
E dietro di lei, due passi più in là, due figure rossastre. Corna lunghe, lingue biforcute, spade simili a fiamme ferme — non spade infuocate, lame che parevano fatte di fiamma cristallizzata. Le creature avanzavano lente, come se si fossero appena materializzate dal nulla.
Derryl, che aveva preso la mira col proprio fucile nel momento esatto in cui aveva visto la maga, sussurrò all'indietro a Marcus.
"Appena giro l'angolo e la vedo, le sparo."
"Ok," rispose Marcus.
Il colpo partì un istante dopo.
Il boato nella galleria fu immenso, l'eco salì fino in cima all'anfratto e ridiscese come uno schiaffo. Il fumo della polvere coprì per un secondo la luce viola del palmo di Gabrielle.
Poi Oronzo, che era al centro della fila, si rese conto che la maga del caos in fondo al corridoio non era caduta. Non si era nemmeno scossa. Continuava a cantilenare.
Gabrielle, davanti a lui, era invece per terra.
"Derryl," disse Oronzo, lentamente, voltandosi indietro. "Hai sparato a Gabrielle."
Marcus, asciutto, voltò la testa verso il nano.
"Sì, coglione. Che l'hai presa, l'ho visto."
"Era davanti a me!" protestò Derryl, cocciuto, già con la mano sulla pistola di scorta. "Tutti gli altri erano dietro!"
"Lo so che era davanti a te," tagliò Marcus. "Era davanti a tutti. Era la nostra maga. Aveva il palmo aperto con la luce."
Leonardo era già in ginocchio sul mantello viola fradicio del sangue. La luce sul palmo di Gabrielle si era spenta nell'istante in cui il proiettile l'aveva colpita; era stata illuminata dalla propria fiamma. Davanti a lei c'era il nulla. Davanti agli altri c'era lei. Derryl, in retroguardia, aveva mirato alla figura più avanti.
"Teneteli a bada, teneteli lontani!" gridò Leonardo, il bisturi già fra i denti, le bende fra le dita, il dito nella ferita per fermare l'emorragia. "Cerco di salvarla!"
Marcus accese una piccola lanterna a olio da viaggio. La fiamma gialla si stabilizzò contro le pareti della galleria. Davanti a loro, in fondo al corridoio, la maga del caos era ancora lì. Anche le due figure rossastre. Tutto fermo. Tutto immobile. Anche il cantilenare.
"Tu, Leonardo, occupati della ragazza," disse Marcus, freddo. "Io vado dietro alla maga."
Partì di corsa, sguainata la pistola.
Oronzo, che aveva tirato fuori la propria pistola nello stesso istante, sparò un colpo perfetto contro la figura rosso-porpora in fondo. Il proiettile la prese all'altezza del petto.
La figura si dissolse in aria. Le due creature rossastre con le spade-fiamma scomparvero nello stesso istante. Il fondo del corridoio era vuoto.
"Era un'illusione," mormorò Oronzo, e per la prima volta da quando erano entrati nell'anfratto la sua voce aveva smesso di essere arrogante. "Erano esche. Specchi illusori."
Leonardo, sul mantello viola, sollevò la maglia di cuoio sotto la quale la palla aveva trapassato la coscia destra di Gabrielle. L'osso era intatto. Il proiettile era uscito dall'altra parte. Il sangue era molto, ma non quello della femorale.
"Per fortuna il proiettile non t'ha preso né il ginocchio né la femorale," disse Leonardo a Gabrielle, che era pallida come la pietra ma cosciente. "Se no a quest'ora mi serviva a me l'incantesimo per parlar coi morti."
Oronzo si voltò verso il nano.
"Derryl. Ricarichi quella pistola e stavolta miri a quella vera."
Derryl, a denti stretti, aveva già tirato fuori la pinza per il proiettile.
"Continuo a non capire cosa usa lei," mormorò. "Ma ricarico."
