Capitolo XLV: Il Falco e il Lupo
"Un tesoro non e' perduto quando la porta viene aperta. E' perduto quando chi lo custodisce scopre di non sapere piu' chi conosce la chiave." — Detto attribuito ai contabili di Karak Hirn, probabilmente apocrifo e certamente sgradito

Il Cerchio dei Guardiani
La porta del tesoro reale di Karak Hirn non sembrava una porta.
Sembrava una decisione geologica.
Era una lastra di pietra e metallo cosi' spessa che persino il concetto umano di urgenza vi si infrangeva contro con una certa vergogna. Dall'altra parte c'era il principe con alcuni Ironbreaker. Da questa parte c'erano i Martelli, gli alleati, una manciata di nani vivi, e venticinque guardiani antichi che avevano appena deciso che il miglior modo per difendere il tesoro fosse massacrare chiunque si trovasse nella stanza.
La sala esterna era circolare, scavata nel cuore della fortezza come un'idea che i nani avevano avuto molti secoli prima e che nessuno aveva mai osato criticare ad alta voce. Le pareti salivano lisce e dure, interrotte da nicchie, pietre incise, lampade e ombre. I costrutti, modellati come guerrieri umani in armatura sigmarita, si erano staccati dalla loro immobilita' con la pazienza terribile delle cose che possono aspettare cinquecento anni senza annoiarsi.
Gli occhi rossi si accesero uno dopo l'altro.
Poi venne il rumore.
Metallo su pietra. Pietra su metallo. Giunture antiche che si ricordavano di esistere. Martelli nanici levati in risposta. Passi pesanti. Il primo colpo cadde su uno degli Hammerer e lo fece arretrare di mezzo passo, che per un nano addestrato era gia' una piccola catastrofe morale.
"Il principe e' ancora dentro," disse Derryl.
Non era una domanda. Era il modo nanico di dichiarare che il mondo si era messo nel torto.
Oronzo guardo' la porta chiusa, poi i guardiani, poi la porta di nuovo. "Lui e tre o quattro dei suoi sono entrati a controllare il Calice. La porta si e' chiusa dietro di loro. Le statue si sono svegliate. A questo punto mi pare che il concetto di 'parola d'ordine' sia diventato ottimistico."
Marcus si avvicino' quanto bastava per giudicare lo spessore della pietra, senza regalare alla sala il proprio corpo. "Se prova a rispondere da la' dentro, la porta se lo tiene per se'. Mezzo metro, forse di piu'."
Leonardo aveva gia' il volto dell'uomo che vorrebbe chiedere alla storia un chiarimento e riceve in cambio un oggetto contundente. "La parola ha aperto la porta. La porta si e' chiusa. I guardiani hanno attaccato. Dunque o la parola non comanda piu' tutto, oppure qualcuno ha dato una seconda istruzione."
"Lo scriva dopo, professore," disse Oronzo. "Adesso ci sono venticinque istruzioni con le braccia."
Elassir non parve muoversi in fretta. Gli elfi di Athel Loren avevano quella spiacevole capacita' di sembrare lenti anche quando arrivavano prima degli altri. La sua spada era lunga, sottile, quasi troppo leggera per essere una cosa onesta, e quando intercetto' il primo colpo di un guardiano vi passo' sopra un riflesso bluastro, freddo come cielo visto attraverso ghiaccio.
Thyssen alzo' il martello e invoco' Sigmar con una voce che non chiedeva approvazione. La testa dell'arma prese luce, una luce severa, dritta, imperiale. Karelia si sposto' al suo fianco, meno teatrale e piu' utile, cercando il punto in cui un corpo vivo poteva sopravvivere dentro una stanza progettata per insegnargli il contrario.
Bartek Tengansson era bianco di rabbia. O forse di paura. Sui nani, spesso, le due cose prendevano la stessa forma.
"Non dovevano attaccarci," disse.
"La frase piu' rassicurante che potesse dire," mormoro' Marcus.
I guardiani si abbatterono sui nani come un processo amministrativo condotto da martelli.
Il primo schieramento resse per pochi battiti. Poi si piego'. Un Hammerer cadde su un ginocchio. Un altro venne spinto contro la parete con un urto che fece tremare la pietra. Le statue non urlavano, non ringhiavano, non minacciavano. Non avevano bisogno di niente di cosi' umano. Avanzavano e colpivano.
Derryl strinse la mandibola. "Questi non sono vivi."
"Nessuno qui contava su quella fortuna," rispose Marcus.
