Capitolo XXXVI: La Pietra di Fuoco
"Sotto la montagna si impara che il fuoco non è sempre una preghiera. Qualche volta è una resina, una lacrima, una pietra che aspetta di essere colpita. E chi la colpisce deve sapere che la montagna lo sta ascoltando." — Leonardo Isacco da Ponzacco, Annotazioni al margine del secondo trattato di mineralogia applicata

Il Terrore di Myrmidia

Il secondo livello inferiore delle Grandi Miniere di Karak Norn puzzava di polvere da sparo, di mutapietra bruciata e di sangue caldo che non trovava la strada per raffreddarsi. La Gatling skavena aveva smesso di battere appena prima, lasciando un silenzio pieno di tosse e di passi di zampe, e da quel silenzio i Clanrats stavano di nuovo avanzando, con le loro lame corte e le bombe fumanti legate alla cintola.
Leonardo era schiacciato contro una colonna di pietra nera, il fioretto imperiale sguainato nella destra, gli Occhiali del Morto a mezzo naso e il respiro corto come quello di un copista che avesse dimenticato come si combatte. Guardò la linea nemica, poi guardò i propri compagni — Drong in ginocchio col petto insanguinato, Derryl con la skullcap ammaccata, Marcus che ricaricava la pistola nanica con la tranquillità di chi non sa fare altro che funzionare. E Padre Giuliano, pallido per il veleno, la tonaca macchiata di giallo-verde al fianco, appoggiato alla colonna col respiro di chi ha smesso di contare le ferite.
Fu il prete a muoversi per primo. Si staccò dalla pietra con uno sforzo che avrebbe dovuto essere impossibile per un uomo avvelenato, alzò la lancia sopra il capo con tutte e due le mani, e gridò. Non come grida un disperato — come grida un sacerdote che sta officiando una messa da campo nel cuore di una galleria piena di ratti. "Myrmidia!" La voce gli uscì roca, da soldato ferito, e per un istante la galleria sembrò trattenere il fiato. Poi qualcosa attraversò l'aria. Non un vento, non una luce. Un terrore. Un terrore pulito, dritto, di quelli che i volumi di teologia marziale chiamano metus divinus. I Clanrats della prima fila si arrestarono di colpo, squittirono, e due di loro fecero istintivamente un passo indietro.
Leonardo, dietro di lui, lo guardò con gli occhi di chi ha letto mille volte la parola miracolo senza mai vederlo. Il miles si fece il segno della lancia sul petto e mormorò, per sé: "Non sono io. È Lei."
Gabrielle Marsner scelse quel momento preciso per farsi avanti. Il mantello viola le ricadde sulle spalle, il volto pallido non tradì alcuno sforzo, e nel palmo della mano aperta le si accese una sfera di fuoco nero orlata di viola. La maga dell'Ordine di Ametista non pronunciò nulla che somigliasse a una formula — o forse sì, ma in una lingua che Leonardo non conosceva e che preferì non imparare — e scagliò la sfera dentro l'orda di ratti.
Il boato fu sordo, come un colpo di tamburo sott'acqua. Tre Clanrats evaporarono senza lasciare nemmeno un ossame, e l'orda si aprì in un varco largo quanto una stanza. Leonardo ebbe il tempo di pensare finalmente un'apertura, e invece dal fondo del varco uscì qualcosa di peggio.
Era carne. Carne rosa e lucida, cucita male su se stessa, alta tre volte un uomo, con braccia che sembravano tronchi e una gabbia toracica aperta dalla quale spuntavano pezzi di metallo arrugginito. Sopra le spalle non aveva un cranio solo, ma tre facce di ratto fuse in un'unica massa di denti e di occhi chiusi. L'Abominio avanzò con una lentezza da macelleria, e il terrore di Myrmidia, che aveva fermato i Clanrats, non ebbe nessun effetto su di lui.
Leonardo abbassò il fioretto e disse, per sé, con la voce di chi riconosce una pagina studiata da ragazzo: "Abominio di Hell Pit. Clan Moulder. Trattato di Franz Steinhardt, capitolo sulle creature non classificabili. Non pensavo esistessero davvero." Oronzo, al suo fianco, sputò per terra e strinse l'elsa della Spada di San Toswick. "Esistono eccome. E questa la ammazziamo con la stessa roba con cui ammazziamo i cinghiali, solo di più."
Drong, col petto rotto, si tirò in piedi da solo.
Il Capitano e il Rotgut

Drong il Lungo si fece avanti con l'uncino di ferro sguainato al posto della mano destra e una pistola nanica enorme nella sinistra — una di quelle pistole da Zhufbar che pesavano come martelli e che nessuno tranne un nano Slayer pretendeva di sparare con un braccio solo. Gli scorreva sangue sulle mutande di cuoio, gli scorreva sangue sul petto, gli scorreva sangue persino dalla benda dell'occhio che non aveva più. Non sembrava infastidito. Sembrava solo concentrato.
"Leonardo da Nuln," disse senza voltarsi, "tu resta dietro alla colonna. Quest'aggeggio qui è lavoro da capitano." E senza aspettare risposta spalancò le braccia e sparò. Il colpo partì come un tuono dentro un barile, la rinculata gli scrollò la spalla di mezzo metro, e il proiettile di piombo e mutapietra raggiunse l'Abominio esattamente in mezzo alla fronte — o in mezzo a una delle sue fronti, quella centrale, quella con gli occhi più aperti.