Ognuno nella Propria Caverna

Marcus, partito di corsa dietro la maga, percorse i venti passi che lo separavano dal fondo del corridoio in pochi secondi. Davanti a lui — dove avrebbe giurato che ci fosse stato solo buio — si aprì improvvisamente una stanza. Le pareti erano di pietra grezza, c'era una scalinata che saliva verso un soffitto a volta, e una porta laterale aperta sul nero. Si tuffò dentro a corsa, pistola spianata.
Il momento dopo, quando si voltò per chiamare i compagni, dietro di lui non c'era più la galleria. Non c'era nemmeno l'imbocco. C'era solo un'altra parete di pietra grezza.
"Ma porca puttana," disse Marcus, sottovoce. "Illusioni. Ovviamente. Avrei dovuto immaginarlo. Vaffanculo."
Si avvicinò al muro alla sua sinistra, dove avrebbe giurato di vedere la scalinata che saliva. Chiuse gli occhi. Appoggiò il palmo aperto contro la pietra. Premette.
La pietra non c'era. C'era invece terreno irregolare, come quello di una caverna. Le scale erano dipinte sull'aria.
"Mi sembra terreno irregolare," disse a se stesso. "Non sembrano delle scale."
Riaprì gli occhi. Le scale, ovviamente, erano ancora lì. Ma adesso lui sapeva.
A pochi passi indietro — o forse a chilometri di distanza, non si sapeva più — Derryl aveva finito di ricaricare la pistola al buio totale. Della galleria, della luce viola di Gabrielle, di Oronzo che gli stava davanti, non c'era più nulla. Era solo, nel nero più stretto.
"Marcus!" gridò il nano, infastidito. "Marcus! Sono qui! Mi senti?"
Da molto lontano — e però vicinissima, come se gli arrivasse all'orecchio attraverso un tubo — la voce di Marcus rispose.
"Sì, e ti ho anche chiesto di stare zitto!"
"Ok, sto zitto," borbottò Derryl. Si appoggiò di schiena contro qualcosa che doveva essere una parete. "Visto che due sono andati avanti e due sono spariti, mi muovo a voce. Non sono coglione."
Oronzo, dal canto suo, aveva trovato un bosco.
Il pavimento sotto i suoi stivali era diventato terra umida coperta da un sottobosco di felci basse. Sopra di lui c'erano alberi alti — querce, pareva, ma con le foglie del color rosso di settembre — e fra i tronchi, fermo come una statua di marmo, un grifone. Le ali aperte. Il becco semiaperto. Gli occhi gialli sgranati. Non si muoveva.
E al di là del grifone, fermi nello stesso identico modo, c'erano Marcus e Leonardo. Marcus con la pistola spianata. Leonardo col taccuino in mano. Anche loro, statue.
"Bontà del cielo!" mormorò Oronzo. "Ma dove diavolo sei finito? Per Morr... per Morr."
Si avvicinò di un passo. Toccò l'aria davanti a sé con la mano libera. Niente. Aria normale.
"Cioè tipo statue?" riprese, voltandosi attorno con lo Sventratore in pugno. "Marcus? Leonardo? Mi sentite?"
Nessuno gli rispose. Marcus, davanti a lui, non si mosse di un capello. Era esattamente come l'aveva visto un istante prima nella galleria — pistola in pugno, sguardo davanti a sé — solo che era nel mezzo di un bosco rosso, e Oronzo non aveva la più pallida idea di cosa cazzo stesse facendo lì in mezzo.
Aveva un'idea, però. Era un'idea tileana, vecchia di Remas: se una cosa non sembra vera, prova a pestarla finché non si rompe.
Avanzò verso il grifone. Sollevò lo Sventratore. Calò.
La lama affondò non nel grifone — il grifone non era lì — ma in qualcosa di duro, una parete invisibile sospesa nell'aria. Dalla parete schizzarono piccole pietre violacee e bluastre, scaglie multicolori che si sbriciolavano sotto il filo della spada come se fossero fatte di sale colorato e cera ammorbidita. Una di quelle scaglie gli rimbalzò contro lo stivale.