Leonardo guardo' la disposizione. Le nicchie. Le pareti. La memoria di un'altra statua, altrove, sotto un cielo meno profondo e con un segno rosso che gli era rimasto nei pensieri come una macchia d'inchiostro.
"Marcus," disse, allungando la mano senza guardarlo. "Il cannocchiale."
Marcus glielo passo'. Non domando' perche'. Questo era uno dei piccoli segni della loro amicizia: Leonardo chiedeva strumenti in mezzo a una catastrofe, Marcus glieli dava, e solo dopo valutava se l'idea fosse stata brillante o suicida.
Leonardo porto' il cannocchiale all'occhio.
Dietro i guardiani, la pietra parlava.
Le Pietre Rosse

Le iscrizioni erano apparse quando i costrutti si erano staccati dalle pareti.
Prima, c'erano state solo statue.
Ora, dietro ogni nicchia, c'era una frase.
Leonardo non la lesse subito. La pietra era sporca, la luce mobile, e una parte molto ragionevole della sua mente continuava a fargli notare che stava decifrando gotico antico mentre dei costrutti cercavano di trasformare i suoi amici in note a margine. Ma la parte piu' grande, quella che lo aveva portato fin li', si limito' a dire: guarda meglio.
"Non e' runico," disse.
Derryl, che stava caricando un colpo con la faccia di chi avrebbe preferito una bestemmia piu' tecnica, giro' appena la testa. "Che vuol dire 'non e' runico'?"
"Vuol dire che qualcuno ha scritto istruzioni in gotico antico dove avrebbero dovuto esserci segreti nanici."
"Quindi e' male."
"In modo educato, si'."
Leonardo abbasso' il cannocchiale e poi lo rialzo'. Sotto ogni frase c'era qualcosa: non una gemma vera, non un rubino, ma una pietra rossa, forse cristallo, forse coccio ceramico, forse una piccola offesa alla mineralogia. Su ciascuna era tracciato un glifo.
"Proteggi questa stanza," lesse. "Distruggi chiunque vi entri."
Il comando era ripetuto lungo tutta la parete.
"Mi sembra poco ospitale," disse Oronzo.
"E' una frase di sicurezza," disse Leonardo, indignato quasi piu' dalla formulazione che dalla minaccia. "Una pessima frase di sicurezza. Troppo generale. Non distingue il proprietario dall'intruso."
Un nano venne colpito alla spalla e cadde all'indietro. La sua ascia rotolo' sul pavimento, lasciando una striscia scura.
"Leonardo," disse Marcus, "se vuole correggere la grammatica delle istruzioni assassine, scelga un tempo piu' fertile."
"Sotto ogni scritta c'e' una pietra rossa," grido' Leonardo. "O un glifo. E il glifo somiglia a quello che avevamo visto sulla collina."
La parola "collina" basto' a sporcare l'aria. Non era una descrizione precisa, ma fra loro non serviva altro. Un'altra statua. Un altro segno. Un altro indizio di Wulfric e del Sacro Martello che si infilava sotto una tradizione piu' antica come un verme sotto una corteccia.
Elassir scivolo' fra due colpi. La sua lama bluastro-argentea tocco' il braccio di un guardiano, non lo spezzo', ma lo fece deviare abbastanza perche' uno degli Hammerer sopravvivesse.
Thyssen colpi' un costrutto al petto. Il martello illuminato fece un suono diverso da tutti gli altri: meno schianto, piu' giudizio.
Karelia recupero' un ferito trascinandolo dietro la linea dei vivi.
Marcus fisso' uno dei guardiani appena abbattuti. La statua era caduta di lato, e la schiena non era piu' nascosta dall'armatura. La' c'era un'altra pietra rossa. Non incastonata. Attaccata. Appiccicata con una pasta nera, come se qualcuno avesse preso un segreto antico e lo avesse corretto con le mani sporche.
"Sulla schiena," disse.
Leonardo lo senti' e capi' prima ancora di voltarsi.
"La pietra e' anche sulla schiena?"
"Si'."
"Staccatela!"
Marcus indico' il costrutto piu' vicino a Elassir. "La pietra sulla schiena. Non l'armatura. Quella cosa rossa."
Elassir gli rivolse un'occhiata rapida, poi comprese. La spada gli passo' dietro come un raggio freddo. Non colpi' per ferire. Colpi' per separare.
La pietra rossa salto' via.
Gli occhi del guardiano si spensero.
Non ci fu lamento. Non ci fu esplosione. Solo un ritorno improvviso al peso morto. Il costrutto crollo' su un ginocchio e rimase li', antico e inutile, come un re senza memoria.