La testa di ratto esplose. Non come un cranio normale: come un frutto troppo maturo gettato contro un muro. I denti volarono in tutte le direzioni, e sotto la carne devastata la compagnia vide con orrore una seconda faccia di ratto, più piccola, più umida, che si stava facendo largo masticando dal basso. L'Abominio non rallentò. Emise un suono che non era un ruggito — era più simile al rumore di un mantice difettoso — e continuò ad avanzare.
Drong si rimise la pistola alla cintola con un gesto sbrigativo, tirò fuori dalla fiaschetta laterale un sorso di Rotgut grande abbastanza da stordire un cinghiale, se lo versò in gola senza interrompere il passo e, dopo, se ne versò un altro direttamente sul petto squarciato. La grappa nanica colò lungo le cicatrici tracciandole di bianco, il sangue smise di uscire per una questione di puro orgoglio, e Drong, con la voce di chi sta dando un ordine a se stesso, mormorò: "Non adesso."
Oltre la curva della galleria, all'altezza del punto dove la Ratling Gun aveva continuato a sputare piombo per tutta la notte, successe una cosa che nessuno della compagnia avrebbe saputo programmare nemmeno volendo. Il Ratling Gunner, chino sul suo marchingegno a canne multiple mentre cercava di inserire un nuovo caricatore di proiettili di mutapietra, sbagliò qualcosa. Forse la valvola del vapore, forse un raccordo, forse semplicemente la giornata sbagliata. Una delle cartucce esplose prematuramente dentro la camera, la Gatling si aprì come un fiore di ferro arrugginito, e il Ratling Gunner svanì in una nube rossa insieme ai due Clanrats che gli stavano reggendo le munizioni.
Derryl, dietro la colonna, fischiò con due dita in bocca. "Ma guarda che belle cose che si vedono quando si ha pazienza." Si tolse la pipa spenta dalla bocca, la rimise, e aggiunse, con quel tono piatto da ingegnere di Zhufbar che era il suo marchio di fabbrica: "Le nostre pistole, se ti dicono bene, esplodono solo quando il Fato ci tiene il muso. Le loro esplodono sempre. È la differenza fra un mestiere e un trucco da fiera."
Padre Giuliano, appoggiato alla colonna col fianco sanguinante, si lasciò sfuggire una risata breve. "Per la barba di Grungni," disse Derryl, completando da solo la battuta, "io questa la chiamo 'misericordia distratta'." Dietro le loro spalle l'Abominio si era fermato a leccare la propria ferita sul cranio, e per un attimo — un attimo solo — la compagnia ebbe il respiro.
Poi, da dietro l'Abominio, arrivò il rinforzo.
Sangue Ametista

Tre figure nuove uscirono dalle retrovie skavene camminando con la sicurezza di chi sa di essere visto. La prima era Warlord Blistrox — un ratto alto quasi quanto un uomo, avvolto in un'armatura nera lamellare, mantello rosso scuro sulle spalle, uno spadone a due mani che sembrava forgiato per qualcuno più grosso di lui. La seconda era un Master Moulder Packmaster del Clan Moulder, curvo, coperto di cicatrici chirurgiche, con un frustino uncinato nella destra e tre Rat Ogres al guinzaglio — tre bestie sgraziate, ognuna alta il doppio di un nano, muscoli cuciti alla carne come se qualcuno avesse voluto rammentarsi quali pezzi andavano dove. La terza era un secondo Ratling Gunner, più giovane del primo, che trascinava una Gatling nuova di zecca con le canne ancora lucide.
"Tre porcherie al prezzo di una," commentò Oronzo a bassa voce, senza particolare emozione. "Il Fato ci sta facendo sconto quantità."
Gabrielle stava alzando le mani per un secondo incantesimo — le dita già percorse da quel tremolio viola che a Leonardo era bastato vedere una volta per capire di cosa era capace quella donna — quando il frustino uncinato del Packmaster disegnò nell'aria un arco lunghissimo e le si avvolse intorno al collo da dietro. Lo schiocco fu secco come una corda di violino che si spezza. Gabrielle non ebbe il tempo di gridare: la formula le si stroncò in gola, il mantello viola le scivolò dalle spalle, e la maga crollò sulle ginocchia tossendo sangue scuro che le colava dal labbro fino al mento.
Padre Giuliano la vide cadere prima ancora che Leonardo si accorgesse di quello che era successo. Il miles di Myrmidia, ferito lui stesso al fianco dal veleno degli Stormvermin, avanzò barcollando tra i corpi dei Clanrats già caduti, raccolse Gabrielle da terra con una forza che non avrebbe dovuto avere — un prete che cammina in salita porta un peso che non è il suo, dicono i trattati — e la trascinò dietro la colonna dove erano riparati Leonardo e Oronzo. La appoggiò alla pietra con delicatezza sorprendente, le scostò i capelli dalla faccia, e si mise a pregare.
Non era una preghiera da chiesa. Era una di quelle preghiere che Padre Giuliano riservava ai momenti in cui la liturgia ufficiale non bastava e bisognava parlare a Myrmidia nella lingua dei soldati. Tirò fuori la fiaschetta di grappa nanica che Drong gli aveva regalato settimane prima, versò tre dita di liquido sulle labbra di Gabrielle, e mormorò: "Bevi, figliola. Bevi e torna. Myrmidia non lascia i suoi alleati nel buio. Nemmeno quelli che pregano altre sante."