"Mi sembra mutapietra," mormorò. "No, anzi, secondo me è qualcosa di più caotico."
Non sapeva se l'una o l'altra cosa fosse peggio. Continuò a colpire.
Leonardo, intanto, stava ancora dove l'avevano lasciato: in ginocchio sul mantello viola di Gabrielle, le mani sporche di sangue. Lei era riemersa abbastanza da aprire gli occhi. Lui le aveva versato fra le labbra l'ultima dose del filtro curativo che teneva nella tasca interna della tunica — la fiala di vetro che Alrik Nunnelson gli aveva dato a Karak Norn "per le emergenze". Era un'emergenza.
Gabrielle si stava appoggiando alla parete del corridoio, la mano sinistra contro la roccia, la destra a tenersi la coscia bendata.
"Mi appoggio qui..."
E sparì.
Letteralmente. La parete del corridoio non era una parete. Lei la attraversò come si attraversa una tenda di panno spessa, e dietro di lei la pietra tornò compatta. Leonardo restò solo, in ginocchio, con la lanterna a olio di Marcus posata per terra accanto a sé e il mantello viola che adesso era solo una sagoma di stoffa vuota.
"Gabrielle?" mormorò.
Due mani uscirono dalla parete. Le mani di Gabrielle. Lo afferrarono per le cosce e lo tirarono dentro la roccia con la forza tranquilla di chi sa benissimo che il muro non c'è.
Leonardo, dall'altra parte della pietra, si ritrovò in piedi in una stanza a forma irregolare, illuminata da una luce ambrata che non aveva fonte. Gabrielle gli stava davanti, mantello viola sporco, occhi verdi acquosi più stanchi di quanto Leonardo li avesse mai visti.
"Questa intera caverna è un'illusione," disse la maga, con la voce strozzata. "È come se fosse tutto finto. Questo posto dove ci troviamo non esiste, è qualcos'altro, ma la nostra mente vede questo."
"E gli altri dove sono andati?"
"Gli altri chi?" Gabrielle si guardò attorno. "Io non vedo più nessuno."
Da qualche parte, in un'altra bolla che non era più quella di Leonardo, Oronzo aveva continuato a falciare il grifone-statua e adesso stava brancolando con la mano davanti, perché il bosco si era spento e adesso era solo buio. Urtò qualcosa di solido. Qualcuno.
"Brutta zoccola!" sibilò Oronzo, sollevando lo Sventratore.
"No, sono io! Sono io! Fermo, fermo!" fece la voce di Marcus, sorpreso quanto lui.
I due si toccarono. La spalla di Marcus, il braccio di Oronzo. Ma non si vedevano. Erano nello stesso punto fisico, e però le loro bolle restavano separate dagli occhi. Si parlavano attraverso un velo che la mente non riconosceva come velo.
"Marcus!" mormorò Oronzo. "Dove cazzo siamo?"
"Dove cazzo non lo so," rispose Marcus. "Sono dentro il suo antro, credo. Senti, prova a non muoverti finché non rifacciamo l'inventario."
Derryl, dalla propria caverna, seguì la voce. Se la portò davanti come se fosse un filo da seguire al buio. In effetti era un filo: l'unica cosa che sentiva nel proprio mondo nero erano i suoi compagni che parlavano da chissà dove, e siccome sentirli era già qualcosa, il nano si appoggiò al primo muro che trovò e cominciò a chiamarli.
"Marcus! Sono dietro di te! Più o meno."
"Più o meno dove?" gli arrivò la voce di Marcus.
"Dove vuoi tu."
L'Antro della Maga
Gabrielle, riemersa accanto a Leonardo nella stanza dalla luce ambrata, mise le mani aperte davanti al petto, chiuse gli occhi, e cominciò a mormorare. Le parole erano in lingua arcana, lente, faticose. Il labbro inferiore le tremava.