Derryl emise un suono che poteva essere gioia, furia o approvazione tecnica.
"Rompete le pietre!"
"Sulle pareti e sulle schiene!" aggiunse Leonardo.
Oronzo si infilo' dove lo spazio non sembrava abbastanza largo per un uomo con una spada. "Finalmente una soluzione che capisco. C'e' una cosa rossa: la rompiamo."
"La semplicita' e' una virtu' quando non e' al comando," disse Marcus.
"Allora lasciamola lavorare e stia zitto."
Da quel momento il combattimento cambio' forma.
Non era piu' un muro contro un muro. Era una caccia a piccole pietre rosse in mezzo a un campo di martelli. I nani tenevano, cadevano, si rialzavano, urlavano ordini. Gli Hammerer che potevano ancora muoversi cercavano di attirare i colpi; gli altri colpivano i glifi. Karelia trascinava i feriti lontano. Thyssen accendeva fendenti di luce sigmarita. Elassir sembrava attraversare gli spazi fra i colpi invece di occuparli.
Leonardo correva da una parete all'altra con l'aria oltraggiata dell'uomo che scopre un errore metodologico in un massacro. Ogni volta che arrivava a un glifo, lo indicava, lo descriveva, lo condannava e, se qualcuno tardava, lo prendeva personalmente come un insulto alla didattica.
Derryl abbatte' una pietra con un colpo secco e guardo' la pasta nera che l'aveva trattenuta.
"Non e' incastonata."
"No," disse Marcus. "Aggiunta dopo."
"Allora qualcuno e' entrato qui, ha toccato i guardiani, ha toccato le pareti, e nessuno se n'e' accorto."
Per un momento nessuno rispose.
Poi un altro costrutto si spense.
La sala comincio' a tornare dei vivi.
La Porta e i Rovi
Quando l'ultimo guardiano esterno perse la luce dagli occhi, non cadde subito.
Si fermo'.
Rimase immobile per un battito lungo, come se una parte di lui stesse cercando un comando piu' antico del glifo. Poi, lentamente, torno' verso la propria nicchia. Altri fecero lo stesso. Le statue superstiti, neutralizzate ma non distrutte, rientrarono nelle loro posizioni con la stessa obbedienza cieca con cui avevano cercato di uccidere.
Un corno suono' da qualche parte nella confusione.
Non era un segnale di vittoria. Era un richiamo alla vergogna.
Derryl indico' la porta. "I nani liberi alla porta. Il vostro principe e' li' dentro."
La frase colpi' piu' forte di molti martelli.
Gli Hammerer superstiti si mossero. Alcuni portavano ferite che avrebbero fatto sedere un uomo civile e scrivere un testamento. Loro andarono alla porta. Uno appoggio' entrambe le mani alla pietra. Un altro cerco' fessure, segni, punti di presa. Un terzo comincio' a colpire con il martello, piu' per rabbia che per speranza.
La porta non rispose.
Le porte naniche, quando non vogliono rispondere, sono fra le cose piu' eloquenti del mondo.
Bartek Tengansson arrivo' accanto a Derryl. Il suo sguardo passava dai caduti ai glifi distrutti, dai glifi alla porta, dalla porta ai Martelli.
"E' stata aperta dall'interno," disse Marcus.
"Lo so."
"E richiusa."
"Lo so."
"Quindi chiunque abbia preso il Calice, se e' passato da li', non ha avuto bisogno di forzare niente."
Bartek lo guardo' come se stesse valutando quale parte della frase meritasse un processo.
Elassir si avvicino' alla porta senza fretta. Guardo' la pietra, le giunture, le rune, la distanza fra soglia e pavimento.
"Spero che non sia troppo spessa," disse.
"E' una porta del tesoro reale di Karak Hirn," rispose Derryl. "E' stata costruita per offendere il concetto di sottile."
Elassir annui' come se il commento fosse una misura utile. Poi si inginocchio'. Fra due pietre del pavimento poso' qualcosa di piccolo: un seme, forse, o un frammento di radice secca. Pronuncio' parole in una lingua che sembrava piu' vecchia della sala e meno interessata al permesso dei nani.
Un Hammerer fece un passo avanti. "Magia elfica davanti al tesoro..."
"Se preferisce," disse Oronzo, "possiamo aspettare che la porta si vergogni e si apra da sola."
Derryl non rise. Ma inclino' appena il capo, che per un nano in quel momento valeva un trattato diplomatico.
I rovi nacquero dalle fessure.