Gabrielle tossì, sputò sangue sulla tonaca del prete, e riaprì gli occhi verdi acquosi. Lo sguardo era ancora lontano, come sempre — quella maga sentiva troppe cose contemporaneamente per mettere a fuoco una sola — ma la voce le tornò, roca e bassa.
"Ero quasi al freddo," disse. "Il freddo del mio Ordine. È quasi dolce, sapete? Più dolce di quanto vi direbbero i trattati."
Leonardo, accovacciato accanto a loro, dovette voltare la testa. Oronzo invece la guardò dritto e disse, con la voce di un uomo che non ammette tentennamenti: "Non adesso, maga. Ci serve ancora a illuminare il fondo di questa fogna."
Padre Giuliano le sorresse la nuca e, a voce bassissima, aggiunse una riga che Leonardo si sarebbe trascritto nei suoi diari quella notte stessa: "Io non so cosa sia la vostra santa della Morte, figliola. Ma so che oggi non vi prende. Non qui, non per mano di un bastardo col frustino."
Gabrielle gli rispose con un sorriso stanchissimo. "Grazie, padre." E poi, quasi per farsi perdonare dell'emozione: "I trattati del mio Ordine dicono che il passaggio si fa in solitudine."
"I trattati scrivono," rispose Padre Giuliano, rimettendole il mantello viola sulle spalle con un gesto paterno. "Io prego. È una divisione onesta del lavoro."
Leonardo, che aveva ascoltato tutto appiattito contro la colonna, si rese conto che il complimento più bello che si potesse fare a Padre Giuliano era proprio quello che stava per uscirgli di bocca. "Padre," disse, "voi siete l'unico miles di Myrmidia che io abbia mai letto capace di pregare per una maga della Morte. Si potrebbe scriverci un paragrafo."
Padre Giuliano non rispose. Si limitò a sollevarsi sulle ginocchia, a recuperare la lancia appoggiata alla colonna e a tornare verso la luce della galleria, dove l'Abominio stava ancora avanzando e dove la compagnia aveva ancora una battaglia da chiudere.
La Morte dell'Abominio

Leonardo prese una decisione rapida, di quelle che i trattati di tattica bollano come "cessione dell'arma al più adatto". Si sfilò dalla cintola una delle pistole naniche che Derryl aveva comprato per la compagnia al mercato del Guest Village — una pistola che Leonardo non aveva mai imparato davvero a usare, e che nelle sue mani tendeva a puntare qualsiasi cosa tranne il bersaglio — e la passò a Derryl.
"Prendetela voi, ingegnere," disse. "Io con questa non ci azzecco nemmeno il pavimento. E il pavimento sta fermo."
Derryl la guardò un istante, poi sorrise sotto la barba nera. Impugnava già la sua pistola nella sinistra. Adesso ne aveva due. Spalancò le braccia come un danzatore ubriaco, prese la mira per mezzo respiro, e sparò entrambi i colpi uno dietro l'altro, con uno scarto di mezzo secondo. Il primo colpo raggiunse l'Abominio alla base del collo, il secondo lo colpì esattamente dove la seconda faccia di ratto stava spuntando dalla carne lacerata. La seconda testa si polverizzò con uno schiocco umido, e dalla ferita cominciò a uscire qualcosa di giallo che non era nemmeno sangue.
"Per la barba di Grungni," commentò Derryl fra sé, ricaricando una delle due pistole con gesti da vecchio armiere. "Due colpi, due teste. Se lo scrivessi in un rapporto non mi crederebbe nessuno."
Fu in quel momento che Drong il Lungo fece la cosa per la quale sarebbe stato ricordato da tutta la compagnia per i mesi a venire. Il capitano Slayer prese una rincorsa di tre passi — tre soli passi, perché la galleria non permetteva di più — e balzò. Balzò come un uomo intero, non come un nano ferito di un metro e cinquantacinque. Atterrò sulla spalla sinistra dell'Abominio, affondò l'uncino di ferro nella carne cucita del collo, si issò con la forza di chi non ha più niente da perdere, e con uno strappo lungo e umido arrancò la testa — quella centrale, l'ultima rimasta — dal corpo della bestia.
Il cranio volò in aria descrivendo un arco che parve rallentato a Leonardo. Quando toccò terra, rotolò per due metri buoni e si fermò ai piedi di Padre Giuliano, che lo guardò con la disapprovazione stanca di un padre di famiglia di fronte a un figlio che ha portato a casa una carogna.
Nel frattempo, all'altra estremità della galleria, Oronzo Cassano stava affrontando Warlord Blistrox con la calma professionale di chi non ha mai capito il senso del teatro. Blistrox caricò con il suo spadone a due mani, menò un fendente largo che avrebbe tagliato in due un mulo, e Oronzo fece l'unica cosa sensata: parò di taglio con la Spada di San Toswick, fece scivolare la lama skavena lungo la propria, e nello stesso movimento infilò una stoccata precisa sotto l'ascella del Warlord, nel punto dove la lamellare non arrivava. La punta uscì dall'altra parte. Blistrox emise un verso breve — più di sorpresa che di dolore — e cadde in avanti senza un urlo, senza nemmeno un gesto teatrale. Cadde come cade un sacco.