Leonardo, in piedi due passi dietro di lei col taccuino aperto in mano e la matita pronta, osservava con la pignoleria del cerusico che ha appena finito di salvare un paziente e adesso vuole capire cosa stia succedendo al medico.
"Non ha gli ingredienti," mormorò a se stesso. "Raccogliere la magia non le costa nulla. Ma plasmarla in un incantesimo... quello potrebbe essere un problema."
L'aria attorno a Gabrielle si raggrinzì come carta gettata sul fuoco. Non bruciò: si arricciò. Le pareti della stanza, la luce ambrata, tutto cominciò a vibrare a una frequenza che faceva male ai denti. Poi ci fu una scarica — non un fulmine, qualcosa di più disgustoso: un'onda di nausea che attraversò l'aria come un colpo di vento sporco.
Leonardo si piegò in due e vomitò sul taccuino.
A pochi passi di distanza — nelle altre bolle, ma non più separate — la stessa onda colpì Marcus, Oronzo e Derryl. Tutti vomitarono. Tutti si sentirono le ginocchia molli. A Marcus colò il sangue dal naso. A Oronzo gli si arrossarono gli occhi. Derryl bestemmiò Grungni due volte di fila.
Quando il velo si dissipò — e con esso le bolle separate — i quattro PG si ritrovarono insieme, nella stanza dalla luce ambrata, attorno a Gabrielle che era in ginocchio, mantello viola sporco di vomito e di sangue, il labbro che le sanguinava, gli occhi verdi acquosi più verdi del solito.
Leonardo le si chinò accanto, raccolse le bende dalla propria sacca.
"La bendo io, la bendo io," mormorò. "Hai fatto troppo."
"Hai detto che in quest'illusione non ci poteva fare male!" protestò Oronzo, asciugandosi il sangue dal naso con la manica.
"Deve essere vicina!" aggiunse Marcus, piegato in due, un ginocchio a terra. "Deve essere molto vicina!"
Gabrielle alzò la testa. Aveva il sangue sul labbro e gli occhi di chi sta facendo un calcolo che non torna.
"Sì... sì, in effetti è una cosa del genere," disse, lentamente. "Molto probabile. Questa maga avversaria mi sembra leggermente fuori dalle nostre possibilità, ragazzi."
"Ma che facciamo?" chiese Leonardo, fasciandole la coscia per la seconda volta. "Battiamo in ritirata?"
Oronzo si asciugò la bocca col dorso della mano. Lo Sventratore gli pendeva dal pugno chiuso. L'occhio destro, quello dove gli era arrivato il colpo della tempesta eterica, aveva una venuzza scoppiata.
"No, eh," disse. "Tanto sennò siamo nell'illusione comunque. Andiamo di là e la cerchiamo, 'sta zoccola. Morr è con noi."
"Eh sì," mormorò Leonardo. "Vorrei che ci desse anche l'estrema unzione, Morr, visto che è il dio della morte."
"Non devi avere paura della morte," gli rispose Oronzo, con una serietà improvvisa che sorprese persino lui stesso. "La morte è solo un passaggio."
"Eh sì. Preferirei farlo il più tardi possibile, ma..."
Si guardarono attorno.
Adesso che la bolla era stata violata — dal colpo dello Sventratore di Oronzo, dall'incantesimo fallito di Gabrielle, da chissà quale combinazione di rotture — le illusioni si erano fatte più sottili. La stanza dalla luce ambrata aveva contorni più netti. Si vedevano muri veri. Una porta a nord. Un'altra porta a est.
Gabrielle, asciugandosi il naso col dorso della mano, si rialzò appoggiandosi al bastone.
"Probabilmente," disse, "questo è il luogo dove si manifestavano le illusioni. È un luogo non-luogo, un labirinto che lei ha evocato. È un... un santuario dimensionale."
"Quindi di base siamo nell'antro della maga?" chiese Leonardo, sgranando gli occhi. "Un luogo che non sta in nessun luogo, e che la segue ovunque vada?"