Non crebbero come piante normali. Non cercarono il sole, non si arrampicarono alla cieca. Si svolsero con intenzione, disegnando un cerchio sulla pietra, poi un secondo, poi una cornice viva attorno alla porta. Spine nere e foglie verdi si intrecciarono fino a formare un bordo fitto. Al centro, la superficie dell'aria tremo' come acqua scura.
"Fatemi passare," disse Oronzo.
Marcus gli mise una mano sul petto, non abbastanza forte da fermarlo se Oronzo avesse deciso il contrario, ma abbastanza da ricordargli che gli amici servivano a questo. "Prima qualcuno guarda."
Elassir alzo' gli occhi. "Io l'ho aperto. Vado io."
"E noi veniamo dietro," disse Leonardo, troppo in fretta per sembrare coraggioso e troppo tardi per sembrare prudente.
Uno alla volta attraversarono.
Il varco non fu freddo. Non fu caldo. Fu vegetale: umido, amaro, vivo. Per un istante Leonardo senti' odore di bosco dopo la pioggia, e sotto quell'odore la sensazione sgradevole di una radice che giudica il suo valore accademico.
Poi la sala del tesoro li accolse.
E il tesoro, nonostante tutto, era quasi abbastanza bello da far dimenticare la morte.
Il Tesoro Violato

La stanza interna era quadrata, perche' i nani sapevano essere poetici ma solo dopo aver stabilito una geometria difendibile.
Globi di luce sospesi illuminavano oro, argento, armi, armature, gemme, statue degli dei nanici, catene, scudi, cassette e cose avvolte in panni troppo puliti per essere innocenti. C'era abbastanza ricchezza da far convertire un mercante tileano alla teologia della proprieta' condivisa, e abbastanza storia da far venire a Leonardo il desiderio fisico di chiedere un inventario.
Oronzo la guardo' e per una volta non disse nulla.
Era un silenzio preoccupante.
"Respira," disse Marcus.
"Sto respirando."
"Con gli occhi."
"Sono organi versatili."
Al centro della sala, il principe di Karak Hirn combatteva ancora.
La sua guardia era stata quasi dimezzata. Una quindicina di nani restavano in piedi, molti feriti, alcuni appoggiati alle armi piu' per orgoglio che per equilibrio. Altri giacevano tra le ricchezze, e l'oro attorno a loro sembrava improvvisamente volgare.
Anche li' i guardiani avevano pietre rosse.
Anche li' le pareti erano state toccate.
"Sulle schiene!" grido' Derryl. "E sui muri! Staccate quelle pietre!"
"Usate armi incantate, se ne avete!" aggiunse Marcus, e poi si morse la lingua per non trasformare la frase in un rimprovero piu' amministrativo.
Il principe, il volto sporco di sangue e polvere, capi'. O forse aveva gia' capito e odiava il fatto che degli stranieri glielo dicessero ad alta voce. Comunque ordino' ai suoi di colpire le pietre.
La battaglia riprese in forma breve e brutale.
Elassir passava fra i costrutti con il varco ancora chiuso dietro gli occhi. Thyssen colpiva come un uomo che avesse deciso di discutere con Sigmar piu' tardi. Karelia sosteneva i feriti. Derryl combatteva con la concentrazione rabbiosa del tecnico che vede un macchinario sacro violentato da mani incompetenti. Leonardo indicava e classificava. Oronzo romppeva cio' che doveva essere rotto con una precisione che avrebbe chiamato fortuna se altri lo avessero fatto.
Una dopo l'altra, le pietre saltarono via.
Una dopo l'altra, le luci rosse si spensero.
Quando l'ultimo guardiano interno cadde muto, la sala non torno' silenziosa. Il silenzio non torna mai davvero dopo un combattimento. Rimangono i respiri, i feriti, il sangue che gocciola, il metallo che vibra ancora nella memoria.
Derryl fu il primo a cercare il Calice.
Non per avidita'. Non per fede. Perche' in quel momento tutto il mondo si riduceva a una domanda e i nani, quando hanno una domanda, cercano l'oggetto che puo' farla tacere.
Il principe lo precedette di pochi passi verso un supporto rialzato, una specie di altarino circondato da oggetti preziosi e protetto da una solennita' ormai inutile.
Guardo'.
Il suo volto cambio'.
Non molto. Ma abbastanza.
"No," disse.
Il Calice dell'Ira non c'era.
Al suo posto, appoggiata dove avrebbe dovuto trovarsi la reliquia, c'era una pergamena.
Per un istante persino Oronzo smise di guardare l'oro.
Il principe prese il foglio. Lo lesse abbastanza da irrigidirsi, poi lo passo' a Leonardo con un gesto che conteneva rabbia, disgusto e la necessita' pratica di far leggere l'imperiale a chi lo capiva meglio.