Oronzo gli pulì la spada sul mantello rosso del Warlord e commentò, per sé: "Redistribuzione delle risorse. Anche delle ossa, se necessario."
L'Abominio, privo ormai di tutte e tre le teste, si accasciò su se stesso con un sospiro prolungato, e mentre cadeva sputò dalla carcassa aperta una poltiglia di acido giallognolo che si sparse per tre metri nella galleria. Derryl, che stava ricaricando la seconda pistola con un occhio solo fuori dal riparo della colonna, fece due passi nella direzione sbagliata. Inciampò nel cadavere di un Clanrat, mise un piede nella pozza di acido, e respirò a pieni polmoni i vapori corrosivi che si stavano alzando. Tossì. Tossì una, due, tre volte, poi cadde in ginocchio, il viso violaceo, senza fiato.
Padre Giuliano lasciò la colonna e arrivò dal nano in tre passi. Gli mise una mano sulla fronte, pregò Myrmidia, e poi — con un pragmatismo che avrebbe fatto arrossire qualsiasi teologo ortodosso — aggiunse: "E tu, Valaya, se sei in ascolto da queste parti sotterranee, dammi una mano. È un vecchio nano della Montagna, e i vecchi nani della Montagna sono tutti un po' tuoi." Derryl tossì ancora una volta, un colpo umido, poi cominciò a respirare di nuovo. Il colore gli tornò piano sulla faccia. Si rialzò sulle ginocchia, mormorò una bestemmia nanica incomprensibile a tutti tranne a se stesso, e sputò per terra un grumo di saliva nera.
"Padre," disse, asciugandosi la bocca con la manica, "se mai vi convertite a Grungni, avete già metà del biglietto pagato."
Intorno a loro la galleria era silenziosa. Degli Slayer di Drong, entrati alle Grandi Miniere in ventidue, ne restavano in piedi quindici. Il Ratling Gun nuovo era caduto con il suo gunner, abbandonato sul pavimento come un attrezzo rotto. I Rat Ogres del Packmaster, privi di guida, erano scappati nei cunicoli laterali senza più ringhiare.
Gabrielle, in piedi contro la colonna, si ravviò il mantello viola sulle spalle con un gesto stanco. Guardò verso il fondo naturale della caverna — verso un punto che nessuno degli altri stava guardando — e disse, con la voce di sempre: "C'è ancora qualcosa da fare qua sotto. Seguitemi."
La Voce sulle Lastre
Il fondo della caverna si apriva a imbuto verso una sala bassa, scavata nella pietra con la precisione che solo i nani di tre generazioni fa sapevano ottenere. Le pareti mostravano ancora le decorazioni originali — simboli di Grungni, nodi di pietra, iscrizioni in lingua khazalid — ma sopra di esse, graffiati con qualcosa che sembrava un chiodo arrugginito, correvano simboli skaveni posteriori, gutturali, rabbiosi, da cerchio di evocazione improvvisato.
Al centro della sala c'era una lastra di pietra scura, rettangolare, alta quanto il ginocchio di un uomo. Intorno alla lastra, sul pavimento, erano disegnate linee sottili che Leonardo riconobbe come un circuito rituale — uno di quelli che i trattati di necromanzia imperiale descrivevano in appendice, nelle sezioni che i copisti diligenti si facevano il segno della lancia prima di ricopiare.
Gabrielle si fermò sulla soglia. Non entrò. "C'è qualcosa di vivo su quella lastra," disse. "Non una creatura. Una... formula. Una formula che respira."
Oronzo, che non era mai stato uno per tentennamenti teologici, si fece avanti, prese a calci il cadavere di un Clanrat che giaceva accanto all'ingresso, e lo mandò a rotolare direttamente sulla lastra. Il corpo del ratto arrivò al centro con un rumore sordo.
La lastra si accese. Non con fiamma: con una luce viola pallida che filtrò tra le giunture della pietra come se l'intera lastra fosse una brace coperta di cenere. Dal centro del circuito si alzò una figura semitrasparente — la sagoma di uno skaven in armatura, ma fatta d'aria e di ricordo più che di carne. La figura aprì la bocca e pronunciò tre sillabe gutturali, tre suoni che nessuno della compagnia capì ma che fecero rabbrividire Padre Giuliano come se avessero toccato un nervo scoperto. Poi la figura si dissolse, la luce viola si spense, e la lastra tornò inerte.
Gabrielle rimase immobile per un lungo istante, la mano sinistra appoggiata allo stipite di pietra. Quando parlò, lo fece con la voce bassissima di chi ha appena capito una cosa e preferirebbe non averla capita.
"Qualcosa si è annotato di noi," disse. "Non so dire di più. Ma sentirò se tornerà."
Leonardo voleva chiederle cosa intendesse per annotato, ma capì subito che non era il momento e forse nemmeno il luogo. Si limitò ad annuire, come annuiscono gli accademici quando non hanno letto abbastanza ma non vogliono darlo a vedere.
Dietro la lastra rituale, in una nicchia originaria dell'architettura nanica, la compagnia trovò quello che era venuta a cercare. Le ossa di un nobile nano giacevano composte su un basamento di pietra, la corazza corrosa dal tempo ma riconoscibile, l'elmo piegato ai piedi del corpo con un gesto di rispetto antico. E accanto alle ossa, appoggiato di taglio contro la parete come uno strumento di lavoro dimenticato, c'era uno scudo. Uno scudo rotondo di metallo scuro, attraversato da rune incise che pulsavano di una luce tenue, stabile, priva di paura.