"In un certo senso," rispose Gabrielle. "Ci sono alcuni maghi che riescono a piegare la realtà per teletrasportarsi in uno specifico posto. Ma utilizzando poteri che ovviamente non sono molto studiati dal Collegio della Magia... può darsi che si possa fare l'opposto. Cioè creare dei posti che si muovono con te."
"Ma siamo in un altro mondo?" chiese Derryl. "Cioè, in un'altra dimensione?"
"Non so se in un altro mondo. Certo è abbastanza inquietante. Probabilmente è un posto che lei utilizza come rifugio."
Marcus si era già avvicinato alla porta a est. Una mano sulla pistola, l'altra sulla maniglia. Le diede uno spintone leggero.
La porta si aprì.
Dietro c'era una stanza dalle pareti che parevano respirare, angoli che non erano angoli, luce ambrata senza fonte. Era un laboratorio. Nel senso pratico della parola: un tavolo, una scaffalatura, ampolle, mortai, fiale. Nel senso più disturbante della parola: tutto pulsava di magia.
Sul tavolo c'erano ampolle di vetro con dentro feti di animali in formalina — non vivi, conservati, ma talmente fuori scala che Leonardo si rese conto di non riconoscere alcune delle sagome. Sul lato del tavolo c'era un vetro a sfera, un acquario tondo del diametro di due palmi, dentro al quale qualcosa piuttosto grande si muoveva. Nessuno si avvicinò abbastanza per vedere cosa.
Sparse dappertutto, pergamene scritte in lingua sconosciuta. Un mortaio ancora umido di una pasta verdastra. Qualche oggetto piccolo di metallo brunito.
Al centro della stanza, su un piedestallo di pietra nera, un sacello di vetro pieno di liquido rosso denso. Sospesa nel liquido, una sciaboletta — non un coltello, una lama leggermente più grande di una daga. Lama scura. Pomello a forma di teschio.
Leonardo si avvicinò di tre passi. Si fermò a una distanza di sicurezza dal sacello. Tirò fuori il taccuino dalla tunica con la mano sinistra e cominciò a scribacchiare con la matita umida di vomito.
"Ragazzi," disse, sottovoce, con la riverenza accademica che gli era venuta una volta sola in vita sua, davanti agli incunaboli della Biblioteca di Karak Norn. "È l'oggetto. Ragazzi, è l'oggetto. Il coltello!"
"Quale oggetto?" chiese Oronzo, sospettoso.
Leonardo recitò sottovoce, guardando il pomello a teschio:
"...e il pugnale di Yul-Kachun..."
Si voltò verso i compagni.
"Quel sacello, ragazzi. È l'oggetto. È il pugnale di Yul-Kachun. La filastrocca lo descriveva così — lama scura, pomello a teschio. È uno dei tre — il Calice dell'Ira l'abbiamo già consegnato a Karak Hirn. Restavano questo e il teschio d'ottone."
Marcus, alle sue spalle, aveva già la mano tesa verso il sacello.
"Non si tocca," disse, asciutto, fermandola a metà strada. "Non finché non sappiamo dove cazzo stiamo. Se prendiamo quella lama e questo posto è il suo antro portatile, vuol dire che ce la portiamo dietro. E se è collegata a lei, è ancora peggio."
Gabrielle, allungando il proprio bastone verso le ampolle senza toccarle, annuì.
"Qui dentro praticamente tutto pulsa di magia. Non vi azzardate."
Si chinò invece sul tavolo, con la cautela di chi cammina su un pavimento di vetro, e raccolse in fretta tre o quattro pergamene. Le infilò sotto il mantello viola, contro il petto.
Oronzo si era già voltato verso la porta.
"Vabbè," disse. "Se non si tocca, non si tocca. Ho imparato la lezione. Direi che lei non è qui. C'era un'altra porta. Andiamo all'altra porta."
Pieno di Gente
Tornarono nel corridoio del santuario dimensionale — perché di corridoio si trattava, ora che le illusioni si erano dissolte — e si disposero davanti alla porta a nord.