Leonardo lo apri'.
La grafia era maschile, o almeno cosi' pareva: ferma, non elegante, con una certa soddisfazione trattenuta nei tratti. Non c'era firma. In fondo, invece, un disegno stilizzato: un rapace, forse un'aquila, forse un falco.
Leonardo lesse a bassa voce.
"Abbiamo degli affari in comune. Ho seguito le tue tracce da Pfeildorf e ho trovato gli zingari che ti hanno offerto rifugio. Ti ho mancato per un soffio. Hai qualcosa che desidero e me la procurero'."
La stanza si strinse.
Karelia guardo' Marcus.
Marcus guardo' la pergamena.
Oronzo guardo' Leonardo. "Quella cosa degli zingari..."
"La carovana Gatti," disse Leonardo. "Il rifugio. La fuga. Pfeildorf."
"Non e' un nemico nuovo," disse Marcus.
"O e' un nemico nuovo che ha studiato i vecchi," rispose Karelia.
Elassir non guardava la pergamena. Guardava il rapace.
"Padre Gustavus," disse Leonardo.
Il nome del vecchio sacerdote cieco, in quella sala piena di pietre e sangue, sembro' piu' vivo di molti presenti.
Leonardo recito' a memoria, non tutto, solo i frammenti che gli avevano graffiato la mente anni prima: i passeri in fuga dalla foresta oscura, il gufo saggio che lasciava cadere un anello, il grande falco in livrea di martello scarlatto che piombava dal cielo, uccideva, disperdeva, e lasciava vivere l'ultimo solo finche' ne aveva voglia.
"Nessuno credera' mai alla sua storia senza l'anello," concluse.
Oronzo si volto' verso di lui con lentezza.
"L'anello."
Leonardo senti' il peso dell'Ordo Scrittoris sul dito come se fosse cresciuto di colpo.
La Conoscenza Rubata
Bartek Tengansson non urlo'.
Questo, in un certo senso, fece piu' paura.
Prese una delle pietre rosse staccate, la giro' fra le dita, guardo' la pasta nera, poi ando' verso la parete. Dove il glifo era stato applicato all'esterno, dietro la pietra, c'era una corrispondenza perfetta con cio' che non avrebbe dovuto essere visibile a nessuno: il punto della runa interna che comandava il guardiano.
Il suo volto divenne quello di un archivio che prende fuoco.
"Chiunque abbia fatto questo sapeva."
"Sapeva cosa?" chiese Oronzo.
Bartek non rispose a lui. Rispose alla sala. "Dove colpire. Dove applicare il comando falso. Dove la runa risponde."
Marcus piego' appena il capo. "Questa conoscenza era custodita?"
"Certo che era custodita."
"Da chi?"
Bartek si volto' verso di lui.
La domanda era legittima.
Era anche quasi mortale.
"Stia attento, signor Ghast."
Marcus non arretrò. La sua voce rimase piana, e proprio per questo sembrava piu' tagliente. "Qualcuno ha avuto accesso al segreto. Potrebbe essere stato un traditore. Potrebbe essere stato un uomo costretto. Potrebbe essere stato qualcuno morto da secoli, se il segreto e' uscito con la statua donata a Wulfric. Ma il fatto resta."
Un nano ferito sputo' sangue sul pavimento. "I nani non tradiscono il tesoro."
Derryl, che era nano abbastanza da capire il colpo e straniero abbastanza da vedere il problema, parlo' prima che la sala decidesse di uccidere Marcus per grammatica. "Nessuno sta dicendo che un nano ha venduto il tesoro. Stiamo dicendo che qualcuno ha preso un segreto nanico e lo ha usato contro di voi. E contro di noi."
Bartek strinse la pietra rossa fino a farsi sbiancare le nocche.
"La statua donata a Wulfric," disse Leonardo. "Quella e' la falla antica. Se aveva una runa simile, se qualcuno della Chiesa di Sigmar, del Sacro Martello, dell'Ordo o di qualunque altro gruppo l'ha studiata, allora forse non serviva un traditore vivo. Bastava una memoria vecchia e una mano paziente."
"Dobbiamo consultare gli archivi," disse Bartek.
Il principe, ancora ferito, annui'. "Sapremo chi dono' la statua. Il re, l'officina, le circostanze."
"E nel frattempo?" chiese Marcus.
La domanda era peggiore della prima, perche' non accusava nessuno e non lasciava respirare nessuno.
Il Calice non c'era.
La porta era stata violata.