Drong si avvicinò allo scudo con una lentezza che non era sua. Per la prima volta da quando Leonardo lo conosceva, il capitano Slayer non fece nessuna battuta, nessun commento sui morti, nessuna osservazione pirata sul valore di quello che aveva davanti. Si chinò, lo sollevò con tutte e due le braccia — l'uncino si impigliò per un istante nel cinturino di cuoio — e lo guardò contro la luce delle torce.
Derryl si tolse la skullcap di cuoio dalla testa, una cosa che nessuno dei presenti lo aveva mai visto fare. "L'ho sempre creduto un racconto da taverna," disse piano. "Lo Scudo Runico del padre di Re Brock Ironpick. Perduto nella ritirata di un secolo fa. L'ho raccontato io stesso a Zhufbar, a giovanotti che non volevano crederci. E adesso me lo vedo davanti."
Padre Giuliano chinò il capo senza parlare. Leonardo — che aveva passato cinque anni a cercare di convincere i suoi colleghi dell'Università di Nuln che le rune naniche erano una forma di linguaggio e non di superstizione — dovette sedersi su un gradino di pietra per non cadere dall'emozione.
Accanto alle ossa del nobile nano c'era un forziere di ferro chiuso da una chiave arrugginita. Oronzo, con la delicatezza di chi conosce i forzieri meglio di quanto conosca certi parenti, lo aprì in tre mosse senza forzarlo. Dentro, una manciata di gemme — quattro rubini e quattro smeraldi tondi, grossi come nocciole — e una pietra nera delle dimensioni di un pugno, attraversata da venature rosse che sembravano vene vive.
"Le gemme si dividono," disse Oronzo subito, con quella sua voce di contabile. "Due rubini e due smeraldi a testa, ciurma inclusa. Questione di principio." Poi prese la pietra nera tra le dita, la sollevò contro la torcia di Kazrik Sharkbiter, e aggiunse: "Questa qui, invece, non la mostriamo. Non ancora."
Leonardo si avvicinò per esaminarla. Se la rigirò tra le dita, la portò sotto gli Occhiali del Morto, tentò di catalogarla secondo tre sistemi diversi di mineralogia imperiale. Nessuno funzionava. "Non è ossidiana," mormorò. "Non è mutapietra. Non è pietra del sangue. È... qualcos'altro. Dovrei chiedere a qualcuno che abbia le mani più sporche delle mie."
Oronzo passò la pietra a Marcus con un gesto discreto. "Avvolgila in uno straccio e tienila nascosta. Parleremo con qualcuno in superficie. Uno di cui potersi fidare a metà — che è già più della media." Marcus annuì, estrasse dalla giacca un pezzo di tela cerata, avvolse la pietra con due pieghe e la fece sparire in una delle tasche interne.
La compagnia si trattenne ancora un momento nella nicchia. Drong, lo scudo runico al braccio sinistro come se lo avesse portato da sempre, mormorò qualcosa in lingua khazalid davanti alle ossa del nobile nano — una preghiera corta, senza enfasi, di quelle che i nani fanno ai morti importanti senza mai guardare qualcun altro in faccia. Poi si voltò, fece un cenno col mento verso l'uscita, e la compagnia cominciò la lunga risalita.
Sopra la Montagna

Risalita
Le scale del secondo livello inferiore sembravano non finire mai. I nani le avevano scavate stretti, ripidi, con gradini alti quanto mezza tibia, e ora la compagnia le risaliva contando i morti ad ogni pianerottolo. Dei ventidue Slayer di Drong ne erano rimasti quindici. Derryl camminava appoggiato a Kazrik Sharkbiter — il timoniere tatuato gli aveva passato un braccio intorno alla vita senza chiedere permesso — e tossiva ancora catarro nero da cui nessuno dei due faceva finta di distogliere lo sguardo.
Drong procedeva in testa con lo scudo runico al braccio, borbottando tra i denti la sua litania preferita: "In cima c'è birra. In cima c'è birra. In cima c'è birra." Non era una preghiera e non era un promemoria. Era semplicemente un modo per restare in piedi.
Marcus Ghast, più indietro, si fermò davanti a una delle travi portanti della scalinata. Era la stessa trave alla quale, due giorni prima, aveva inchiodato la sacca-mina con le bombe dello Slayer caduto — la sua assicurazione sulla via di ritorno. La valutò un istante, poi con una piccola leva tirò fuori i quattro chiodi di ferro, recuperò la sacca e se la rimise in spalla con cura maniacale.
"Non butta via materiale," commentò Oronzo vedendolo. Marcus rispose col suo sorriso più piatto: "Le bombe si pagano. L'ingegno no."
Padre Giuliano, salendo un gradino alla volta col fianco avvelenato, si avvicinò a Marcus e gli parlò a voce bassissima, di quelle voci che nelle gallerie si sentono solo se si è l'interessato.
"Parleremo in superficie, Signor Ghast," disse. "Ricordate?"
Marcus non si voltò. "Ricordo, padre. Parleremo."
Dietro di loro le grandi porte di bronzo delle Profondità di Karak Norn si chiusero, una dopo l'altra, con rumori da chiesa antica che si prepara per la notte.