Era una porta di legno scuro, pesante, senza finestrelle. Non sembrava magica. Sembrava una porta normale. E proprio per questo, in quel posto, era la cosa più sospetta della stanza.
Derryl, che si era piazzato a sinistra dello stipite con l'archibugio già sulla spalla, alzò una mano. Il volto del nano si era indurito. Non era paura, era intuizione: quella cosa che i nani della sua estrazione chiamavano "il sesto senso" e che, in genere, non sbagliava.
"Fermi," disse, sottovoce. "Non aprite la porta. Ho... ho molto timore di quello che c'è al di là."
Marcus, schiacciato dall'altro lato del legno, voltò la testa verso il nano.
"Anche tu lo senti?"
"Lo sento."
Oronzo, che era già in posizione davanti alla porta — e che, appena aveva visto il nano alzare la mano, si era spostato di lato per non oscurare la linea di tiro dei tiratori — si chinò sui talloni e ridusse il proprio profilo a un mezzo squadro contro il muro.
"Allora la tattica è questa: io mi tolgo dall'alveo della porta e l'apro," sussurrò. "Ok? In modo da non oscurare la vista ai tiratori."
Leonardo, tre passi indietro, aveva già aperto la sacca di tela e tirato fuori tre rotoli di benda. Sopra il taccuino, aperto sul ginocchio, c'era una piccola fiala di unguento col tappo già svitato.
"Io preparo le mie bende da cura," disse, con una serietà che era ironica solo per metà. "Sono le mie armi. E la mia cultura. Posso allietarvi il momento di tensione con un aneddoto storico?"
"No," tagliò Marcus, secco.
"Volete un aneddoto storico per stemperare la tensione?" riprovò Leonardo, voltandosi verso Oronzo, speranzoso.
"Non t'ho sentito," rispose Oronzo, senza staccare gli occhi dalla porta.
"Mi sento ignorato sull'aneddoto storico per stemperare la tensione," concluse Leonardo, mestamente, e si rimise a frugare nella sacca per trovare anche le bende migliori, quelle pulite.
Derryl, che ricaricava una seconda pistola appoggiandola al ginocchio, alzò di nuovo lo sguardo.
"Visti gli accadimenti dell'ultimo scontro," disse, con la voce di chi sa di parlare anche per la propria onta, "vi domando: se si apre la porta e dentro c'è qualcosa, sparo a vista?"
"Eh, direi di sì," rispose Oronzo.
Gabrielle stava arrivando per ultima dal laboratorio, con due ulteriori pergamene strette al petto. Camminava male sulla gamba bendata.
"Un secondo," disse, "sto prendendo della roba."
"Gabrielle, vieni!" sibilò Oronzo. "Cazzo fai laggiù?"
La maga ametista si affrettò. Si pose dietro Leonardo, mantello viola sporco, palmo aperto pronto al lampo di luce.
Oronzo respirò una volta sola, profondamente. Spinse il calcio dello stivale contro la porta, di tacco. Si ritrasse di lato nello stesso movimento.
La porta si spalancò.
Dietro c'era una stanza piena di gente.
Due figure più grandi delle altre, rosa stridente — corpi scattosi, zampe troppo lunghe, troppi denti in bocche che si aprivano molto più di quanto avrebbero dovuto, dita lunghissime con artigli neri. I Pink Horror. Sogghignavano già, perché era nella loro natura sogghignare appena venivano osservati. Dietro di loro, almeno tre o quattro figure azzurrine più piccole — Blue Horror, demoni di Tzeentch, gli stessi che la compagnia aveva visto uscire dall'armatura del secondo Chaos Warrior di Slaanesh il giorno prima. Occhi chiari, sorrisi obliqui, dita troppo lunghe per le piccole mani.
E dietro ancora, sullo sfondo, mezze nascoste dalla luce sulfurea che riempiva la stanza, almeno altre due o tre figure che la compagnia non riuscì a identificare, perché la loro forma cambiava come l'aria sopra una strada d'estate.