I guardiani erano stati corrotti.
Fuori c'era un assedio che, visto da quella sala, sembrava meno una minaccia e piu' una scenografia.
"Se il Calice e' gia' stato portato alla Torre Hess," disse Leonardo, "ogni ora che passiamo qui rende piu' comoda la loro attesa. E io dubito che ci preparino una tavola di benvenuto."
"O forse non dobbiamo cercarli," disse Karelia. "Forse vengono loro."
Marcus ripenso' alla pergamena. "Loro cercano noi."
La frase mise ordine in qualcosa che nessuno voleva ordinare.
"Hanno il Calice," disse Oronzo. "Forse hanno il Teschio. Noi abbiamo il pugnale."
Marcus senti' il peso nello zaino. Non era fisico soltanto. Il pugnale di Yul-Kachun, avvolto e isolato come un crimine che non si puo' buttare via, sembrava ascoltare.
Elassir parlo' piano. "Ci sono almeno due interessi. Il Sacro Martello vuole Wulfric, o cio' che chiama Wulfric. I cultisti vogliono gli oggetti legati al demone. Possono cooperare. Possono tradirsi. Possono credere entrambi di usare l'altro."
"Ottimo," disse Oronzo. "Due gruppi di pazzi, un demone a pezzi e noi con il coltello sbagliato nello zaino."
"Il coltello giusto," disse Derryl.
Oronzo lo guardo'.
"Finche' lo abbiamo noi," continuo' Derryl, "non lo hanno loro. Questo li blocca."
"A meno che romperlo non liberi il demone," disse Marcus.
Il silenzio torno' a prendere nota.
Leonardo si passo' una mano sul volto. "Se spezzare il pugnale libera Xatrodox, consegniamo loro il risultato senza nemmeno pretendere un compenso. Sarebbe imperdonabile anche secondo gli standard tileani di cattiva contrattazione."
"Allora non lo rompiamo," disse Oronzo.
"Non ancora," corresse Marcus.
Il principe, che aveva ascoltato piu' di quanto un principe ferito avrebbe desiderato, fece un gesto secco a un servitore. "Avrete provviste. Scorta, se possibile. Ma io devo avvertire mio padre, mio fratello e la cittadella. E devo seppellire i miei."
Marcus inclino' il capo.
"Chiedo perdono se le mie parole hanno offeso il vostro fiero popolo."
Bartek lo fisso' ancora per un momento.
Poi chiuse la mano sulla pietra rossa.
"Offendete meno quando avete ragione solo a meta'."
"E' gia' piu' di quanto mi concedano molti uffici imperiali."
Nessuno rise.
Ma Derryl fece un rumore nella barba che, in circostanze migliori, avrebbe potuto diventare risata.

Il Lupo sotto il Sigillo
L'idea venne da Oronzo, e questo la rese subito piu' pericolosa.
"E se non volessero il pugnale?"
Leonardo stava ancora guardando la pergamena. "Prego?"
"Il messaggio dice che abbiamo qualcosa che desidera. Il pugnale lo abbiamo preso da poco. Questa storia ci segue da Pfeildorf. Padre Gustavus, il sogno, il falco, l'anello. E se volesse quello?"
Leonardo chiuse la mano sull'anello dell'Ordo Scrittoris.
Era il gesto di un uomo che scopre di aver sempre portato un indizio come se fosse un accessorio.
Marcus lo guardo'. "Posso vedere l'anello?"
"E' al mio dito."
"Appunto."
"La fiducia e' una cosa meravigliosa quando non coinvolge oggetti eretici."
"Lo guardi Elassir," disse Marcus.
Elassir non tese subito la mano. Aspetto' che Leonardo, con grande sofferenza scenica, si sfilasse l'anello e glielo porgesse. L'elfo lo prese come si prende una cosa viva che finge di essere metallo.
Il sigillo dell'Ordo Scrittoris era li': incudine e piuma, memoria e peso, verita' e martello evitato per quanto possibile. Eppure Elassir lo osservo' con una piega nuova nello sguardo.
"Questo e' sopra."
"Sopra cosa?" chiese Leonardo.
Elassir non rispose subito. Pronuncio' alcune parole piano. Poi, con un piccolo coltello, lavoro' sul bordo del sigillo. Leonardo fece un passo indietro come se sentisse il proprio patrimonio spirituale venire scrostato.
"Se esplode," disse Oronzo, "io ero contrario."
"Non eri contrario," disse Marcus.
"Lo saro' retroattivamente."
Il sigillo venne via.
Sotto non c'era il vuoto.
C'era una testa di lupo.