Marcus e Yannick Blank
Il retro dell'ufficio postale del Direttore Kessel, al Guest Village, era una stanza piccola con un tavolo di quercia scura, due sedie, una lampada a olio e niente finestre. Il Direttore Kessel aveva accompagnato Marcus fino alla soglia — come promesso giorni prima, quando gli aveva proposto di farlo incontrare con uno specialista del Servizio già presente a Karak Norn — poi si era ritirato con la delicatezza professionale dei burocrati imperiali che sanno quando una conversazione non è affare loro.
Dentro la stanza c'era un uomo solo. Giovane — avrà avuto ventisei, ventisette anni — con gli occhi neri attenti di chi è abituato a imparare in fretta, abiti da viaggio semplici, mani curate ma segnate dal freddo di montagna. Non si alzò all'ingresso di Marcus. Si limitò a sollevare il mento e a indicare la sedia vuota con due dita, come si indica un posto a un subordinato in ritardo.
"Yannick Blank," disse, con la voce asciutta di chi ha poco tempo e meno pazienza. "Servizio di Sicurezza Imperiale. Mio fratello è Emmanuel Blank. Suppongo ne abbiate sentito parlare, altrimenti non sareste qui."
Marcus si sedette senza commentare l'accoglienza. Aveva già trattato con uomini peggio di così e sapeva che lo scorbuto professionale, in certi ambienti, era una forma di garanzia. "Sentito. E come mai un Blank finisce a Karak Norn da otto mesi?"
Yannick fece una smorfia breve. "Ho risposto male a un superiore. Era un superiore pacifico, ma aveva l'orecchio del Duca. Mi hanno mandato qui a contare la neve. La conto meticolosamente. È l'unica cosa che mi riesce bene in questo periodo."
Marcus tirò fuori dalla giacca un foglio piegato in quattro, scritto fitto in una calligrafia piccola e precisa — la sua. Lo aveva compilato nelle notti al Guest Village, mettendo in ordine tutto ciò che sapeva di Pfeildorf per esperienza diretta e per i rapporti che Kessel gli aveva fatto avere.
"Pfeildorf," disse, appoggiandolo sul tavolo. "Tutto quello che serve a uno della nostra gente per muoversi lì senza farsi notare. Ci sono nomi, punti di scambio, templi compromessi, contatti utili e contatti pericolosi. Leggete, memorizzate, bruciate il foglio."
Yannick spiegò il foglio e lesse con una rapidità che tradiva il mestiere. Marcus glielo accompagnò punto per punto, a bassa voce, come chi sta consegnando un utensile delicato.
"Henkel — un criminale della malavita bassa di Pfeildorf. Non è dei nostri, ma è utilizzabile se gli si presenta la cosa come un affare. Evitate la parola 'Impero' in sua presenza, gli chiude la bocca. Voss — cacciatore di streghe del Sigmarismo ortodosso, forse alleato se la questione tocca la necromanzia. Non parlategli di maghi legittimi dell'Ordine, si confonde. Jäger — ragazzino che vive sui tetti del quartiere vecchio. Fa il corriere per due corone al giorno e ha la bocca più stretta di mezza Pfeildorf. Ranulf Vogt — da verificare. Sembra uno dei nostri ma la sua segnalazione viene da una fonte che non ho avuto tempo di triangolare. Werner — corrotto, e questo è il suo valore: se Werner rifiuta un affare, significa che qualcuno di più grosso lo sta già controllando. Usatelo come sensore."
Yannick prendeva appunti mentali con lo sguardo fisso sulla pagina. Marcus proseguì.
"Il punto di scambio è la bocca di fogna a sud del Tempio del Sol, quella che ha il simbolo dell'occhio graffiato sulla pietra superiore. Lasciate sempre i messaggi piegati in quattro, mai in tre. Il Tempio di Verena è compromesso: il sacerdote anziano riferisce a qualcuno che non abbiamo identificato. State lontani. Il vostro punto di rientro, se le cose si mettono male, è Heinrich Thyssen — Arbitrator di Sigmar, attualmente al Martello d'Argento di Karak Norn. È la stessa catena di comando, quindi Thyssen vi coprirà se farete richiesta ufficiale."
Yannick ripiegò il foglio lentamente. Lo tenne per un istante sotto il palmo, come se stesse valutando se fidarsi o meno, poi alzò gli occhi neri su Marcus.
"Ghast, non lo faccio per voi. Voglio essere chiaro. Non vi conosco, non vi devo niente, e nemmeno l'Impero mi deve granché per quello che ha fatto di me e di mio fratello. Lo faccio perché non voglio morire in questa fottuta stalla di montagna. Accetto l'incarico. Partirò per Pfeildorf alla prossima carovana imperiale."
Marcus annuì, si alzò, infilò una mano nella giacca e posò sul tavolo una piccola borsa di cuoio. "Per la strada. Il Servizio paga le spese, non i favori." Uscì dalla stanza senza voltarsi.
Leonardo e Alrik Nunnelson
Leonardo conosceva già la strada. L'aveva percorsa con Marcus settimane prima, nei giorni della prima visita alla Gilda degli Ingegneri di Karak Norn, quando un nano dalla barba brizzolata, gli occhiali rotondi e il cappello di cuoio da aviatore gli aveva mostrato i progetti del Titano e poi lo aveva abbracciato di slancio scoprendo che era un ingegnere di formazione. Alrik Nunnelson — detto il Matto solo dai vecchi della Gilda, e mai con ironia davvero cattiva — era l'unico tra gli anziani di Karak Norn che credesse ancora che si potesse collaborare con Nuln, e per questo Leonardo aveva pensato subito a lui quando aveva sentito il peso della pietra nera nella tasca.