"Oddio!" sibilò Oronzo, schiena al muro accanto allo stipite. "È piena di gente! Oddio!"
"Ah," mormorò Derryl, archibugio puntato, "io ne vedo solo troppi."
"Sparate, cazzo!" gridò Oronzo. "Sparate!"
Leonardo, dietro Marcus, sgranò gli occhi sui demoni. Per un istante — uno solo — l'accademico in lui prese il sopravvento sul cerusico. Il taccuino gli scappò dalle mani.
"Pink Horror... Blue Horror," mormorò, riconoscendo le sagome dai trattati di Karak Norn. "Che bell'assortimento. Un po' tutti, oggi. Un po' tutti."
La luce sulfurea della stanza dietro la porta cominciò a pulsare. Le figure rosa fecero un primo passo avanti. I Blue Horror dietro di loro sogghignarono in coro, e il suono fu come quello di un piccolo coro infantile che canta al rovescio.
La compagnia, schiacciata contro le pareti del corridoio del santuario dimensionale, alzò le armi.
Stato della Compagnia
Nuovi alleati:
- Nessun nuovo alleato in questa sessione.
Aggiornamenti su alleati esistenti:
- Gabrielle Marsner — ferita di pistola alla coscia destra (proiettile di Derryl, illusione travisata). Stabilizzata da Leonardo con un filtro curativo. Ulteriormente debilitata dalla tempesta eterica del proprio incantesimo fallito (sangue dal naso). Per la prima volta dopo l'umiliazione del cap 38, ha ripreso il proprio ruolo: ha lanciato due incantesimi, ha riconosciuto il santuario dimensionale, ha raccolto le pergamene del laboratorio. Ancora non ha "perdonato" — ma non si tiene più a venti passi.
- La nana addetta alla cambusa — ha pronunciato per la prima volta il nome di uno Slayer caduto: Thikad. Si è offerta a Marcus come traccia-trice/scout.
- Padre Giuliano — non è venuto su con la compagnia. È rimasto sotto la tela sulla riva, con la ferita al fianco non ancora rimarginata. Primo grande scontro magico senza la sua presenza.
Nemici:
- La maga del caos — viva, identificata da Gabrielle come maga di Shyish del ramo degli evocatori di spiriti (illusioni potenti, evocazioni, saette, pioggia di sangue). Esche illusorie confermate come la sua tecnica preferita. Non incontrata di persona: è quasi certamente dietro la porta nord, dietro o in mezzo ai propri demoni evocati.
- Pink Horror, Blue Horror, e altre figure non identificate — schierati nella stanza dietro la porta nord. Encounter rimandato al prossimo capitolo.
Scoperte:
- Il santuario dimensionale — tecnica magica avanzata (Gabrielle: "creare dei posti che si muovono con te"). Consiste di un labirinto illusorio dove ciascun bersaglio finisce nella propria bolla separata, più un nucleo reale con stanze fisiche. La maga del caos ne ha imparata una variante che il Collegio della Magia di Nuln conosce solo in via teorica.
- Il pugnale di Yul-Kachun — identificato nel sacello di vetro pieno di liquido rosso al centro del laboratorio della maga. Lama scura, pomello a teschio. Secondo tassello della filastrocca dello Scorticatore Rosso. Non prelevato (potrebbe essere ancorato al santuario dimensionale stesso). Resta da trovare il teschio d'ottone.
- Le pergamene del laboratorio — Gabrielle ne ha raccolte cinque o sei. Contenuto da analizzare al sicuro, probabilmente in lingua arcana.
- L'identificazione istintiva di Oronzo — la sostanza multicolore delle pareti illusorie: "Mi sembra mutapietra. No, anzi, secondo me è qualcosa di più caotico."
- Conferma delle esche illusorie del cap 38 — la maga del caos ha usato la stessa tecnica durante l'imboscata sul fiume.