Per un momento Leonardo non seppe se respirare o prendere appunti. Scelse entrambe le cose, con risultati mediocri.
Elassir rimase immobile, gli occhi lavanda fissi sul metallo. Una luce sottile gli passo' sul volto, non come gioia, non come paura: come riconoscimento di un dolore antico.
"Ha potere," disse.
"Questo lo sapevamo," rispose Leonardo troppo in fretta. "Gabrielle l'aveva detto. Protezione, volonta'..."
"Non solo."
La sala del tesoro, gia' piena di ricchezze, sembro' improvvisamente piu' povera.
"Volonta'," disse Elassir. "Cura. Ma anche tristezza. Rimpianto. Rabbia per cio' che non si sapra' mai. Rabbia per il tempo che manca."
Leonardo, che aveva sempre considerato la rabbia per il tempo insufficiente una normale condizione accademica, degluti'.
"E' un anello molto istruito," disse piano Oronzo.
"Sotto il sigillo dell'Ordo c'era il lupo," disse Marcus. "Quindi il sigillo era copertura."
"O contenimento," disse Elassir.
Leonardo guardo' il rapace sulla pergamena, poi il lupo sull'anello. Il sogno di Gustavus sembrava tornare da un luogo remoto con la pazienza di chi sa di essere stato ignorato per anni e ora vuole riscuotere.
"Il gufo lascia cadere un anello," mormoro'. "Il falco lo vuole. Il martello speciale non era solo una verita'. O forse la verita' e' sempre stata un oggetto. O una persona. O un modo molto irritante di indicare tutto insieme."
"Padre Gustavus era piu' preciso di quanto pensassimo," disse Karelia.
"O piu' crudele," disse Marcus.
Elassir restitui' l'anello a Leonardo, ma non il sigillo. Quello rimase separato, piccolo, innocente e colpevole.
"Posso insegnarti a usarlo meglio," disse.
Leonardo guardo' l'anello. "La frase 'meglio' mi preoccupa quasi quanto la frase 'usarlo'."
"Dovrebbe."
Derryl incrocio' le braccia. "E chi puo' spiegarci cosa sia veramente?"
Elassir rimase in silenzio un istante.
"Forse un vagabondo. Un uomo difficile da trovare. L'ultima notizia che ho di lui lo pone a Ubersreik."
"Nome?" chiese Marcus.
"Lauren della Laquital," disse Elassir, come se anche lui non amasse la sicurezza di quel suono.
Leonardo lo scrisse subito, poi lo sottolineo', poi aggiunse un punto interrogativo che sembrava una piccola condanna.
"Ubersreik," disse Oronzo. "Torre Hess. Karak Hirn sotto assedio. Calice rubato. Pugnale nello zaino. Anello col lupo. Teschio forse in mano a qualcuno. Mi mancano soltanto una bottiglia, un letto e un nemico che mandi un biglietto con una calligrafia piu' chiara."
"Se manda altri biglietti," disse Marcus, "saremo gia' in ritardo."
Il principe diede ordini ai suoi. I feriti vennero portati via. I morti coperti. Gli archivi chiamati. Il tesoro richiuso, per quel che valeva ancora chiudere una ferita dopo che il coltello era uscito.
Leonardo infilo' di nuovo l'anello.
Il metallo era freddo.
Poi no.
Per un momento gli parve di sentire sotto il sigillo assente la forma del lupo, come un pensiero che aveva sempre avuto e che qualcuno aveva coperto per cortesia.
Fuori, Karak Hirn era ancora sotto minaccia.
Dentro, il tesoro aveva perso il suo oggetto piu' pericoloso.
E la compagnia, come spesso accadeva, era sopravvissuta abbastanza da scoprire che la sopravvivenza era solo il metodo piu' elegante per entrare in problemi peggiori.
Stato della Compagnia
Nuovi contatti e piste:
- Lauren della Laquital — nome incerto riferito da Elassir; vagabondo o conoscitore capace forse di spiegare l'anello e altri segreti collegati. Ultima traccia nota: Ubersreik.
- Mittente ignoto della pergamena — persona o fazione non identificata. Lascia una nota in imperiale con segno di rapace/aquila stilizzata; dichiara di seguire le tracce della compagnia da Pfeildorf e di volere qualcosa in suo possesso.
Alleati e autorità:
- Il principe di Karak Hirn — sopravvive allo scontro nella sala del tesoro, ma perde molti uomini. Deve avvertire la fortezza, il re e gli archivi.