L'officina stava in un corridoio laterale della Gilda degli Ingegneri, dietro una porta di legno senza insegna. Leonardo bussò due volte. Dentro si sentì un trambusto di oggetti spostati malamente, una voce che borbottava qualcosa a Grungni, e poi la porta si aprì di colpo sul volto del nano — occhiali rotondi appannati dal fumo, cappello di cuoio storto sull'orecchio, barba brizzolata macchiata in un paio di punti di quella fuliggine nera che gli ingegneri nani portavano come un'onorificenza.
"Da Ponzacco!" esclamò Nunnelson, riconoscendolo all'istante. "L'ingegnere di Nuln! Entrate, entrate, si congela qui fuori." Leonardo si trovò trascinato dentro con la stessa energia affettuosa del primo incontro. L'officina era una sola stanza, piena di scaffali sovraccarichi, di alambicchi, di forme di piombo, di strumenti che Leonardo non sapeva nominare. In un angolo, una piccola forgia fumava piano. Sul banco di lavoro c'era un mortaio di pietra scura incrostato di polvere rossa.
"Non sono qui per il Titano, maestro," disse Leonardo appena riuscì a prendere fiato. "Sono qui per una cosa che ho trovato sotto di noi, due livelli sotto." Estrasse la pietra nera avvolta nella tela cerata e la posò con cura sul banco. "Speravo che voi la riconosceste."
Alrik si avvicinò al banco con la lentezza riverente di chi ha passato quarant'anni aspettando un reperto così. Si tolse il cappello, lo appoggiò su uno sgabello, ravviò con una mano la barba brizzolata. Guardò la pietra. La toccò con un dito. Poi, senza chiedere permesso a Leonardo né a Grungni, prese uno scalpello dal banco, lo appoggiò alla superficie, e diede una martellata piccola e precisa.
Dalla pietra eruttò una fiammata gialla alta mezzo metro. Leonardo fece un balzo all'indietro battendo la schiena contro uno scaffale. Gli occhiali rotondi di Alrik si appannarono, il cappello sullo sgabello venne lambito dalla vampa, la barba brizzolata si bruciacchiò a un'estremità. Il nano non mosse un muscolo. La fiammata si spense nel giro di due respiri, lasciando sulla pietra una traccia di fuliggine rosa.
Leonardo, le sopracciglia mezzo bruciacchiate, mormorò: "Maestro, vi chiamano il Matto con ragione."
"Me lo dicevano da giovane, quando inventavo," rispose Alrik, tranquillo, strofinandosi la barba ancora fumante. "Adesso me lo dicono da vecchio perché continuo a inventare. È lo stesso soprannome, ma non è più lo stesso insulto." Si rimise gli occhiali, li pulì su un panno sporco, se li rimise. "Quello che avete qui, da Ponzacco, è una lacrima di salamandra. Resina solidificata delle salamandre di fuoco delle viscere profonde della Terra. Si forma sotto la pressione, al calore delle camere magmatiche dove vivono le bestie, e quando la salamandra muore la resina si cristallizza in pietra. Sono rarissime. Io ne ho viste tre in quarant'anni. La vostra è la più grossa delle tre."
Leonardo si appoggiò al banco, le gambe ancora tremanti. "E cosa ci si fa?"
"Munizioni," disse Alrik senza esitare. "Granate. Proiettili incendiari per cannone corto. Se si lavora bene, si può comprimere la reazione in una singola carica e ottenere un colpo che brucia più di tre miglia di polvere da sparo concentrata. Non è una cosa da dilettanti. È una cosa da chi sa dove mettere le mani." Si voltò verso Leonardo, gli occhiali rotondi di nuovo a fuoco. "Ma c'è un problema, da Ponzacco. Bartek Tengansson, il Loremaster di Karak Hirn — Maestro delle Rune, orecchio del re, voce che pesa più della corona — è un conservatore radicale. Anti-ingegneri. Convinto che la polvere da sparo sia un tradimento di Grungni e che la lacrima di salamandra sia una blasfemia di cristallo. Se viene a sapere che una lacrima del genere esiste e che qualcuno la sta lavorando, la confisca il giorno dopo. Manda due Longbeards di scorta a prenderla e a giustiziare chi l'aveva. E le sue rune, da Ponzacco, trovano le cose anche quando sono sepolte."
Leonardo deglutì. "E quindi?"
Alrik gli si mise di fronte. "E quindi, se volete imparare a lavorarla, io ve lo insegno. Vi offro l'apprendistato. Qui, nella mia officina. In cambio di una cosa sola: silenzio assoluto. Non una parola a nessuno. Non al vostro miles, non al vostro agente imperiale, non ai vostri compagni di spedizione. Nemmeno alla maga viola, che secondo me sente più cose di quanto vi raccontino a voi. Silenzio come quello di un copista che ha ricopiato un manoscritto proibito e ha dimenticato di averlo fatto."