Combattimenti:
- Nessun combattimento concluso. Un colpo di pistola di Derryl (sull'illusione) ha ferito Gabrielle. Un colpo di pistola di Oronzo (sull'illusione di nuovo) ha dissolto l'esca illusoria della maga. Lo Sventratore di Oronzo ha violato una parete illusoria provocando lo schianto della bolla. La tempesta eterica dell'incantesimo rovesciato di Gabrielle ha ferito tutti i PG (vomito, sangue dal naso).
Oggetti:
- Pergamene del santuario dimensionale — Gabrielle, da analizzare.
- Pugnale di Yul-Kachun — non prelevato (visto e identificato).
- I due cavalli pesanti della scorta della maga (armatura blu/giallo/viola), legati fuori dall'anfratto del picco.
- Tutti gli oggetti precedenti confermati.
Fili narrativi aperti:
- L'encounter con i Pink/Blue Horror dietro la porta a nord — la compagnia ha appena sgranato gli occhi sui demoni di Tzeentch, le armi sono spianate. PRIMARIO per il cap 40.
- La maga del caos viva — quasi certamente dietro la porta nord.
- Il pugnale di Yul-Kachun — da prendere a fine scontro, se la maga muore e il santuario implode.
- Gabrielle ferita alla gamba — bendata, cosciente, ulteriormente debilitata. Cammina male.
- Tutta la compagnia colpita dalla tempesta eterica dell'incantesimo rovesciato di Gabrielle — vomito, sangue dal naso, ginocchia molli. Servirà tempo per recuperare prima dello scontro.
- Il "santuario dimensionale" come tecnica del Collegio della Magia — pista di lore aperta.
- Il piano "ala della morte" — sospeso. La sessione è una deviazione tattica, non l'attacco principale ai Valentini.
- Vecchia Betsy in riparazione — gli Slayer al lavoro sulla riva est del fiume.
- Padre Giuliano sulla riva — assente. Ferita al fianco non rimarginata.
- Maledizione skavena su Gabrielle — non emersa, ma il fallimento del lancio degli incantesimi fa pensare a una qualche compromissione magica.
- Bartek Tengansson, Fiume degli Echi, apprendistato Leonardo–Alrik Nunnelson, Padre Richard a Pfeildorf, Yannick Blank, Skretch Mezzomorto, taglia 500 corone, drago sotto Karak Norn — tutti sospesi.
Situazione attuale: La compagnia è in piedi nel corridoio del santuario dimensionale della maga del caos. Davanti a loro, la porta a nord spalancata. Dietro la porta, una stanza piena di Pink Horror, Blue Horror e altre figure non identificate, illuminata da una luce sulfurea che pulsa. Oronzo accanto allo stipite con lo Sventratore in pugno. Marcus contro la parete a destra, pistola spianata. Derryl sul lato opposto, archibugio sulla spalla, una seconda pistola in cintura ricaricata. Leonardo tre passi indietro con bende e fiala in mano. Gabrielle dietro Leonardo, mantello viola sporco di vomito e sangue, palmo aperto pronto al lampo, le pergamene del laboratorio strette al petto sotto il mantello. La compagnia ha tenuto i nervi saldi davanti agli orrori. Pronta al primo affondo. Fuori dal santuario, sulla riva est del fiume, Padre Giuliano riposa sotto la tela. La Vecchia Betsy in riparazione. I cavalli pesanti del nemico, legati al picco, aspettano padroni nuovi.
"Ho appena scoperto che ci sono maghi che hanno aperto una caverna in nessun luogo del Vecchio Mondo, e che possono affacciarsi a quella caverna da qualunque parete. Ho appena scoperto, dopo, che dentro quella caverna ci tengono tre o quattro demoni. Ho appena scoperto, infine, che la propria mappa mentale del mondo non basta a riconoscere chi è davanti a te quando l'unica luce è la sua. Tutto questo fra una mattina e un pomeriggio. Si potrebbe dire che ho avuto una giornata accademicamente fitta." — Leonardo Isacco da Ponzacco, Appunti vergati su un taccuino sporco di vomito, davanti alla porta dei Pink Horror, ora ignota