- Bartek Tengansson — capisce che i glifi rossi sono stati applicati nel punto corrispondente alla runa interna dei guardiani. Cerca negli archivi chi dono' la statua a Wulfric e in quali circostanze.
- Elassir — apre un varco di rovi attraverso la porta del tesoro e rivela che l'anello di Leonardo ha un sigillo sovrapposto: sotto c'e' una testa di lupo.
- Karelia Meitner e Heinrich Thyssen — sopravvivono allo scontro e restano con la compagnia nella discussione sulle piste future.
Minacce recenti:
- Guardiani del Tesoro di Karak Hirn — neutralizzati rompendo o staccando glifi/pietre rosse su muri e schiene. Il meccanismo e' stato manomesso da qualcuno che conosceva il punto sensibile delle rune interne.
- Furto del Calice dell'Ira — il Calice non e' piu' nel tesoro reale. Il furto e' gia' avvenuto prima che la compagnia potesse raggiungerlo.
- Sacro Martello e cultisti/demoniaci — sembrano avere interessi convergenti ma forse non identici: Wulfric, Xatrodox, Calice, pugnale, teschio e forse anello.
Scoperte:
- Le iscrizioni dei guardiani ordinavano in gotico antico di proteggere la stanza e distruggere chiunque vi entrasse.
- Le pietre rosse non erano rubini incastonati, ma cristalli o cocci glifati fissati con materiale nero.
- La sala interna del tesoro conferma che il Calice dell'Ira e' stato sottratto e sostituito da una pergamena.
- La pergamena richiama Pfeildorf e gli zingari che diedero rifugio alla compagnia, segno che il mittente segue i Martelli da molto tempo.
- Il rapace stilizzato sulla nota richiama il sogno di Padre Gustavus e il falco del Sacro Martello.
- L'anello dell'Ordo Scrittoris di Leonardo aveva il sigillo applicato sopra un simbolo piu' antico: una testa di lupo. L'aura dell'anello e' legata a volonta', cura, tristezza, rimpianto e rabbia per il tempo perduto.
Oggetti:
- Calice dell'Ira — rubato dal tesoro di Karak Hirn.
- Pugnale di Yul-Kachun — ancora a Marcus, avvolto nello zaino. Diventa la leva principale della compagnia: senza il pugnale, i cultisti non hanno tutti i frammenti di Xatrodox.
- Teschio d'Ottone — ancora ignoto; la compagnia teme che possa essere gia' in mano a una delle fazioni.
- Anello dell'Ordo Scrittoris — a Leonardo. Il sigillo dell'Ordo non e' originario: sotto c'e' una testa di lupo.
- Pergamena del rapace — prova del furto e nuova minaccia diretta.
Situazione attuale:
- I Martelli sono nel tesoro violato di Karak Hirn, fra morti nani, guardiani spenti e autorità ferite nell'orgoglio.
- La fortezza deve ancora fronteggiare l'assedio, ma l'obiettivo reale del nemico sembra ormai compiuto.
- La pista della Torre Hess resta urgente: se il Calice e' stato portato li', ogni ritardo avvantaggia i nemici.
- La pista di Ubersreik apre un secondo fronte: trovare Lauren della Laquital per capire l'anello e il simbolo del lupo.
Fili narrativi aperti:
- Recuperare il Calice dell'Ira e capire chi lo ha portato via.
- Stabilire come i nemici abbiano ottenuto la conoscenza tecnica sui guardiani del tesoro.
- Scoprire se il Sacro Martello e i cultisti di Xatrodox collaborano davvero o se si stanno usando a vicenda.
- Capire se il Teschio d'Ottone sia gia' in mano nemica.
- Decidere come custodire o distruggere il pugnale senza liberare Xatrodox.
- Capire cosa sia davvero l'anello di Leonardo e perche' il lupo fosse nascosto sotto il sigillo dell'Ordo.
- Identificare il mittente della pergamena e il significato del rapace.
"Cap. XLV. Abbiamo salvato il tesoro, salvo la parte che contava. I guardiani di Karak Hirn sono stati corrotti con pietre rosse appiccicate nel posto esatto in cui non avrebbero dovuto esserci posti esatti; il Calice e' sparito; il ladro ci ha lasciato una lettera, che e' una cortesia solo per chi non ha senso della minaccia. Il pugnale e' ancora con Marcus, l'anello non e' piu' soltanto dell'Ordo, e sotto la piuma e l'incudine dormiva un lupo. Se Padre Gustavus vedeva tutto questo, spero almeno che nel suo sogno ci fosse anche una taverna." — Leonardo Isacco da Ponzacco, Appunti nel tesoro violato di Karak Hirn