Leonardo rimase zitto per un lungo minuto. Pensò a Nuln, pensò all'Università, pensò alla propria biblioteca vuota. Pensò a Padre Giuliano — a cui non avrebbe potuto raccontarlo — e a Oronzo — che non avrebbe capito perché un accademico scegliesse di tacere invece di pubblicare. Pensò soprattutto che nella sua vita, fino a quel momento, nessuno gli aveva mai offerto qualcosa che valesse davvero la pena di tacere.
"Accetto," disse alla fine. "Giuro il silenzio di un copista."
Alrik gli tese la mano destra — nera di fuliggine, bruciata in due punti, con un callo all'indice grosso come una nocciola. Leonardo la strinse. La presa del nano fu sorprendentemente forte.
"Accettato," disse Alrik, rimettendosi il cappello di cuoio da aviatore sulla testa con un gesto pratico. "Benvenuto nella mia barba bruciata, da Ponzacco."
Stato della Compagnia
Nuovi alleati:
- Yannick Blank — giovane agente del Servizio di Sicurezza Imperiale, fratello di Emmanuel Blank, a Karak Norn da otto mesi dopo aver risposto male a un superiore. Scorbutico ma efficientissimo, come promesso da Kessel. Accetta di portare il dossier di Marcus a Pfeildorf.
- Alrik Nunnelson "il Matto" (già incontrato al cap. 33) — anziano ingegnere della Gilda di Karak Norn, barba brizzolata, occhiali rotondi, cappello di cuoio da aviatore. Accetta Leonardo come apprendista segreto per la lavorazione della lacrima di salamandra, in cambio di silenzio assoluto.
Nemici sconfitti:
- Warlord Blistrox — caduto per mano di Oronzo con una stoccata sotto l'ascella.
- Abominio di Hell Pit — decapitato da Drong il Lungo dopo due colpi di pistola nanica sparati da Derryl.
- Primo Ratling Gunner — autoesploso per difetto di mutapietra.
- Secondo Ratling Gunner — caduto nel combattimento finale, il suo Ratling Gun recuperato.
- Packmaster del Clan Moulder — caduto con i suoi Rat Ogres dispersi nei cunicoli laterali.
Scoperte:
- Lo Scudo Runico del padre di Re Brock Ironpick — recuperato dalla nicchia del nobile nano al fondo della caverna, rune ancora vive, pronto per essere consegnato al re.
- La pietra nera — identificata da Alrik Nunnelson come lacrima di salamandra, resina solidificata delle salamandre di fuoco delle viscere profonde. Rara, potente, politicamente pericolosa.
- La maledizione sulla lastra — una formula rituale skavena si è "annotata" di Gabrielle e della compagnia. La maga non sa dire di più, ma lo sentirà se tornerà.
Oggetti:
- Scudo Runico (al braccio di Drong, destinato a Re Brock)
- Manciata di gemme dal forziere (quattro rubini, quattro smeraldi, divisi fra compagnia e ciurma)
- Pietra nera/lacrima di salamandra (nell'officina segreta di Alrik Nunnelson, custodia congiunta con Leonardo)
- Ratling Gun catturato alle Profondità (portato in superficie da Derryl come trofeo di studio per la Gilda)
- Sacca-mina di Marcus con bombe Slayer (recuperata dalla trave della scalinata di risalita)
Fili narrativi aperti:
- La maledizione sussurrata sulle lastre e la "formula annotata" su Gabrielle
- L'apprendistato segreto di Leonardo con Alrik Nunnelson
- La missione di Yannick Blank per Pfeildorf (Henkel, Voss, Jäger, Ranulf Vogt, Werner, bocca di fogna a sud del Tempio del Sol)
- Bartek Tengansson, Loremaster di Karak Hirn come minaccia politica futura: Maestro delle Rune anti-ingegneri, confischerebbe la lacrima di salamandra e giustizierebbe chi la lavora
- La consegna dello Scudo Runico a Re Brock Ironpick, ancora da fare
- Il dissidio Marcus/Padre Giuliano, ancora sospeso al "parleremo in superficie"
- L'infezione al fianco di Padre Giuliano, ancora senza cura definitiva
- I polmoni di Derryl, bruciati dai fumi acidi dell'Abominio, in fase di lenta guarigione
- La traccia magica a nord segnalata da Gabrielle nei capitoli precedenti, ancora non spiegata
- Il Re dei Ratti, il presunto drago, Skretch Mezzomorto + Noctilus, gli Adolf Seyss-Inquart + Valentini, la Gang di Taldorf, Padre Richard prigioniero a San Quintus, la taglia di 500 corone — tutti ancora sospesi.
Situazione attuale: La compagnia si trova al Guest Village di Karak Norn. Marcus ha concluso il briefing con Yannick Blank e sta tornando verso le stanze della compagnia. Leonardo è appena uscito dall'officina di Alrik Nunnelson con mezze sopracciglia bruciate, un apprendistato giurato e il silenzio di un copista da tenere. Drong, Oronzo, Derryl e Padre Giuliano si sono ritirati in sala comune per la prima birra da risalita. Gabrielle è sola nella sua stanza, davanti a una finestra chiusa, con lo sguardo perso sulle pareti di pietra.
"I nostri giorni sono contati, da Ponzacco. Sempre. Ma finché abbiamo una barba da bruciare e un banco da colpire, i nostri giorni bruciano più forte di quelli degli altri." — Alrik Nunnelson, al termine del primo giorno di apprendistato